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A Bagnoli

si combatte una battaglia di uno scontro di classe più generale

 

di Sergio Manes

Interstampa, n. 11 del novembre 1982, pp. 9-12

Sergio Manes incontra alcuni dirigenti operai e delegati dell’Italsider di Napoli.

Grande è l’attualità del “discorso operaio” che esce dall’incontro tra Manes e i lavoratori Italsider. Siamo nel 1982 e da lì a dieci anni lo stabilimento di Bagnoli sarebbe stato chiuso. Nell’incontro la possibilità di questo esito socialmente drammatico, non solo per Napoli, è non solo già evocata dagli operai, ma essi sanno inserirla all’interno delle stesse contraddizioni che oggi segnano lo sviluppo capitalistico. Come attualissima è la critica che i lavoratori incontrati da Manes avanzano alle politiche antioperaie della Cee, le stesse che la classe operaia odierna avanza alle politiche iperliberiste dell’Unione europea.

 

 

 

D. Come si è arrivati a questa lotta contro la minaccia di chiusura della fabbrica?

Murolo: Non è mica la prima volta che ci provano! L’hanno tentato tante volte: ormai siamo dei veterani in questo tipo di battaglie. E nemmeno questa volta la spunteranno. Certo che questo è lo scontro più duro e importante.

Colaianni: Sono anni che ci battiamo per la difesa di questa fabbrica contro scelte sbagliate, insipienza, speculazioni politiche. Sia chiaro subito però che la nostra lotta non è solo in difesa del posto di lavoro, ma per la difesa di una fabbrica che produce acciaio, con tutto quello che questo significa su un piano più generale.

Gargiulo: Per non fare tutta la storia delle nostre lotte, partiamo dall’accordo strappato nel ’78. Questo accordo significò il punto massimo di compromesso, l’accettazione da parte dei lavoratori di un punto obbligato: la necessità di ridimensionare l’azienda con la ristrutturazione e la parallela riduzione dei posti di lavoro. Sembrava che fossero stati messi dei punti fermi, ma non era stato quantificato l’“obiettivo” dell’azienda circa la riduzione dei posti di lavoro. E così c’è stata, come altrove, la classica politica del carciofo: blocco del turn-over, prepensionamento, ecc. Si è arrivati così, in queste condizioni, alla lotta di oggi che prende le mosse dalla crisi della siderurgia e dalle posizioni della Finsider e di De Michelis sulla ristrutturazione, posizione che i lavoratori, le strutture democratiche e i gruppi politici hanno giustamente considerato come un preludio alla chiusura.

 

D. Parliamone di questa ristrutturazione e del perché sarebbe il preludio della chiusura definitiva.

Gargiulo: Innanzi tutto c’è l’assoluta mancanza di garanzie che non siano quelle di un ministro socialista del pentapartito – che è quanto dire! – e che non soddisfano minimamente gli operai. De Michelis è visto dalla classe operaia di Bagnoli come uno strumento, il portatore di esigenze di gruppi che certamente non fanno leva sui bisogni operai: è la ristrutturazione selvaggia del capitale che, dopo le grandi fabbriche dell’impianto industriale privato, è arrivata anche nel settore pubblico.

Mangiapia: Sappiamo da dati riportati dall’azienda che la produzione di Bagnoli, fino all’acciaieria, è competitiva con gli altri centri siderurgici. Il punto di crisi è costituito dagli impianti a valle. L’accordo strappato nel ’78 prevedeva, appunto, l’ammodernamento di tali impianti. Rimettere ora in forse questo ammodernamento non solo la dice lunga sulla credibilità e sulle “garanzie” di questi ministri, ma significa mettere in discussione lo stabilimento che può diventare, per unanime ammissione, il più competitivo d’Europa. È un favore che si vuol fare ai nostri “partners” europei.

Calabritto: Va sottolineato che la ristrutturazione è già stata realizzata al 65-70% e che il suo completamento non richiede assolutamente la fermata degli impianti. Se potremo rispettare i tempi stabiliti – come noi vogliamo e il governo no – si potrebbe realizzare per il prossimo anno un prodotto finito altamente competitivo.

Mangiapia: Il governo ha confermato la sua posizione arrogante. Le cosiddette “proposte” non cambiano niente. La messa in alimentazione dell’altoforno è inaccettabile proprio perché ritarda il processo di ristrutturazione sia per la colata continua che per il nuovo treno a nastri.

Murolo: La questione è: altoforno in alimentazione o fermo in effetti è la stessa cosa perché le ripercussioni saranno simili sia sulla cassa integrazione sia per lo slittamento della ristrutturazione. E, a parte questo, ci sono i pericoli di una rimessa in marcia: anche un altoforno in alimentazione ha bisogno di manutenzione adeguata e quando andremo a rimetterlo in marcia, tanto possiamo farlo in 20 giorni, tanto in 3 mesi. Anche qui si pone, quindi, la questione di una programmazione da concordare e da controllare, sia sull’Afo 4 che all’Afo 5 da ricostruire.

Colaianni: Occorre chiarire che la ristrutturazione prevede una potenzialità produttiva di 2 milioni e 200.000 tonnellate annue con cui si avrebbero dei costi competitivi. Questo significa la marcia a 2 altoforni. Ora è in funzione solo l’Afo 4 L’Afo 5 è uscito fuori campagna e l’azienda non ha comprato neppure un mattone per il suo rifacimento che richiede 10 mesi di lavoro. È chiaro allora che l’Italsider non vuole far marciare a pieno ritmo lo stabilimento quando sarà ristrutturato.

Gargiulo: È qui che il disegno appare chiaro. Perché alla fine il rapporto produzione-numero di addetti non sarà più conveniente, remunerativo. Andremmo, cioè, a produrre un profilato che si presenta potenzialmente concorrenziale, ma che concorrenziale non è più nei costi se non se ne producono 2 milioni di tonnellate annue. La Francia si sta attrezzando e già produce questi profilati che, infatti, noi importiamo. Per questo diciamo a De Michelis che, invece di spegnere l’altoforno 4, è necessario cominciare il rifacimento del 5. Proprio perché una volta tanto – in via solamente di ipotesi – facciamo nostra la logica del produttivismo. D’altro canto gli accordi Cee prevedono che in caso di crisi, come quella che attraversiamo, a chiudere debbano essere o le fabbriche con impianti obsoleti o quelle che non riescono a raggiungere una piena capacità produttiva con la saturazione degli impianti e la conseguente economicità di gestione.

 

D. Avete accennato alla crisi della siderurgia, avete fatto riferimento alla Cee, avete introdotto il tema della dipendenza italiana dall’estero e dell’indebitamento. Vogliamo vedere come queste tre questioni s’intrecciamo concretamente?

Murolo: Cominciamo col dire che se è vero che esiste la crisi della siderurgia perché è in crisi tutta l’economia capitalistica, è vero che esistono anche altri fattori. Ci sono state delle scelte programmatiche sbagliate, ad esempio. Scelte, non errori, con chiare motivazioni in cui si sono intrecciati interessi che hanno fatto mettere in secondo piano bel altre motivazioni tecniche, produttive e sociali. Basta vedere la scelta di Taranto e del suo raddoppio voluto da Aldo Moro.

Colaianni: Certo. E proprio il raddoppio di Taranto ha mostrato come quelle scelte fossero sbagliate. È stata una rincorsa al gigantismo giapponese. E i giapponesi sono andati in crisi proprio su questo.

Mangiapia: Il problema politico principale è il ruolo subalterno dell’Italia, ruolo che è confermato non solo dalle quote assegnateci in sede comunitaria, ma, in concreto, anche dallo slittamento del piano di ristrutturazione qui a Bagnoli che ci farà uscire dal mercato a vantaggio della Francia. Ecco perché il governo mente. Perché a quel punto, nonostante i miliardi spesi, sarà inevitabile chiudere Bagnoli. Ed ecco perché noi qui lottiamo non solo per difendere il posto di lavoro e l’apparato produttivo napoletano, ma gli interessi del nostro paese. Non è possibile che il governo abbia sempre un atteggiamento subalterno nei confronti della Cee e ne accetti le decisioni e i soprusi, sempre, per il vino come per l’acciaio. L’Italia non può mortificare le sue produzioni.

Colaianni: La realtà è che la Cee ha stanziato dei fondi da spendere per la distruzione di capacità produttive. De Michelis sa fin da luglio che se non distrugge queste capacità produttive perde questi soldi: quando parla di perdite di finanziamenti si riferisce a questo. E poi, per la subordinazione, per la dipendenza dall’estero gli esempi non mancano. Basta vedere la questione del gasdotto siberiano. Sulla questione energetica come nella siderurgia accettiamo le imposizioni altrui. E non sottovalutiamo la forza che la questione dell’indebitamento verso l’estero ha ai fini di un vero ricatto sul salario. E quando si fanno scelte, come quella per Bagnoli, che non fanno diminuire ma aumentare le importazioni, l’indebitamento cresce. Perché la questione della crisi siderurgica in Italia è riconducibile anche a quella politica di indebitamento con l’estero che significa per il futuro anche dipendenza politica, impossibilità per l’Italia di praticare scelte politiche autonome. Dipendenza e indebitamento sono così gli strumenti per bloccare quelle scelte democratiche, autonome che possano pagare sul piano della programmazione.

 

D. La crisi, dunque, c’è. Le scelte governative sono disastrose. Allora come uscirne, cosa bisogna fare?

Mangiapia: Bisogna ribaltare la politica economica del governo. È un obiettivo ambizioso, lo sappiamo. Ma non dobbiamo tendere a obiettivi minimi. Bagnoli è un momento di questa lotta in cui sono in ballo gli interessi dell’intero paese. La vittoria di questa battaglia può essere l’inizio di un tentativo di inversione della politica economica del governo in campo nazionale e internazionale. Qui sono in discussione due diverse concezioni di come uscire dalla crisi: quella recessiva del governo e la nostra che punta all’espansione dell’apparato produttivo dei consumi. Se riusciremo a vincere su questo, avremo un punto di riferimento sicuro per le lotte di tutte le altre fabbriche in crisi.

Calabritto: Non pensiamo certo che l’Italsider di Bagnoli sia l’ombelico del mondo. Ma siamo consapevoli dell’importanza di questa fabbrica se collegata correttamente ai problemi nazionali della classe operaia e del suo ruolo nel Mezzogiorno. Se non avessimo operato questi collegamenti avremmo determinato la ghettizzazione della nostra lotta. Possiamo e dobbiamo assolvere al nostro ruolo di dare un contributo per la modifica sostanziale della politica governativa di recessione.

Colaianni: La questione di Bagnoli è di per sé questione nazionale per le implicazioni che ha su tutta la siderurgia. Ed ha una drammaticità ancora maggiore: l’aggravarsi della crisi capitalistica a livello internazionale ha fatto sì che questa questione abbia il carattere emblematico di una svolta.

Murolo: Vediamo le cose concretamente. Ad esempio: noi, nella nostra lotta, realizziamo delle alleanze. Ma che risposta possiamo dare ai giovani, alle donne, ai disoccupati, ai terremotati che stanno marciando con noi nei cortei? La verità è che al momento per tutti questi strati sociali, ed anche per tanti altri operai in cassa integrazione, non c’è una risposta, non c’è sbocco. In una logica difensiva, di compatibilità, possiamo salvarci noi come operai Italsider, se vinciamo. Ma questi strati che sono figli della classe operaia? Ecco perché noi non vogliamo fare la lotta per Bagnoli in quanto tale e basta. Noi vogliamo lottare per l’Italia, per il comunismo. Non ci interessa che Bagnoli muoia, al limite, se è il prezzo per mettere in ginocchio la Democrazia Cristiana e la borghesia. Perché l’unica vera garanzia per noi e per tutti è in un cambiamento politico profondo.

Gargiulo: Oggi gli obiettivi non possono essere soltanto di difesa dell’esistente, ma di attacco e superamento delle strettoie della crisi. Questo caratterizza oggi la lotta dell’Italsider di Bagnoli. Dobbiamo sforzarci di portare la lotta ad un livello politico che faccia proprio il governo della ristrutturazione non più soltanto in senso capitalistico: questo può avere un significato per l’intero Mezzogiorno e per il paese. Un significato emblematico anche per le forze della sinistra e per il dibattito intellettuale da rotocalco “colto” relativamente alla “fine del marxismo”, alla “fine della centralità operaia”, al “post-industrialismo”. Queste lotte fanno giustizia –anche sommaria – di tutto questo e ripropongono fortissimamente al centro il problema del modo di produzione capitalistico. È qui che si gioca la partita. Bisogna sempre partire dai bisogni del proletariato in senso generale e dai bisogni specifici delle aree, delle zone in cui il proletariato si muove, opera, vive. Anche il riuscire a governare (o il tentare di governare) la ristrutturazione dell’Italsider – che è cosa ancora tutta da farsi, ma non da definirsi – dimostra, almeno in via tendenziale, un fatto: che è concepibile e deve essere possibile da parte della classe operaia governare lo sviluppo anche di settori classici della produzione partendo dai bisogni del proletariato da organizzare, da programmare. Questo non vuol dire certamente ministri socialisti al governo, né significa che altri al governo possano far meglio. Significa che il proletariato nei luoghi dove vive e lavora, elabora e, soprattutto, decide. Il collo di bottiglia da cui uscire è quello delle tipologie produttive. Se tutti parlano della crisi dell’automobile, della crisi dell’urbanesimo selvaggio, della questione edilizia e della necessità di riconversione, ebbene, queste cose vogliono dire bisogni precisi del proletariato, e intorno a questi bisogni occorre organizzare la riconversione. Ma questo lo può fare solo uno sforzo gigantesco della classe operaia che possa, come deve, dirigere effettivamente i processi politici del paese. Dalla crisi, quindi, non si esce semplicemente indicando lo sviluppo in luogo della recessione, non si esce in modo capitalistico.

Per capirci meglio: la vecchia storia del “modello di sviluppo”, non partorito a tavolino per conto di varie committenze dall’intellettuale più o meno organico, ma nato dalle risposte, organizzate politicamente, alle lotte, ai bisogni espressi quotidianamente dal proletariato. È solo così che oggi si esce veramente dalla crisi.

 

D: Come giudicate i comportamenti del partito socialista in questa vicenda?

Calabritto: Il PSI è pieno di contraddizioni che debbono essere ancora di più acutizzate. La sua tradizionale rincorsa al potere esaspera queste contraddizioni: soprattutto fra il vertice e la base.

Colaianni: Il gruppo dirigente socialista ha la responsabilità piena delle scelte antipopolari, antioperaie e recessive del governo. C’è ora la proposta del PCI di giungere a un confronto e, possibilmente, ad una intesa su alcune questioni fondamentali. Ebbene, situazioni come questa dell’Italsider sono di quelle che portano a una chiarificazione sui fatti concreti perché spostano tutte le questioni e i confronti a livello di massa. E allora voltafaccia e ambiguità – che sono i colpi di coda di chi crede ancora che sia possibile governare con gli schieramenti – diventano sempre meno possibili.

Gargiulo: Non è casuale che su certe questioni il pentapartito faccia muovere i ministri socialisti. Per Comiso si è mosso Lagorio, per il nucleare si muovono forze vicine a Craxi, per l’Italsider di Bagnoli – che è, non dimentichiamo, una fabbrica scomoda, indocile, politicamente importante per Napoli e il Mezzogiorno – per ridimensionarne il suo ruolo storico-politico fanno tentare a De Michelis, un ministro socialista. Voglio dire che è impressionante il parallelo tra questi interventi e l’assetto di un pentapartito che è precario, che sembra che debba morire da un giorno all’altro, e però quell’ora che campa fa disastri e li fa contro la classe operaia.

 

D. Come giudicate le strutture sindacali nel contesto della vostra lotta?

Sansone: C’è insoddisfazione e c’è contestazione, ma la fiducia di fondo rimane. C’è lo sfogo immediato verso gli uomini, i dirigenti, ma non viene messa in discussione la struttura. E poi scattano i meccanismi per scaricare le responsabilità. E primo fra tutti è il delegato che fa da cuscinetto. C’è da dire, per esempio, anche che se il sindacato funziona così, è attualmente quello che è, questo succede perché troppi di noi lo fanno essere quello che è, perché tanti ne ricavano qualche vantaggio opportunistico. Tra la stessa base, intendo. Ci sono troppi funzionari subalterni alle scelte dei vertici. Non è escluso che si debbano prendere provvedimenti drastici cominciando col tagliare i viveri. La verità è che noi siamo gestiti a livello nazionale e che il sindacato, così com’è oggi, si sta dimostrando anch’esso subalterno. La possibilità di ribaltare questa posizione è legata alla radicalizzazione della lotta e alla fine di tutti quegli accomodamenti che isolano il lavoratore nell’opportunismo.

Gargiulo: Ci sono gravi responsabilità, anche dei partiti storici della classe operaia, anche su queste questioni. Il Consiglio di fabbrica, ad esempio. Ha mostrato la sua pochezza attuale nel tipo di rapporto gruppo omogeneo-delegato e, soprattutto nella capacità di capire e accogliere le istanze reali dei lavoratori. La sua apparente ripresa e ricopertura di spazi deriva dalla necessità di rincorrere una realtà che nei reparti prendeva corpo come risposta autonoma all’attacco alla fabbrica. Autonomia che proprio il Cdf ha mostrato di non avere. Col maturare della lotta la parola d’ordine che monta dai reparti è «controllo diretto permanente e deliberante in fabbrica di tutta la trattativa a qualunque livello condotta». Questo gli operai lo considerano un punto di non ritorno. Cioè: non si ratifica niente sulla testa dei lavoratori, ogni punto della trattativa deve essere riferito e discusso preventivamente in fabbrica. Non si tratta – sia chiaro – della liquidazione di questa struttura e della sua sostituzione con altri strumenti che non ci sono. Ma le carenze obiettive del Cdf vengono recuperate e risistemate dialetticamente da gruppi di operai dentro e fuori il Cdf stesso che, pur non concedendo niente all’assemblearismo paralizzante che non decide, sono in grado di far circolare democraticamente il dibattito, di alimentarlo e di alimentare anche progettualità e decisioni da prendere in comune e insieme al sindacato.

Murolo: È vero. Ma nel frattempo è drammaticamente vero che anche il sindacato si sta mostrando subalterno. E questo della subalternità politica è il problema vero. Siamo tutti d’accordo che, per esempio, la lotta che stiamo facendo non è la guerra di Bagnoli. È la battaglia di Bagnoli di una guerra più generale. Ma allora: come si fa a conciliare l’obiettivo di fondo nostro con la compatibilità che ormai è entrata nel sangue di troppi compagni? Se per andare al governo si è disposti a scendere fino in fondo sul terreno delle compatibilità, la lotta radicalizzata per i veri obiettivi, chi la dirige? Il nodo di fondo sta qua.