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Radicarsi nella classe operaia e lavoratrice!

di Rolando Giai-Levra

Direttore della rivista on line “Gramsci oggi”

Segretario della Federazione di Milano del PCI

La perdita dei riferimenti di classe

 

Insieme alla data del prossimo 21 gennaio 2021, ricorrenza del Centesimo Anniversario della storica fondazione del Partito Comunista d’Italia, dovrà essere ricordata anche la data del suo scioglimento avvenuto il 3 febbraio 1991 con la nascita del PDS nel XX° Congresso a Rimini. Una decisione che era stata anticipata dai socialdemocratici Napolitano in un dibattito radiofonico su “Radio anch'io” il 12 febbraio 1989, poi Occhetto con la “svolta della Bolognina” nel 1989, infine decretata nel XIX° Congresso straordinario nel 1990 a Bologna. In tre anni è stato distrutto un patrimonio politico nazionale di 70 anni di storia comunista del proletariato italiano, per opera della corrente socialdemocratica che si era annidata da lungo tempo all’interno del P.C.I. e che ha sgretolato lentamente le fondamenta del più grande Partito Comunista dell’occidente. Tutti gli spazi sociali egemonizzati dal P.C.I., sono stati occupati velocemente dagli agenti della borghesia in svariate forme e la prima conseguenza immediata di quel drammatico fatto è stato il disorientamento generale che ha investito tutta la classe lavoratrice italiana e il 1.264.790 di iscritte/i che nel 1990 erano ancora tesserate/i. Di questi, una parte ancora fiduciosa nei confronti del gruppo dirigente ha continuato la sua permanenza passiva ed acritica nelle formazioni politiche che si sono susseguite dal PDS ai DS, riducendosi di numero fino al PD. Una seconda parte era costituita da fuoriuscite/i che si sono dileguate/i nella società; mentre, una terza parte, ha dato vita al MRC (Movimento per la Rifondazione Comunista), da cui nacque il PRC e in cui confluirono anche tutti gli ex gruppetti della sinistra extra-parlamentare anti-P.C.I. degli anni ’60/’70, compreso quelli della “IVa Internazionale”. Un partito molto eterogeneo e ideologicamente assai debole, in cui non tardarono a formarsi diverse correnti che diedero vita a loro volta a continue scissioni fino ad arrivare agli attuali partitini e gruppetti del tutto innocui e non in grado di dare una forte risposta unitaria di classe alla potente offensiva in atto del grande capitale contro la classe lavoratrice.

Nel triennio che ha portato il P.C.I. allo scioglimento, contemporaneamente avvennero altri fatti altrettanto gravi per il proletariato italiano nelle organizzazioni di massa più grandi del paese, come la CGIL e il Movimento dei Consigli di Fabbrica, in cui il P.C.I. era fortemente presente come componente maggioritaria e determinante nelle scelte politiche di entrambe le organizzazioni. Il segretario nazionale della CGIL Bruno Trentin (dell’area socialdemocratica, membro del C.C. del P.C.I. e poi del PDS) si rese responsabile di scelte e decisioni gravissime: 1)- A seguito delle decisioni del XIX° Congresso del P.C.I., in accordo con la componente del P.S.I. di Craxi, dichiarò unilateralmente sciolta la Componente Comunista in CGIL nel suo XII° Congresso nel 1991; 2)- Nel marzo del 1991, la CGIL in accordo con CISL-UIL e senza alcun mandato della base, viene presa la gravissima decisione verticistica di sciogliere i Consigli di Fabbrica (C.d.F.) per sostituirli con le Rappresentanze Sindacali Unitarie (R.S.U.); 3)- Sempre nel XII° Congresso Nazionale della CGIL Trentin compie un ulteriore svolta di stampo tradunionista per trasformare la CGIL da sindacato di classe in quello dei “diritti della persona” come soggetto individuale nel lavoro. Praticamente, un’azione politica di natura strategica, fatta congiuntamente dai riformisti nel P.C.I. e nella CGIL, per giungere alla spaccatura della classe operaia, dei comunisti e di tutta la sinistra per ingabbiare le/i lavoratrici/ori nei confini del capitalismo.

Tutto è avvenuto e si è concentrato all’interno di questo triennio nero e oggi, dopo ca. 30 anni siamo qui a chiederci ancora da dove cominciare e dove piantare di nuovo il seme del Comunismo? Come ricostruire il radicamento di classe oggi? I partiti e i gruppi che oggi fanno riferimento al comunismo, si trovano in una condizione di totale distacco dalle masse lavoratrici e popolari del Paese. Con una metafora, sembrano tante barchette poco e male attrezzate, con improvvisati capi-barca ed equipaggi ridotti al lumicino, del tutto spaesati e senza bussola, che hanno la presunzione di voler affrontare un oceano in tempesta. Perciò, da dove iniziare? considerando la loro assenza pressoché totale in fabbrica e nei territori, concentrerò le mie riflessioni su alcuni problemi che riguardano essenzialmente il tema del radicamento sociale a cominciare dai luoghi di lavoro e di produzione come base materiale indispensabile per l’Unità della classe lavoratrice, per l’”Unità delle/dei Comuniste/i” e per la ricostruzione di un unico Partito Comunista.

 

 

 

La base sociale dell’Organizzazione Comunista

 

Dalla fondazione del P.C.d’I. fino agli anni ’70, la centralità operaia e della fabbrica, rappresentava il punto di riferimento di classe per i comunisti e per gli stessi movimenti di lotta delle masse lavoratrici, popolari e studentesche protagoniste nella società. Contro questi riferimenti di classe, la componente riformista socialdemocratica interna al P.C.I. sostenuta dai vertici della CGIL e del PSI, aveva avviato fin dalla metà degli anni ’70, una politica di sacrifici che è stata interamente riversata soltanto sulle/sui lavoratrici/ori. Una controffensiva culturale per sostituire valori e riferimenti di classe con altre non ben definite “centralità” allo scopo di distogliere l’attenzione dalla classe lavoratrice. Sono state inventate “nuove” figure professionali emergenti sotto la veste del “ceto medio”, a cui ci si doveva riferire in alternativa alla classe operaia e lavoratrice che veniva data ormai per spacciata. Per tutto il 1977 Enrico Berlinguer teorizzò la collaborazione con la DC per giungere al governo e nel gennaio del 1978 in un'assemblea nell'EUR a Roma, il socialdermocratico Lama Segretario Generale della CGIL (membro del C.C. del P.C.I.) indicò una politica di pesanti sacrifici per sanare l'economia italiana, con la famigerata dichiarazione che “il salario non era più una variabile indipendente”. L’anno successivo con un documento unitario al convegno di Montesilvano (PE), CGIL-CISL-UIL decidono di imbrigliare l’autonomia di classe dei Consigli di Fabbrica, per trasformarle in strutture di base della Federazione Unitaria Sindacale. Il passo è stato breve per orientare l’attenzione verso la “centralità dell’impresa” fino ad arrivare ai giorni nostri con la “centralità del mercato”. Intanto, era in una fase di sviluppo la grande sconfitta che mise in ginocchio i lavoratori della Fiat nel 1980 ed insieme a loro l’intera classe operaia italiana, umiliata dalla manifestazione dei 40.000 (in realtà meno di 20.000) (http://www.mirafiori-accordielotte.org/), finanziata da Agnelli e sostenuta politicamente da tutte le forze socialiste, socialdemocratiche (comprese quelle interne al P.C.I.), democristiane, liberali e fasciste (M.S.I.). Le conseguenze di quelle scelte e di quei processi sono sulla pelle di tutte/i le/i lavoratrici/ori: un proletariato massacrato con salari e pensioni fra i più bassi d’Europa - una disoccupazione e un precariato fra i più alti – una controriforma delle pensioni (Fornero) che ha portato l’età pensionabile a superare la Germania e la Francia – salari e retribuzioni tassate fra le più alte - continui tagli alla sanità, alla scuola, ai trasporti – l’attacco ai diritti e alla democrazia sul lavoro concluso con la decisione finale del “Jobs Act” di Renzi contro l’articolo 18 per scardinare lo Statuto dei diritti dei Lavoratori, ecc. Questo è il risultato in cui ci ha portato il riformismo nel nostro paese.

In questa fase, il capitalismo sta attraversando, come non mai, una profonda crisi strutturale, che non è in grado di risolvere e si dibatte come un animale ferito riversando la sua crisi sulle/sui lavoratrici/ori divise/i in tante sotto-forme “contrattuali” flessibili e ricattatorie che negano la democrazia e i diritti più elementari sul lavoro. La tecnologia introdotta nella catena di montaggio ha sostituito diversi lavori nocivi e in parte anche alcune mansioni ripetitive e noiose che hanno ridotto il numero di operazioni necessarie alla produzione di alcune merci, che prima venivano svolte da operaie/i. Non è scomparsa la catena di montaggio, né tanto meno la classe operaia senza la quale il capitalismo non potrebbe sopravvivere; perché, è necessario lo sfruttamento della forza-lavoro per produrre profitto. Hanno fatto credere che la diminuzione delle cosiddette “tute blu”, ovvero la figura del cosiddetto “operaio massa” della catena di montaggio è stata sostituita da altre categorie. Un’operazione sostenuta dai mezzi di comunicazione di massa per nascondere lo sfruttamento del lavoro salariato, che oggi più che mai avviene attraverso il prolungamento della giornata lavorativa e la crescita del lavoro precario che si stanno generalizzando come nuovi processi di proletarizzazione di massa innescati dalla crisi strutturale del capitalismo e così vengono buttati sul lastrico interi settori di piccola borghesia, che fanno crescere inevitabilmente il proletariato. Tali processi di proletarizzazione estendono la funzione e la figura dell’operaio salariato a tante altre categorie che in passato erano considerate “privilegiate” (impiegati, tecnici, quadri, dirigenti, settori di piccola borghesia, piccoli negozianti, ecc.). Torna alla mente, l’attualissima citazione del Manifesto: “[…] La borghesia ha spogliato della loro aureola tutte quelle attività che per l’innanzi erano considerate degne di venerazione e di rispetto. Ha trasformato il medico, il giurista, il prete, il poeta, lo scienziato in suoi operai salariati. […]”.

 

 

 

Riappropriarsi dei riferimenti e degli strumenti di classe

 

Le/i comuniste/i, paradossalmente, si trovano di fronte al dilemma di dover riscoprire nuovamente l’esistenza della classe operaia e lavoratrice. Da quando è stato sciolto il P.C.I. e distrutta sua egemonia culturale e politica, le masse lavoratrici sono rimaste in balia di se stesse, abbandonate, senza il loro Partito Politico e quindi senza più alcun orientamento strategico. Su questo terreno sono state sguinzagliate bande di “intellettuali” pennivendole in odore di arrivismo e carrierismo per teorizzare le più false nefandezze teoriche sulla presunta estinzione della classe operaia. Hanno agito vigliaccamente sulla divisione e sul disorientamento dei lavoratori, sulla caduta della loro combattività, sullo stato di ricatto padronale in cui si trovano, per sostenere che non c’è più la classe operaia e lavoratrice. Con questo bombardamento ideologico, anche la sinistra e una parte dei comunisti sono stati coinvolti al punto di assuefarsi a questa onda che ha fatto perdere qualsiasi riferimento di classe, per abbracciare ciò che la piccola-borghesia ha imposto con i cosiddetti “diritti civili” e le problematiche “ambientaliste”, “femministe”, “giovaniliste”, ecc. come obiettivi prioritari rispetto all’organizzazione comunista nei luoghi di lavoro e di produzione. Ed ecco che la sinistra e i comunisti, nel totale disorientamento, si trovano nel bel mezzo dell’oceano in tempesta di cui sopra, senza bussola e senza sapere cosa fare e dove andare.

Quale strada imboccare? In apparenza può sembrare una domanda banale, la cui risposta potrebbe essere del tutto prevedibile. Ma, non è così! Basterebbe ricordare i fatti avvenuti in questi ultimi decenni per comprendere l’ondata di degrado e povertà ideologica che ha investito tutta la sinistra e in parte i comunisti rimasti imbrigliati nella rete del “nuovismo” riformista, con cui sono stati rottamati simboli, nomi, colori, riferimenti storici, ecc. del comunismo puntualmente classificati “vecchi”, per sostituirli con generiche forme senza identità di classe, pennellate di ambientalismo, femminismo o giovanilismo con simboli e nomi di piante con svariati colori, ecc., che non hanno portato ad alcun risultato; ma, hanno avuto soltanto il “pregio” di accelerare l’allontanamento dalle masse lavoratrici e popolari. Per quella parte di comuniste/i non coinvolte/i da queste logiche, il terreno su cui lavorare è rimasto lo stesso per rendere nuovamente visibili tutti i riferimenti di classe, che da lungo tempo sono stati messi in soffitta e nel dimenticatoio. Il soggetto con una tuta blu piuttosto che una verde oppure con un camicie bianco, inquadrato in un contratto a tempo indeterminato, determinato o precario, che lavora in una grande, media o piccola azienda, è sempre un operaio che svolge la sua funzione di produttore di merci all’interno degli stessi rapporti di produzione capitalistici. Nel rapporto che intercorre tra le forze-lavoro produttive, i mezzi produttivi di proprietà del capitalista e le merci prodotte che quest’ultimo si impadronisce. Ma, allora, c’è o non c’è la classe che unisce tutti questi soggetti nei loro comuni interessi?  L’evidenza della consistenza di questa classe, può variare secondo il grado di sviluppo del capitale in ogni singolo paese ed è suffragata da dati statistici inequivocabili in ogni parte del mondo, che soltanto dei torvi pseudo intellettuali non vogliono vedere.

In Italia, i dati ISTAT ci dicono che nel 1969 le/i lavoratrici/ori dipendenti occupati nell’industria, agricoltura e commercio erano 19.209.000 (36%) su una popolazione di 53.390.000. A 50 anni di distanza, nel 2019, le/i lavoratrici/ori dipendenti occupati erano 23.360.000 (39%) su una popolazione di 60.357.000 di cui 8.538.000 di operai in produzione, 7.753.000 tra impiegati, tecnici, magazzinieri, ecc., 3.371.000 di autonomi, poi tutto il resto di altre categorie decisamente minori come dirigenti, quadri, autonomi con dipendenti, artigiani con dipendenti, ecc. Nei 28 paesi dell’U.E., l’EUROSTAT ci dice che nel 2000 c’erano 194.000.000 di lavoratori dipendenti (45%) su una popolazione di 428.473.834. Nel 2019 c’erano 221.000.000 di lavoratori dipendenti (49%) su una popolazione di 446.824.564. Nel mondo, l’ILO ci dice che nel 2000 la forza-lavoro articolata in tutte le sue attività produttive e lavorative era composta da 2.777miliardi di salariati di cui occupati 2.625miliardi e disoccupati 152milioni di lavoratori, su una popolazione mondiale di 6.070miliardi. Nel 2019 la forza-lavoro in tutte le sue attività lavorative era composta da 3.511miliardi di salariati di cui occupati 3.337miliardi e disoccupati 174milioni di lavoratori, su una popolazione mondiale di 7.789miliardi.

Questi numeri si commentano da soli e la loro oggettività sgombera il campo da qualsiasi ambiguità teorica sulla presenza della classe lavoratrice in tutto il mondo. All’interno di questo quadro, un solo esempio ci aiuterà a fotografare meglio la realtà della classe. La FIAT che non è l’ultima azienda in termini di innovazioni tecnologiche resta ancora uno dei più grandi gruppi industriali del paese, nonché una delle più grandi multinazionali che con la fusione con Chrysler (FCA-Fiat Crysler Automobile) e la fusione con PSA (PSA-gruppo composto da Peugeot s.a., Citroën, DS, Opel, Vauxhall Motors, Stato Francese e Dongfeng Motors che è la seconda più grande azienda automobilistica della R.P.C.), è diventata il 4° gruppo automobilistico nel mondo. Basta ricordare che la ex FIAT nel 1901 occupava 150 dipendenti con una produzione di 73 autovetture, nel 1944/45 è passata a 48.342 dipendenti (Duccio Bigazzi-“la grande fabbrica…”-Feltrinelli). Questo colosso, nel 2010 è passato ad una produzione di ca. 2.500.000 di autoveicoli con 199.924 dipendenti di cui 136.438 operai in produzione e 58.042 impiegati (81.353 in Italia) (FIAT-Relazione a 31.12.2010). Il dato che sorprende è la crescita degli operai che rappresentano circa il 70% del totale dei dipendenti FIAT.

Tutte le tecniche che sono subentrate nell’organizzazione del lavoro e della produzione, in realtà, sono servite soltanto a raffinare i meccanismi dello sfruttamento del capitale; ma, non hanno modificato l’essenza della contraddizione capitale-lavoro ed i ruoli del capitalista e dell’operaio nel conflitto di classe tra borghesia e proletariato. Su questa base materiale vanno tenuti presenti due aspetti essenziali incarnati nella forza-lavoro di ogni singolo operaio: la condizione del salariato e quella del produttore. Da questa duplice caratteristica discendono due modalità di intervento politico con relative forme organizzative che sono sostanzialmente differenti l’una dall’altra. La prima ha un carattere relativo alla lotta di resistenza contro lo sfruttamento che richiede per l’appunto la forma organizzativa Sindacale, per coordinare l’esercito dei salariati; la seconda ha un carattere relativo al controllo e alla gestione del lavoro e della produzione che richiede la forma Consiliare. La costruzione dei C.d.F. la cui natura è politica, non compete al sindacato; ma, rientra esclusivamente nella volontà della classe operaia e nelle competenze del suo Partito Politico, che all’interno di tale processo ha bisogno di consolidare la sua organizzazione con lo strumento più idoneo in fabbrica: la Cellula Comunista.

 

 

 

l’Organizzazione Comunista nei luoghi di lavoro e di produzione

 

Ed ecco, che siamo giunti sul terreno di classe in cui operare. Con quale approccio ideologico le/i comuniste/i devono inserirsi in questo terreno?

1°- Il partito deve essere considerato una parte della classe operaia, ovvero il suo reparto d’avanguardia, come ci hanno ben spiegato Lenin e Gramsci. Qualsiasi altra forma di partito, pur dichiarando di voler rappresentare i lavoratori (tipico del riformismo e del massimalismo) è destinata al fallimento. Gramsci diceva che “[…] è da respingere energicamente, come controrivoluzionaria, ogni concezione che faccia del partito una «sintesi» di elementi eterogenei, invece di sostenere senza concessioni di sorta che esso è una parte del proletariato, che il proletariato deve dargli la impronta della organizzazione che gli è propria e che al proletariato deve essere garantita nel partito stesso una funzione direttiva. […]”. E ancora “[…] Noi affermiamo che la capacità di dirigere la classe è in relazione non al fatto che il partito si «proclami» l'organo rivoluzionario di essa, ma al fatto che esso «effettivamente» riesca, come una parte della classe operaia, a collegarsi con tutte le sezioni della classe stessa e a imprimere alla massa un movimento nella direzione desiderata e favorita dalle condizioni oggettive. […]” (III° Congresso del Partito comunista italiano-Lione 1926).

2°- Le cellule nei luoghi di lavoro e di produzione rappresentano l’organizzazione base del Partito e da cui i riformisti e i massimalisti si sono sempre discostati riducendo l’alto significato politico-organizzativo di queste strutture in semplici elementi tecnici. Gramsci ci dice che “[…] La quistione delle cellule è certamente anche un problema tecnico di organizzazione generale del Partito, ma prima di tutto, essa è una quistione politica. La quistione delle cellule è la quistione della direzione delle masse, cioè della preparazione della dittatura proletaria, è la migliore soluzione tecnica organizzativa della quistione fondamentale della nostra epoca[…]Opporsi alla organizzazione del Partito per cellula, significa solo essere ancora legati alle vecchie concezioni socialdemocratiche, significa trovarsi realmente in un terreno di destra, cioè in un terreno nel quale non si vuole lottare contro la socialdemocrazia»[…]” (A.G.-“L'organizzazione base del Partito”-L'Unità, 15.08.1925).

Proseguendo la sua polemica con Bordiga su alcune questioni dell’Internazionale Comunista, precisamente sulla costruzione delle cellule, Gramsci ha scritto “[…] Nelle Tesi sui compiti del Partito comunista nella Rivoluzione proletaria al paragrafo 18 si dice: «Base di tutta l'attività organizzatrice del Partito comunista deve essere dappertutto la creazione di una cellula comunista; e ciò, anche se talora sia molto piccolo il numero dei proletari e semi proletari. In ogni Soviet, in ogni sindacato, in ogni cooperativa di consumo, in ogni azienda, in ogni Consiglio di inquilini, dovunque si trovino foss'anche tre soli uomini, che si adoperano per il comunismo, si deve immediatamente fondare una cellula comunista. Solo la compattezza dei comunisti dà all'avanguardia della classe operaia la possibilità di condurre dietro a sé l'intera classe operaia. […]»” (A.G.-“L'organizzazione per cellule”-L'Unità, 29.07.1925). Le cellule, quindi, rappresentano le strutture fondamentali più idonee con cui un Partito Comunista articola la sua linea politica e l’a sua organizzazione per radicarsi nella classe lavoratrice. I due punti sopra citati rappresentano due questioni essenziali che fanno la differenza di classe tra un Partito Comunista e i partiti riformisti e massimalisti. Gramsci sosteneva che la classe operaia era ancora divisa “[…] perché sopra una parte di essa operano in misura piú o meno vasta le tendenze pacifiste piccolo-borghesi, democratiche, riformiste: […]” precisando che “[…] lo stesso massimalismo non è altro che riformismo pratico. […]” (A.G.-“Opportunismo e fronte unico”-L'Unità, 29.10.1925).

Le tre forme organizzative fin qui individuate: Sindacato, Consiglio di Fabbrica, Cellula Comunista, sono strettamente connesse al tema del radicamento delle/dei comuniste/i nella classe e della democrazia operaia in fabbrica. Le tre forme, hanno una base materiale sociale comune che è costituita da l’intera classe lavoratrice che resta il riferimento centrale su cui poter avviare un vero processo di ”Unità delle/dei Comuniste/i”, la cui buona riuscita dipenderà molto dal modo con cui intervenire per organizzarsi in fabbrica e nel sindacato. Sotto questo aspetto non c’è nulla da inventarsi; ma, soltanto ricostruire ciò che è stato distrutto dalla borghesia tramite le sue componenti socialdemocratiche. Partendo da questo presupposto che le/i comuniste/i potranno ridare piena visibilità all’esistenza della classe operaia e a se stessi, anche se non sarà facile; perché, le difficoltà da affrontare sono tante a cominciare dalle ambiguità ideologiche e politiche che dovranno essere rimosse per ripulire il terreno da tutte quelle “novità” degenerative. La Cellula Comunista è sempre stata la base fondamentale della vita politica ed organizzativa del P.C.I. ad esclusione dei suoi ultimi anni. Da allora nessun altro statuto ha reintrodotto gli articoli relativi alla costruzione delle cellule se non soltanto per qualche timido accenno. Gramsci ha scritto che la cellula “[…]In prima linea è un problema politico: quello della base della organizzazione. La organizzazione del partito deve essere costruita sulla base della produzione e quindi del luogo di lavoro (cellule). Questo principio è essenziale per la creazione di un partito «bolscevico». Esso dipende dal fatto che il partito deve essere attrezzato per dirigere il movimento di massa della classe operaia, la quale viene naturalmente unificata dallo sviluppo del capitalismo secondo il processo della produzione. Ponendo la base organizzativa nel luogo della produzione il partito compie un atto di scelta della classe sulla quale esso si basa. Esso proclama di essere un partito di classe e il partito di una sola classe, la classe operaia. […]” (III° Congresso del Partito comunista italiano-Lione 1926).

 

 

 

Il radicamento nelle organizzazioni di massa

 

Ovviamente, il Sindacato è la prima e più importante forma di organizzazione di massa ed è fondamentale per la stessa organizzazione comunista. Tale questione deve essere affrontata dai comunisti con coerenza e in modo univoco per giungere ad elaborare un unico indirizzo di classe all’interno dell’intero movimento sindacale. Naturalmente, in fabbrica, l’articolazione di una linea politica attraversa tre livelli ed è differente tra un Partito Comunista, un Sindacato e gli organismi interni per il controllo e la gestione del lavoro e della produzione in fabbrica. Il sindacato organizza la resistenza allo sfruttamento del capitale e la difesa delle condizioni materiali dei lavoratori, ovvero è lo strumento finalizzato a vendere al capitalista, la forza-lavoro al prezzo più alto (anche se non è sempre così). Il Partito svolge la funzione strategica di guida politica della classe per fuoriuscire dal capitalismo e per la costruzione del socialismo. Gli organismi consiliari devono esercitare il controllo e la gestione operaia sul lavoro e la produzione, come base di classe di un futuro stato socialista. Gli ultimi 30 anni invece sono stati segnati da un’enorme confusione tra le varie realtà organizzative determinate dalla fallimentare esperienza del PRC guidato da Bertinotti che ha fatto perdere anche quel poco di radicamento in fabbrica che le/i comuniste/i avevano ereditato dallo scioglimento del P.C.I. È bene ricordare che da quel momento in tutta la sinistra; ma, anche tra le/gli stesse/i comuniste/i non c’è stata più alcuna omogeneità e univocità di indirizzi nel movimento sindacale. L’assenza di una presenza organizzata dei comunisti con una vera e propria componente coordinata dentro il sindacato ha favorito soltanto il consolidarsi dell’egemonia del riformismo nella maggioranza della CGIL e lasciato campo libero alle concezioni piccolo borghesi delle correnti demoproletarie. Tale condizione ha portato la CGIL, per le sue grandi dimensioni, a diventare una superstruttura che a volte è entrata in rotta di collisione con la sua stessa natura sindacale e spesso agendo come un partito politico abdicando, così, al ruolo e alla funzione che compete alla sua natura associativa. Gramsci dice: “[…] La natura essenziale del sindacato è concorrentista, non è comunista. Il sindacato non può essere strumento di rinnovazione radicale della società: esso può offrire al proletariato dei provetti burocrati, degli esperti tecnici in quistioni industriali d’indole generale, non può essere la base del potere proletario. […]” (A.G.-“Sindacati e Consigli”-L’Ordine Nuovo, 11.10.1919).

Staccare l’organizzazione sindacale dall’egemonia culturale socialdemocratica, rappresenta uno dei compiti fondamentali per le/i comuniste/i e che può essere raggiunto soltanto con la formazione di una forte componente comunista omogenea con cui aprire una forte ed aperta battaglia culturale e politica contro il riformismo del PD, che oggi controlla la maggioranza della più grande centrale sindacale di massa del nostro paese, che è la CGIL con oltre 5.500.000 iscritte/i. La stessa battaglia ideologica va condotta anche nei confronti delle altre frange presenti in CGIL; ma, anche all’esterno nei vari sindacati extraconfederali. Per queste ragioni, è necessario costituire una Componente coordinata delle/dei comuniste/i nel movimento sindacale di massa, come aveva fatto il P.C.I., per rilanciare la visione leninista del sindacato di classe “cinghia di trasmissione e scuola di comunismo” di cui oggi molte/i comuniste/i se lo sono del tutto scordate/i. Lo stesso indirizzo di classe da portare in CGIL va portato anche all’interno degli altri sindacati, confederali ed extra confederali, con l’obiettivo di ricostruire un Unico Sindacato di Classe nel nostro paese. Senza tale chiarezza sul sindacato, permarranno le divisioni all’interno della sinistra che inevitabilmente si rifletteranno negativamente sul radicamento delle/dei comuniste/i. Sull’indirizzo sindacale, Gramsci ha scritto che “[…] Noi siamo, in linea di principio, contro la creazione di nuovi sindacati. In tutti i paesi capitalistici il movimento sindacale si è sviluppato in un senso determinato, dando luogo alla nascita e al progressivo sviluppo di una determinata grande organizzazione, che si è incarnata con la storia, con la tradizione, con le abitudini, coi modi di pensare della grande maggioranza delle masse proletarie. Ogni tentativo fatto per organizzare a parte gli elementi sindacali rivoluzionari è fallito in sé ed ha servito solo a rafforzare le posizioni egemoniche dei riformisti nella grande organizzazione […]” (A.G.-“Il nostro indirizzo sindacale”-Stato Operaio-Milano-18.10.1923). Quindi, la posizione delle/dei comuniste/i non può essere altro che la battaglia per la trasformazione della CGIL e, nel contempo, dell’intero movimento sindacale, per un Unico Sindacato di Classe nel nostro paese.

 

 

 

Il ruolo delle RSU e la necessità dei C.d.F.

 

La costruzione delle cellule in fabbrica può assicurare la presenza comunista nelle RSU che, oggi, sono gli organismi di rappresentanza nei luoghi di lavoro da cui partire e verso cui le/i comuniste/i devono intervenire per avviare, anche verso queste strutture, un processo di sviluppo del ruolo e della funzione che svolgono. A prescindere dalla buona volontà e dalla capacità delle/dei singole/i delegate/i che compongo questi organismi, le RSU sono strutture sostanzialmente equivalenti alle vecchie Commissioni Interne apparse nei primi decenni del ’900 e poi ricomparse dopo la liberazione fino alla seconda metà degli anni ‘60. Le C.I. rappresentavano, come le RSU oggi, l’espressione dei sindacati esterni in fabbrica e non l’emanazione diretta delle/dei lavoratrici/ori elette/i nei vari reparti come lo erano i Consigli di Fabbrica. Non avendo tali caratteristiche di classe ed essendo doppiamente vincolate dal capitalista in fabbrica e dai vertici delle burocrazie sindacali le RSU di fatto non hanno alcun potere di controllo sull’organizzazione del lavoro e della produzione. Proprio in questa fase storica nel pieno della 4a rivoluzione industriale, riproporre le Strutture Consiliari nel settore industriale è attuale e di vitale importanza per la classe lavoratrice. Con la sconfitta operaia nella FIAT nel 1980 e dopo lo scioglimento del P.C.I. nel 1991, le questioni relative al controllo e alla democrazia operaia in fabbrica sono state completamente abbandonate e non sono state più riprese dalla sinistra. Gramsci ha scritto che: “[…]Il campo del controllo risulta quindi il campo su cui borghesia e proletariato lottano per contendersi la posizione di classe dirigente delle grandi masse popolari. Il campo del controllo risulta quindi essere il fondamento su cui la classe operaia, essendosi conquistati la fiducia e il consenso delle grandi masse popolari, costruisce il suo stato, organizza le istituzioni del suo governo, chiamando a farne parte tutte le classi oppresse e sfruttate, e inizia il lavoro positivo di organizzazione del nuovo sistema economico e sociale. […] Ecco perché la prima fase della lotta si presenterà come lotta per una determinata forma di organizzazione. Questa forma di organizzazione non può essere che il Consiglio di fabbrica e l’organizzazione, accentrata nazionalmente, del Consiglio di fabbrica. […]” (A.G.-“Controllo Operaio”-L’Ordine Nuovo-10.02.1921).

Le/i comuniste/i possono rivalorizzare tali esperienze già fatte dal proletariato e reinvestirle politicamente in termini ancora più avanzati nel vero e unico laboratorio che è la fabbrica. La struttura di un Consiglio di fabbrica è composta da delegati direttamente espressi dai reparti e dai gruppi omogenei, in passato ha rappresentato l’unico strumento di classe con cui i lavoratori hanno dimostrato di poter superare qualsiasi divisione sindacale e rappresentato un modello organizzativo che ha saputo esprimere meglio di ogni altro le capacità della classe operaia nel governare l’articolazione dei processi lavorativi e produttivi. Senza queste strutture la lotta contro il capitale non può essere vinta, tanto meno è possibile parlare di programmazione economica e neppure di nuovo modello di sviluppo che sono stati due grandi temi portati avanti dal P.C.I. In questo modo la presenza organizzata e attiva delle/dei comuniste/i può rappresentare una garanzia per un progetto di un nuovo Movimento Consiliare non subordinato alle logiche burocratiche e verticistiche sindacali. Gramsci ha scritto che “[…] L’esistenza del Consiglio dà agli operai la diretta responsabilità della produzione, li conduce a migliorare il loro lavoro, instaura una disciplina cosciente e volontaria, crea la psicologia del produttore, del creatore di storia[…]” (A.G.-“Sindacati e Consigli”-L'Ordine Nuovo, 11.10.1919), e ancora: “[…] La classe operaia afferma così che il potere industriale, che la fonte del potere industriale deve ritornare alla fabbrica, pone nuovamente la fabbrica, dal punto di vista operaio, come forma in cui la classe operaia si costituisce in corpo organico determinato, come cellula di un nuovo stato, lo Stato operaio, come base di un nuovo sistema rappresentativo, il sistema dei Consigli. […]” (A.G.-“Il Consiglio di fabbrica”-L'Ordine Nuovo, 05.06.1920). Ed è questo che la storia ci ha dimostrato concretamente, per l’intero arco di tempo con i Consigli di Fabbrica nel biennio ‘19/’20 e negli anni ’60-’70.

 

 

 

I numeri del radicamento di classe del P.C.I.

 

Alcuni dati storici ci possono illustrare bene il livello del radicamento sociale e la dimensione organizzativa raggiunta dal più grande Partito Comunista di quadri e di massa dell’occidente. A cominciare dagli anni 1921/1922 l’organizzazione del P.C.d’I. era così composta: Sezioni n.1.407; iscritte/i n.43.211 e n.796 ex iscritte/i che erano state/i espulse/i; giornali e riviste n.23; voti n.305.013; Deputati eletti n.15; Cooperative direttamente controllate oltre 70 (P.C.d’I.- II° Congresso Nazionale–Roma 20/24.03.1922). Il quotidiano “l’Unità” fondato da Gramsci nel 1924, appena nato aveva già una diffusione di 20.000 copie che dopo qualche mese aumentarono a 35.000.

La rivista Rinascita  fondata da Palmiro Togliatti nel 1944 era partita come pubblicazione mensile con una diffusione di oltre 6.000 copie per passare a 54.000 copie settimanali nel 1950, come scrisse lo stesso collaboratore della rivista ed ex deputato del P.C.I. Paolo Alatri  (Roma, 1918-1995) che faceva parte del’area socialdemocratica di Giorgio Amendola, Giorgio Napolitano, Paolo Bufalini e Antonello Trombadori (P. Alatri, Rinascita1944-1962-Ed. Landi, 1972).

Nel 1948, si scatenò l’offensiva reazionaria dell’imperialismo USA, degli industriali italiani con a capo la Fiat e la copertura politica del governo democristiano per spaccare l’organizzazione sindacale dei lavoratori e isolare il P.C.I. Dalla CGIL si scissero la corrente cattolica che diede vita alla “LCGIL” che poi divenne CISL e le correnti socialdemocratiche e repubblicane che diedero vita alla FIL che poi divenne UIL.  Grazie al suo radicamento di classe politico-organizzativo, con Pietro Secchia che oltre ad essere il Vice Segretario era il anche responsabile Nazionale dell’Organizzazione, il P.C.I. si dimostrò di essere all’altezza e in grado di rispondere all’ondata reazionaria che era in corso e i dati che seguono dimostrano la sua consistenza materiale. La diffusione dell’Unità da 366.125 copie passava a 506.654 giornaliere e da 444.798 copie domenicali a 900.000. L’influenza dell’organizzazione comunista si estendeva dal 30% al 72% fra gli operai delle grandi industrie italiane e in diverse fabbriche gli iscritti operai al partito raggiungevano anche il 50% (Bollettino n.18 P.C.I. 08-1949). Con la Risoluzione Organizzativa del VII° Congresso del PCI tenuto a Roma il 21.04.1951 con una platea di delegati formata da oltre il 40% di operai, veniva fotografata la potente macchina organizzativa del P.C.I. con: 2.580.765 di iscritte/i – n.52.481 cellule di cui 11.272 di fabbrica e 12.226 cellule femminili (Bollettino n.12 P.C.I. 05.1951). Il 12 e 13 dicembre 1953 viene tenuto a Milano un Convegno specifico sui giornali di fabbrica con la partecipazione di oltre 250 rappresentanti di 160 testate di giornali redatti da operai, impiegati e tecnici della provincia di Milano (Bollettino n.1 P.C.I. 01.1954). Questa forte presenza organizzata in fabbrica, nelle scuole e nei territori, fu la base politica e materiale per la formazione spontanea dei primi delegati di reparto negli anni ’60 che poi diedero vita al grande movimento dei Consigli di Fabbrica che raggiunse l’apice negli anni ’60-‘70.

A metà degli anni ’70, il P.C.I. fece pubblicare un campione di una rilevazione fatta per conoscere il numero delle/degli iscritte/i nelle sezioni e nelle cellule di 103 grandi e medie fabbriche distribuite nel paese largamente rappresentative della situazione generale nazionale. In quel periodo le/i iscritte/i al Partito erano 1.724.054 di cui 400.610 donne e 131.839 giovani e n.11.313.759 voti. Il campione rilevava che il numero delle/degli Iscritti in queste fabbriche era salito da 19.083 nel 1971 a 28.972 nel 1974; mentre, per il 1975 a rilevazione non ancora completata, veniva confermata la tendenza di un ulteriore aumento di iscritti tra gli operai con 8.989 tesserati, pari al 45% in più. Ecco nel dettaglio alcuni dati significativi sulla crescita delle/degli iscritte/i in fabbrica tra il 1971 e il 1974: Fiat Miraflori (Torino) da 389 a 1.050 - Italsider (Genova) da 581 a 816 - O.M. (Brescia) da 192 a 246 - Innocenti (Milano) da 140 a 279 - Lanerossi (Vicenza) da 0 a 193 - Anic-Eni (Ravenna) da 220 a 262 - Buitoni (Arezzo) da 26 a 132 - Acciaierie (Terni) da 550 a 659 - Fatme (Roma) da 105 a 198 - Alfa-Sud (Napoli)  da 120 a 861 - Italsider (Taranto) da 300 a 583 - Anic (Matera) da 16 a 165 - Eni (Gela) da 35 a 205 - Cantieri Navali (Palermo) da 230 a 450 - Petrolchimico (P. Torres) da 460 a 797 (“l’Unità” del  12.10.1975).

Tra il 1981 e il 1982, nonostante che il processo di socialdemocratizzazione era già stato avviato e fosse in una fase ascendente, il P.C.I. riusciva ancora a mantenere una forte presenza all’interno della classe lavoratrice, la quale aveva già iniziato, in realtà, a resistere alla deriva verso cui i riformisti stavano portando il partito. I dati che seguono focalizzano bene la forza comunista di quel momento: Nel P.C.I. - Iscritti (1.721.131 di cui 441.698 donne) - Composizione Sociale (40;08% operai; 5.31% braccianti e salariati; 6,7% impiegati e tecnici 17,37% pensionati; e poi altre categorie) – Entrate Economiche provenienti dal tesseramento (lire 18.942.526.000 che rappresentavano un terzo delle entrate del Partito) - Le Strutture (n.1.218 Cellule; n.11.813 Sezioni; n.464 Comitati di Zona; n.118 Federazioni; n. 20 Comitati Regionali) - Elezioni Politiche 1979 (n.11.107.883 voti pari al 30,44%) – Eletti (nel Parlamento Europeo 24; nel Senato 110; nella Camera dei Deputati 201; Consiglieri Regionali 304; Consiglieri Provinciali 895, Presidenti di Amministrazioni Provinciali 19, oltre a vari Presidenti di Regione e di alcune Giunte, Sindaci di Città Capoluoghi, di Provincia e vari Consiglieri eletti nei Comuni) – il Comitato Centrale con 168 membri di cui 23 donne e 5 commissioni permanenti; la Commissione Centrale di Controllo con 55 membri di cui 3 donne; il Consiglio Nazionale – il Collegio dei Sindaci con 7 membri). – Nella FGCI – Iscritte/i (74.019 giovani di cui 21.234 ragazze) – Federazioni (107) – Circoli (5.000). – Le Scuole di Partito (Istituto Nazionale “Palmiro Togliatti” Frattocchie; Scuole Interregionali n.4, Reggio Emilia, Faggeto Lario, Bari, Salerno). – I Centri di studio e Cultura (Istituto Gramsci con sezioni regionali in Piemonte; Emilia Romagna, Toscana, Liguria, Puglia, Sicilia; CESPE Centro di Politica Economica; CESPI Centro di Politica Internazionale; CRS Centro per la riforma dello Stato). - La Stampa e l’editoria (l’Unità quotidiano; Rinascita settimanale; Critica Marxista bimestrale; Politica ed economia mensile; Donne e Politica bimestrale; Riforma della Scuola mensile; Studi Storici trimestrale; Democrazia e Diritto bimestrale; Cinemasessanta bimestrale; Nuova Rivista Internazionale mensile; Editori Riuniti casa editrice) (Speciale “l’Unità” 25.10.1981).

Per quanto riguarda le campagne di sottoscrizioni, il 18 dicembre 1983 vennero raccolti ben 2.504.432.274 di lire con la vendita straordinaria di lire 5.000 per ogni copia de “l’Unità”. Nonostante tutte le difficoltà economiche, il maggior numero di copie vendute erano state acquistate proprio dalle/dai operaie/i (“l’Unità” 17.04.1984). Nel 1984 con una socialdemocrazia galoppante nel P.C.I., il quotidiano “l’Unità” diffondeva e vendeva ancora ben n.60milioni di copie/anno pari a oltre 164mila copie/giorno (“l’Unità” 17.03.1985) e un tesseramento ancora di 1.635.254 iscritte/i (“l’Unità” 26.01.1986). Tutte cifre che dimostrano quanto era forte il radicamento sociale ereditato dal passato e che nello stesso tempo rappresentava ancora una trincea di resistenza al degrado e alla degenerazione verso cui l’ala riformista stava portando il P.C.I.

Ecco, i riferimenti agli scritti di Gramsci e i dati fin qui riportati spiegano meglio di ogni altra parola, cosa era e cosa deve ancora voler dire per le/i comuniste/i oggi, il radicamento sociale di un Partito Comunista nella classe operaia e lavoratrice. Nello stesso anno del 1991, subito dopo lo scioglimento del P.C.I., il tesseramento al PDS era già crollato a 989.000 iscritte/i (dichiarati), poi precipitato a 613.000 iscritte/i nel 1998 (dichiarati), poi a 544.000 iscritte/i nel 2005 nei DS, fino a meno di 100.000 iscritte/i nel 2014 nel PD di Renzi (https://www.repubblica.it/ 03.10.2014). Il settimanale “Rinascita” cessò le sue pubblicazioni nel 1991 sotto la segreteria di Achille Occhetto. Il quotidiano “l’Unità” subì una caduta verticale con una diffusione di 29.099 nel 2013 http://www.adsnotizie.it/_dati.asp fino alla sua chiusura definitiva avvenuta il 3 giugno 2017, sotto la gestione del populista cattolico Matteo Renzi del PD. Oggi siamo di fronte ad una situazione politicamente grave, c’è bisogno di voltare pagina e ricomporre una vera “Unità delle/dei Comuniste/i” per ricostruire, su solide basi ideologiche e politiche, un unico Partito Comunista di quadri e di massa organico alla classe operaia e lavoratrice del nostro tempo e del nostro paese. In definitiva, occorre porre al centro della politica la classe operaia, il lavoro, la produzione e il pensiero comunista, come elementi politici di classe per le/i comuniste/i e senza i quali non è possibile radicarsi e ricostruire un Partito Comunista.