In occasione del 100° anniversario della fondazione del PCI Bruno Casati ha avuto la felice idea di scrivere un libro su Quelli di via Spallanzani.

Ma chi sono “quelli di via Spallanzani”?

Sono, sono stati, dei comunisti milanesi che hanno rappresentato, assieme ad altri, all’interno del PCI, una posizione politica, prima, e una componente, poi, che ha sviluppato un ruolo politico importante nella storia del PCI, e hanno avuto, in seguito, dopo il suo scioglimento, un ruolo fondamentale nella nascita e nella costruzione del PRC.

Ma, per parlare di loro, Casati deve almeno accennare ai primi comunisti milanesi, a quelli che fondarono il partito nel 1921 e, nel corso del suo racconto, ovviamente, la storia dei comunisti milanesi si intreccia con le vicende nazionali del partito, con i più importanti accadimenti storici, nazionali e internazionali, che ne hanno costituito i principali passaggi politici.

Chi ci sta leggendo può pensare, visto quanto abbiamo appena detto, di trovarsi di fronte ad un’opera in più volumi, ma la scelta che Casati fa è una scelta diversa e originale.

Non dettaglia e non sviscera tutti gli aspetti politici della storia che racconta ma, come un pittore impressionista che con poche, veloci e sintetiche pennellate delinea un quadro in cui l’osservatore vede la vitalità e il realismo dell’immagine rappresentata, così Bruno Casati, con poche frasi ci espone il quadro degli eventi che ci racconta e riesce a fare tutto questo senza scadere nella superficialità.

Il nocciolo, la sostanza, dei passaggi e delle questioni politiche che affronta, sono chiaramente esposti e, pur evitando dichiarazioni eclatanti o roboanti, prende nettamente posizione nel merito di quanto sta raccontando.

E, questa modalità, scelta da Bruno, che facilita la lettura e ti porta rapidamente ad arrivare fino alla fine del libro ha, a mio parere, anche altri aspetti positivi.

In primo luogo spinge il lettore, che non lo avesse già fatto, ad approfondire le vicende e i passaggi politici che sono delineati nel libro, sui quali Casati, senz’altro, riesce a suscitare interesse.

In secondo luogo stimola ad “aprire la discussione” su molti passaggi chiave della storia del PCI, induce a produrre iniziative di confronto e di riflessione su quei passaggi, cosa essenziale per tutti quelli che, come noi, pensano sia necessario, oggi, rimettere in campo un Partito Comunista con la capacità di avere un peso e un ruolo nella realtà attuale del nostro paese.

Il punto di forza del marxismo (e del leninismo) è il confrontarsi con la realtà in cui ci si trova ad operare, la sua analisi e la sua comprensione, utilizzando gli strumenti teorici, le categorie politiche e le esperienze che il movimento comunista internazionale ha prodotto fino a quel dato momento, ma calandole nella realtà specifica in cui ci si trova e nel tempo che si sta vivendo; non è possibile riproporre oggi, meccanicamente, slogan, modelli e categorie politiche che in passato hanno funzionato, ma che erano collocate in tutt’altro contesto storico, politico e sociale.

Ciò non significa che “nulla è più come prima”, come amava dire Bertinotti e che tutto il passato, anche recente è da buttare in quanto inservibile nella realtà odierna. Molte delle categorie, delle esperienze, degli strumenti teorici elaborati dal movimento comunista nella sua storia sono tuttora validi, gli aspetti fondamentali del capitalismo e dell’imperialismo non sono cambiati, ma non ci si può limitare a ripeterle tali e quali, non fece così Lenin con il marxismo, né i compagni cinesi con il modello di socialismo, ogni passo avanti del movimento comunista nella sua storia è stato sempre collegato ad uno sviluppo del suo pensiero, mai ad una meccanica riproposizione di quanto già detto o fatto.

In questo processo è anche fondamentale far tesoro delle esperienze, anche quelle negative, anche degli errori commessi, e il libro di Casati ci aiuta a sviluppare una riflessione in questo senso sulla storia del PCI, è un libro che, come detto, in occasione del centenario, celebra i grandi meriti e le grandi conquiste del PCI, ma non elude, non fa finta di ignorare, come altri hanno fatto in questa occasione, il nodo del suo scioglimento e della sua sostituzione con un partito di tutt’altro segno politico.

Noi, oggi, non possiamo ricostruire un partito comunista, che sia un soggetto politico in grado di incidere nella realtà sociale, economica e politica, come fu in grado di esserlo, già dalla sua nascita, il PCI, solo basandoci su un richiamo affettivo o nostalgico di quella esperienza cui, giustamente, tutti noi restiamo fortemente legati.

Se non riusciamo a capire perché e come il più grande partito comunista dell’Occidente, con la sua storia, che qui non riprendo e tutti conosciamo, con le sue grandi vittorie e con le conquiste che era riuscito a realizzare, con milioni di iscritti e con il consenso di oltre un terzo del paese, sia finito con il rinnegare completamente la sua natura, lo scopo della sua esistenza e a trasformarsi nel suo contrario, cioè in un partito borghese, come tutti gli altri partiti interni al sistema sociale attuale, e tutto questo con il consenso della totalità del gruppo dirigente nazionale e con una larghissima condivisione nei gruppi dirigenti intermedi, se non riusciremo a comprendere le ragioni di tutto questo non riusciremo nel nostro intento.

La caduta dell’Unione Sovietica e del socialismo nell’est Europa non basta a spiegare la parabola del PCI, infatti molti altri partiti comunisti, in Europa e nel mondo, non hanno fatto la stessa scelta e sono ancora in campo.

Se non riusciamo a capire come e perché questo è avvenuto non saremo in grado di evitare il riproporsi degli stessi errori e delle stesse dinamiche, come, purtroppo, ha dimostrato l’esperienza di Rifondazione Comunista che, partita per ricostruire un partito comunista ha finito per dare vita, per una sua parte, ad una sinistra moderata (SEL e poi SI) che somiglia molto più al primo PDS che all’ultimo PCI.

E anche quanto rimane del PRC è, ormai, indirizzato verso un partito “sociale” che pur mantenendo alcuni contenuti politici e obiettivi immediati, non mantiene più un legame con l’identità e l’esperienza del PCI, il sottinteso, a volte anche enunciato chiaramente, è che l’identità e il pensiero comunista non siano più attuali e che, quindi, anziché valorizzare un legame con quella esperienza storica, sia più “utile” un elemento di “rottura”, di “discontinuità”, di “innovazione”; pur con una maggiore radicalità sociale, nel PRC attuale, si ritrova una forte assonanza con le motivazioni che Occhetto addusse nel momento dello scioglimento del PCI (esclusa quella dell’accesso al governo).

Bruno Casati ci ha preannunciato che si accinge a scrivere la seconda parte dell’esperienza di “quelli di via Spallanzani” che riguarda il periodo dalla nascita del PRC fino, quasi, ai giorni nostri, attendiamo, quindi, questo suo ulteriore contributo che ci potrà aiutare e stimolare nella necessaria riflessione sulle esperienze dei comunisti italiani.

Come si vede, parlare del libro di Bruno Casati e di “quelli di via Spallanzani” ci porta a parlare di quella importante esperienza, ma anche dell’oggi e del domani dei comunisti in Italia.

Altrettanto preziose e stimolanti, in tal senso, sono le prefazioni di Alfredo Novarini e Aldo Giannuli.

Non cedo alla tentazione di esprimere, qui, il mio punto di vista su alcuni passaggi importanti della storia del PCI, come credo ognuno di noi sarebbe tentato di fare, rilancio, invece, ai lettori e ai compagni l’invito a leggere questo libro e a ritrovarci, poi, a discutere sui molti nodi politici che esso pone sul piatto, approfondendoli, anche singolarmente presi, in un dibattito da sviluppare sia nella nostra rivista, “Cumpanis”, che in iniziative territoriali dei nostri centri politico culturali.