Questo sito non rappresenta una testata giornalistica e non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001

Cercare, studiare, indagare: per un nuovo inizio

Rivoluzione tecnologica e classi sociali

di Bruno Casati

Secondo una tesi che, non contrastata, è stata assunta da una sinistra non più sostenuta da un solido telaio culturale, il marxismo costituirebbe un filone teorico esaurito e non più in grado di offrire gli strumenti interpretativi di un tempo presente in evoluzione. Nel campo di questa tesi anche le classi sociali sarebbero da considerarsi come categorie obsolete perché oggi tutto andrebbe ricondotto al cittadino e ai suoi diritti. Alla tesi ci si è arrivati per gradi, quando ancora la sinistra non era dispersa ma solo confusa. Portò il suo contributo Asor Rosa scoprendo, mezzo secolo fa, che il vero conflitto non era più tra operai e padroni, ma tra vecchi e giovani. Questo pensiero si è ripresentato oggi durante la pandemia, quando qualcuno è arrivato a teorizzare che, dinnanzi all’incedere del morbo che evidenziava l’inadeguatezza di un sistema sanitario liberista, si dovesse salvaguardare la vita dei giovani considerando sacrificabile quella dei vecchi. Reiterò il filone delle scoperte innovative l’ineffabile Achille Occhetto arrivando a sostenere che, nella società contemporanea, tutto andasse ridotto alla divisione tra ricchi e poveri, una lettura che oltralpe prese la forma della società dei due terzi e che, oggi, si ripropone nella teoria delle diseguaglianze. Sono tutte letture che galleggiano sulla superficie dei cambiamenti profondi che, sia nel corpo dell’impresa come in quello del lavoro dipendente, sono intervenuti con velocità impressionante particolarmente nell’ultimo decennio. In ragione di questi cambiamenti le classi sociali si sono trasformate e andrebbero studiate con modestia e competenza. Ogni istanza di cambiamento, sempre che si senta l’esigenza di cambiare, non può che partire dall’analisi delle classi sociali. Lo fece Lenin analizzando quelle dell’immensa Russia, lo fece Togliatti con l’Italia ancora prevalentemente agricola del dopoguerra. Stiamo parlando di giganti mentre oggi, non solo in Italia, le classi dirigenti sono il prodotto di una selezione capovolta che, anche volendo, non saprebbero leggere i cambiamenti che pure avvengono sotto i loro occhi. L’ultimo che ha tentato di offrire una risposta scientifica alla domanda – “la teoria delle classi sociali di Marx serve ancora”? – è stato Paolo Sylos Labini che, nel lontano 1974, portò alle stampe un saggio, “Le classi sociali in Italia”, che per un certo periodo fece discutere. Il settimanale del PCI “Rinascita” ospitò anche un buon dibattito, poi tutto andò in dissolvenza. Sylos Labini,10 anni dopo, aggiornò le sue analisi ma calò ancora il silenzio: l’analisi delle classi sociali non interessava più a nessuno e della lotta di classe non si doveva parlare. Fintanto che, qualche anno fa, un grande studioso cresciuto alla scuola di Adriano Olivetti, Luciano Gallino, mise in circolazione un aureo libretto “La lotta di classe dopo la fine della lotta di classe”, in cui la verità veniva gridata: «le classi esistono e anche la lotta di classe, solo che l’hanno vinta loro». Si trattò di un atto di accusa pesante rivolto ai negazionisti, ma fu anche una fiammata che però anche allora si esaurì quasi subito. Resta pertanto, pur datato, il lavoro serio e documentato di Sylos Labini che, ovviamente, non può reggere il confronto, che oltretutto Sylos Labini nemmeno azzardò, con l’analisi delle classi sociali anticipata da Marx ed Engels nel Manifesto e poi sviluppata dagli stessi nel Capitale. Non può reggere per almeno una ragione: Sylos Labini fotografa i gruppi sociali che vede in un solo Paese e in una sola data precisa, quella del censimento italiano del 1971; Marx svolse invece la sua analisi, collocata nella prima metà dell’Ottocento, quando i gruppi sociali che lui vede non sono quelli di cui prevede lo sviluppo futuro in tutto il mondo. I gruppi sociali maggioritari che lui vede sono quelli dei nobili, degli agrari e dei contadini ma prevede, dopo avere osservato il lavoro dell’uomo ai telai meccanici a vapore delle fabbriche dell’amico Engels, che altri due gruppi, il proletariato e la borghesia, avrebbero nel tempo soppiantato tutti gli altri. E definì come classi questi due gruppi, e solo questi due gruppi, destinati a crescere insieme nella contrapposizione dei loro interessi. Non definì classi gli strati sociali legati alla terra, come i contadini che, in seguito, sarebbero stati parte dell’Ottobre Sovietico, e nemmeno i proprietari terrieri destinati ad essere assoggettati alla borghesia. Non considerò classi nemmeno i bottegai e i commercianti, gruppi sociali conservatori. Palmiro Togliatti per dare slancio al progetto di “Democrazia Progressiva” lanciò un ponte in direzione di questi gruppi e lo consegnò a un saggio diventato famoso “Ceti Medi ed Emilia Rossa” che veniva studiato nelle scuole di Partito. Altri tempi, altri dirigenti, altri partiti. Da allora molte cose sono cambiate ed è diventato complesso ridefinire il nuovo profilo sia della borghesia che del proletariato. Se l’analisi delle classi di Marx guardava alla rivoluzione imposta dalla meccanica a vapore, se Lenin intuì la potenzialità insita nella rivoluzione dell’elettricità, se Sylos Labini si provò a studiare le classi nel corso della rivoluzione dell’automazione (il Taylorismo del lavoro parcellizzato), oggi nessuno si esercita nell’analisi delle classi nel campo di questa rivoluzione della microelettronica e della digitalizzazione. Ma ci sono ancora le classi in questa rivoluzione? E ha ancora senso parlare di lotta di classe? Ragioniamo, questo è il punto. Quello di oggi è un contesto che vede all’opera macchine connesse tra di loro pur essendo dislocate talvolta in diversi continenti, in una rivoluzione che cambia il “come produrre” ma lascia uno spazio grande alla politica sul “cosa produrre”. Però questo spazio non è presidiato, la politica si è astratta dall’economia almeno in Occidente. È questa una rivoluzione che tende a ridurre la consistenza della forza lavoro dei grandi insediamenti fordisti, dove un tempo decine di migliaia di lavoratori (si pensi in Italia a Mirafiori) lavoravano insieme, insieme andavano in mensa e alle assemblee, eleggevano i loro rappresentanti, lottavano non solo per il loro contratto ma per le pensioni, la casa, la democrazia. E quando la democrazia era insidiata, in Italia è successo spesso, un esercito proletario usciva da queste grandi fabbriche e occupava le piazze per dire, con la sola presenza di massa: la reazione non passerà. Se fino a qualche anno fa la frontiera della democrazia repubblicana era presidiata da quell’esercito proletario, si domandi se oggi una delle conseguenze dell’innovazione che ha portato a spopolare i grandi insediamenti industriali, non sia l’abbandono di quella frontiera. A chi ritiene che non si corra questo rischio si ricordi che se nel luglio 1960 furono i lavoratori, dai portuali ai metalmeccanici, a cacciare Tambroni che voleva legittimare i fascisti, in anni più recenti i fascisti o, come dice Luciano Canfora i fascistoidi, sono andati al governo e nessun esercito proletario è uscito a occupare le piazze. L’innovazione con le sue conseguenze dirette e indirette sta forse costruendo una massa di esseri mansueti, indifferenti e acritici. Certo è inarrestabile il processo che vede le macchine liberarsi del lavoro manuale e incorporare anche quello cognitivo ma, ciò che è venuto a mancare in Italia e non solo, è stato e continua ad essere il punto di vista autonomo rispetto a quello dell’impresa. Secondo questo punto di vista avremmo dovuto mantenere in Italia, pur innovandole, le grandi fabbriche o almeno talune, esattamente come ha fatto la Germania dalla committenza della quale oggi deve dipendere la piccola e media industria italiana. Intellettuali e politica già dinnanzi all’ultima rivoluzione industriale della microelettronica si sono, invece, resi latitanti, lasciando soli e smarriti milioni di lavoratori. Eppure in Italia la classe operaia aveva avuto i suoi cantori, come Paolo Volponi e Luciano Bianciardi, e i suoi analisti come Aris Accornero, Giuseppe Berta e Luciano Gallino: oggi purtroppo è calato sul lavoro un silenzio assordante che non è rotto dal chiacchiericcio sui social. Ne consegue che anche il sindacato è stato via via reso impotente senza più sponda sia nella politica che nella cultura. Non so se in questo contesto avanzi la consapevolezza che sta bollendo un malessere sociale che può esplodere quando cadranno le barriere protettive giustamente erette contro i licenziamenti e svanirà anche l’irresponsabile euforia sorta attorno allo smart-working, che altro non è che la liberalizzazione del vecchio lavoro a domicilio, che non è certo smart. Quando appunto cadranno quelle barriere, e non sarà in campo una sinistra politica e sociale in grado di incanalare la pressione offrendo un orizzonte, il pericolo che un moderno lumpenproletariat vada per davvero all’assalto dei forni non è campato in aria. È molto grave che il sindacato sia stato abbandonato. Il sindacato italiano è diventato così la più potente organizzazione europea, ma di pensionati. Mi ha impressionato a tal proposito il giudizio che della CGIL dava Bruno Trentin, che l’ha diretta, nel suo diario in cui la raccontava come: «un’organizzazione affetta dalla disperata volontà di un ceto burocratico di sopravvivere con un bagaglio culturale dimenticato o comunque inservibile, un ceto squalificato e sempre più depotenziato nelle sue stesse capacità professionali». Resta solo da domandarsi cosa abbia mai fatto Trentin per contrastare il processo degenerativo che poi denunciava ma a “babbo morto”. Oggi, conseguentemente, si è fatta largo una leva di sindacalisti strutturati solo per accompagnare i lavoratori fuori dalle fabbriche, in una logica adattativa quella dell’impresa. E l’impresa non trova contrasto alcuno. Se invece si tornasse a ragionare si coglierebbe come, nel campo della quarta rivoluzione industriale in corso, il ciclo capitalistico regga tuttora su un momento produttivo che è centrale, ed è dove una nuova grande industria manifatturiera, sollecitata da tecnologie innovative, decide indisturbata la politica di mercato anche dal lato della domanda, e questa è la novità, e non solo da quello dell’offerta. E determina (questo ciclo), con lo sviluppo di servizi vecchi e nuovi, anche la soppressione di conquiste e diritti strappati dai lavoratori. In Italia il momento produttivo centrale è stato, almeno fino a qualche anno fa, il ciclo dell’auto ed era in quel momento che si andava a collocare quella che nell’antico linguaggio si definiva come la prima linea operaia. Un’avanguardia che a Torino, Genova, Milano, è stata capace per brevi periodi di esercitare egemonia sociale e politica, forte di una classe operaia colta, combattiva, cosciente dei propri interessi collettivi. E, a contrapporsi a questa classe operaia, c’erano gli Agnelli, i Falck, i Pirelli, i padroni insomma. Oggi i padroni, almeno il grande padronato, non è scomparso ma si è mimetizzato nei Fondi. È apparso un nuovo capitalismo senza capitalisti. I Fondi sono arrivati negli USA a controllare tutto il mercato azionario e, oggi, il 60% di tutte le azioni è nelle mani di soli 25 Fondi. I Fondi non producono beni, gestiscono il risparmio, investono in finanza. Sono diventati la cassa cui attinge una superclasse di imprese mondiali che presidiano un inedito momento produttivo centrale da cui dipendono non solo prodotti ma anche modelli di vita per miliardi di persone. Se nel lontano passato chi presidiava il momento produttivo centrale era il capitalismo del carbone e dell’acciaio (l’Europa Occidentale del dopoguerra, con la CECA, saggiamente regolamentò questo mercato) e, in seguito, chi decideva la politica di mercato era il cartello delle famose “cinque sorelle” del petrolio, oggi chi comanda sono le Corporation digitali, i soggetti di quella super classe. Tanto che, oggi, ben sette delle più importanti imprese del pianeta per fatturato sono giganti digitali come: AMAZON con Jeff Bezos che passa per essere l’uomo più ricco del mondo, GOOGLE, FACEBOOK, MICROSOFT, APPLE e le cinesi HUAWEY e ALIBABA. Questi soggetti si comportano come veri e propri stati sovrani (nel piccolo dell’Italia era la Fiat a comportarsi nello stesso modo) tanto che anche il prudentissimo Romano Prodi oggi arriva a dire che: «i giganti di Internet sono diventati i dominatori della scena mondiale con una capacità di influenza politica ed economica senza precedenti». E sono loro i portatori tanto di innovazione tecnologica quanto di innovazione sociale. E il mondo sta cambiando. L’innovazione tecnologica porta a macchine sofisticate che producono merci velocemente, sempre più velocemente, spendendo meno, sempre meno perché il lavoro dell’uomo tende ad essere assorbito dalla capacità evolutiva della macchina stessa. Ci può essere una macchina che costa 30 milioni controllata da un solo operatore che costa 1500 euro al mese che però, quando va in pensione, si porta via anche la sua esperienza e, quindi, anche quella esperienza viene tradotta in informazioni per la macchina stessa. Il sogno della borghesia di una fabbrica senza operai può diventare per davvero realtà: resta solo da domandarsi chi poi sarà nella condizione di comperare le merci prodotte da quella fabbrica. Finora questo nuovo macchinismo avanza senza trovare alcun contrasto anche perché viene supportato da una parallela innovazione sociale che si muove prevalentemente sul terreno della comunicazione e dell’intrattenimento. E, oltre a produrre bisogni indotti, si stanno producendo danni irrimediabili: chiudono le edicole (nessuno legge più i giornali), chiudono le librerie, chiudono i cinema, poi toccherà alle televisioni. Si sta affermando il pensiero unico e spegnendo il pensiero critico. Il tutto sta avvenendo, però, con un largo consenso di massa da parte di persone che, a miliardi, si sentono gratificate dall’apparire, comunicare compulsivamente, illudersi di partecipare, mentre di fatto queste persone sono diventate forza lavoro, non pagata ma pagante, per quei giganti. Paradossalmente siamo diventati noi i manovali digitali che costruiscono la domanda che poi viene soddisfatta dall’offerta dei giganti di Internet. L’analogia è forse troppo forte (me lo si dica) ma oggi l’umanità china sullo smartphone richiama i cinesi che la regina Vittoria mise in ginocchio imponendo loro l’oppio. Partì da allora, per la Cina, il secolo delle umiliazioni e ci vollero i comunisti per ridare dignità a quel grande popolo. È forse partito oggi un secolo delle umiliazioni per una umanità oppiata dalla tecnologia? Non lo so, so che dobbiamo porci almeno delle domande. La principale è questa: chi può controllare, per non subire, la doppia rivoluzione in corso? Se si ha a cuore la condizione dei lavoratori e se ancora si pensa che è la costruzione dei rapporti di forza che può cambiare i rapporti di produzione, non resta che ragionare su chi oggi può essere l’avanguardia di un moderno proletariato del digitale e non solo. Questo, ovviamente, se si vuole cambiare l’ordine delle cose esistenti, se non lo si vuole cambiare Marx non serve, c’è già Calenda (o Draghi). Domandiamoci allora chi possono essere oggi i soggetti propulsori del cambiamento, detto in metafora: dove si trovano oggi le moderne officine Putilov? Chi può essere oggi il battilastra così caro a Gramsci o chi sono oggi i nuovi operai elettromeccanici come quelli che suonarono la campana del risveglio nel 1960 per una classe sconfitta? In sintesi, cosa è oggi la classe operaia della quarta rivoluzione industriale, quella che cresce insieme con la borghesia digitale (e con quella analogica che non è scomparsa)? Sono del resto le stesse domande che dinnanzi alla terza rivoluzione industriale si pose, purtroppo isolato, Mario Tronti interrogandosi in “Operaio e capitale”. Si può azzardare una arbitraria composizione del proletariato in quattro blocchi. Il primo blocco è formato dagli ingegneri che oggi operano alla progettazione dei sistemi di intelligenza artificiale, robotica e ingegneria quantistica collocati in vere e proprie cittadine della ricerca popolate, negli USA come in Cina, da centinaia e centinaia di migliaia di questi tecnici, solo Google conta 200mila dipendenti. Tutti costoro studiano e sperimentano tecnologie, civili e militari, collocate a monte delle produzioni di beni materiali, in analogia con la fabbrica fordista che vedeva l’ufficio progetti collocarsi a monte, in stretta contiguità, con le linee dell’officina. In queste nuove città del sapere vive l’aristocrazia del digitale, orgogliosa delle proprie competenze. Esistesse un partito che sostiene un progetto di cambiamento, dovrebbe questo partito (che non c’è come non c’è un progetto) investire proprio sui soggetti di questo blocco, collegando il proprio futuro di partito a quello di questi soggetti che sono gli artefici della quarta rivoluzione. In verità anche in Italia esiste una realtà non irrilevante, come STMicroelectronics, che tra la Brianza e Catania occupa 10000 mila tra ingegneri e ricercatori e che, pur non potendo competere come massa critica con i giganti di USA e Cina, rappresenta il caposaldo italiano della rivoluzione in corso, oltretutto con un modello di economia mista che si dovrebbe replicare. Queste realtà sono nel mondo i laboratori in cui si decidono le politiche dei mercati operate dai soggetti di quella superclasse della borghesia che li impongono ai governi. Un’avanguardia degli interessi collettivi contrapposti è lì che si dovrebbe collocare. Qualcuno ci sta almeno pensando a questo domani? Il secondo blocco è costituito, insieme, dai nuovi lavoratori digitali e dalla tastiera lunga dei lavoratori che, lavorando ancora in interazione, possono essere tuttora considerati fordisti. Gli operai e i tecnici digitali hanno come colleghi i robot, gli uni e gli altri agli ordini degli algoritmi. Un sindacato calato nel cuore dei processi imporrebbe all’impresa prima la conoscenza poi la contrattazione degli algoritmi, che altro non sono che elaborati dell’uomo resi funzionali ai risultati che le proprietà vogliono raggiungere. Non c’è nessuna neutralità nell’algoritmo ma, se il sindacato è quello che Trentin ha descritto, la questione del controllo potrà porsi solo nel futuro. Poi ci sono gli operai fordisti che esistono ancora e sono molti dove il lavoro non è, del tutto o in parte, robotizzabile. Così come esistono ancora le grandi concentrazioni industriali – come l’ILVA, Leonardo, e i Cantieri Navali – che si sono ridotte in Italia ma mantenute in Germania, Corea del Sud, Cina e USA. Infine, ci sono le popolazioni dei lavoratori delle Poste, delle Ferrovie, degli Ospedali, degli Ipermercati, delle Amministrazioni (la più grande “fabbrica” della Lombardia è il Comune di Milano con ventimila dipendenti). Ma la massa dei lavoratori manifatturieri italiani si trova nella piccola e media industria dove, spesso, l’operaio lavora su una macchina singola il più delle volte connessa con una macchina capofiliera che si trova magari in Germania in un rapporto quindi di sub-fornitura. È del tutto evidente che l’Italia paga l’assenza di una propria politica industriale e oggi sia attestata nel campo della destra economica che, oltretutto, è largamente maggioranza anche nel centro sinistra politico. Come detto, possono far parte di questo secondo blocco anche i lavoratori delle città mercato che hanno scalzato i negozi di vicinato, come quelli delle banche, realtà queste dove l’innovazione progettata in quelle lontane cittadelle ha fatto sì che il lavoro alle casse del super e agli sportelli della banca sia sostituito dal lavoro gratuito imposto al cliente e all’utente, così la proprietà ci guadagna due volte liberandosi dei propri lavoratori sostituiti dal lavoro del cittadino: stiamo subendo l’egemonia del capitale, però non appare nessuna ribellione. Dentro questo blocco è cambiato certo il modo di operare ma permane ancora la centralità dell’uomo dentro i processi, ma diversamente da un tempo non lontano non è più in questo blocco che si decidono le politiche di mercato, ma è ancora in questo blocco che ancora esiste una moltitudine di operai e tecnici che però non ha riassunto una coscienza di classe. Il mercato ha colpito duro. Il terzo blocco è dato dai lavoratori dei servizi, la qualità dei quali è dettata dalla qualità che discende dall’industria, progettata nel primo blocco e tradotta in beni materiali nel secondo. C’è una presunta nobiltà nei servizi composta da quanti si auto considerano “capitalisti personali”, come ebbe  a definirli Aldo Bonomi, e sono i soggetti che operano nelle migliaia di Agenzie di supporto e consulenza specialistica alle imprese, mettendole anche in raccordo con il mondo del credito; o negli studi di ingegneria e architettura a contatto stretto con le istituzioni; o negli atelier degli stilisti della moda o infine,  nelle centinaia e centinaia di start up dove giovani creativi (quelli che non sono scappati all’estero) inventano iniziative utili e anche meno. Si potrebbe definire questa nobiltà dei servizi come una versione attualizzata dei vecchi ceti medi, pur permanendo su scala ridotta la versione antica degli stessi negli artigiani, nei bottegai e nei commercianti. Poi c’è il popolo immenso delle partite Iva che in larga misura è abbandonato a se stesso ma non esiste nessun Togliatti capace di lanciare un ponte verso questi soggetti. C’è, infine, un quarto e ultimo blocco che può essere decisivo nella costruzione di rapporti di forza, i soli che possono modificare i rapporti di produzione. Il quarto blocco si ravvisa laddove quel che è stato progettato e poi realizzato nei blocchi precedenti arriva sul territorio per essere destinato al cliente. È il blocco dei lavoratori assemblatori, della logistica, e del e-commerce. Tutti operano nel momento in cui le merci debbono essere consegnate velocemente, sempre più velocemente, tanto che i piazzali e i magazzini di stoccaggio non debbono più esistere, la produzione è just in fine, è il magazzino che deve correre in ferrovia o autostrada. Ma deve correre anche il lavoratore: il rider deve pedalare per consegnare la pizza, l’addetto di Amazon deve scivolare in monopattino seguendo gli ordini che l’algoritmo gli detta sul braccialetto elettronico, l’autista deve tenere premuto il piede sull’acceleratore. Oggi la distribuzione e la logistica sono i luoghi dello sfruttamento più intensivo però, ecco il punto, sono anche il nervo scoperto di tutto il ciclo di vita del prodotto quale esso sia, che non incontra avanguardie a contrasto laddove è progettato e nemmeno dove viene costruito, ma potrebbe incontrarle quando il prodotto deve essere consegnato nelle mani del cliente. In questo passaggio non c’è nessun robot che possa sostituire l’uomo. E l’uomo può, organizzandosi, rivendicare i diritti suoi e per tutta la filiera. Possono per davvero ritornare scenari inediti di lotta di classe. Si è detto che nessun robot, in questa fase terminale del ciclo di vita dei prodotti, possa sostituire l’uomo, ed è vero, ma altri uomini possono farlo e sono i soggetti dell’esercito di riserva dei disoccupati a loro volta incalzati dalla massa degli immigrati. Ma questa è un’altra storia in cui può esplodere il rancore sociale che si sta accumulando che, se non diretto, non porta al cambiamento dell’ordine delle cose esistenti. In sintesi, bisogna tornare a studiare con umiltà le connessioni tra lavoro e capitale e ritornare a guardarle con un autonomo punto di vista. Nel lontano 1987 Gianmario Cazzaniga così presentava il primo numero di “Marxismo Oggi”: «occorre un progetto di lavoro collettivo di analisi della società contemporanea senza timori per la pluralità dei linguaggi».  Ci mettessimo su questa strada non potremmo, ad esempio, non domandarci perché i famosi giganti di Internet, quella superclasse, stiano accumulando enormi profitti che consentono loro addirittura di progettare viaggi privati nello spazio, senza che nessuno dei governi che li ospitano imponga loro di pagare le tasse e anche di almeno stornare, far “sgocciolare”, parte di quegli utili sulle comunità e i loro bisogni, come diritto e non come beneficienza pelosa. I vecchi sindacalisti, quelli che facevano lotta di classe e non chiacchiera sui social, quando un padrone arrivava sul territorio trattavano a risarcimento l’“imponibile di manodopera”. Oggi i nuovi padroni fanno scorrerie su tutto il pianeta nell’indifferenza se non nell’ammirazione dei più: sono loro egemoni. Per concludere, è ancora utile la teoria marxiana delle classi? A ben vedere è lo stesso Marx che risponde, ed è il Marx visionario della critica all’economia politica, quello che dichiara come indispensabile coltivare un sapere sociale generale, che lui chiama “general intellect”. Ieri Gallino ricordava che la lotta di classe l’hanno vinta loro, Marx potrebbe aggiungere: “è vero, ma non è detta l’ultima parola”.