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 A proposito di unità

dei comunisti,

che fare?

 

di Rolando Giai-Levra

Drettore della rivista on line “Gramsci oggi”; Segretario della Federazione di Milano del PCI

 

 

 

 

 

 

Il 21 gennaio del 1921 si tenne il Congresso di fondazione del P.C.d’I., sezione della Terza Internazionale Comunista, per volontà e decisione della frazione comunista che conquistò la propria autonomia di classe staccandosi dal P.S.I., dopo una lunga e profonda battaglia ideologica e politica contro il riformismo dominante di quel partito. A distanza di un secolo le/i comuniste/i celebreranno l’anniversario del centenario di quel grande evento storico, il 21 gennaio 2021, su cui tutte/i le/i comuniste/i, fin da subito, sono chiamate/i ad aprire con grande responsabilità e senso autocritico profonde riflessioni sul perché non c’è ancora un’unica Casa Comunista. Riflessioni che avrebbero dovuto essere avviate, al momento dello stesso scioglimento del Partito Comunista Italiano e proseguire subito dopo lo scioglimento, non a caso, dei Consigli di Fabbrica avvenuto nel 1991 e che rappresentavano gli strumenti della classe lavoratrice in cui era radicato e incarnato lo stesso P.C.I. con le sue cellule. Gli spazi che si erano aperti dalla caduta dell’egemonia di classe del P.C.I. sono stati occupati velocemente dall’egemonia della cultura borghese che si è manifestata attraverso svariati fenomeni inquinanti: dal riformismo laico e cattolico ai populismi rappresentati da Berlusconi, Bossi, Grillo, Renzi, Salvini ai sovranismi di ogni risma, che sono penetrati in profondità anche dentro i luoghi di lavoro e di produzione. In che modo e con quali strumenti le/i comuniste/i hanno contrastato tali processi degenerativi determinati da una furibonda offensiva del grande Capitale contro la classe lavoratrice, i suoi interessi e le sue aspirazioni sociali? Eppure, ci sono stati molti e diversi tentativi di ricomposizione delle file comuniste che non hanno mai portato ad alcun vero risultato concreto tanto meno aver raggiunto l’obiettivo storico di ricostruire un vero, nuovo e unico Partito Comunista di quadri e di massa organico alla classe operaia come lo era il P.C.d’I. e poi il P.C.I.

Non ci siamo! Per l’ennesima volta non ci siamo ancora! La realtà dimostra che la borghesia e le classi dominanti sano fare molto bene il loro mestiere, mentre, i comunisti frammentati e dispersi in diversi partitini, e gruppi dimostrano, ancora una volta di non essere all’altezza di tale alto progetto, ovvero, non sanno svolgere la loro vera e unica missione e funzione storiche di avanguardie organizzate della classe operaia e lavoratrice del nostro paese.

Non siamo nella fase storica della Terza Internazionale Comunista che rappresentava la fucina in cui si elaborava l’orientamento politico e ideologico di tutti i comunisti del mondo per imboccare una determinata strada da seguire nella costruzione dell’organizzazione per raggiungere determinati obiettivi di classe. Oggi, dobbiamo prendere atto che siamo di fronte alla vittoria delle destre in molte parti del mondo e nel nostro paese e al conseguente sbandamento sociale dove ogni gruppo comunista e di sinistra continua ad illudersi di essere autosufficiente e addirittura avere la presunzione di poter indicare alla classe operaia e alle masse lavoratrici la strada maestra da seguire; ma la realtà oggettiva dimostra che nulla cambia e nulla si muove: la classe lavoratrice continua a restare prigioniera delle catene dello sfruttamento nei rapporti di produzione capitalistici; nel mentre, i comunisti irremovibili nella loro dispersiva e innocua frammentazione, continuano a sognare ad occhi aperti di poter cambiare la realtà, senza rendersi conto che in tali condizioni è la realtà oggettiva a modificare poco alla volta il loro essere comunista, passando da una sconfitta ad un’altra. Anche sul piano internazionale, nonostante la gravissima situazione piena di pericoli di guerra, tante/i comuniste/i con molta presunzione e autosufficienza snobbano importanti riferimenti politici come il Partito Comunista e la Repubblica popolare Cinese che insieme a Cuba e altri Partiti Comunisti nel mondo rappresentano, di fatto, la punta d’avanguardia contro l’imperialismo U.S.A. e dell’U.E. e la lotta per il Socialismo. Tutto ciò denota una grande debolezza ideologica e una totale assenza di volontà di rimettere in campo una vera battaglia culturale che resta alla base di un vero progetto di classe per la “Unità dei Comunisti”, e nel contempo denota anche la mancanza di carattere di classe e di coraggio necessari per affrontare e fare, con serenità e molta onestà intellettuale, un serio e critico bilancio storico dell’esperienza comunista in Italia.

In questo quadro assai desolante, in assenza dei Quadri Comunisti della vecchia guardia, di cui parla (in questo stesso numero di “Cumpanis”) Bruno Casati nel suo articolo in ricordo del Comandante Comunista Sergio Ricaldone, viene da chiedersi, oggi, dove sono i quadri comunisti con la “Q” e la “C” maiuscole?

Dal 1991, quelli che si sono improvvisati e auto-considerati capitani o addirittura generali, senza alcuna vera formazione teorica e senza alcun esercito, ora, si facciano avanti per dimostrare di essere all’altezza della situazione imposta dall’attuale lotta di classe e di avere il coraggio di fare realmente le avanguardie comuniste dimostrando di volere e sapere unire le forze comuniste organizzate e non organizzate e naturalmente la classe lavoratrice! L’unità ideologica non piove dal cielo; ma, è un lavoro faticoso, paziente e sistematico di lavoro, di apprendimento e di studio del marxismo, del leninismo e del pensiero gramsciano che si forgia all’interno della nostra classe di riferimento, all’interno della stessa lotta di classe. Non ci sono scorciatoie, tanto meno alternative al percorso storico tracciato dal 1921 dai comunisti in Italia. Gli strumenti ideologici, politici e organizzativi che ci hanno fornito non sono mutati; ma, rappresentano tutta la loro attualità anche in queste mutate condizioni sociali. Essi si saldano all’impianto e alla concezione leninista della costruzione del Partito che resta sempre la stessa e senza la quale le/i comuniste/i cadranno inevitabilmente nel disorientamento del pantano ideologico della borghesia, oscillando costantemente tra il riformismo e il massimalismo, perdendo di vista il lavoro e la produzione che restano il punto centrale su cui ricostruire “l’Unità dei Comunisti” e il Partito Politico della classe operaia, orientato alla formazione di quadri comunisti e di un nuovo sistema di alleanze intorno ad un programma di classe organico, su cui ricomporre l’unità e l’autonomia della classe lavoratrice; nonché, la base di un blocco sociale per abbattere la società capitalistica e costruire una società socialista nel nostro paese.

L’editoriale di “Cumpanis”, all’interno di un’attentissima analisi, pone come obiettivo strategico “l’Unità dei Comunisti” che non rappresenta un capriccio soggettivo; ma, una improcrastinabile necessità oggettiva dalla quale nessuna forza comunista, organizzata e non, può prescindere e senza la quale non è possibile alcuna costruzione di un’organizzazione di classe, alcuna lotta per il socialismo e il comunismo, alcuna vera lotta della classe operaia per liberarsi dalla schiavitù del lavoro salariato. Indubbiamente, le mie riflessioni sono rivolte alle/agli iscritte/i, dirigenti del PCI, del PC, del PRC e a tutte le organizzazioni che si riferiscono al marxismo-leninismo e al pensiero di Antonio Gramsci fondatore del comunismo in Italia e capo dei comunisti italiani; nonché, a tutte le/i comuniste/i non organizzate/i e ovunque collocate/i in Italia, che abbiano lo sguardo alto rivolto alla trasformazione radicale della società per un futuro Socialista e Comunista.

Il secondo problema fondamentale, conseguente alla necessità oggettiva di una vera costituente per “l’Unità dei Comunisti” in un’unica organizzazione di classe leninista, resta il radicamento sociale nei luoghi di lavoro e di produzione, nelle scuole e nei territori. Perdendo di vista la priorità di tali obiettivi strategici, le/i comuniste/i fra loro divise/i hanno voluto privilegiare altro. Esse/i si sono gettate/i a capofitto in schizofreniche e affannose rincorse elettorali puntualmente imposte dalla borghesia per avere una propria rappresentanza istituzionale, passando da sconfitta a sconfitta. A cominciare da Armando Cossutta considerato “innovatore” per un certo tempo e che aveva dato inizio ad un minimo processo di ricostruzione comunista che subito dopo ha portato al fallimento consegnando la Segreteria Nazionale, del primo tentativo di ricomposizione comunista dopo lo scioglimento del P.C.I., all’anarco-sindacalista Fausto Bertinotti di matrice socialista, che ha condotto le/i comuniste/i alla disastrosa esperienza socialdemocratica dell’arcobaleno nel 2008, che per la prima volta dal dopoguerra aveva azzerato ogni minima rappresentanza parlamentare.

Tutto ciò non è avvenuto casualmente! È successo che nel corso di una costante sottovalutazione e perdita dei riferimenti di classe, cresceva l’influenza divisiva della cultura borghese nel mentre che si dileguava poco alla volta quel pezzo di radicamento sociale, mai conquistato con le proprie forze, ma ereditato dal vecchio P.C.I. Non si è compreso che senza un’unica organizzazione comunista, un vero e organico radicamento sociale nella classe lavoratrice, non ci sarebbe mai stato e non ci potrà mai essere una rappresentanza di classe in parlamento. Il P.C.I. (prima del suo scioglimento) aveva oltre 1,4ml di iscritti, centinaia di migliaia di cellule e sezioni, un grandissimo numero di intellettuali marxisti che insieme producevano oltre 12ml di elettori e quindi una forte rappresentanza comunista in Parlamento. Nonostante l’evidenza di tale realtà oggettiva, Partiti e gruppi che fanno riferimento al comunismo persistono con ottusità nell’esatto contrario e riconfermano puntualmente la loro incapacità a produrre una pur minima rappresentanza parlamentare. Perché? I comunisti nel dare la priorità all’elettoralismo, di fatto hanno messo in secondo piano e non curato più i rapporti con la classe lavoratrice. Così facendo hanno sperperato e disperso nel nulla quel pezzo di immenso valore, che il P.C.I. ci aveva lasciato in eredità nel momento del suo scioglimento e che andava tutelato con cura e sviluppato e che oggi invece è tutto da ricostruire da capo. Le attuali forze comuniste fra loro divise sono in grado di farlo?

Un terzo problema che è emerso dopo lo scioglimento del P.C.I. è quello relativo alle varie nefandezze teoriche messe in campo da intellettuali e filosofi borghesi che hanno svolto e svolgono ancora una funzione ben precisa, per spaccare e dividere la classe lavoratrice, le masse lavoratrici, i comunisti e la sinistra. A cominciare da quelle su “la fine della storia”, “la fine del lavoro”, la fine della funzione di un partito politico, ecc. Su questo retroterra culturale, sono maturate quelle sul superamento delle categorie di “destra e sinistra” usate come veicolo ideologico contro le idee di sinistra e comuniste per tentare di colpire le teorie del socialismo scientifico di Marx ed Engels. Questo è stato il terreno, su cui si è formato anche quell’orientamento culturale relativo alle varie problematiche sul pacifismo interclassista, sull’ambientalismo, il femminismo, il giovanilismo, ecc., utilizzati per dividere e acuire le differenze tra le diverse condizioni sociali che esistono all’interno delle masse lavoratrici e popolari per contrapporre le donne agli uomini, i giovani ai vecchi, l’uomo all’ambiente, con l’evidente scopo di dividere e di impedire sul nascere qualsiasi tentativo di ricomposizione di classe nella lotta contro il Capitalismo e l’Imperialismo. Tutto ciò è stato sottovalutato dalle forze comuniste, ancor più dalla sinistra in generale, con grande gioia e plauso della borghesia dominante.

In questa fase storica, c’è un disorientamento generale che, come già detto, non trova dei punti fermi su cui ancorarsi e fare riferimento. Nessuno nel nostro paese può ergersi come condottiero o guida di classe nell’area comunista e di sinistra ed è questa la ragione fondamentale e il momento politico per tutte/i le/i comuniste/i di farsi un bagno di umiltà e chinare il capo di fronte alla classe operaia che attende ancora il suo partito politico che fino ad oggi nessuno è riuscito a costruire dopo lo scioglimento del P.C.I. Ci sono alcuni spazi di democrazia in cui lavorare politicamente che sono stati conquistati, dai comunisti e dalla classe operaia nella guerra di resistenza e di liberazione dalla dittatura nazi-fascista, e da cui  si possono trarre molti insegnamenti, eppure le/i comuniste/i che sono favoriti da questi spazi, non manifestano ancora una vera volontà di avviare realmente un processo unitario di classe finalizzato alla costruzione di un unico Partito Comunista sulla base dei principi del marxismo-leninismo e del pensiero gramsciano.

Da quale analisi e indicazioni di classe partire? Con le Tesi di Lione sono stati posti diversi punti fondamentali, inseparabili fra loro e senza i quali non potrà essere costruito alcun Partito Comunista: tra questi punti fondamentali per priorità emergono “l’Unità Ideologica” contro le varie deviazioni di destra e “sinistra”; la costruzione delle cellule nei luoghi di lavoro e di produzione, nelle scuole e l’impostazione del lavoro politico fra le masse nei territori per il radicamento sociale; il Centralismo democratico e l’unità politica per la democrazia interna, la tattica e la strategia, l’internazionalismo proletario, la lotta contro l’imperialismo e la lotta per il socialismo. Più semplicemente, nella tesi 36 Gramsci ci dice: «[…] Noi affermiamo che la capacità di dirigere la classe è in relazione non al fatto che il partito si “proclami” l'organo rivoluzionario di essa, ma al fatto che esso “effettivamente” riesca, come una parte della classe operaia, a collegarsi con tutte le sezioni della classe stessa e a imprimere alla massa un movimento nella direzione desiderata e favorita dalle condizioni oggettive.

Solo come conseguenza della sua azione tra le masse il partito potrà ottenere che esse lo riconoscano come il “loro” partito (conquista della maggioranza), e solo quando questa condizione si è realizzata esso può presumere di poter trascinare dietro a sé la classe operaia. Le esigenze di questa azione tra le masse sono superiori a ogni “patriottismo” di partito […]».

E per esistere questo Partito, Gramsci ci dice che: «[…] è necessario che confluiscano tre elementi fondamentali (cioè tre gruppi di elementi).

1- Un elemento diffuso, di uomini comuni, medi, la cui partecipazione è offerta dalla disciplina e dalla fedeltà, non dallo spirito creativo ed altamente organizzativo. Senza di essi il partito non esisterebbe, è vero, ma è anche vero che il partito non esisterebbe neanche «solamente» con essi. Essi sono una forza in quanto c’è chi li centralizza, organizza, disciplina, ma in assenza di questa forza coesiva si sparpaglierebbero e si annullerebbero in un pulviscolo impotente. Non si nega che ognuno di questi elementi possa diventare una delle forze coesive, ma di essi si parla appunto nel momento che non lo sono e non sono in condizioni di esserlo, o se lo sono lo sono solo in una cerchia ristretta, politicamente inefficiente e senza conseguenza.

2- L’elemento coesivo principale, che centralizza nel campo nazionale, che fa diventare efficiente e potente un insieme di forze che lasciate a sé conterebbero zero o poco più; questo elemento è dotato di forza altamente coesiva, centralizzatrice e disciplinatrice e anche (anzi forse per questo, inventiva, se si intende inventiva in una certa direzione, secondo certe linee di forza, certe prospettive, verte premesse anche): è anche vero che da solo questo elemento non formerebbe il partito, tuttavia lo formerebbe più che non il primo elemento considerato. Si parla di capitani senza esercito, ma in realtà è più facile formare un esercito che formare dei capitani. Tanto è vero che un esercito [già esistente] è distrutto se vengono a mancare i capitani, mentre l’esistenza di un gruppo di capitani, affiatati, d’accordo tra loro, con fini comuni non tarda a formare un esercito anche dove non esiste.

3- Un elemento medio, che articoli il primo col terzo elemento, che li metta in contatto, non solo «fisico» ma morale e intellettuale. Nella realtà, per ogni partito esistono delle «proporzioni definite» tra questi tre elementi e si raggiunge il massimo di efficienza quando tali «proporzioni definite» sono realizzate […]». (Antonio Gramsci, Quaderni del Carcere – Q. 14 - § 〈70〉. Machiavelli. Quando si può dire che un partito sia formato e non possa essere distrutto con mezzi normali).

Bene, proprio in previsione dell’anniversario del centenario della fondazione del P.C.d’I. che si terrà il 21 gennaio 2021, tutte/i le/i rivoluzionarie/i che fanno riferimento, realmente e sinceramente, alla concezione comunista della vita e del mondo, dimostrino coraggio e di sapere scendere dalla cattedra per guardarsi in faccia, rimboccarsi le maniche e lavorare con passione e assiduità per la ricostruzione di un unico grande Partito Comunista di quadri e di massa.

“In previsione dell’anniversario del centenario della fondazione del P.C.d’I. che si terrà il 21 gennaio 2021, tutte/i le/i rivoluzionarie/i dimostrino coraggio e di sapere scendere dalla cattedra per guardarsi in faccia, rimboccarsi le maniche e lavorare con passione e assiduità per la ricostruzione di un unico grande Partito Comunista di quadri e di massa”