Roger Taboada: Il discorso di Pedro Castillo è stato piuttosto incoraggiante, ha ratificato in primo luogo le proposte fatte durante la campagna elettorale, soprattutto alcuni punti importanti, specialmente in difesa degli interessi sindacali, e ha evidenziato la necessità di un referendum per una nuova Costituzione politica del Perù. Ha, inoltre, dichiarato guerra totale allo sfruttamento illegale delle risorse naturali del Paese da parte di tutte le multinazionali, sottolineando la necessità di preservare i diritti ambientali, i diritti dei lavoratori e della cittadinanza in generale. Ha anche affrontato questioni che riguardano la sovranità nazionale e l’indipendenza del Perù come Stato che sta iniziando a costruire un nuovo percorso nel suo futuro.

D. Sostanzialmente, ci ha colpito l’inizio del discorso, poiché non è molto comune e l’abbiamo sentito solo in Bolivia, discorso che ha dedicato ai più umili del Perù, ai “nessuno” come ha detto anche la vicepresidente Dina Boluarte nel suo giuramento. A quanto pare, c’è un’idea molto chiara di Pedro Castillo, quella di governare per i più oppressi, per gli ultimi. Ciò contrasta fortemente con quanto visto in Perù con i precedenti leader.

R. È quanto ha detto all’inizio, per cui molti sono colpiti dal fatto che un contadino o un uomo del popolo, un uomo che rappresenta coloro che sono stati oppressi per secoli in questo paese, assuma oggi la presidenza del paese. Ciò è, indubbiamente, una cosa che non si era mai vista nel Paese, che sia proprio nel Bicentenario che uno dei nostri uomini assuma la guida del Paese. È questo il motivo dello sforzo di presentare tutta la destra unita, la destra fascista e quella che non lo è stata tanto, conducendo la campagna contro una persona come Castillo che vogliono stigmatizzare come “l’indio povero e ignorante”, il “piedi nella terra”, come dicono alcuni in città, la persona che non è in grado di rappresentare gli interessi della nazione. Secondo questa logica elitaria e razzista, Castillo è un maestro di campagna, di montagna. Qui chiamiamo l’abitante della sierra, il “serrano” e, in Perù, dire “serrano” o “cholo” (indigeno), fino a non molto tempo fa, era uno degli insulti peggiori. Di contro, con l’irrompere di tutto ciò che rappresenta Pedro Castillo, dire “serrano” o “cholo” significa rivendicare i poveri, quelli che più hanno bisogno di riconoscimento in questo paese.

D. La rivendicazione dei popoli indigeni è stata espressa con forza anche in questo discorso e in quello pronunciato ad Ayacucho. È una conferma di altri precedentemente formulati durante la campagna. Da lì deriva anche la costruzione di quello Stato plurinazionale tanto necessario ai popoli della nostra America e di Abya Yala, un’esperienza che il popolo boliviano sta vivendo negli ultimi anni. Come appare questo importante passo?

R. Come dicevo, oltre che incoraggiante, quanto ha detto Pedro Castillo è molto puntuale su alcuni aspetti. In relazione alla questione dei popoli indigeni, noi abbiamo nella zona della foresta e nelle montagne peruviane, il paradigma della nazionalità, dell’anima Quechua-Aymara, dei nativi delle zone selvatiche che sono depositari dell’essenza dell’identità nazionale nel nostro Paese. Pertanto, rivendicarli, tenendo conto che non c’è mai stata una situazione come questa prima, riflette l’orientamento che avrà questo governo. Il presidente governerà in funzione di loro, per loro e per tutti coloro che fanno parte di quella enorme area di emarginati e della maggioranza nazionale.

Nella stessa prospettiva è anche Dina Boluarte, una donna degli altipiani peruviani, della zona di Abancay, del distretto chiamato Chalhuanca, da cui è originaria María Parado de Bellido, una delle nostre eroine nazionali, fucilata nel 1823 dagli invasori e criminali spagnoli.

Pertanto, siamo molto confortati dal messaggio, c’è coerenza nel discorso di assunzione del comando con l’orientamento a governare e, ovviamente, sono già in atto, da parte della scellerata destra, i primi tentativi contro il progetto ufficiale. Hanno sferrato mille offensive per impedire alla lista di governo che rappresenta Pedro Castillo di partecipare alle elezioni interne del Congresso, così come hanno fatto oltraggio, nella maniera più irrispettosa e villana, al presidente uscente Sagasti che era andato, come si conviene, a consegnare la fascia presidenziale a Pedro Castillo. Lo hanno fermato all’ingresso del Congresso e persino un militare gli ha puntato il dito contro, costringendolo ad andarsene. Questo parla di un comportamento che trasuda la rabbia che questa destra fascista prova nell’avere un “cholo” alla presidenza della Repubblica.

D. Ci sono diversi problemi che ricadono su Pedro Castillo ora che deve governare. In primo luogo, la comunità imprenditoriale, il settore economico, e come sarà il rapporto con coloro che hanno il potere economico in Perù, che non sarà tanto facile spodestare da un giorno all’altro. Come pensi che possano essere questi primi 100 giorni di governo su questo specifico aspetto?

R. Credo che Castillo abbia capito di dover agire con grande prudenza in questo campo, forse l’annuncio che più ha reso più “rauche” queste persone dalla CONFIEP (Confederazione Nazionale delle Imprese Private), e altri settori imprenditoriali, è quello che la Banca della Nazione sta per entrare in concorrenza nella concessione di prestiti ai piccoli e medi agricoltori. Per questo motivo hanno urlato fino al cielo. Forse, una delle cose che più vogliono evidenziare nel discorso di Pedro Castillo è l’aver fatto tale annuncio e il fatto che lo Stato non può partecipare alle attività commerciali. Continuano la loro leadership con una concezione neoliberista, con il concetto di sussidiarietà dello Stato. Per loro, lo Stato dovrebbe essere solo una specie di arbitro, un’istituzione che concede solo agevolazioni per la rapina che esiste nel paese. 

Questa è una delle cose che intendono evidenziare di più ma, d’altro canto, credo che in questi primi 100 giorni non possano spezzare lance contro il governo perché ha agito, al riguardo, con grande prudenza. Immagino che saranno preoccupati per qualche altro provvedimento, ad esempio il diritto di proporre la revisione, non così esplicitamente, delle organizzazioni dei contratti cosiddetti di “instabilità fiscale”. Bisogna tener presente che la Costituzione montefujimista del 1993 parla dei cosiddetti contratti di legge, ossia che ciò che il governo ha firmato diventa un contratto di legge che può essere modificato solo da una rettifica costituzionale. Continuano a versare le tasse nel Paese, pagando somme insignificanti e royalties irrisorie riguardanti, ad esempio, le risorse naturali, come se fossimo nell’anno in cui sono state firmate queste convenzioni.

D. Come, esattamente?

R. Ti faccio un esempio, relativo al caso della miniera di Yanacocha. Si tratta della quarta miniera più grande del mondo, comunque, quando l’oro era a circa 300 dollari l’oncia nel 1996, sono stati firmati i contratti per lo sfruttamento della miniera, durante il pieno governo di Fujimori, e veniva pagata una media di royalty sul costo di un’oncia d’oro di quel tempo; penso che fosse di 300 dollari l’oncia sul mercato mondiale. Poi, 10 anni dopo, nel 2006, durante il governo del “primo” Ollanta, che appariva come patriota, si mise in discussione la necessità di rivedere quei contratti perché il prezzo dell’oro era salito a 1.400 dollari l’oncia. Tuttavia, Yanacocha ha continuato a pagarci royalties del 10% sul prezzo totale dell’oncia, cioè 1.100 dollari sopra i 300, ed era 1.400, ripeto, il prezzo dell’oncia sul mercato mondiale. 

Ciò non è stato toccato, e tra i candidati alla presidenza del paese, l’unico che ha sollevato la revisione dei sovraprofitti minerari è stato Ollanta Humala (prima di tradire); gli altri come Flores, Castañeda e altri hanno sostenuto che gli accordi non si toccavano nemmeno con “il petalo di una rosa”. È un problema che rimarrà in sospeso, infatti attualmente abbiamo la terza riserva di gas dopo il Venezuela e la Bolivia, ma anche, con la zona di sfruttamento di Camisea, il gas più costoso del continente. In altre parole, abbiamo carburante dal prezzo quasi stratosferico, tenendo conto dell’economia dei più poveri del Perù, e anche ulteriori gestioni di altre risorse naturali che, come l’esempio di Yanacocha, continuano a pagare cifre insignificanti al Paese. Questo significa che ad un certo punto ci sarà uno scontro, ma già Pedro Castillo ha espresso la sua ferma decisione di rivedere la cosa e ciò ovviamente si porrà a livello costituzionale. I cambiamenti sul piano della sfera economica saranno costituzionalizzati al momento del cambiamento dell’economia stessa.

D. Un altro tema che mi sembra critico per ciascuno dei governi latinoamericani, ogni volta che sostiene un governo popolare, è la questione delle Forze Armate e della polizia: epurare o non epurare; se non lo si fa c’è pericolo, se sì ci sono rabbia e complotti. Come vedi questa situazione in Perù?

R. Il nuovo governo dovrebbe agire con una certa cautela, anche se alcune cose sono state facilitate dal fatto che il presidente del Comando Congiunto delle Forze Armate, il generale César Astudillo Salcedo, si è dimesso una settimana fa, non solo perché hanno sbagliato nella gestione di una nuova proposta per il settore della difesa, ma anche perché lui è coinvolto nel vergognoso furto e vendita del carburante destinato al personale dell’esercito. Esiste un intero gruppo di generali, avanzi del montesinismo (N. d. R., di Vladimiro Montesinos, l’uomo forte del governo di Alberto Fujimori, entrambi in prigione). 

Sono tante le persone legate a queste sfere della dittatura che hanno fatto carriera militare in base a favori e intimidazioni, legate a quel gruppo criminale che ha governato il Perù tra il 1990 e il 2010, cioè il governo Fujimori-Montesinos, e che tuttora stanno al comando dell’esercito. In altre parole, c’è un comando dove abitano il fujimorismo e il montesinismo, afflitto dalla corruzione e legato anche al Pentagono nordamericano. Non dimentichiamo che l’ambasciata degli Stati Uniti sta monitorando costantemente il comportamento delle Forze Armate nel continente, più ancora con questa sorta di “Piano Condor 2” che si è scatenato e la cui massima espressione è l’assassinio del presidente Moise ad Haiti come risultato di una serie di fattori che non è il caso menzionare, così come l’uccisione di leader sociali e politici in Colombia. Questo ci sembra far parte di quel Piano Condor. Pertanto, toccherà a Pedro Castillo affrontare questo problema con le “pinze”; ovviamente, ad un certo punto sarà facilitato perché ci sono dei militari coinvolti in alcune vicende, che vengono duramente contestati, e presumo che in questo momento stiano pensando di dimettersi o far cadere le accuse.

D. Tuttavia, quei retaggi ultrà nelle Forze Armate si sono visti negli appelli continui al colpo di stato, susseguitisi poco prima che fosse riconosciuto il trionfo di Castillo.

R. Sì, sono gli appelli al golpe che continua a fare l’estrema destra rappresentata da Fujimori e da un certo López Aliaga, un soggetto spregevole, che appartiene all’Opus Dei e ai settori più reazionari della destra, e non si sono fermati ai loro proclami golpisti. Come l’ex vice ammiraglio, Jorge Montoya, che è stato eletto, o José Cueto, che viene dalla marina dove si trova la fucina di quella destra golpista legata alle forze armate.

D. Quel Congresso che si è concesso il lusso di cacciare a calci il presidente uscente Sagasti il ​​giorno dell’insediamento di Castillo, può essere un grosso ostacolo per la gestione dell’attuazione delle leggi come il nuovo governo tenterà di fare d’ora in poi?

R. Beh, ci sarà una resistenza totale da parte della destra al Congresso a qualsiasi misura che possa legalizzare qualche norma favorevole al popolo e farà da freno permanente, ma sarà nelle mani di quel popolo che si mobilita costantemente per ottenere alcuni risultati che non si sono potuti conseguire in ambito parlamentare. Quindi, la mobilitazione popolare, la pressione del popolo, l’organizzazione, saranno il supporto fondamentale di questo governo per garantire la concretizzazione di alcune conquiste, come è sempre stato. Ora più che mai si deve porre molto l’accento sull’organizzazione sociale e sull’unità dei settori popolari, sull’unità della sinistra peruviana, con l’obiettivo di spingere e garantire le proposte avanzate da Pedro Castillo, per le quali ha votato la maggioranza dei Peruviani.

D. Indubbiamente una delle questioni che metterà tutto a fuoco sarà l’Assemblea Costituente, pensi che questa istanza sia realmente popolare e inclusiva?

R. Sono necessariamente le strade e le mobilitazioni che faranno pressione per ottenere questa conquista. Questo significa che dovremo necessariamente dare luogo a una consultazione e raccogliere firme per presentare un’iniziativa parlamentare al Congresso della Repubblica. Queste firme, che non credo richiederanno molto tempo per essere raccolte, dovranno chiedere al Congresso di approvare una norma che consenta di indire il referendum. Lì, la destra ha una maggioranza che è al servizio degli interessi transnazionali, delle grandi imprese e dell’oligarchia peruviana, quindi dovremo lottare perché occorrono i tre quarti della maggioranza semplice, e crediamo che questo si possa ottenere nella misura in cui abbiamo un’organizzazione solida, forte e pronta a conquistare questa iniziativa. Dobbiamo essere consapevoli che d’ora in poi ci sarà una lotta continua in campo ideologico, politico e organizzativo. Sarà una grande battaglia, senza dubbio.

D. Il “terrorismo mediatico” peruviano e latinoamericano si è sforzato in questi ultimi mesi di cercare di dividere le figure di Vladimir Cerrón, la massima autorità del Partito Perú Libre, e quella del Presidente del governo. Qual è la tua opinione su questo tentativo di voler dimostrare che Castillo governa ma è soggetto alle indicazioni di Cerrón?

R. Vogliono presentare l’immagine di un Castillo codardo, di un presidente spersonalizzato che sarà il “burattino” del segretario generale del Partito Perú Libre. Questa è l’immagine che vogliono imporci, che abbiamo un presidente senza una voce propria, senza una personalità definita. E così inducono a pensare che non si può permettere di governare a Cerrón, il quale sostiene un’ideologia del Perú Libre marxista, leninista, mariateguista. L’idea che cercano di imporre è che “Castillo è il buono e Cerrón il cattivo del film”. Penso che ciò finirà nella misura in cui non si creeranno incrinature interne. 

Ci sono aree e sfaccettature nei grandi movimenti sociali e nella lotta per le grandi trasformazioni sociali, ci sono sempre differenze in alcune misure congiunturali, ma gli obiettivi strategici sono dati. Fin quando ci sarà questa fondamentale convergenza di obiettivi strategici nelle aree vicine e all’interno del governo di Pedro Castillo, credo che non ci saranno grossi problemi, bensì si otterrà la riaffermazione permanente degli obiettivi centrali della proposta della campagna elettorale, di pace con giustizia sociale. Non bisogna rinunciare agli obiettivi socialisti, che molti compagni hanno ben chiari, e si deve pensare anche a quel contingente umano che si avvicina vedendo una speranza nel governo. 

Dovremo stare insieme, evitando incrinature e divisioni artificiali che sta tentando la brutale campagna mediatica, quella che in Perù chiamiamo la stampa concentrata, perché la famiglia oligarchica Miró Quesada è uno dei dodici apostoli dell’oligarchia dura e gestisce l’80% del flusso informativo qui, nel paese. Sappiamo, quindi, a cosa puntano questi “traditori della patria”. Non credo che ci riusciranno, ma penso che nei prossimi giorni bisognerà prendere alcune posizioni e risoluzioni. Siate certi che siamo pronti a dare questa battaglia e a combattere sul piano ideologico questo attacco reazionario della destra. È una grande sfida che noi intendiamo affrontare apertamente, determinati a lottare per questi cambiamenti e oggi abbiamo una grandissima possibilità e speranza.

Siamo certi di essere sulla buona strada e di avere anche un’opportunità per unirci sempre più alla lotta dei popoli latinoamericani.