La narrazione di un’Unione Europea che, nei confronti dei suoi Paesi membri, sarebbe buona e generosa al punto da mettere in campo tutti gli strumenti per farli uscire il prima possibile dalla crisi economica e sanitaria viene portata avanti con un ritmo incalzante sui principali mezzi di comunicazione da un complesso di economisti, giornalisti e intellettuali che, a mio avviso, rientrano a pieno titolo nella categoria di coloro che Marx chiama pugilatori a pagamento e Kalecki definisce uomini d’affari ed esperti di economia strettamente legati ai settori bancario ed industriale.

Questa immagine dell’Unione europea, oltre ad essere stancante, è anche falsa ed ingannevole: la verità è che la sospensione dei vincoli di bilancio e i finanziamenti (di cui solo una piccola parte a fondo perduto) agli Stati membri rientrano in quelle misure che le oligarchie europee accettano volentieri, in quanto compatibili con i propri interessi, in una situazione di grave recessione.

La pandemia e le restrizioni adottate per contenere il contagio hanno infatti provocato in tutto il mondo una forte contrazione sia dell’offerta aggregata che della domanda aggregata, soprattutto a causa del blocco di una parte significativa delle attività produttive e della scomparsa dei redditi generati da quelle attività.

A livello europeo, i dati del 2020 relativi alla riduzione del Pil e dell’occupazione sono peggiori di quelli registrati in seguito alla crisi del 2007-2008. Nel nostro Paese, nel 2020, il Pil ha fatto registrare una diminuzione dell’8,9%, una caduta comunque simile a quella di altri Paesi europei come Francia (-8,2%) e Spagna (-9,1%).

Tuttavia, a differenza del 2007-2008, le classi dominanti europee sono consapevoli che una crisi acuta, dal loro punto di vista rischiosa in quanto capace di minare le basi del loro stesso potere, può essere superata con politiche monetarie e fiscali fortemente espansive, anziché con l’austerità.

Per questo hanno accolto favorevolmente il lancio, da parte della Banca Centrale Europea, del PEPP (Pandemic Emergency Purchase Program), un programma straordinario di acquisto di titoli di Stato  emessi dai Paesi europei sul mercato secondario per 1.850 miliardi di Euro.

Inoltre hanno sostenuto il NGEU (Next Generation EU), uno strumento da 750 miliardi di Euro che  viene finanziato attraverso l’emissione di titoli europei e che comprende sia prestiti (360) sia sovvenzioni (390) agli Stati membri. Per l’Italia, i fondi previsti per il periodo 2021-2027 sono circa 127,6 miliardi di Euro in prestiti e 77,4 miliardi di Euro di sovvenzioni.

Hanno poi condiviso anche altre misure straordinarie come il piano SURE (temporary Support to mitigate Unemployment Risks in Emergency), uno strumento temporaneo da 100 miliardi di Euro finalizzato a ridurre i rischi di disoccupazione durante l’emergenza sanitaria e che ha già comportato per il nostro Paese 16,5 miliardi di Euro di prestiti, il piano della Banca europea degli investimenti (BEI), che ha l’obiettivo di mobilitare fino a 200 miliardi di Euro di prestiti e garanzie, e le linee di credito del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), tra le quali figura quella con la condizionalità di destinare i fondi ricevuti esclusivamente alle spese sanitarie dirette e indirette legate all’emergenza Covid-19. 

Eppure questi strumenti, accettati favorevolmente dalle élite europee, non realizzano miracoli.

Un recente studio di R. Canelli, G. Fontana, R. Realfonzo e M. Veronese Passarella (Are EU Policies Effective to Tackle the Covid-19 Crisis? The Case of Italy, Review of Political Economy, doi: 10.1080/09538259.2021.1876477), dopo aver valutato l’impatto del NGEU sulle principali variabili macroeconomiche italiane (Pil, occupazione, rapporto debito pubblico/Pil, rapporto deficit pubblico/Pil, inflazione), conclude che l’impatto espansivo indotto dal NGEU non sarà sufficiente a stimolare la ripresa dell’economia italiana. In particolare, stima che tali misure non porteranno né il Pil né l’occupazione né le finanze pubbliche ai livelli pre-Covid-19, con conseguenze in termini di insostenibilità del debito pubblico nel lungo termine.

Il problema è che, ad eccezione delle sovvenzioni del NGEU che non prevedono un rimborso (nonostante provengano comunque dai contributi dei Paesi membri), tutti gli altri finanziamenti dell’Unione Europea non sono contributi a fondo perduto ma prestiti che devono essere completamente rimborsati e che quindi concorrono ad incrementare disavanzo e debito pubblico. 

Questi ultimi, come sappiamo, sono sottoposti a delle condizioni, temporaneamente sospese, come il pareggio di bilancio (che in Italia è stato addirittura inserito in Costituzione) e l’obbligo di ridurre ogni anno di un ventesimo il debito pubblico che eccede la soglia del 60% del Pil. Tali condizioni, in ogni modo, verranno riattivate a partire dal 2023.

Consideriamo che, alla fine del 2020, per l’Italia, il rapporto debito/Pil ha raggiunto il 157,5% e il rapporto deficit/Pil è stato del 9,5%. Anche il debito di altri Paesi è fortemente aumentato senza comunque avvicinarsi ai nostri livelli: quello francese è infatti arrivato al 115,3% mentre quello tedesco è salito al 71,2%.

Tuttavia una soluzione adeguata a riportare la crescita italiana in poco tempo ai livelli del trend pre-pandemico esiste ed è rappresentata dal finanziamento monetario della spesa pubblica.

Esso si può presentare sia nella forma della monetizzazione diretta che in quella della monetizzazione indiretta.

Nella monetizzazione diretta, la banca centrale emette moneta e, con essa, finanzia l’eccesso della spesa pubblica sulle entrate, vale a dire il deficit di bilancio. Il denaro creato dalla banca centrale viene trasferito al Tesoro senza alcuna creazione di debito pubblico da restituire in futuro.

Nella monetizzazione indiretta, invece, la banca centrale acquista una determinata quantità di titoli di Stato emessi dal governo. Non importa se sul mercato primario, cioè partecipando all’asta in cui vengono offerti i titoli appena emessi, o su quello secondario. L’importante è che la banca centrale si impegna a mantenere i titoli acquistati perpetuamente nel proprio bilancio, a rinnovare tutti i titoli acquistati che giungono a scadenza e a restituire al governo gli interessi maturati su tali titoli. In questo caso, si parla di monetizzazione indiretta perché, nonostante venga creato un debito, non vi è l’obbligo di restituirlo in futuro.

Per quanto riguarda l’Italia, in una situazione di crisi, con un tasso di inflazione nullo o addirittura negativo e con un settore pubblico pesantemente indebitato, non esisterebbe alcuna controindicazione al finanziamento monetario della spesa pubblica. Senza innescare forti aumenti del tasso di inflazione e senza gravare sulle finanze pubbliche, esso darebbe una spinta espansiva all’economia con effetti fortemente positivi sul Pil e sull’occupazione.

Le autorità monetarie e fiscali dell’UE avrebbero quindi la capacità e il potere di condurre l’economia italiana e quella degli altri Paesi europei su un sentiero di crescita sostenibile, con risultati positivi sulla produzione, sui redditi, sull’occupazione e perfino sulle finanze pubbliche.

Allora perché, anche in una situazione come quella che stiamo vivendo, il finanziamento monetario della spesa pubblica rimane un assoluto tabù? Perché continua a rimanere in vigore il divieto di finanziamento diretto della spesa pubblica degli Stati membri da parte della Banca Centrale Europea (art. 123 TFUE)? Infine, perché la maggior parte dei finanziamenti dell’Unione Europea sono prestiti che vanno a gravare sul disavanzo e sul debito pubblico?

La spiegazione è semplice. In questo modo, dopo aver accettato l’espansione della spesa pubblica, esigendo comunque, in cambio dei fondi, riforme di struttura a loro favorevoli e la compatibilità della stessa spesa pubblica con i loro interessi, le oligarchie finanziarie e industriali europee potranno, con la fine dell’emergenza, con la riattivazione dei vincoli istituzionali di bilancio e con la crescita inevitabile del debito pubblico, mettere di nuovo in campo piani di aggiustamento fiscale e pretendere, con ancora più forza, i tagli alla spesa sociale, le privatizzazioni, i licenziamenti, la precarizzazione dei rapporti di lavoro e ogni forma di macelleria sociale.

Smettiamola quindi con questa falsa propaganda che dipinge l’Unione Europea come magnanima e che nasconde così la sua natura classista e i suoi continui attacchi ai diritti dei lavoratori.