… ricordo che un giorno passando per il Mandrione in macchina con due miei amici bolognesi, angosciati a quella vista, c’erano, davanti ai loro tuguri, a ruzzare sul fango lurido, dei ragazzini, dai due ai quattro o cinque anni. Erano vestiti con degli stracci: uno addirittura con una pelliccetta trovata chissà dove come un piccolo selvaggio. Correvano qua e là, senza le regole di un giuoco qualsiasi: si muovevano, si agitavano come se fossero ciechi, in quei pochi metri quadrati dov’erano nati e dove erano sempre rimasti, senza conoscere altro del mondo se non la casettina dove dormivano e i due palmi di melma dove giocavano. Vedendoci passare con la macchina, uno, un maschietto, ormai ben piantato malgrado i suoi due o tre anni di età, si mise la manina sporca contro la bocca, e, di sua iniziativa tutto allegro e affettuoso ci mandò un bacetto. […] La pura vitalità che è alla base di queste anime, vuol dire mescolanza di male allo stato puro e di bene allo stato puro: violenza e bontà, malvagità e innocenza, malgrado tutto”.

In questo racconto tratto da Vie nuove, Pierpaolo Pasolini racchiude tutta la tragicità, tutta la sopravvivenza, tutta la sensibilità che compongono le borgate romane, perché il compagno Pasolini era un antifascista e il fascismo ha tanto, ma davvero tanto a che vedere con le origini e le condizioni sociali delle periferie della città eterna. La Roma che ci piace ricordare nel solco del nostro socialismo è la Roma antipapalina, la Roma in camicia Rossa, la Roma resistente al tiranno, la Roma della seconda libera Repubblica romana, del Dio e Popolo, insomma, la Roma di Popolo, di quel popolo che rappresentava l’assetto sociale nel cuore della città, tra monumenti, architetture, hostarie, botteghe e mercati, quei mercati, spesso di bestiame tra le rovine dei fori traianei ove la storia arcaica della città e la contemporaneità dei moderni cittadini si fondeva in una consuetudine che creava un tempo eterno.

E Roma rimase tale per altri, e più, settant’anni fino all’avvento del fascismo. La presa del potere estivo dei mussoliniani ridisegnò una città in cui la borghesia, gli arricchiti senza memoria, desideravano non dover più guardare il logorio del popolo al lavoro.

Con il fascismo, che aveva giurato di combattere la borghesia, il clero e di restituire al popolo la Repubblica, le classi ricche ottengono l’esclusività della vita nel cuore pulsante dell’urbe, così il fascismo si macchierà di uno dei più grandi crimini sociali, la deportazione del popolo originario della capitale fuori dalle Porte di Roma, dando origine, così, ai nuovi borghi popolari, composti in maggioranza di baracche, caverne, umidità e povertà. Il popolo del tribuno ribelle Cola di Rienzo verrà scacciato dai suoi vicoli, dalle sue piazze, relegandolo in contesti “para-urbani” che non vedevamo dal Medioevo. Così facendo, il fascismo, trasformò gli “indigeni” romani in “forestieri” e la prorompente prepotenza fascista si scagliò sullo stesso popolo discriminando il suo ruolo sociale e trattandolo da diseredato della città eterna. 

Di fatto quel popolo, quel proletariato della prima ora del fascismo, lo leggeremo per lungo tempo tra le cronache delle hostarie, dei vicoli del centro, tra le vicende degli Arditi del Popolo intento a cercare per colpire, di “puncicare” la camicia nera come fosse già un invasore straniero intento ad occupare e a “stuprare” la tradizione di un popolo libero. Di fatto l’avvento totale del ventennio delle “camice sordide2 come le chiamava il Vate, sancì la nascita dell’antifascismo popolare che, spesso “guidate” dal buon Socialismo e poi dai capipopolo dell’allora PCI clandestino cominciarono a guardare ai trionfi dei popoli sovietici come un riscatto verso la “scacciata” dai marmi di Roma.

Le borgate furono così una grande base della resistenza romana, che frequentemente univa alla stessa resistenza, comunità coraggiose e di ardimento criminale; lo leggeremo, poi, nelle cronache del Gobbo del Quarticciolo, ad esempio.

Oggi le borgate sono ancora più lontane dalle porte della città e l’anello che abbraccia Roma è chiamato periferia; in questa periferia i movimenti politici Socialisti e il Partito Comunista Italiano hanno “imperato” per tre decenni o poco più, non permettendo ad alcun fascismo di diffondersi e tantomeno di creare spazi ad una visione borghese della vita.

Oggi, da oltre un decennio, la situazione è cambiata, gli equilibri ideologici hanno fatto spazio agli squilibri di necessità imposte dal mercato e alcuni dei valori cardine dell’essere popolo sono venuti meno. 

Oggi le borgate, gli orizzonti urbani periferici della città, recano diversi elementi che sembrano riconducibili alla maniera fascista, ma credo che molti analisti della politica confondano le tendenze fasciste con quelle popolari  e restino abbagliati da una serie di simbologie che non sono da considerarsi come appartenenza “ideologica” ma più come un legame che questi comparti popolari traggono spesso dalla forza e dal ribellismo che oramai certi emblemi suscitano tra il proletariato e il sottoproletariato. 

Nei decenni, le forze politiche socialiste e antifasciste si generavano proprio in quel tessuto sociale e le argomentazioni che venivano strutturate con il popolo erano di condivisione del suo modus vivendi e non in contrasto con esso, il desiderio di elevare le masse, si sapeva, era qualcosa che sarebbe dovuto avvenire poi, nel momento in cui si sarebbe iniziato un percorso di lotta continuativa e non come un atteggiamento morale di giudizio contro le contraddizioni in seno al popolo. 

Un gruppo sempre più diffuso di “intellettuali” ha scelto di attaccare il modo di vivere all’interno della famiglia proletaria, ha scelto di offendere l’operato poco sindacale del popolo, ha scelto di ripudiare quel modo di vivere grezzo e triviale, ha scelto di smorzare i legami patriottici, ha scelto di smorzare gli appetiti campanilistici dei quartieri, ha scelto di voltare le spalle al modo di bivaccare dei lavoratori, ha scelto di snobbare i suoi piaceri artistici, ha scelto di voltare le spalle ad ogni luogo di aggregazione del sottoproletariato, dai bar ai muretti, agli stadi, ha scelto, infine, di creare delle coscienti distanze, introducendo il concetto e la contrapposizione tra bene e male, errore miope più grande tra i settori popolari indotti alla sopravvivenza. 

In questo modo alcuni elementi di qualunquismo che caratterizzano la vita dei ceti popolari cercano eco in quelle caverne che la destra radicale, nel suo trasformismo antitradizionale, costruisce appositamente per acquisire o meglio, acquistare, consenso tra le masse, ma bisogna comprendere che ogni problema, se pur scomodo, che il proletariato sottolinea nel vivere le periferie, non è sempre all’antitesi della verità e le critiche che certi intellettuali fanno all’essere schiavizzati da un sistema spesso non è la soluzione ma l’accusa; così, la pressione fiscale, la disoccupazione, la sicurezza, l’immigrazione, il rifiuto della cultura come utilità, pur rappresentando problematiche volute dalla borghesia, non è detto che non siano problemi reali dei popoli delle borgate. 

Sulla base di questo la maggior parte delle realtà di classe hanno cominciato a prendere le distanze dal popolo ma non dalle sue aree urbane periferiche, incentrandosi sull’analisi di una “crisi” che vede colpevoli il sistema e l’infiltrazione culturale della destra. La realtà è che certi modi di pensare propri di questo radicalismo di destra non sono altro che sostegno propagandistico elementare ai “bisogni” dei cittadini della borgata e la costruzione di un immaginario collettivo che vede protagonista un “eroismo d’asfalto” che dona un falso ribellismo all’essere vicino al fascismo.

In verità, una serie di simbologie in cui si sente rappresentato, una serie di modus operandi della quotidianità sociale, sono propri e insiti nel popolo, il bisogno di essere ascoltati, di contare, il bisogno del proprio riscatto è elemento arcaico nella storia del proletariato.

Riprenderci i “covi” del nostro popolo passa attraverso la comprensione e la condivisione di quelle vite cresciute e abbandonate sull’asfalto; il nostro marxismo porta con sé tutti quei valori e quei cambiamenti che il proletariato ritiene così potenti da seguire. 

La sinistra ha trascorso decenni a considerare le classi e le sottoclassi lavoratrici come un fanciullo indifeso da proteggere, le ha considerate come energie arretrate in balìa degli eventi, le ha considerate come la debolezza della società individuando nelle confuse e deboli “avanguardie” l’unica soluzione al riscatto dei “paria maledetti”, quasi come si stesse costruendo una religione cristiana di popolo in attesa del giorno del giudizio.

Oggi il nuovo Socialismo dovrà passare attraverso la Vis, la forza, che contempli la classe dei lavoratori come l’unica entità sociale in grado di contemplare la totalità della nazione, unico ceto in grado di saper fare tutto, di ingegnarsi, di avere il talento del sopravvivere e di far sopravvivere e vivere la nazione intera. 

La cultura storica e quotidiana del proletariato sarà in grado di percepire i simboli sociali più arcaici e farne il presente. 

Così il popolo della periferia tornerà a sentirsi protagonista assoluto del cambiamento e concepirà, attraverso i suoi capi naturali, la necessità, nel senso originario (che non può essere altrimenti) di unire la propria marcia alla guida del Socialismo. Una Idea forte quella dei Comunisti che non potrà non essere vincente tra chi vive del proprio lavoro, perché sarà simbolo costante della forza, del trionfo e della volontà di Popolo. 

Così i Comunisti potranno recuperare le distanze enormi che li separano dalla loro classe, in Italia e nella città. Soltanto allora il Socialismo tornerà ad essere la spinta, l’arma, e l’idea delle classi lavoratrici e soltanto allora i nuovi simboli della rivoluzione popolare potranno essere portati in trionfo, con onore ed orgoglio, nelle piazze, nei vicoli delle borgate, sui piazzali del proprio posto di lavoro, sui muretti delle aggregazioni giovanili, nelle sale da ballo e negli stadi. 

Allora i Comunisti torneranno ad essere la guida del popolo e potranno scacciare ogni ombra fascista che pervada i popoli, perché i fascisti torneranno a ricoprire quei ruoli di disonore, infamità, viltà che sono consoni ad un’ideologia senza idea, ad un’azione senza agire, ad un eroismo senza coraggio. 

I valori del resistere, dell’avanzare, del trionfare torneranno a campeggiare sui nostri vessilli e il proletariato riconoscerà il Socialismo, i Comunisti come unica e potente catapulta per tornare al centro della vita politica, al centro delle decisioni fatali, al centro della propria città, restituendo a Roma, quel carattere popolare, quel vivere umano, quel ponentino frizzante di giustizia, quell’ombra dei platani che reca libertà ad un popolo che ha sconfitto ogni tirannia, che ha liberato mille volte questa città e che mille volte la libererà nel nome dell’idea più alta da cui un popolo possa abbeverarsi, il Socialismo.

Roma è una Patria e un Popolo che vive oltre i suoi confini non reca alla città eterna dignità, onore e giustizia.

Fijji mii cari, state bbene attenti. / Sovrani in alegria sò bbrutti esempi. /

Chi rride cosa fa? / Mmostra li denti.             (G. G. Belli)