“Rock Bottom” è il secondo album da solista del musicista inglese Robert Wyatt.

Ci sono buone ragioni, che vedremo, per scegliere questo LP del 1974 tra una grande discografia che conta a tutt’oggi 20 album legati tra loro, se non dalla personalità, dall’impronta musicale di un artista che è stato ed è ancora uno dei musicisti più interessanti, difficilmente etichettabile e che si colloca molto al di là della scena musicale inglese degli anni ‘70. Perché in effetti Robert Wyatt è anche un grande sperimentatore e ha “frequentato” e influenzato diversi generi musicali contemporanei.

“Rock bottom”, dunque, anche perché questo è il primo album di Wyatt dopo l’incidente (la caduta da un terzo piano che lo ha paralizzato dalla vita in giù) che dimostra come l’artista non si sia mai, per così dire, “perso d’animo” e abbia accettato in modo non passivo una condizione di vita dura ma sostenibile, e in secondo luogo perché, pure entro quella che è certamente stata una tragedia personale, egli ha saputo creare un percorso musicale innovativo e stupefacente per molti versi.

Ma andiamo per ordine.

Difficile dire in che misura Robert Wyatt sia conosciuto, oggi, dal grande pubblico. Quello che si può affermare con sicurezza è che egli è stato uno dei maggiori esponenti del cosiddetto Canterbury Sound, poi della fusione tra rock e jazz che in quegli anni, siamo nei ’70, ha prodotto una scena musicale ricchissima con gruppi che hanno fatto la storia della musica del secolo scorso.

Dare anche una semplice esposizione delle sue partecipazioni ai gruppi che allora erano l’avanguardia della musica non accademica è una impresa di non poco conto e a cui alla fine conviene rinunciare: le enciclopedie della musica servono a questo e sono facilmente consultabili. Qui è invece più importante sottolineare come Wyatt sia stato il fondatore di esperienze musicali che hanno avuto un grande impatto negli anni in cui la musica, a livello internazionale, usciva da molti schemi preconcetti, da steccati costituiti da “generi” consolidati, e si apriva a una “contaminazione” che avrebbe dato frutti che ancora oggi possiamo cogliere.

I “Wilde Flowers” (e la “E” finale non è un errore ma un omaggio a Oscar Willde) nascono nel 1964 e Robert Wyatt è tra i fondatori, è il batterista, il cantante (cosa assai inusuale a quell’epoca), insieme a figure di musicisti che diventeranno altrettanti capisaldi di esperienze musicali (i fratelli Hugh e Brian Hopper, Richard Sinclair, Kevin Ayers).

Credo che sia abbastanza chiaro a tutti come, in ambito musicale, c’è una pratica largamente diffusa sia che si tratti di “band di rock ‘n roll “o “ensemble” di musica classica o contemporanea, quasi una regola: quella di un rimescolamento continuo, con un passaggio dei vari musicisti da un gruppo all’altro, da una situazione consolidata e apparentemente “statica”, a nuove collaborazioni. Le vere eccezioni, in questo senso, sarebbero quelle di formazione musicale stabili nel tempo. Mi pare che non se ne possono citare che una manciata.

Robert Wyatt è soprattutto conosciuto come uno tra i fondatori di quella magica esperienza musicale che sono stati il gruppo dei “Soft Machine”.

Gruppo che è arrivato ad una maturità che non pochi pensano sia realizzata nel terzo album, dopo una serie non breve di defezioni, di nuovi ingressi, di vicende non solo musicali ma che riguardano anche aspetti sensibili per l’epoca (uso di droghe, passaporti bloccati in una Europa che conosceva ancora le frontiere). Si tratta di un album (un doppio LP) in cui Robert Wyatt firma e suona una intera facciata con il brano “The Moon in June”. Un pezzo cantato da lui stesso e, come emerse poi dopo diversi anni, anche suonato quasi interamente da lui, segno di un dissidio, o di incomprensioni tra Wyatt e il resto del gruppo che porteranno infatti alla sua uscita dalla band. “The Moon in June” in effetti non fu mai suonata nei concerti, e resta una prova d’autore tutta di Robert Wyatt piuttosto che un brano ascrivibile ai Soft Machine.

La rottura con gli altri componenti del gruppo, non è dato dire quanto inevitabile, porta alla nascita di una nuova esperienza per Robert Wyatt: i “Matchin Mole” (che poi è il modo in cui si pronuncia, ma in francese, “la macchina soffice” che viene ritradotto in inglese con un significato del tutto diverso: un gioco di parole, un gioco nel senso più ampio per un musicista che dimostra grande conoscenza di tutte le avanguardie del secolo, a partire dal dadaismo.

Conoscenza che, in più, si fa forte di un grande senso dell’ironia e dell’autoironia.

Chi ha seguito da vicino il percorso non solo musicale di questo artista, attraverso le interviste o attraverso le sue prese di posizione anche in ambito extramusicale (ci arriviamo tra poco) non può non essersi fatto un’opinione e un quadro di una persona che ha sempre avuto la massima consapevolezza di se stesso, con una modestia che gli è valsa la pressoché totale stima e amicizia da tanti colleghi in un mondo che non va tanto per il sottile quanto a rancori e invidie, ed è sempre stato in qualche modo lontano o almeno “laterale” rispetto allo star system.

Dunque “Rock Bottom”.

È il 1974 e Wyatt è appena uscito dall’ospedale sulla sedia a rotelle che sarà ormai la compagna della sua vita. In ospedale ha scritto i testi per musiche che erano sostanzialmente già state concepite da mesi.

I testi non sono parte irrilevante nell’economia di un disco che, è opinione comune, sorprende per l’originalità dell’impianto sonoro nel suo complesso e per un modo “diverso” di suonare. Wyatt, e la cosa non era affatto scontata, un modo nuovo di suonare, avendo perso le gambe che per un batterista sono parte essenziale della “fisicità” di un musicista in quel ruolo, doveva trovarlo. Con “Rock Bottom”, l’operazione riesce non solo perché il disco è salutato con espressioni di grande apprezzamento dalla critica, ma anche (e soprattutto) perché esso è apprezzato da un pubblico non abituato a quel tipo di sonorità ma che sente di aver trovato, o ritrovato, il musicista che ha apprezzato e amato nell’esperienza dei Soft Machine.

Queste sonorità sorprendenti consistono essenzialmente in un uso forte delle tastiere, in un accompagnamento soffice di percussioni (le “piccole” batterie che Robert può suonare eliminando dunque grancassa e charleston, che si suonano con le gambe), e in una voce che torna ai toni di “The Moon in June” e che, infine, è la carta vincente di un disco anomalo per il periodo: e in tutti i sensi.

“Rock Bottom” va soprattutto ricordato per un paio di brani: “Sea Song” e “Alifie”.

Il resto è qualcosa che completa, che prelude e conclude il senso di queste due vere “perle”.

Sono due brani in apparenza “facili” e in effetti qualunque tastierista non avrebbe difficoltà a replicarli.

Che cosa allora li rende così importanti?

Sommessamente avanzerei l’ipotesi che essi sono un perfetto mix, e questo coinvolge anche i testi, tra un flusso continuo di note che scaturisce dall’organo e che forma un tappeto sonoro “continuo”, e le “incursioni” di altri strumenti che intervengono in brevi “incisi”, e la voce di Wyatt, sempre particolare, ispirata, e che ricorda, ancora una volta, la grande lezione e le sonorità di “The Moon in June”.

Poi si capisce bene che Robert Wyatt si muove in un campo, quello della sperimentazione, che era certamente anche la cifra dell’esperienza dei Soft Machine.

Un album, “Rock Bottom”, che costituì, a suo tempo, una sorpresa, una grande sorpresa. E una conferma: Robert Wyatt c’era ancora.

D’altro canto, leggendo nella copertina del LP, come era usuale a quel tempo, le formazioni che avevano suonato brano per brano, c’è da rimanere a bocca aperta.

Cito alcuni nomi che per chi non ha l’età giusta forse non dicono niente. Per tutti gli altri è la conferma, se ce ne fosse ancora bisogno di ribadirlo, che in quegli anni si è creata, a livello mondiale, la magia della collaborazione di musicisti che mettevano insieme la loro esperienza, il loro bagaglio musicale in nome di una “musica” che veniva riconosciuta e che era e sempre è stata, linguaggio universale.

Richard Sinclair al basso. Hugh Hopper ancora al basso. Fred Frith (degli Henry Cow), viola.

Mike Oldfield (Tubular Bells) alla chitarra. Laurie Allan alla batteria.

“Little Red Riding Hood Hit the Road”, il pezzo che compare in due diverse versioni nelle due facciate, è ancora un gioco di parole. Un brano straniante in cui le sonorità, che a volte sembrano dissonanti, sono in effetti una ripresa di lezioni musicali che Wyatt ha in qualche modo introiettato, a partire dalla serialità di un Terry Riley, fino alle dissonanze che ci ricordano, in modo significativo, quell’altro genio musicale che è stato Frank Zappa.

Il piccolo Robin Hood Rosso, che “fa strada” e insomma avanza, fa il paio con il “Little Red Record”, il “dischetto rosso” che non è una parodia al libretto rosso di Mao, ma un suo omaggio a quella esperienza rivoluzionaria.

Nel 1979 Robert Wyatt si iscrive al Partito Comunista Inglese.

La vulgata vuole che, ascoltando molto la radio, data la sua condizione di tetraplegico, si sia fatto delle opinioni molto precise su diverse questioni politiche. Che, in definitiva, abbia avuto modo di approfondire, e pare la versione più ragionevole, temi e questioni che non sono mai mancati nel suo background culturale.

Lo indignano l’attività colonialista della Nato e il protrarsi dell’apharteid in Sudafrica.

Sembra prendere, insomma, coscienza che esiste un mondo al di fuori di quella che spesso è stata ed è ancora una sorta di bolla in cui certi musicisti (e non solo musicisti, ma molti artisti in generale) sono immersi e di cui sono prigionieri senza rendersene conto. Di questi anni è l’incisione di un brano tradizionale di Violeta Parra, una cover di Guantanamera, e un omaggio alla Russia comunista di Stalin: “Stalin Wasn’t Stallin/Stalingrad, At Last I ‘m Free”.

Uscirà dal Partito comunista alla fine degli anni ’80 dichiarando che “essere ex comunista sia molto più presuntuoso che essere comunista”.

Non rinnegherà mai le sue idee.

Nelle sue molteplici attività, per concludere una panoramica che dovrebbe prevedere l’ascolto di tanti suoi brani che oggi sono facilmente reperibili, Wyatt ha toccato tutti i grandi temi del vecchio e del nuovo secolo, e sembra quasi che la sua condizione, il suo essere costretto su una sedia a rotelle, piuttosto che limitarlo, pare avergli dato una marcia in più.

Per il mondo musicale più avvertito, quello che considera ancora la musica un possibile veicolo per le idee, un momento di emancipazione, uno strumento per una consapevolezza che getta uno sguardo sul mondo e sulla realtà, Robert Wyatt è probabilmente un mito. Penso che sorriderebbe di un giudizio. E non mancherebbe una nota di autoironia.