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Il 15 aprile 1966 nel Regno Unito e il primo luglio dello stesso anno negli Stati Uniti, viene pubblicato l'album Aftermath dei Rolling Stones.

Considerando l'intera discografia del gruppo, includendo perciò anche quella americana, si tratta del settimo LP del gruppo inglese.

È stato registrato completamente in studio negli Stati Uniti durante la lunga tournée di quei mesi. Non contiene stavolta brani live, come era avvenuto in quasi tutti gli album precedenti. Una scelta coraggiosa se è vero, come è vero, che i Rolling Stones hanno sempre dato il meglio di se stessi nelle esibizioni dal vivo. Certo le registrazioni di quelle performance lasciavano molto a desiderare, dati i mezzi tecnici dell'epoca, ma il suono “sporco” diventa paradossalmente una caratteristica del gruppo, e i pezzi dal vivo rendono bene il clima, l'atmosfera che si doveva respirare in quelli che erano più di semplici concerti, ma veri e propri spettacoli soprattutto per merito di Mick Jagger (ma anche di Keith Richard), vero animale da spettacolo e perfetto frontman. Oggi si può andare in rete e trovare facilmente qualche filmato di quell'epoca e farsi un'idea e comprendere come già in quegli anni il gruppo rappresentava qualcosa di nuovo sulla scena musicale dell'epoca. Ma andiamo con ordine.

In Aftermath non ci sono cover. Sono tutti pezzi originali. E questo rappresenta ancora un'altra novità per il gruppo.

Tutti sono firmati da quella che sarà poi per sempre, in tutti gli album successivi e fino ai nostri giorni, la coppia Jagger-Richard. In realtà è molto probabile che alcuni pezzi siano stati scritti da uno solo dei due, o che almeno ci sia stata una prevalenza di un compositore sull'altro, ma la scelta sarà sempre quella di firmare in coppia, in questo simili ai Beatles e alla coppia Lennon-McCartney. Per i Rolling Stones, soltanto con i dischi di qualche anno più tardi, si capirà bene quale brano è da attribuire in prevalenza ad uno degli autori. Richard per la verità lo ha sempre detto apertamente che “Satisfaction” è completamente sua, e ascoltando il riff iniziale non si fa fatica a crederlo, considerando la capacità del chitarrista di inventare riff divenuti oggetto di culto non solo dei fan degli Stones. “Simpathy For The Devil” rappresenta invece l'esempio opposto e l'influenza di Jagger è qui abbastanza evidente.

Alla sua uscita l'album ebbe un ottimo successo di pubblico e, da parte della critica, un quasi unanime parere che il disco rappresentasse un punto di svolta, sia per i Rolling Stones, sia per la scena musicale dell'epoca. Di quella scena musicale, non bisogna dimenticarlo, hanno fatto parte gruppi che oggi consideriamo storici ma che allora erano alle prime uscite e stavano rappresentando, nel loro complesso, una vera esplosione di creatività e di novità. Parliamo naturalmente dei Beatles, ma anche degli Who, di Eric Burdon con i suoi Animals e gli Yardbirds con alle chitarre “hand slow” Eric Clapton. Impossibile nominare tutti i gruppi e forse neanche solo quelli principali, anche perché di continuo ne esordivano di nuovi e non poche volte un componente passava da un gruppo all'altro (pratica questa che con il tempo divenne normale abitudine).

Parlare di rivalità tra questi gruppi è una cosa priva di significato e quella presunta poi, tra Beatles e Rolling Stone è poco più di una leggenda alimentata sostanzialmente da Andrew Oldham, l'attivissimo produttore degli Stones, soprattutto in termini di promozione del gruppo, che non ci andava tanto per il sottile. Talmente presunta e lontana dal vero questa rivalità, che gli Stones avevano già suonato un brano firmato da Lennon-McCartney (I Wanna Be Your Man) e Lennon compare in un filmato d'epoca alla session per la registrazione di “Simpathy For The Devil”, mentre, anni prima, i Beatles capitarono in un locale in cui suonavano gli Stones ed ebbero a dire che quel gruppo avrebbe certamente fatto molta strada.

Le solite classifiche, che spesso sono poco più che curiosità, collocano in ogni caso l'album al 108esimo posto tra i 500 album più importanti di sempre, giudizio e posizione confermata anche in anni recenti.

 

 

 

In cosa consiste allora questa svolta?

 

Che cosa rende Aftermath un disco così importante da essere definito una pietra miliare del rock?

Penso che per iniziare a capire, conviene andare alle note di copertina sul retro del LP. A parte la presentazione entusiastica del solito Andrew Loog Oldham, quello che intanto rende interessante questo disco è, nelle note di copertina, la lista degli strumenti suonati da ogni membro del gruppo, che non era un fatto usuale all'epoca.

E scopriamo così, ad esempio, che Bill Wyman, bassista storico del gruppo, qui suona anche l'organo, che Mick Jagger non si limita a cantare ma suona anche le percussioni e, ma questa non è una novità, l'armonica a bocca, e poi che Brian Jones si cimenta con strumenti il cui uso nella musica rock era completamente inusuale: sitar, dulcimer, koto.

L'uso del sitar in realtà non era una novità in assoluto, se è vero che anche George Harrison dei Beatles lo usa in alcuni brani. Il dulcimer e il koto sono, invece, una novità assoluta.

Ambedue sono strumenti a corde, della famiglia dei liuti. Ambedue sono di origini antichissime, medievali per il dulcimer le cui origini sono probabilmente irlandesi, ancora più antiche per il koto che arriva dalla Cina attraverso il Giappone. Sono strumenti della musica popolare ma l'uso che ne viene fatto in questo album è del tutto inusuale.  In altri modi verrà poi ripreso da altri musicisti, ad esempio da Joni Mitchell che lo usa per quasi tutto l'album Blue.

In Aftermath, Brian Jones lo suona in “I'm Waiting” e in un pezzo che sarà famosissimo e diventerà un evergreen degli Stones: “Lady Jane”.

Si può anche pensare che l'uso di questi strumenti sia stato dettato dalla voglia di stupire un pubblico abituato a sonorità, quelle beat, blues o rock abbastanza codificate. Ci sarebbe, insomma, un tentativo di andare al di là del solito schema chitarre, o più chitarre-basso-batteria. Qui gli Stones sono stati comunque dei precursori. Non intendo sopravvalutare il loro apporto alla storia del rock in genere, ma è certo che il loro contributo ad uscire dal solco è stato certamente rilevante con questo disco. Il cosiddetto rock progressivo era ancora di là da venire ma, seppure in maniera ancora molto vaga, le sonorità iniziano a cambiare. E poi non bisogna dimenticare che l'elettronica, che invaderà in modo pesante il modo di suonare qualche anno più tardi, è praticamente assente nei brani di quegli anni.

È anche vero, tuttavia, che i Rolling Stones, con gli album successivi, non proseguiranno su questa strada, e anzi torneranno a quel rock and roll che li ha resi famosi nel mondo. In questo senso Aftermath è un po' l'eccezione che conferma la regola. Bisognerà attendere il successivo Their Satanic Majesties Request (1967) per ritrovare, ma molto più rarefatte, le stesse atmosfere di Aftermath.

Voglio dire, non considero la produzione successiva dei Rolling Stones un passo indietro rispetto ai primi album e anzi resto convinto che ad esempio Beggars Banquet (1968) sia un capolavoro con brani quali “Street Fighting Man”, “The Salt Of The Heart”, o l'innovativa, per struttura, e già citata “Sympathy For The Devil”.

 

 

 

Fin qui gli strumenti. E i brani?

 

L'album contiene 14 tracce ed è opinione consolidata che almeno 5 o 6 pezzi potevano diventare dei singoli di successo. All'epoca, precisiamo, era il singolo, il classico 45 giri, a decretare il successo di pubblico. Ma qui anche l'album ottiene importanti riconoscimenti: il disco d'oro nel Regno Unito, quello di platino in Usa.

Il disco, complessivamente, ha una sua omogeneità.  Non ci sono pezzi di serie A o di serie B. Tutti i brani sono belli. Come si possono altrimenti definire canzoni che si ascoltano anche oggi con piacere, con la sensazione di sentire qualcosa che rappresenta le basi stesse del rock? Capisco la possibile obiezione che questo non è un granché come approccio critico. Ma non capita spesso di apprezzare musiche che ormai hanno più di cinquanta anni, tenendo conto che non parliamo di Bach o Beethoven, ma infine di musica popolare.  Segnalo solo un paio di brani: “Lady Jane”, di cui abbiamo già detto, che sarà un successo planetario e verrà perfino citata in un disco del nostro Gianni Morandi e cantata anche da Joan Baez. L'altra, “Goin’ Home”, che merita un discorso a parte. Si tratta di un brano la cui durata, 11 minuti, era del tutto inusuale all'epoca anche per un LP. Leggenda vuole che il gruppo, una volta suonata la parte scritta, abbia spontaneamente continuato a suonare improvvisando, sia pur sulla scia della melodia di base. Vero o inventato che sia l'episodio, quello che è certo è che questo brano inaugura una moda, o secondo alcuni un vezzo di prolungare i brani indefinitamente, soprattutto dal vivo.

“Goin’ Home”, da semplice canzone, vira pian piano, man mano che si dilata nel tempo, in una specie di suite con un tema quasi ipnotico, con gli strumenti che entrano via via nel tema principale e via via ne escono, uno alla volta, fino alla chiusura del brano.

Soltanto in anni successivi diventerà normale scrivere brani molto lunghi, molto più lunghi a volte di quegli 11 minuti che allora apparvero stranianti e smisurati.

Qui non serve andare a sviscerare la struttura di ogni singola canzone, alla fin fine lo schema è quasi sempre quello consueto: strofa, ritornello, qualche volta con l'aggiunta di un bridge. Qui, a me pare, conta l'atmosfera generale che emerge dall'album e che è quella di quegli anni, certo, ma che anche oggi non suona, come spesso accade, inesorabilmente datata.

 

 

 

Riguardo ai testi, la questione si fa un po' più complessa

 

Che alcuni brani abbiano un contenuto decisamente misogino è un dato di fatto. Qui la critica ha generalmente e benevolmente voluto vedere in questi testi un modo brutale, in pieno stile Rolling Stones, già da allora considerati la parte “maleducata” della scena musicale, per toccare temi che sembravano tabù. Il contrario, l'altra faccia di quello che oggi chiameremmo politically correct. Certo, un pezzo come “Stupid Girl” non lascia molti dubbi in proposito, a partire dal titolo. Di contro, però, ecco il testo di “Mother's Little Helper” che racconta di una casalinga frustrata che va in overdose di tranquillanti. E per tornare alla misoginia altri due titoli espliciti. “Out of Time” e “Under My Thumb” che sarà il pezzo di apertura di molti concerti e di un'intera tournée che toccherà anche l'Italia.

Io credo tuttavia che in questo caso particolare i testi abbiano un'importanza relativa. Essi si collocano, infatti, nel solco di quella tradizione del rock and roll e del blues dove le parole sono poco più che flash, immagini, e quasi mai raccontano una storia compiuta.

Qualcosa in questo senso cambierà nel corso dei successivi album, ma non in maniera così evidente. Del resto, questo è il modo tipico del rock and roll, e gli Stones sono completamente su quel solco. Negli anni successivi saranno invece i gruppi “progressive” ad invadere la scena musicale con i cosiddetti “Album Concept”. E il primo in Inghilterra è certamente Tommy degli Who, la storia di un ragazzo di strada, di quelle bande (Mods e Rockers) di cui c'è una eco in molte canzoni dell'epoca. (In Italia, solo per per citare un nome, uno di questi gruppi sarà il Banco del Mutuo Soccorso, e un album come Darwin l'esempio migliore).

Ma qui la situazione è completamente diversa. Gli stessi Rolling Stones non si sono staccati dalla grande lezione dei classici del rock and roll, e forse non lo faranno mai. La lezione di grandi musicisti come Chuck Berry, Muddy Waters, Little Richard e Bill Haley, per non citarne che alcuni, gli Stones non la dimenticheranno mai.

Come ho cercato brevemente di spiegare, Aftermath ha perciò rappresentato una svolta. Da lì il gruppo poteva imboccare diverse strade. Oggi sappiamo come la scelta di Jagger e soci sia stata quella che li ha portati ad essere una delle più grandi rock and roll band del mondo, e forse la più longeva. Poteva essere un’altra, la strada? La domanda è oziosa ma non priva di senso. A me pare che con Aftermath si consolida comunque in maniera irreversibile quello che è il suono caratteristico dei Rolling Stones, con i riff famosissimi di Keith Richards su una chitarra a 5 corde appositamente preparata, con un tipo particolare di accordatura che spiegare qui sarebbe inoltrarsi in un campo troppo tecnico, con lo stile jazzistico del batterista Charlie Watts, accusato per anni di non averlo uno stile, e che invece “era” lo stile di Watts, e  la voce inconfondibile di Mick Jagger. Una miscela esplosiva che rende sempre riconoscibile, anche oggi, il gruppo già dalle prima note.

Qualche anno dopo l'uscita di Aftermath, Brian Jones, seconda chitarra e pluristrumentista esce dal gruppo per i continui dissidi con gli altri membri del gruppo, dissidi caratteriali e insieme di natura artistica. Nel 1969 verrà trovato morto nella piscina della villa che aveva comprato dallo scrittore, autore di Winnie the Pooh; una morte misteriosa su cui non è mai stata fatta piena luce.

Difficile dire se con l'uscita di Jones dal gruppo, i Rolling Stones abbiano del tutto perso quell'anima creativa e sperimentalista, che si intravede in Aftermath. Brian Jones diviene immediatamente un mito al pari di Jimi Hendrix e di Janis Joplin, morti nello stesso periodo, probabilmente di overdose. Entra nella leggenda, (al pari di un altro personaggio altrettanto mitizzato che ha qualche analogia con il chitarrista, Syd Barrett, dei Pink Floyd) e perciò diventa difficile capire il peso che ha avuto e avrebbe avuto negli Stones.

Certo, in Aftermath il ruolo e il contributo di Brian Jones appare evidente, ma probabilmente il gruppo, nella sua maggioranza, stava già andando in un'altra direzione.

I Rolling Stones, qualcuno ha scritto, volevano essere in quegli anni il gruppo più odiato da chi aveva più di venti anni. Ma anche una grande rock and roll band. It's Only Rock ‘n’ Roll, come nel titolo di uno dei più potenti album degli Stones. La copertina e il retro della copertina di quel disco, sono la perfetta immagine di quello che sono stati, e in gran parte sono, i Rolling Stones.

 

“It's only rock ‘n’ roll (but I like it)”