Antefatto

L’11 luglio, a seguito dei disordini fatti scoppiare ad arte in alcune località cubane, qualche nostalgico dell’oligarchia dispotica e razzista del recente passato cubano deve aver pensato che lo stato di continua ossessione in cui è stato costretto a vivere, dopo il primo gennaio del ‘59, stesse finendo. Dopo decenni di attacchi militari, biologici, terroristici, economici e politici, e dopo svariati tentativi di assassinare il simbolo della Rivoluzione, Fidel, hanno creduto di ravvisare nella epidemia da COViD-19 un inatteso alleato per convincere il Popolo cubano della bontà del capitalismo e indurlo a rinunciare al socialismo. Forti di questa convinzione hanno messo in scena il solito copione da guerra non convenzionale, con tanto di tafferugli preordinati e video documentati, immagini e notizie falsi messi generosamente in rete da alcune organizzazioni lautamente finanziate dal congresso degli Stati Uniti. 

Tra le più attive troviamo SOS Cuba, Patria y Vida, Cybercuba, ADN che trasmette direttamente da Miami, ecc. Personaggi che dall’estero tirano i fili di queste organizzazioni con il supporto di residenti ben felici (e ben pagati) di appoggiare gli aguzzini del loro stesso popolo. Ciò che accade non sono fatti isolati e casuali ma fanno parte di una precisa offensiva da guerra blanda dove internet svolge un ruolo di primaria importanza nella rappresentazione virtuale della realtà con l’unico obiettivo di veder capitolare Cuba socialista. Così, la rete viene sommersa da grossolane falsità con lo scopo di disorientare gli utenti e creare sensazionalismo che, seppur di breve durata, lascia strascichi in tutti gli ingenui frequentatori della rete. 

Per l’occasione sono state rifilate agli internauti foto di manifestazioni svoltesi ad Alessandria d’Egitto fatte passare per proteste sul lungomare dell’Havana; ci hanno mostrato un tredicenne morto per mano della polizia cubana che in realtà era deceduto in seguito ad una sparatoria a Caracas; un uomo, con tanto di nome e cognome, dato per deceduto durante i tumulti, ha ritenuto di denunciare in diretta TV la falsità della notizia che lo riguardava, e così via con altre amenità del genere. 

È pur vero che in ballo ci sono fior di dollari: un video dove si dichiara di essere stati colpiti dalla polizia, non serve che vi sia la prova, vale 100 dollari statunitensi; l’immagine di un bambino percosso con annessa dichiarazione video della responsabilità della polizia ne vale 200. Un bel mercato, non c’è che dire. Di questo passo probabilmente arriveremo a una guerra intestina tra dissidenti professionisti per accaparrarsi i fondi stanziati dal Congresso statunitense, come già successo nel recente passato con i mitici Osvaldo Pajà (movimento cristiano di liberazione) e Laura  HYPERLINK “https://www.google.com/search?sa=X&biw=1366&bih=635&sxsrf=ALeKk0226b3eW8MXh_l6J9CLZVC7aQR4ag:1626962685080&q=Laura+Poll%C3%A1n&stick=H4sIAAAAAAAAAONgVuLSz9U3yLC0SDcrfsRoyi3w8sc9YSmdSWtOXmNU4-IKzsgvd80rySypFJLgYoOy-KR4uJC08Sxi5fVJLC1KVAjIz8k5vDAPAKT_sDFWAAAA”Pollán HYPERLINK “https://www.google.com/search?sa=X&biw=1366&bih=635&sxsrf=ALeKk0226b3eW8MXh_l6J9CLZVC7aQR4ag:1626962685080&q=Laura+Poll%C3%A1n&stick=H4sIAAAAAAAAAONgVuLSz9U3yLC0SDcrfsRoyi3w8sc9YSmdSWtOXmNU4-IKzsgvd80rySypFJLgYoOy-KR4uJC08Sxi5fVJLC1KVAjIz8k5vDAPAKT_sDFWAAAA” Toledo (Damas de blanco), oltre ad altri.

Naturalmente, l’occasione per creare disordini è smaccatamente pretestuosa e funzionale alla richiesta di un intervento umanitario (si legga militare) che però si configura come alto tradimento della patria, perpetrato da coloro che per 60 anni mai si sono preoccupati dei diritti umani negati ai propri concittadini dal blocco statunitense. La stessa Unione Europea, attraverso i suoi apparati politico-affaristici, ha preso parte all’aggressione a Cuba, senza distinzione di colore politico bensì con il convinto appoggio delle forze di una “sinistra” opaca e confusa che di Cuba poco o niente ha compreso. 

È grave verificare che gli eredi dell’esperienza comunista del recente passato, prestano il fianco ai piani di destabilizzazione di qualsiasi esperienza progressista si affacci al mondo, sostenendo losche fondazioni, discutibili ONG e Associazioni di dubbia provenienza e di ancor più oscure finalità. 

Una situazione pericolosa per Cuba, acuita dal fatto che vi sia un Presidente statunitense proveniente dalle fila del partito democratico, requisito che da solo rende superflue altre qualità e che gli procura l’incondizionato appoggio del progressismo radical-chic occidentale. In realtà, siamo di fronte ad un personaggio completamente privo di senso umano, pieno di quella arrogante cattiveria tipica di chi non conosce altro che la forza quale via per imporre le proprie idee. Un politico, tanto religioso quanto indifferente all’umana sofferenza, il che lo rende il degno continuatore della politica malata del suo instabile predecessore. Non a caso, nel giro di una settimana, ha classificato “Cuba uno Stato fallito” e affermato che “le sanzioni a Cuba sono solo all’inizio”. Ciò lascia chiaramente intendere che gli Stati Uniti intendono compiere un vero e proprio genocidio del popolo cubano: e ciò senza che vi sia stata una sola presa di posizione delle massime organizzazioni internazionali contro questa demenziale minaccia.

Per ora l’assedio asfissiante del bloqueo e il successivo coinvolgimento prezzolato della piazza non sembrano in grado di ottenere quei risultati che i promotori si erano preposti. Anzi, la stragrande maggioranza del popolo cubano, fedele ai principi della sua Rivoluzione, è sceso in piazza per riaffermare che le strade appartengono ai Rivoluzionari e per ribadire l’appoggio al sistema che essi stessi hanno voluto sancire nel testo costituzionale del 2019 (approvato dall’86% dei cubani). Ovviamente, chi ha la responsabilità di assicurare una vita tranquilla e sicura ai propri cittadini deve utilizzare gli strumenti che le leggi gli assegnano. Ciò vale in tutti i paesi del mondo: tuttavia, a Cuba siamo ben lontani da assistere alle rappresaglie della polizia con idranti, lacrimogeni, cariche, pestaggi, arresti di massa e sparizione di detenuti, che settimanalmente siamo abituati a vedere in molte delle tanto decantate democrazie occidentali. 

La pertinacia degli Stati Uniti contro Cuba, che in non pochi casi da ostilità si trasforma in vero e proprio odio, è a mio avviso sostenuta da due ordini di ragioni.

Una ragione di carattere egemonico-strategico secondo la quale Cuba rappresenta “l’ostacolo” primario all’espansione definitiva dell’ideologia neoliberista in America Latina e nel mondo. Secondo il capitale, Cuba, così com’è e per ciò che rappresenta, è un’anomalia da rettificare o alla peggio eliminare. Non è ammissibile che un così piccolo territorio sia il simbolo e il riferimento di tutte le lotte di resistenza e che sia la causa prima delle difficoltà che l’impero incontra nell’imporre la propria dottrina.

Ne consegue che Cuba, in quanto dimostrazione del possibile, delle speranze e perché no, delle utopie, deve essere eliminata, come atto preliminare per mettere poi le mani addosso ad altre esperienze non allineate. Perseguitati da questo tormento, gli Stati Uniti, negli ultimi 60 anni, hanno comunque cercato di fare del loro meglio: senza lesinare sforzi e risorse hanno scatenato colpi di stato, rivoluzioni colorate, attentati a capi di stato, oltre ad una infinità serie di “interventi umanitari”: Ma la spina nel fianco (Cuba) rimane ben salda impedendo la soluzione finale tanto agognata dall’impero.     

L’altra ragione, di carattere più squisitamente ideologico, non ammette che un paese possa dichiararsi socialista e tantomeno che possa essere guidato da un Partito Comunista. È’ qui che entra di prepotenza in campo il ruolo del Partito Comunista di Cuba (PCC) che nell’ultimo periodo ha rappresentato l forza unificatrice attorno alla quale si è stretta la popolazione. 

Vediamolo quindi lo scandaloso Partito Unico di Cuba.

Partito Unico: una questione di stile!

Il 19 aprile 2021 si è concluso a Cuba l’8° Congresso del Partito Comunista Cubano. Un congresso storico in quanto ha rappresentato il definitivo passaggio di responsabilità dalla generazione guidata da Fidel e Raúl Castro, a quella del nuovo Primo Segretario del PCC, Miguel Diáz-Canel Bermúdez. Con questo ultimo atto esce di scena Raul, l’ultimo dei Comandanti della Rivoluzione, che dopo sei decadi di assoluta dedizione al proprio Paese, può affermare con dignità e orgoglio che la Rivoluzione Socialista, fatta a sole 90 miglia dal prepotente impero, è viva, operativa e solida. Perché la Rivoluzione è stata in grado di formare le nuove generazioni ugualmente impegnate a mantenere vivo l’ideale di giustizia sociale, che tanto sangue è costato ai migliori figli della nazione cubana. 

In un momento così cruciale per la vita politica cubana, il Partito Comunista rappresenta l’avanguardia in grado di garantire la necessaria continuità, a protezione dei principi di sovranità, democrazia socialista, pace, efficienza economica, sicurezza e giustizia sociale. Con il compito di preservare la proprietà dei mezzi di produzione socialista in capo alla popolazione, promuovere il ruolo dell’innovazione scientifica e tecnologica per lo sviluppo economico e sociale del paese, assicurando inoltre ché nessuno venga lasciato indietro.  

Il PCC, in quanto unico partito rappresenta la peculiarità di Cuba ed è, di conseguenza, bersaglio di continui attacchi con i quali i nemici della Rivoluzione intendono attentare alla integrità e all’unità della Nazione. Per questo va difeso da una narrazione sostanzialmente ideologica e pretestuosamente artefatta. Da qui partiamo.

In questo semplice e breve racconto di Miguel Cruz Suárez (Granma 02.04.2021) si possono rintracciare i principi fondamentali della visione politica cubana. Concetti intrinseci come altruismo, collettivo, bene comune, discriminazione, privilegio, egoismo ecc. rappresentano materia di riflessione per analizzare e possibilmente comprendere la conformazione politica e sociale di Cuba socialista.

In una casa rurale vivevano Senobio e Sabino due tipi cattivi più del diavolo.

Era tale il loro cattivo carattere che la gente del quartiere li soprannominò i fratelli SS. 

Senobio era stato del Partito Liberale durante i governi precedenti il 1959 e Sabino apparteneva al Partito Conservatore, mentre il loro padre, conosciuto come Eulogio Vinagre si era candidato quale consigliere per un’altra delle formazioni politiche delle sette che si presentarono alle elezioni nel 1958.  

Formavano una famiglia mediamente facoltosa, però mai si preoccuparono in nessun modo della miseria della popolazione che li circondava, composta fondamentalmente da operai e agricoltori, in maggioranza neri, i più poveri in assoluto.

Era una casa, la loro, pervasa dal pluripartitismo. Un luogo, quindi, dove alcuni pensavano e agivano in un modo, altri in modo diverso e così via, divergendo su quasi tutti i temi e i problemi della vita quotidiana.

In realtà, però, le cose non stavano proprio così, in quanto, nonostante li dividesse l’interesse politico di arrivare al potere attraverso questo o quel partito, li univa l’amore per la proprietà privata e la perversa convinzione che i poveri del quartiere dovessero rimanere tali per il resto della loro vita, poiché, a loro avviso, appartenevano a quella classe svantaggiata perché mancavano di capacità e impegno. 

Dopo gennaio 1959, venendo meno i loro privilegi, si mostrarono riluttanti ad accettare qualsiasi cambiamento e fecero quanto in loro potere per ritornare allo status precedente che tanto li beneficiava.

Furono sempre estremamente critici su tutto e, naturalmente, contro l’esistenza di un solo partito, ricordando con nostalgia l’epoca del multipartitismo, anche se mai poterono rispondere a una domanda che gli fu posta più volte durante le discussioni su tale tema, e cioè: “Se tutti i vostri partiti non hanno risolto la fame e la miseria della gente in più di 50 anni di pseudo repubblica, come si pensa che ora risolvano il problema di Cuba?”.

Una volta, per porre fine alla discussione, qualcuno, stanco di vederli affannati in improbabili iperbole mentali, li lasciò senza parole dicendo: “Vedi, io credo che voi abbiate ragione. Avere molti partiti è la soluzione dei problemi. Prima però dovremmo valutare quanto bene abbiano fatto i molti partiti ai paesi del terzo mondo, oppure guardare quanto siano “pentiti” gli yankee, che praticamente ne hanno uno solo, benché, con un gioco di prestigio (il trucco c’è e si vede), lo “dividano” in due. 

La democrazia, in quanto forma di governo, presume che a comandare e ovviamente a dirigere una società sia il popolo. Pertanto, democrazia e partiti non si implicano a vicenda e, di conseguenza, affermare la necessità dei partiti in una democrazia è alquanto artificioso e del tutto insostenibile. Presumere la democraticità di un paese dalla mera presenza di più partiti, significa depotenziare lo stesso significato di democrazia relegando in secondo piano i suoi principi fondamentali. 

Questa privatizzazione dei concetti va smascherata, perché nessuno ha il diritto di appropriarsene per renderli funzionali al proprio interesse e imporli, così modificati, agli altri. Questo modo di procedere, fatto proprio dalle autoproclamatesi “democrazie occidentali”, rappresenta oggi un elemento di forte contrapposizione geopolitica e serve al più forte per imporre al più debole il proprio dominio, partendo proprio da manomissioni ideologiche.

Nella realtà di tutti i giorni assistiamo all’opera dei fautori del pensiero unico, impegnati ad imporre ai non “uniformati” il loro modello politico preconfezionato, al quale tutti devono attenersi per gravitare nell’orbita del potere totalizzante. Non importa se ciò calpesta quanto stabilito liberamente dagli stati nella Conferenza di San Francisco del 1945 (fondazione dell’ONU), dove si sancisce il diritto di ogni popolo a stabilire la forma di governo che più ritenga opportuna. 

È, quindi, ovvio che un comportamento fuori dagli schemi, per certi versi rassicuranti del potere assoluto, possa creare sconcerto e sgomento. Con la sua decisione di costruire una società socialista e trasformare i rapporti di produzione tipici del modello borghese-liberale, la ancor giovane Rivoluzione cubana diventa il primo nemico da colpire, ed evitare che possa espandersi l’idea di una possibile via alternativa di sviluppo. 

La si attacca per la struttura del suo potere statale e per gli elementi ideologici, operativi e normativi che accompagnano il suo funzionamento. In particolare, del sistema politico cubano, ciò che viene attaccato con maggiore accanimento è l’esistenza del “Partito Unico”. In particolar modo negli ultimi tempi, quando gli avvenimenti interni a Cuba hanno visto il riaffiorare di inconsistenti e sterili speranze egemoniche, l’Occidente non ha fatto mancare il suo contributo per destabilizzare l’Isola Grande.  

Ciò che maggiormente fa infuriare le élite neoliberiste mondiali è la tenuta del PCC, anche in un momento in cui il Paese sta affrontando un impegnativo processo di aggiornamento (actualizaciones) del proprio modello socio-economico, per renderlo più rispondente alle sfide del periodo storico e del contesto geopolitico. Deve essere sconfortante rendersi conto, nonostante l’impegno profuso contro Cuba, di non essere riusciti a scalfire uno dei principi del socialismo cubano in materia socio-politica: il sistema di Partito Unico quale guida, punto di riferimento per la Società e lo Stato, voluto e recentemente confermato dal Popolo nella propria Carta Magna, approvata a grande maggioranza con referendum nel febbraio del 2019. 

Noi, cittadini del mondo libero della “democrazia occidentale”, potremmo, una volta tanto, guardare alla realtà cubana decontestualizzandola dai soliti pregiudizi ideologici, e vedremmo un paese aggredito che si difende e che per farlo ha un assoluto bisogno di unità politica interna. Unità che verrebbe minata da un sistema pluripartitico caratterizzato, come la storia insegna, da divisioni, dispersioni e lotte intestine, che indebolirebbero le forze deputate alla sua difesa, lasciando mano libera alle forze reazionarie.

Il modello di Partito unico in Cuba nasce dagli eventi storici del Paese ed è sostenuto dalle norme giuridiche dello Stato. La sua legittimazione giuridica è definita dall’art. 5 della Costituzione cubana, che assegna al PCC funzioni di guida dello Stato e della Società, ma non ha un ruolo elettorale, così come non ha poteri di designare o rimuovere soggetti pubblici dai loro incarichi, come non può intervenire negli affari della giustizia. 

Come detto, il PCC non partecipa alle contese elettorali, per cui il sistema cubano non va confuso con quelle situazioni monopartitiche, dove in caso di elezioni vi sarebbe un’unica opzione possibile. A Cuba è il popolo ad avere in mano gli strumenti necessari alla gestione democratica della vita pubblica. Le elezioni cubane non sono assoggettate alla presenza dei partiti perché nessuna legge impone ai candidati di far parte di una compagine, ma chiede loro di essere espressione della volontà popolare espressa in apposite assemblee territoriali. 

Il così vituperato Partito unico dei cubani è di tutto il popolo. È formato dai militanti e dagli altri cittadini, è il partito della Rivoluzione, del potere popolare e dello Stato socialista di diritto elevato a difensore della Costituzione e delle conquiste sociali. Questo sistema contrappone la sua democrazia sostanziale e partecipativa, alle democrazie formali e vuote dell’Occidente, dove il rito vale più della sostanza e dove gli elettori sono spettatori inermi. Fare in modo che il popolo sia sempre soggetto politico protagonista è l’essenza democratica del Partito Comunista Cubano. 

La democrazia a Cuba sta nei milioni di donne e di uomini che ogni giorno lottano contro il Bloqueo per costruire il proprio avvenire e per dare una prospettiva futura a milioni di bambini; sta nei milioni di anziani che vivono serenamente senza rischiare l’abbandono; sta nelle scuole, negli ospedali, nella scienza, nella cultura, nell’arte, nello sport, nel divertimento, nelle missioni internazionaliste, nelle organizzazioni di massa, nella partecipazione di tutto un popolo raccolto attorno alla propria Rivoluzione che ha saputo riscattare i 450 anni di oppressione. 

Por el pueblo y para el pueblo” è il motto che spesso compare sui cartelloni che fiancheggiano le strade di Cuba. 

In questa breve frase ritroviamo tutta la forza di un popolo che rivendica il diritto di vivere secondo un proprio modello politico, conquistato con lunghi anni di lotta e di resistenza, senza pretendere che altri lo condividano. Possiamo dire altrettanto? Una questione di stile!

Di seguito il link per il video del dibattito on-line organizzato dal Centro Politico e Culturale “Cumpanis” Genova lo scorso venerdì 23 luglio, dal titolo: ” Gli USA attaccano Cuba”.