Questo sito non rappresenta una testata giornalistica e non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001

Permanenza

del fine produttivo capitalistico

La lotta di classe – riguardata non dalla parte padronale sempre perdurante – dovrebbe riuscire a procedere dall’unità consapevole di tutto il proletariato moderno, includendo occupati, disoccupati, inoccupati, stabili e precari, attivi e in riserva, studenti lavoratori e pensionati, ed anche riconoscendosi in queste categorie unitamente a tutte le sue altre differenze: di genere, di generazione, di nazionalità, di etnia, di fede, ecc…

di Carla Filosa*

*redazione de “La Contraddizione”; l’articolo proviene dall’archivio de “La Contraddizione”, di cui ora è possibile la lettura sul blog.

Con questo articolo Carla Filosa inizia a collaborare a “Cumpanis”

Il sistema di capitale va analizzato nella sua specificità che lo differenzia dagli altri modi di produzione che lo hanno preceduto. Il processo produttivo dei modi di produzione precapitalistici, storicamente finalizzato alla produzione di valori d’uso o oggetti socialmente utili per la soddisfazione dei bisogni umani, si trasforma, nel modo di produzione capitalistico, in strumento per la produzione di valore e plusvalore creato dal lavoro umano all’interno delle merci realizzate. “L’immane [il termine tedesco usato da Marx è ungeheure = mostruosa, impressionante, spaventosa] produzione di merci” con cui si inizia Il Capitale di K. Marx è un punto di partenza analitico per la formazione del capitale, mentre è nello stesso tempo un punto di arrivo storico, da cui quindi è possibile andare a ritroso conoscitivamente, e rintracciare nella materialità della produzione umana la duplicità di valore d’uso e valore intrinseca ad ogni oggetto prodotto. Il capitale (declinato al singolare è un’astrazione che implica sempre la sua pluralità reale) rende il processo produttivo – eterno scambio con la natura per la soddisfazione dei bisogni sociali umani – un unicum con il processo di valorizzazione, che ne caratterizza quindi la rilevante specificità storica. Già prima nella sottomissione formale, poi compiutamente nella sottomissione reale al capitale, la produzione non è più limitata dai bisogni primari umani, non costituendo più il suo obiettivo sostanziale bensì solo la sua mediazione necessaria. La produzione di merci diventa fine a se stessa, emancipata dai bisogni, volta alla produzione di valore e plusvalore nello scambio iniquo con la forza-lavoro, acquistata nell’apparenza formale di scambio tra eguali.

Il capitale si afferma e si riproduce riproducendo anche le sue condizioni e rapporti sociali. La scala produttiva è necessariamente sempre crescente secondo un aumento progressivo di lavoro non pagato o pluslavoro, che darà luogo al plusvalore quale condizione di accesso al salario, o parziale pagamento in denaro a lavoro ultimato, sufficiente solo ad essere scambiato con mezzi di sussistenza per la riproduzione della forza-lavoro, ovvero generica capacità lavorativa da vendere continuamente. In questo modo di produzione la giornata lavorativa viene infatti nascostamente suddivisa tra lavoro necessario pagato – da restringere quanto più possibile – e lavoro superfluo, gratuito, appropriabile dal capitale – da ampliare quanto più possibile. Il lavoratore, in altri termini, viene remunerato solo per una quota di lavoro erogato e solo se è in grado di produrre il plusvalore necessario alla valorizzazione del capitale. Altrimenti la sua forza-lavoro non ha valore, la sua vita non conta, non è prezzabile. Il lavoro produttivo è quindi solo quello produttivo di plusvalore, indipendentemente pertanto dalla produzione di oggetti utili e indifferentemente dal suo essere concreto, ovvero relativo ad un’attività materiale specifica differente da tutte le altre. Viene considerato solo per il suo aspetto di lavoro astratto, cioè in quanto tempo di lavoro socialmente necessario, pura quantità misurabile e comparabile con altre quantità similari, mezzo alla produzione di plusvalore: a) il primo presupposto è che la forza-lavoro sia venduta come lavoro vivo. Sempre più socialmente combinata, in essa cooperano più funzioni diversificate della forza-lavoro, come una macchina produttiva totale, come un lavoratore non più individuale ma collettivo; b) il secondo presupposto è che la forza-lavoro e il suo lavoro siano incorporati come fattori viventi generatori di valore e plusvalore, per oggettivare una grandezza di valore fluida. Il lavoro produttivo, inoltre, è socialmente determinato e si scambia con denaro in quanto capitale, mentre quello improduttivo con reddito, costituendo uno specifico rapporto tra lavoro oggettivato, morto in continuo aumento e lavoro vivo relativamente in recessione.

Da tutto ciò che ci circonda non risulta in alcun modo presumere di essere fuoriusciti da questo sistema produttivo e sociale. La crisi strutturale strisciante che perdura dagli anni ’60 del secolo scorso, la difficoltà di accumulazione conseguente dovuta alla saturazione dei mercati, il trasferimento della crisi di capitale in crisi di lavoro – condotta con licenziamenti, ristrutturazioni, precarizzazione e flessibilità del lavoro, dislocazioni volte alla diminuzione dei costi di produzione, aumento della corruzione e infiltrazioni criminali nelle amministrazioni, ecc. – danno conto di un sistema di capitale sicuramente in affanno ma tuttora dominante. Il suo presupposto, inoltre, fondato sulle ineguaglianze sociali tra chi detiene i mezzi di produzione e chi ne è stato privato, si estende continuamente approfondendo le distanze sociali, da riguardare ormai su scala planetaria. L’attuale scoperta incolta o mistificante dell’aumento delle “diseguaglianze” – da non riguardare quindi tra “ricchi e poveri” quali banali detentori di “denaro” in quanto tale, reddito o ricchezza sociale privatamente ammassata – è solo l’approfondi­mento di quel presupposto di iniquità sostanziale tra chi detiene il monopolio dei mezzi di produzione per il continuo accaparramento di lavoro morto sociale, ovvero incremento di denaro in quanto capitale, e chi è costretto invece a vendere la propria forza-lavoro sempre più svalorizzata e appesantita dall’onere di sostenere anche l’inoccupazione indotta. Il cosiddetto odierno “reddito di cittadinanza” coralmente ormai definito “di sinistra” in virtù di un azzeramento ideale e ideologico delle sue motivazioni reali, è per l’appunto solo la ripartizione di un capitale variabile già stanziato (destinato al pagamento salariale e trasformato in tassazione di stato), che deve bastare ora anche per mascherare i picchi estremi di povertà generata. Essendo la povertà di chi può solo lavorare per vivere il presupposto su cui il capitale si basa, questa non può essere “abolita” o minimizzata come manipolatori o benpensanti vorrebbero far credere; può solo essere parzialmente soccorsa – a imitazione delle strutture religiose a ciò preposte – nei suoi aspetti più pericolosi per la stabilità e/o il decoro sociale. Si ingenera così una distanza tra lavoro e reddito, in un diaframma statale che occulta lo specifico rapporto antagonistico, nello sfruttamento lavorativo necessario al capitale di ottenere plusvalore come “condizione” di accesso al lavoro necessario o reddito salariale. Se il reddito viene erogato, da un ente apparentemente neutrale quale uno stato o altro, in previsione di lavoro (quale che sia e con retribuzioni tendenti al minimo o non è chiaro con quali garanzie dei limiti previsti), si può solo essere grati di un sostegno comunque temporaneo [di ciò parlava Engels nell’intervista a The Daily Chronicle, del 1° luglio 1893 (riportata in Il programma minimo – la Città del Sole, Napoli 2015) “Acconto è qualsiasi riforma alla quale fosse costretta la borghesia a seguito delle lotte del proletariato. Il nostro programma è un programma autenticamente socialista. La nostra prima richiesta è la <socializzazione di tutti i mezzi di produzione>. Accettiamo bensì tutto ciò che un governo <ci concede>, ma solo come un acconto, per il quale non ci sentiamo debitori della minima riconoscenza], senza però che si sia modificata la condizione sostanziale di indifferenza alla qualificazione o mansionario pregresso dell’indigente, come pure quella di lavoro precarizzato generalizzato in forma definitiva. La conflittualità sociale interna al rapporto antagonistico col capitale (al crescere dei profitti diminuiscono i salari e viceversa) è così eliminata nell’oblio o almeno allontanata nei tempi brevi. Viene invece così incanalata in altri temi come diversivo di natura più emotivamente sociale quali razzismo, sicurezza, autodifesa, ecc.

 

Le forme sociali del lavoro sono indipendenti dai singoli lavoratori e si contrappongono loro come figure del capitale, quale suo dominio im-mediatamente invisibile. La capacità lavorativa viene pertanto modificata da queste forme diventando, così, impotente al di fuori di queste e venendo distrutta nella sua potenzialità indipendente. Con lo sviluppo delle macchine queste si presentano, pur essendo prodotto sociale generale, come forze che dominano il lavoro anche dal punto di vista tecnologico appropriato dal capitale, che pertanto rende il lavoro sostituibile e superfluo nella sua indipendenza. Dalla sua unità storica originaria, anche il lavoro intellettuale e manuale viene scisso dal capitale per incrementarne separatamente la produttività incorporata di entrambi. La scienza quindi – quale oggettivazione nella sua essenza astratta dell’intelligenza generale sociale nello sviluppo storico – viene qui resa una merce, prodotta da una forza-lavoro intellettuale acquistata con capitale variabile, sussunta poi immediatamente come capitale fisso (funzionalmente capitale costante). Nel sistema automatico di macchine questa forza-lavoro è incorporata, “succhiata” come forza appartenente al capitale e contrapposta al lavoro vivo che, per essere produttivo, basta che compia una qualsiasi funzione subordinata al processo di produzione, quale organo del lavoratore complessivo. La trasformazione del lavoro in capitale fa sì che, separato dal capitale quale “base della produzione”, il lavoro nella sua esistenza immediata, non sia più produttivo. Dunque, il capitale è produttivo in quanto rapporto di produzione: in quanto tale, produce e si appropria anche del sapere sociale quale merce determinata capitalisticamente, acquistata con capitale variabile e poi assorbita come capitale fisso nei mezzi di produzione, lavoro oggettivato ma in passato vivo. Nel nuovo sistema automatico di macchine il lavoro vivo con questo combinato, “succhiato” come capitale fisso – cioè non circolante – diviene una forma funzionale unica di forza-lavoro integrata. Marx intuì la tendenza che avrebbe riguardato tutto il “lavoro dipendente”, forza-lavoro viva pagata con salario o stipendio da un’industria capitalistica: il capitale “variabile” così speso verrebbe “incorporato” nel capitale “fisso” e, nella misura in cui fosse produttivo di plusvalore, diventerebbe anch’esso produttivo tramite il lavoro produttivo che ha succhiato. A questa trasformazione dette la straordinaria connotazione di “produttività morta”.

Da un punto di vista soltanto materiale la differenza tra aspetto fisso e circolante di un capitale che dal punto di vista funzionale è costante, appare quindi come un “controsenso” in quanto il lavoro vivo, mentale o manuale, viene erogato da una forza-lavoro comprata con salario, pertanto pagata solo in parte per un tempo finito. La forza-lavoro viva – ovvero il capitale variabile – è stata incorporata nel capitale fisso pur essendo “cosa circolante” nel senso che si rinnova continuamente in un tempo determinato, e può apparire un’asim­metria, un controsenso considerare un tipo “oggettuale” di capitale fisso che assorbe una “forma” di valore “funzionale”, quella di capitale variabile che si riferisce alla grandezza variabile della forza-lavoro. In altri termini, proprio per mezzo del lavoro vivo assorbito – funzionalmente variabile ma poi fissato, e perciò in modo oggettuale “non circolante” in un sistema di macchine – il capitale fisso è messo nelle condizioni di valorizzarsi per il maggior valore che quel lavoro vivo ha prodotto. Il lavoro passato assorbe lavoro vivo e in questo sistema diventa processo che si valorizza, diventa capitale variabile, valore che si valorizza; la sua trasformazione da grandezza di valore costante in grandezza di valore variabile o in processo. Il sistema automatico di macchine nel capitale è così costituito da organi meccanici e intellettuali, in cui i lavoratori ne sono solo gli organi coscienti. In esso il mezzo di lavoro è trasformato come valore d’uso, dall’accumulazio­ne della scienza e dell’abilità delle forze produttive generali del cervello sociale assorbita nel capitale fisso come mezzo di produzione, come condizione tecnologica per l’avanzamento del processo di produzione, come proprietà del capitale.

Le macchine non perderebbero il loro valore d’uso qualora non fossero più proprietà del capitale, analogamente al cervello sociale o intelligenza generale collettiva, che ancora però rimane separatamente sussunta al processo di valorizzazione. “Il corpo collettivo di uomini e cose” come forma emancipata dal sistema di capitale è la possibilità reale di un governo razionale socialmente gestito per i bisogni umani, in esso ogni progresso amministrativo e tecnologico risponderebbe alla creazione di ricchezza da distribuire per il benessere collettivo umano e per la salvaguardia e tutela della natura. Tale possibilità deve però tradursi in realtà di là da venire, di cui sono poste solo le precondizioni in questo sviluppo delle forze produttive; non si può vagheggiarla al punto da ritenerla già presente, in quanto l’unica unità concreta è ancora oggi quella del “neocorporativismo” capitalistico in cui è soffocato o comunque controllato ogni conflitto di classe di parte proletaria o se si preferisce lavorativa. Il capitale fisso dunque si presenta come macchina e tutto il processo di produzione come impiego tecnologico della scienza, non come sussunto sotto l’abilità immediata dei lavoratori. Le macchine, inoltre, presuppongono una sovrabbondanza di forze di lavoro che parzialmente sostituiscono – non certo si immettono dove la forza-lavoro è mancante – per porre l’accresciuta produttività del lavoro come forza fuori di esso e come depotenziamento del lavoro stesso. Come un autocrate la macchina gestisce l’attività dei lavoratori regolata sul proprio movimento, rendendoli subalterni e non più artefici e protagonisti della trasformazione dei materiali cui sono adibiti.

Il capitale si presenta sotto varie forme: industriale, monetario, da prestito, finanziario, ecc. ma rimane sempre lavoro morto (passato) sottratto alla società, deposito privatizzato di valore e plusvalore. Il capitale finanziario ne è un aspetto ed è sempre quello definito da Lenin: unione di capitale industriale e bancario. La sua estensione e consistenza lo hanno reso oggi dominante a livello planetario al punto da poter apparire come determinante per le politiche internazionali e nazionali degli stati, collocando questi ultimi quindi, viceversa, soltanto nella posizione di dominanza e subalternità entro la configurazione imperialistica permanente. I capitalisti, con qualunque aggettivazione successiva si vogliano considerare – agrari, industriali, finanziari o altro – sono comunque sempre “personificazione del capitale”, agenti operanti all’interno delle “leggi” del sistema per il suo funzionamento continuo. La loro abilità o capacità nell’esecuzione di questo compito darà luogo all’estrazione ottimale o meno di plusvalore, e qualora questa non dovesse riuscire sarebbero eliminati e sostituiti pena l’estinzione del sistema stesso. La speculazione finanziaria che quotidianamente muta le sorti dei capitali, è un’altra forma di estorsione di plusvalore tanto più in quanto necessaria deviazione di rotta del capitale di fronte alla crisi da sovrapproduzione, indotta dal suo stesso procedere anarchico, cioè indifferente a regole universali e privo di socialità, entro le contraddizioni della concorrenza tra capitali, tra “fratelli nemici” secondo la frequente evocazione di Marx (forse ripresa dalla “Tebaide” di Jean Racine). Di fronte alla saturazione dei mercati che rende impossibile realizzare nella circolazione il plusvalore creato in sede produttiva, il capitale si volge alla speculazione per ovviare alla stasi o penuria di accumulazione dovuta proprio alla crisi succitata, ricorrendo al trasferimento coatto di plusvalore da un capitale (più debole) a un altro. La ricchezza prodotta, in altri termini, non viene “bruciata” come una disinformazione mediatica molto spesso si esprime, ma viene acquisita, o se è più chiaro rapinata, estorta al capitale maggiormente in difficoltà, o più esiguo o meno stabile, costituendo una parte non indifferente delle modalità di controllo egemonico imperialistico mondiale. La destabilizzazione di interi stati, in cui si è investito e poi abbandonato una volta estorto il plusvalore progettato, è stata la storia intorno alla fine degli anni 1990 (Russia, Messico, le cosiddette “Tigri asiatiche”, ecc.). Le classi sono perciò definite all’in­terno di questo rapporto economico, non sono un “optional” ideologico da far sparire a seconda che scomodi teorie per lo più liberiste scientificamente arbitrarie. La classe dei capitalisti è ormai transnazionale (molti capitali di diverse nazionalità uniti e in lotta tra loro in mobilità continua per l’ottenimento dei profitti) e sottomette la forza naturale dei dominati con l’uso dell’intero sistema sociale. La contraddizione tra l’otteni­mento di consenso di questi ultimi per governare e l’ineluttabile loro alienazione per tutte le forme disumanate e disumananti necessarie al dominio (impoverimento, disoccupazione, distruzione dei valori comunitari e solidaristici, ecc.), rende sempre più pervasiva la necessità di manipolazione della coscienza potenzialmente antagonista, negandone l’identità di classe in primo luogo e sostituendola con appartenenze dissimulate come politicamente innocue (club, sport, turismo, ecc.) o anche socialmente pericolose, quali quelle di adesioni al branco, alla malavita, che resuscitano feticci dalle nostalgie naziste, ecc.

 

La lotta di classe – riguardata non dalla parte padronale sempre perdurante – dovrebbe riuscire a procedere dall’unità consapevole di tutto il proletariato moderno, includendo occupati, disoccupati, inoccupati, stabili e precari, attivi e in riserva, studenti lavoratori e pensionati, ed anche riconoscendosi in queste categorie unitamente a tutte le sue altre differenze: di genere, di generazione, di nazionalità, di etnia, di fede, ecc. La riduzione progressiva ma mai completa del lavoro necessario, l’unico pagato, è l’obiettivo cui il capitale deve tendere per esistere e riprodursi; con l’introduzione delle macchine e/o dei robot il processo produttivo espellerà tendenzialmente con maggior velocità che in passato un’ampia quota di lavoro vivo in alcune aree produttive, ma non ovunque. La divisione del lavoro su scala planetaria potrà seguire una geografia della subalternità economico-politica con un maggior impiego di lavoro vivo di contro a una meccanizzazione e automazione crescente nei paesi dominanti. Si produrrà in modo generalizzato l’aumento della produttività sociale, quella che cioè consente al capitale di appropriarsi di una parte sempre maggiore della giornata lavorativa come plusvalore relativo, in cui cioè aumenta la quota di lavoro gratuito estorto, sebbene – ma da monitorare attentamente, per cogliere le contraddizioni del sistema  nei suoi punti di debolezza – con differenziazione di tempi e salari presumibilmente più favorevoli, nelle diverse contrade produttive a tecnologia avanzata. Dall’osservazione di questo presente è possibile rilevare che la centralità lavorativa non sempre costituisce un riferimento per l’aggrega­zione delle masse, per lo più rispondente alla protesta sociale, alla rivendicazione di diritti negati o vilipesi, alla paura inoculata, ecc. La conflittualità sociale, monopolizzata e direzionata dal potere, devia quindi una potenziale lotta di classe unitaria o nella sua continua frammentazione e dilazione temporale, o nelle derive dell’inefficienza amministrativa più o meno rimediabile, sopportabile e tacitante. La necessità della consapevolezza cui si è fatto riferimento, pertanto, si auspica possa conseguirsi, anche se in un ambito ristretto di casi, con la riappropriazione dell’analisi marxiana, conoscenza teorica violentemente ostracizzata ma tuttora accessibile e l’unica scientificamente attendibile e attuale; oppure nell’evidenza della distruttività sociale e delle risorse naturali, inclusa la vita in pericolo del pianeta, cui questo sistema irresponsabilmente tende, mosso dal solo fine “miserabile” dell’accumulazione di ricchezza socialmente prodotta e ad essa sottratta, privatizzata in base al­l’imposto diritto proprietario.