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Rimettere in fila le perle degli anni ‘60 e ‘70

per una nuova aurora

di Alberto Sgalla

docente di Diritto; scrittore

C’è il pericolo di rievocare con gusto crepuscolare i fuochi accesi negli anni ‘70, ormai spenti, che pur conducendo ad errori, ambiguità, inciampi, azioni entrate in una dimensione tragica, hanno animato un’ondata rivoluzionaria creativa, politica, esistenziale, dentro un formidabile intreccio di innovazione democratica, fervida progettualità, inquieto pensiero di ricerca e di sanguinosa repressione da parte degli apparati, palesi e occulti, dello Stato. Quei movimenti, sospesi tra progetto di trasformare in senso rivoluzionario lo sviluppo delle forze produttive, non lasciando al capitale il governo delle trasformazioni produttive e sociali (es. Medicina Democratica, Movimento dei Tecnici, Collettivi universitari, ecc.) e fughe controculturali (area dell’underground, creazione di società separate…), sono stati protagonisti di un massimo di conflitto, che ha coinciso in Italia con una stagione di dilatazione della sfera delle libertà e insieme di bisogno di un ordine comunitario di vita e di lavoro, espressione irriducibile della maturità raggiunta dalla lotta di classe.

S’allontana quel sapore “crepuscolare” se si torna a quell’ondata di movimenti per studiare i depositi alluvionali, che ha lasciato dietro di sé, ricchi di indicazioni per il presente e il futuro.

Gli anni ‘60 e ‘70, non solo in Europa, sono stati attraversati dalle lotte della “generazione della rivolta esistenziale” (A. Heller), movimenti di dissenso sociale per l’autodeterminazione esistenziale e politica a partire dal proprio quotidiano con la saldatura fra la liberazione di sé come condizione indispensabile per la liberazione di tutti e il tentativo di socializzazione dello sviluppo delle forze produttive dentro nuovi rapporti di produzione irriducibili al comando capitalistico.

Il terreno per quei movimenti è stato preparato anche dalla ricerca artistica degli anni ‘50 e ‘60 (informale, Arte concettuale, Arte povera…), un’arte militante attenta al “mondo della vita” nella sua materialità dotata di carica energetica per la liberazione estetica e il potenziamento di sé.

Preparato in Italia anche dalla neoavanguardia del Gruppo 63, grande officina di riviste e pubblicazioni. con l’emergere di una nuova generazione di poeti, scrittori, critici (Eco, Guglielmi, Anceschi, Barilli, Giuliani, Sanguineti, Balestrini, Pagliarani, Arbasino, Manganelli…) maturati in un intenso clima di sperimentazione. È stata rilanciata l’idea dell’avanguardia, che si leva contro la mercificazione estetica e l’arte come forma di dopolavoristico tempo libero dentro il tumulto violento del denaro, per produrre un’arte di stimolante concretezza, mezzo espressivo con contenuti di critica sociale, di contestazione dei significati precostituiti e di progettazione di nuovi significati.

Quei movimenti rivoluzionari hanno sviluppato politicamente quelle esperienze, elaborando una nuova estetica politica, consapevoli che le immagini avvolgono le soggettività come una coperta. Hanno demistificato la comunicazione massificata-omologante dei mass media, che spacciavano e spacciano immagini e messaggi come fatti di documentazione e testimonianza, cogliendo il ruolo strategico che l’immaginario svolge nella lotta di classe, “L’immaginario… è un grande lago sotterraneo, favoloso, in cui nuotano mostri e creature sottratti alla luce… alla prassi” (Francesco Dragosei).

 

 

 

Le idee

 

Situazionisti, Movimento Studentesco, Potere Operaio, Il Manifesto, Lotta continua, Avanguardia Operaia, Maoisti marxisti-leninisti, Autonomia Operaia,  dietro le definizioni dei tanti frammenti e percorsi organizzativi dei decenni ‘60 e ‘70 c’è la vita di centinaia di migliaia d’individui, che in quel tempo hanno, in una profonda esperienza collettiva gioiosa e drammatica, dato l’assalto al sistema di potere nella società capitalistica di massa, per trascendere la realtà dell’alienazione e della mercificazione e progettare un mondo di libertà, giustizia e potenza comunitaria. Contro quelle vite è stato mobilitato, in una grande alleanza, tutto il sistema dei partiti, dei mass media, degli apparati statali e del potere economico.

Nella vita di quelle centinaia di migliaia di persone è stato reimpostato il tema della barbarie di una società divisa in classi, in cui l’appartenenza ad una classe determina la possibilità di accesso alle risorse sociali. A fondamento delle analisi e delle lotte è stata posta l’idea marxiana delle classi costituite essenzialmente dalla posizione occupata all’interno dei rapporti di produzione e quella della sudditanza sociale ed economica ai capitalisti della classe politecnica del lavoro, ridotta a massa sradicata, priva di identità e sicurezza, la cui esistenza dipende dalle strategie lucrative della classe capitalistica, che ha forgiato una società le cui diseguaglianze sono l’esito del gioco libero e variabile del mercato, che crea una gerarchia basata sul controllo della ricchezza.

L’accento è stato posto sulla necessità di una potente “classe per sé”, sulla soggettività in lotta!

Quando il proletariato acquista la coscienza del proprio interesse oggettivo all’eliminazione della propria alienazione e del proprio sfruttamento e quindi della propria missione storica rivoluzionaria da classe esistente oggettivamente in sé, diventa “classe per sé”. È il tema della identità, della persistenza di sé al di là dei mutamenti. Concetto elaborato fin dalla più antica speculazione dei Greci, identità significa rimanere eguali a se stessi in momenti diversi, vuol dire che ogni elemento non può essere la negazione di se stesso (principio di non contraddizione). L’identità è la consapevolezza di sé, del complesso delle proprie esigenze e aspirazioni, la vera e più profonda natura di un soggetto (individuale o collettivo), è la risposta collettiva alla domanda chi siamo?

La condizione di salariato, venditore di forza-lavoro in perenne movimento sul mercato per sopravvivere, nega l’identità (individuale e collettiva), la complessa umanità del lavoratore.

La politica (liberale) in termini di interesse è stata contrapposta ad una politica (comunitaria) in termini di identità collettiva. La prima è un insieme di mezzi miranti al fine della soddisfazione di interessi dati, indipendentemente dalla politica. La seconda è un insieme di attori e di azioni che hanno a che vedere con la generazione di identità collettiva o comunità e quindi con la definizione degli interessi sulla base dell’identità collettiva generata dal riconoscimento di un noi. Per il secondo modello di politica un interesse ha senso solo se ne è definita un’interpretazione condivisa in una comunità e sono sociali quei beni il cui valore è condiviso da una comunità di valutanti.

I movimenti degli anni ‘60 e ‘70 hanno rilanciato e arricchito i frutti maturi della modernità, della rivoluzione umanistica e scientifica, della cultura rinascimentale, che avevano rifondato l’armonia della persona, l’unità classica dello spirito umano, sotto l’egemonia della ragione. Vediamo alcuni tratti del complesso laboratorio teorico di quei movimenti:

Fiducia nella ragione costruttiva e ordinatrice, forte e comune. Ottimismo sperimentale, per gestire, secondo verità e giustizia, un comune mondo di vita;

Scopo della società è la felicità comune (costituzione francese del 93), il realizzare se stessi in una comunità fraterna d’individui eguali, cooperanti, solleciti del bene comune. La felicità come “dolce fluire” e godimento della vita, esercizio armonioso delle qualità umane, non può esistere senza la solidarietà, che implica una comunanza, un condividere progetti, azioni, responsabilità, che nascono dal nesso inscindibile che lega le vicende degli individui e si fonda sulla coscienza di una reciproca appartenenza. La solidarietà d’interessi non può sussistere se non in una società di eguali;

Rielaborazione delle due nozioni classiche di vita, bios (Forma di vita, condotta umana orientata sull’idea di felicità) e zoé (quella intesa in senso biologico, comune a uomini e animali);

Rifondazione di un concetto di comunità, recuperando l’individuazione di Platone (ripresa da Marx) della connessione essenziale di giustizia, razionalità e comunità. Comunità vuol dire gruppo sociale unito da vincoli (politici, religiosi, etnici, territoriali, naturali) tali da formare un’unità riconoscibile. Ma la parola comunità presuppone anche relazioni che creano solidarietà d’intenti, di affetti, la partecipazione a qualcosa di comune (scopi, interessi, sentimenti), per cui il concetto di comunità si fonda su un’azione rispondente a una sostanziale identità (o convergenza) d’interessi, idee o sentimenti. La solidarietà, si svolge nell’essere-in-comune, con la coscienza di partecipare ai vincoli d’una comunità, condividendone le necessità, ed esprimendosi in iniziative di mutuo sostegno materiale e morale;

I benefici della sicurezza sociale, della pace, dell’elevazione intellettuale sono beni pubblici;

L’essere umano si perfeziona, arricchisce la propria natura, sviluppa le proprie capacità e risorse nel movimento dialettico della Storia, finalizzata a realizzare felicità, giustizia, libertà, tutti quei valori forti, non-negoziabili, a base non-proprietaria, che stabiliscono l’identità e l’integrità di una comunità politica. Valori possibili solo tramite l’appropriazione collettiva delle forze materiali da parte dei lavoratori organicamente uniti, valori che presuppongono la possibilità di padroneggiare le condizioni individuali e collettive di sviluppo umano.

 

 

 

Società capitalistica di massa o neocapitalismo

 

I movimenti degli anni ‘60 e ‘70 hanno colto la natura del capitalismo a loro contemporaneo, sono cresciuti sulla base dell’analisi dello sviluppo e del tramonto del neocapitalismo degli anni ‘60, connotato dall’estensione del dominio della fabbrica di tipo “fordista-taylorista”, la cui potenza poggiava sul controllo simultaneo della produzione e del consumo, mediante il quale regolava l’attività delle masse, della società, che viveva in funzione della fabbrica. L’industria culturale del neocapitalismo plasmava la società dello spettacolo, celebrava il mercato come meccanismo d’attribuzione della misura sociale del valore degli uomini, sulla base dei prezzi che i beni e le prestazioni vi ottengono, determinando rapporti sociali contingenti finalizzati da parte dei singoli al proprio utile.

Con l’estensione della fabbrica a tutte le attività sociali e l’appropriazione della forza produttiva sociale del lavoro e delle sue conoscenze, l’apparato produttivo era divenuto “totalitario”, determinando occupazioni, abilità, ma anche saperi, bisogni, aspirazioni, manipolando la psicologia delle masse per colonizzare le menti, presentare il capitale come organizzatore di ogni attività umana e far crescere consumatori-spettatori alla ricerca della propria anima nelle merci, come forma d’identificazione. La forma di merce assurgeva al ruolo di soggetto della vita sociale. strumento di mediazione tra gli individui. La pubblicità era già divenuta produzione sistematica di illusione (e di delusione), di competizione (e di sconfitta), di euforia (e di depressione).

I movimenti degli anni ‘60 e ‘70, dentro quei rapporti di forza sociali in cui il capitale diviene potenza viva in grado di esercitare comando con il controllo del “lavoro morto” (denaro, macchine) sul “lavoro vivo”, hanno combattuto la società-spettacolo del neocapitalismo, dei consumi di massa, smascherando la favola neocapitalistica della felicità consumista; il lavoro “fordista”, vissuto come estraneo, in quanto fonte di disumanizzazione, alienazione, perdita di sé e della ricchezza esistenziale; l’immiserimento simbolico, psicologico e affettivo prodotto dall’industria culturale tesa a ridurre il popolo a ridente pupazzo al lavoro; hanno combattuto per liberare tempo ed energie dal business, ridurre il tempo di lavoro necessario introducendo automatismi produttivi (in diverse riviste del movimento si vedeva già la tendenza alla robotizzazione e all’intelligenza artificiale), così da conquistare un’autonomia sociale e culturale, dove coltivare intelligenza, creatività, sensibilità, per il piacere, la qualità di vita, l’autorealizzazione umana.

Protagonisti di quelle lotte furono: (1) La figura dell’operaio-massa, operaio dequalificato ad alta produttività, intercambiabile, estraneo alla tradizione e alla strategia del PCI, frammentato, separato nel processo produttivo, divenuto “classe per sé” nella lotta contro il proprio lavoro privo di senso, il tempo di lavoro come espropriazione di vita, in una ricomposizione a partire dalla disumanizzazione prodotta dal comando capitalistico. L’alienazione subita viene rovesciata in estraneità creativa, sottrazione allo sfruttamento per far rifiorire la vita. Mentre il capitale assume la razionalità tecnico-scientifica a forma e strumento del proprio dominio, il lavoro vivo, con le sue relazioni sociali, si presenta come il vero soggetto del processo storico, il motore mobile del capitale.

(2) La figura del tecnico (i “camici bianchi”), gestore della meccanizzazione dell’attività economica nel suo complesso e del “cervello” dell’organizzazione d’impresa, le cui decisioni vengono prese “scientificamente”. Le lotte dei tecnici partono da un’analisi: la scienza è divenuta la base principale della produzione, insieme al lavoro coi suoi saperi che valorizzano il capitale, è anch’essa merce alienata fonte di accumulazione capitalistica. La via per tale analisi sta nella prefigurazione del noto passo del Capitale di Marx “la grande industria separa la scienza facendone una potenza produttiva indipendente dal lavoro e la costringe ad entrare al servizio del capitale”. Nel “Frammento sulle macchine” Marx sostiene che il lavoro scientifico si avvia a diventare la principale forza produttiva, con la decrescente importanza del tempo di lavoro parcellizzato e ripetitivo. Il General Intellect, oggettivato nel capitale fisso, controlla il processo vitale, anche produttivo ed è la premessa del comunismo. Il tempo liberato dal lavoro è una potenziale ricchezza (capacità d’inventare, di godere, ecc.), ma nel capitalismo si manifesta come disoccupazione strutturale indotta dagli investimenti.

Tecnici e operai insieme sono stati la soggettività strutturata all’attacco dell’organizzazione del lavoro nella sua apparente scientificità, al fine della riconquista della scienza da parte della soggettività operaia, dell’unificazione dell’essere umano sociale, dell’uso della scienza e della tecnica per liberare gli uomini dall’abbrutimento del lavoro-merce e ridurre la dipendenza della vita umana dal lavoro.

Viene posto in primo piano il lavoro scientifico generale, che ha bisogno di una società comunitaria. C’è un rovesciamento di prospettiva, la professionalità dev’essere non più strumento del padrone, ma a vantaggio dello sviluppo umano della comunità. La prospettiva è la cooperazione comunista della produzione della ricchezza, in cui ognuno dev’essere in grado di organizzare l’insieme delle proprie conoscenze e capacità contando su un appoggio universale dei suoi compagni.

 

 

 

Svolta del ‘68

 

Nel ‘68 la rivolta fu policentrica, attraversò paesi dell’Ovest e dell’Est, del Nord e del Sud, stabilendo canali di comunicazione culturale e politica tra situazioni sociali diverse, coniugando universalismo e particolarismo (es. specificità etniche, identità di classe, differenze sessuali), secondo il principio che “il tutto può essere compreso solo dalla parte” (M. Tronti), dalle esistenze reali contro l’omologazione imperialistica del mondo del lavoro astratto, identità vuota del tempo.

Vennero a sintetizzarsi differenti crisi sociali, incidendo in modo irreversibile sulla generazione dei codici delle relazioni sociali. Il ‘68 ebbe un fondamento umanistico e pose la questione della rivoluzione non a partire dalla penuria, dalla scarsità, ma dall’abbondanza di beni, chiamando alla necessità dell’azione contro la nuova miseria che depotenziava le qualità umane, la fabbrica del consenso dei mass-media e dell’istruzione, con un forte bisogno di secessione per un nuovo modo di vivere.

Con il rifiuto d’essere complici del proprio sfruttamento, servi felici, capitale umano disponibile, i movimenti hanno dato vita ad una globalità di nuovi processi di autodeterminazione e autovalorizzazione esistenziale e politica della soggettività, impegnando la pulsione di vita (eros) contro le strutture socio-economiche gerarchiche e autoritarie che umiliavano la forza vitale, la “volontà di potenza” di lavoratori, studenti, donne, per “la liberazione di sé come condizione indispensabile per la liberazione di tutti”, schierandosi anche con le lotte di liberazione nazionale nel mondo contro l’imperialismo come forma massima di dominio.

La concretezza dei bisogni dell’individuo sociale ricco si contrapponevano all’universo seriale, valorizzando le autonome capacità di cooperazione sociale, d’elaborazione condivisa di conoscenze.

I movimenti hanno registrato e interpretato l’emergere di bisogni umani maturi e complessi indotti dalle trasformazioni dei rapporti di classe nella società industriale e dalle lotte operaie e studentesche. Hanno mostrato come la stessa vita e il linguaggio cominciassero ad essere messi al lavoro; come andasse scomparendo ogni illusione di trovare una “giusta” misura dello sfruttamento; come il potere economico-mediatico determinasse i modi d’essere e di sentire (es. l’imperativo al godimento tramite le merci).

I movimenti hanno mostrato una fuga della soggettività dall’etica collettiva e sacrificale della fabbrica come modello di vita, per farsi produttrice di una nuova socialità produttiva e solidale. Questa soggettività in fuga si è presentata, negli anni ‘70, come “macchina di desiderio” (F. Guattari) e macchina di creazione estetica. Ha fatto dell’arte una pratica decisiva proprio per la sua marginalità rispetto ai prevalenti strumenti della comunicazione sociale. L’arte, che oggi, perduta l’idea di progresso insita nelle sue sperimentazioni, è condannata a una luccicante impotenza, è stata investita in quegli anni d’una funzione sociale, come ambito per l’esercizio della critica del linguaggio, per la creazione di nuovi modi di comunicare, per attivare esperienze estetiche aperte (happening, performances), coinvolgendo operatore e fruitore in una relazione espressiva. Ad esempio con l’“arte vitale”, la “body art” si è mirato all’effetto estetico non attraverso la contemplazione, ma la sollecitazione reale degli organi sensoriali per esperienze ad alta intensità, il farsi del corpo reale, non simulato e del suo plasmarsi estetico, s’è segnalato come baluardo della resistenza alla cattura da parte del mercato.

 

 

 

I depositi alluvionali sono fecondi

 

La decadenza del sistema dei partiti alla fine degli anni ‘80 e la fine della cd Prima Repubblica sono l’onda lunga del conflitto degli anni ‘70, che ha sconvolto l’assetto politico-economico italiano.

Il capitalismo, che, dagli anni ‘80 ad oggi, rimane indefinito, genericamente indicato come postindustriale, postfordista, postmoderno, viene, in gran parte degli studi, interpretato con gli strumenti analitici sorti nel laboratorio culturale, sociale e politico dei movimenti dei due decenni precedenti (es. la scuola dell’“operaismo” italiano), che aveva colto la trasformazione del rapporto tra sovranità politica e sfera economica, il legame tra informazione, comunicazione, sapere e produzione, la precarizzazione di massa, l’innovazione tecnologica come risposta al rifiuto del lavoro salariato e suo compimento. Con l’automazione delle fabbriche, l’informatizzazione del sociale, l’intelligenza artificiale, la robotizzazione (prodotti del rifiuto del lavoro-merce), si realizza il fine operaio della riduzione del lavoro necessario, ma queste innovazioni sono state finalizzate al dominio e al profitto, non all’utilità sociale.

Già negli anni ‘70 era stato studiato il capitalismo post, il cui modo di produzione non era più dominato da forme di accumulazione verticalmente integrate e di distribuzione del reddito contrattate tra rappresentanze collettive, con la mediazione dello Stato, ma da forme di accumulazione flessibili, capaci di mettere in rete modi, luoghi, soggetti di produzione molto diversi, dalla fabbrica robotizzata ai templi della finanza globale. Negli anni ‘70 era già stata definita la nuova composizione di classe, a partire da quei lavoratori cognitivi, flessibili, sempre instabili come nomadi, naufraghi, impotenti, vita nuda, che non riesce a divenire classe per sé. I lavoratori flessibili, privati di una comunità, sottoposti a costante accelerazione, non possono più condividere incertezze, rischi, paure, “ognuno col suo viaggio, ognuno diverso, in fondo perso dietro i fatti suoi…”.

Biopolitica, Articolazione microfisica dei poteri, Postfordismo, Postmoderno, Postverità, Società liquida, Economia dei Beni Comuni, ecc., sono categorie analitiche sorte da quei depositi.

Ad esempio, il capitalismo post ha de-territorializzato il capitale reale, assimilato al capitale finanziario che è dappertutto e in nessun luogo, ha riprogrammato i vettori della sua azione accumulativa in senso biopolitico, ha prodotto nell’individuo identità multiple, cioè una sindrome psichiatrica, ha sfruttato il lavoro socialmente diffuso ed espropriato i suoi saperi spontanei, ha accentuato il processo di estetizzazione, ha fatto dell’immagine e dell’immaginario il proprio motore. La società è presentata come somma di singolarità ciniche e opportuniste, che s’aggirano in una fantasmagoria colorata dall’ossessione della gara nel mercato; singolarità euforiche e competitive in spazi privati, in una continua erranza coatta. Niente è più antagonistico, tutto è plurale, disperso in una molteplicità incoerente, sotto il dominio unico del capitale sui modi d’essere e di sentire.

Nel giugno del 2013, presso il Castello di Rivoli, si è tenuta la mostra Disobedience Archive (The Republic), curata da Marco Scotini, che ha proposto una ricomposizione delle mobilitazioni collettive degli anni ‘70, che avevano avuto un dispiegamento molecolare.

La mostra si è presentata come un insieme di narrazioni visive e teoriche concernenti “la disobbedienza come una delle belle arti”. Erano materiali e video di sperimentazione linguistica, politica, difficili da conservare, che mostravano azioni di contrasto relative a diversi ambiti di vita, il corpo, il cibo, il lavoro, lo spazio pubblico… perché, oggi che il tempo della vita coincide con il tempo della produzione di profitto, la posta in gioco è la vita, come diceva Foucault.

La mostra ha documentato la messa al lavoro integrale del corpo e dell’anima, del linguaggio e delle emozioni, già rivelata dai movimenti prima e dopo il ‘68.

Disobedience ha tenuto insieme differenti piani d’azione, concatenazioni fra modi di desiderare, “modi d’essere contro” l’esercizio del potere del biocapitalismo, la produzione di soggetti mercificati e di merci soggettivizzate. Una grande sala era dedicata al laboratorio italiano degli anni ‘70 (radio libere, pratiche di controinformazione; grafica militante per riviste come Quindici, Potere Operaio, Il Manifesto; film come Lotte in Italia di Godard, critica d’arte, letteratura, le animazioni di strada di Gilardi, decostruzioni delle immagini, il Living Theatre…). Si è voluto mostrare il carattere mediatizzato della storia trattata come un problema di politiche della rappresentazione e riappropriarsi dell’esperienza im-mediata, della verità della propria presenza nella storia. In scena era l’intelligenza del movimento, che traeva la propria legittimazione dalla giusta interpretazione delle forme del potere e della creatività comune e desiderava la bellezza come ordine razionale (piacere dei sensi e insieme piacere intellettuale).

I depositi alluvionali dell’ondata di lotte e pensiero degli anni ‘60 e ‘70 sono un archivio d’immaginari, di modi di vivere, di produrre, d’apprendere, d’autorappresentarsi e di valorizzarsi, che, dal 1977 in poi, sono di singolarità moltiplicate senza ricomporsi, di una classe del lavoro che incarna una promessa di potenza e felicità comuni, che hanno subìto profonde trasformazioni nel capitalismo postfordista (sussunzione reale della società sotto il capitale).

Centrale è in quegli archivi il tema della ribellione. La Storia insegna che la resistenza contro poteri iniqui e vessatori non è solo un diritto, ma anche un obbligo morale. Oggi le forme di resistenza dovrebbero riguardare il dispotismo che impone l’adesione soggettiva alla servitù del lavoro, ad un capitale che produce e vende forme di soggettività, e riprende l’uso della guerra come strumento della politica.

Le lotte degli anni ‘70 erano della soggettività, che, per realizzare la propria integrità-pienezza, voleva liberarsi del proprio essere parte del capitale e costruire una comunità della creazione, del desiderio e della conoscenza. Oggi quella soggettività, sotto la dittatura del mercato, è imprigionata nelle deboli singolarità, iperconnesse nel mondo virtuale, del lavoro flessibile, autonomo, cognitivo, precario, alla ricerca di illusorie oasi nel deserto.