Questo sito non rappresenta una testata giornalistica e non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001

Per un sindacato unico di classe

“Capire a fondo che cosa è la natura del sindacato e delle sue strutture è fondamentale per i comunisti per definire un proprio indirizzo sindacale di classe”

di Rolando Giai-Levra

Prima di entrare nel merito dell’argomento in questione, è opportuno rilevare la realtà concreta dell’articolazione sindacale per come è presente nel nostro paese. Poiché, qualche volta sfugge la dimensione del concetto materiale di massa, forse qualche numero ci aiuterà a capire meglio di che cosa stiamo parlando. Partiamo dai dati concreti esistenti: su circa 60milioni di residenti in Italia, circa 23,5milioni sono gli occupati, di cui 18,1milioni lavoratrici e lavoratori dipendenti e 5,3milioni lavoratrici e lavoratori indipendenti. Tra quelli dipendenti sono quasi 15milioni quelli a tempo indeterminato, mentre i restanti 3,1milioni sono a tempo determinato. (https://www.istat.it/it/files/2020/03/RCFL-Cartogramma-trimestre-4-2019.pdf - ISTAT- rapporto del IV trimestre 2019); i pensionati sono circa16milioni (https://www.istat.it/it/archivio/237394).

Dai dati forniti dall’Inps, risulta che gli iscritti ai sindacati, complessivamente, erano 16milioni nel 2015 pari a un tasso di sindacalizzazione e rappresentatività del 37% su lavoratori e pensionati; che scende al 30% se si considerano soltanto le lavoratrici e i lavoratori dipendenti. Un dato decisamente inferiore rispetto agli oltre 50% di iscritti degli anni ‘70. All’interno di questa realtà le varie organizzazioni sindacali di massa, a cominciare dalle tre grandi Confederazioni della sinistra riformista CGIL che organizza circa 5,5milioni di iscritti che è il più grande sindacato di massa italiano, del sindacato cattolico CISL con circa 4milioni di iscritti, del sindacato della destra riformista o socialdemocratica UIL con circa 2milioni di iscritti, poi ci sono i sindacati di destra, autonomi e corporativi come UGL, CONFSAL, CISAL e FSI che complessivamente dovrebbero avere ca. 4milioni di iscritti e infine il micro arcipelago del cosiddetto “sindacalismo di base” extraconfederale (non esente da forti pulsioni corporative) composto da CUB, RDB, USB, COBAS, USI, SDL, ecc., complessivamente con meno di 400mila iscritti. Quest’area minoritaria del sindacalismo italiano formato da varie sigle trova le sue origini nelle prime formazioni nate in alcune aziende di Milano nel 1968 come i CUB del gruppo trotzkista “Avanguardia Operaia”, poi negli anni successivi da quelle fuoriuscite dalle tre Confederazioni e che si sono contraddistinte da un susseguirsi di unioni, fusioni, fuoriuscite l’uno dall’altro, ecc. fino ai giorni nostri. La conseguenza di questo microcosmo è stata una maggiore divisione e frammentazione sindacale che hanno rafforzato ulteriormente l’egemonia del riformismo in CGIL, i vertici di CISL e UIL e indebolito ulteriormente le lavoratrici e i lavoratori.

In sostanza, questo è il quadro della realtà sindacale a fronte del quale i comunisti devono misurare il grado di influenza del proprio indirizzo sindacale sulle/sui milioni di queste/i lavoratrici e lavoratori iscritte/i nei sindacati. Va ricordato che tale situazione è il risultato di un lungo processo di deterioramento iniziato nel PRC, dopo lo scioglimento del P.C.I. che era fortemente radicato in fabbrica con una presenza determinante in CGIL anche se negli ultimi anni le destre del partito (L. Lama, B. Trentin, G. Napolitano, ecc.) insieme ai socialisti avevano già provocato gravi danni. Dopo lo smantellamento dei Consigli di Fabbrica (d’ora in poi C.d.F.) avvenuto con il primo accordo sulla concertazione CGIL-CISL-UIL e l’istituzione delle RSU il 1°/03/1991, B. Trentin decise di sciogliere anche la componente comunista nel congresso CGIL di Rimini del 23.10.1991. F. Bertinotti, socialista di formazione demartiniana ancora iscritto al PDS e membro della segreteria nazionale della CGIL, non intraprese alcuna battaglia contro lo scioglimento dei C.d.F. e della componente comunista decidendo, invece, di dar vita all’area di “essere sindacato” (che dopo qualche anno si trasforma in “alternativa sindacale” e poi in “lavoro e società”), privilegiando l’entrismo delle componenti provenienti da Democrazia Proletaria anziché dar vita ad un vero e proprio coordinamento di comunisti in CGIL. F. Bertinotti entra poi nel PRC alla fine del 1993 e ne diventa segretario nel congresso di gennaio 1994, grazie all’accordo tra Cossutta e Magri sostenuto dall’area ex DP. Il fallimento di tale politica ha avuto conseguenze nefaste; perché, anche in questo caso è servita soltanto a rafforzare ancor più l’egemonia del riformismo nella CGIL da cui si differenziava poco o nulla quella stessa area - (La CGIL del futuro - Documento approvato dal Coordinamento nazionale di “Lavoro Società - Per una CGIL unita e Plurale”, Roma 25 giugno 2019 - https://www.sinistrasindacale.it/index.php/documenti/1275-la-cgil-del-futuro-documento-approvato-dal-coordinamento-nazionale-di-lavoro-societa-per-una-cgil-unita-e-plurale-roma-25-giugno-2019). Sulla stessa linea sostanzialmente sono state anche le politiche sindacali del PdCI nato nell’ottobre del 1998 e oggi in tutte le organizzazioni che si richiamano al comunismo non vi è traccia di un vero indirizzo sindacale di classe.

Sulla base delle esperienze di cui sopra, si rende necessario privilegiare l’approfondimento teorico su cosa è il Sindacato, sulla sua funzione e il suo ruolo nella società, sulla funzione del riformismo e del massimalismo nel sindacato, e sul rapporto dei comunisti con il sindacato. In pratica: quale sindacato hanno bisogno la classe operaia e le masse lavoratrici del nostro paese? Quale organizzazione comunista è in grado di influenzare le masse lavoratrici iscritte ai sindacati, per avviare un processo per la loro unificazione e smascherare i vertici riformisti, massimalisti e di destra annidati nell’intero movimento sindacale? Sul piano teorico e politico, le organizzazioni comuniste hanno chiaro quale ruolo e funzione devono svolgere nel sindacato? Quali sono gli strumenti organizzativi con cui si attrezzano le organizzazioni comuniste all’interno del sindacato per influenzarlo in termini di classe? In quale sindacato i comunisti devono svolgere la propria azione politica? Con quale programma di classe i comunisti intendono operare all’interno del movimento sindacale? A queste e ad altre domande i comunisti devono dare una risposta; perché, dopo la necessità di avviare un processo di unificazione di tutte/i le/i comuniste/i, il primo problema da affrontare è proprio quello di sviscerare le cause che hanno portato alla gravissima assenza del radicamento sociale dei comunisti nei luoghi di lavoro e di produzione, nelle scuole e nei territori, senza il quale, non può esistere un partito comunista di quadri e di massa. E senza un processo di unità dei comunisti nelle organizzazioni di massa della classe operaia e delle masse lavoratrici, si fanno solo chiacchiere e non lotta per il socialismo. Un partito comunista che si identifica nella concezione della vita e del mondo, marxista-leninista e nel pensiero gramsciano, non può sottrarsi di lavorare nelle organizzazioni di massa, a cominciare dal movimento sindacale che organizza milioni di operaie/i e lavoratrici/ori. Per i comunisti non è una libera scelta l’intervento nel sindacato, è un percorso obbligato che va fatto con molta coerenza, ben sapendo che si devono affrontare enormi ostacoli, per raggiungere l’obiettivo di trasformare la CGIL in un sindacato di classe. Come ci viene indicato da Gramsci, i comunisti:

 

“[…] devono proseguire e intensificare il lavoro all’interno delle leghe, delle federazioni, delle camere del lavoro, perché si democratizzano, si solidificano per una maggiore attività degli iscritti, nei riguardi dei quali anche è necessario intensificare la propaganda individuale (la più efficace) perché acquistino una coscienza e una educazione socialista adeguata al compito che devono assumere”. (A. Gramsci - “Il patto d’alleanza” - 12.10.1918 - Ordine Nuovo - Scritti Politici - Ed. Riuniti).

 

Soltanto per questa via sarà possibile congiungere la lotta sindacale (economica) alla lotta politica e ideologica, per costruire ed elevare il livello della coscienza di classe senza la quale non potrà attuarsi alcuna fuoriuscita dal capitalismo. Si produrranno soltanto delle grandi illusioni, utili solamente a deviare l’attenzione delle lavoratrici e dei lavoratori che resteranno prigioniere/i nei confini del sistema capitalistico. Per i comunisti, si tratta di scegliere la strada da intraprendere per individuare e stabilire il modo di rapportarsi con la classe operaia: come soggetto politico protagonista produttore di ricchezza sociale e di sviluppo storico per diventare classe dominante; oppure considerarla una massa informe di schiavi salariati, senza prospettive? dice Gramsci:

 

“La classe, come fatto economico, si rafforza all’infuori delle volontà individuali: essa nasce da una fonte naturale che è il regime borghese, che è il sistema di produzione a salario, basato sulla libera concorrenza. Ma la forza della classe, in quanto fatto economico, in quanto effetto di una causa obiettiva, non è un valore politico. Perché tale diventi bisogna che questa forza si organizzi, si disciplini, in vista di un fine politico da raggiungere”. (A. Gramsci - “Fiorisce l’illusione” - 29.06.1918 - “Il grido del Popolo” - Scritti Politici - Ed. Riuniti).

 

Per poter proseguire è necessario fare alcune precisazioni per comprendere meglio la natura del sindacato. Le prime modifiche tecniche nell’organizzazione sociale del lavoro e della produzione nella fase primitiva del capitalismo, modificavano anche le prime forme organizzative degli artigiani indipendenti. Nascevano quindi le prime corporazioni di mestieri che rispecchiavano la divisione del lavoro per come si presentava nella società in quel momento storico. L’avvento della manifattura con l’introduzione delle prime macchine, ricalcò in un primo momento la stessa divisione del lavoro della società; ma, cominciò a creare nuove condizioni per cui i lavoratori/artigiani che venivano impiegati nelle prime officine sentirono la necessità di organizzarsi in modo più adeguato alla nuova realtà e così costituirono le prime forme di difesa, come le “Società Operaie di Mutuo Soccorso”. Queste prime forme organizzative del movimento operaio nate nel periodo risorgimentale vengono descritte da G. Di Vittorio in questo modo:

 

“[…] non ebbero nulla di sindacale, né un orientamento politico sociale definito […]. Erano delle società patriottiche e progressiste che praticavano il mutuo soccorso fra gli operai […]. Le prime organizzazioni distinte di operai, dunque, pur non avendo un orientamento classista e sindacale, rispondevano obiettivamente alle nuove esigenze sorte dallo sviluppo dell’industria e dalla nascita di una classe di proletari: l’esigenza dell’autodifesa collettiva dei propri interessi economici, professionali e sociali, l’esigenza Sindacale […]. Nel 1853 ebbe luogo ad Asti il primo Congresso delle Società Operaie dello stato Ligure-Piemontese, con la partecipazione di 30 di esse. Quello fu il primo Congresso a carattere nazionale degli operai. Dopo la guerra del 1858, però, nella stessa misura in cui si sviluppava il processo di unificazione nazionale, si moltiplicavano le Società Operaie: 573 Società nel 1867, ed oltre 900, nel 1870”. (G. Di Vittorio - Introduzione a “I Congressi della C.G.I.L.” - Volume 1° - Ed. Sind. Italiana).

 

Le successive tappe dell’organizzazione del lavoro e della produzione determinate da una divisione del lavoro sempre più articolata nella manifattura creavano interessi comuni che sconfinavano dalle singole officine e attraverso lo sviluppo di tali processi la manifattura si avviava verso la forma industriale moderna: la fabbrica. I lavoratori sentirono il bisogno di ampliare e generalizzare le proprie forme organizzative di resistenza economica per trasformarle nei sindacati di categoria e confederali che oggi conosciamo:

 

“L’atto di nascita ufficiale dei sindacati moderni in Italia, può essere considerato il Congresso di Milano delle Società Operaie (2-3 agosto 1891) nel corso del quale 450 delle Società stesse, decisero concordemente di costituire i sindacati di categoria e dichiararono che “l’Unione di tutti i sindacati in Camere del Lavoro locali e provinciali” rappresentavano il mezzo più efficace di difesa dei lavoratori contro l’immane sfruttamento padronale […]. Il 1° ottobre 1906, il Congresso Generale di tutti i sindacati d’Italia delle C.d.L. e delle Federazioni Nazionali di Categoria, decise all’unanimità la creazione della Confederazione Generale del Lavoro […]. Con la costituzione della Confederazione generale del lavoro e delle sue principali Federazioni (FIOM, FIOT, FIOC, FIOE, Federazione del libro, Federterra, ecc.) il vecchio movimento sindacale italiano pervenne ad una fase notevolmente superiore del suo sviluppo […] in un convegno della frazione sindacalista della C.G.L., ch’ebbe luogo a Modena nel 1912, i sindacalisti decisero la scissione, con la creazione di una nuova centrale sindacale: L’Unione Sindacale Italiana, nella quale confluirono anarchici e sindacalisti ispirantisi alle concezioni di George Sorel […]. L’USI, come organizzazione sindacale rossa minoritaria, rimase in vita sino all’avvento del fascismo. La scissione più grave, però fu anche quella dei sindacati cattolici e bianchi. I sindacalisti cattolici fanno risalire la nascita del loro movimento ad un congresso cattolico sulle questioni sociali, ch’ebbe luogo nel 1894 […]. Ma questo movimento sindacale cattolico non ebbe nessuna consistenza sino al 1911, anno in cui fu costituita L’Unione Economica e Sociale dei Cattolici, che dichiaravano di avere 104.164 iscritti, mentre la C.G.L. ne contava 322.858, senza contare le citate organizzazioni autonome nella sua orbita. Fu solo dopo la prima guerra mondiale che, al fianco del grande partito cattolico che sorse nel 1919 (Partito Popolare Italiano), sorse anche la Confederazione Italiana dei Lavoratori, […]”. (G. Di Vittorio - Introduzione a “I Congressi della C.G.I.L.” - Volume 1° - Ed. Sind. Italiana).

 

Gli industriali non volevano riconoscere i sindacati e ancor meno il principio del contratto collettivo, causando violente agitazioni nei primi anni del ‘900 che si conclusero con la conquista delle 8 ore di lavoro, le Commissioni Interne (d’ora in avanti C.I.), il diritto allo sciopero, la libertà d’organizzazione, salari migliori, ecc. Questo fatto rappresentò un grande passo in avanti rispetto le precedenti “Società Operaie di Mutuo Soccorso” che operavano soltanto all’esterno della fabbrica. Sull’istituzione delle C.I., in un documento della CGIL relativo alle lotte operaie torinesi contro la Fiat per il contratto di lavoro, si legge:

 

“[…] nel 1906 si ha il contratto fra la Società automobilistica Italiana e la FIOM con il quale per la prima volta si riconosce agli operai il diritto di eleggere le Commissioni interne, sorte nel frattempo a partire dal 1901 in molte industrie, con carattere sperimentale. Sotto questo profilo il contratto è stato definito come “l’atto di nascita” delle moderne Commissioni interne di Fabbrica”. (Proposta/5 - CGIL - “Cenni storici sul Sindacato in Italia. 1870 - 1950” - C. Perna - A. Agosti - D. Marrucco - 1974 - Ed. Sind. Italiana).

 

La loro costituzione venne riconosciuta da parte degli industriali dopo quasi 10 anni di lotte operaie con l’atto stipulato tra sindacato e industria nel febbraio del 1919. Le C.I. rappresentavano la forma di base più avanzata raggiunta dai lavoratori in quel momento storico per la lotta in difesa delle proprie condizioni di lavoro in fabbrica. Osservando la realtà della lotta di classe in cui andava a manifestarsi sempre di più la necessità di fare crescere ed affermare la democrazia operaia nella fabbrica e nella società, per lo sviluppo della classe lavoratrice, Gramsci rilevava la necessità di liberare le C.I. dai limiti imposti dagli industriali e dalle influenze verticistiche dei dirigenti riformisti, per costruire:

 

“[…] una vera e propria democrazia operaia, in contrapposizione efficiente e attiva con lo stato borghese, preparata già fin d’ora a sostituire lo stato borghese in tutte le sue funzioni essenziali di gestione e di dominio del patrimonio nazionale […]. L’officina con le sue Commissioni interne, i circoli socialisti, le comunità contadine, sono i centri di vita proletaria nei quali occorre direttamente lavorare [...]. Le Commissioni interne sono organi di democrazia operaia che occorre liberare dalle limitazioni imposte dagli imprenditori, e sui quali occorre infondere vita nuova ed energia. Oggi le Commissioni interne limitano il potere del capitalista nella fabbrica e svolgono funzioni di arbitrio e di disciplina. Sviluppate ed arricchite, dovranno essere domani gli organi del potere proletario che sostituisce il capitalista in tutte le sue funzioni utili di direzione e di amministrazione”. (A. Gramsci - “Democrazia Operaia” - 21.06.1919 “Ordine Nuovo” - Scritti Politici - Ed. Riuniti).

 

Ma, lo sviluppo di un tale processo può avvenire soltanto se la lotta della classe operaia è sostenuta e accompagnata dalla sua organizzazione politica: un partito comunista, per creare le condizioni materiali in cui le lavoratrici e i lavoratori possono prendere coscienza del loro essere sociale, di essere una classe capace di prendere il comando del lavoro e della produzione e superare i confini del capitalismo. Gramsci ci dice:

 

“[…] Perché la lotta sindacale diventi un fattore rivoluzionario occorre che il proletariato l'accompagni con la lotta politica, cioè che il proletariato abbia coscienza di essere il protagonista di una lotta generale che investe tutte le questioni più vitali dell'organizzazione sociale, cioè abbia coscienza di lottare per il socialismo. L'elemento "spontaneità" non è sufficiente per la lotta rivoluzionaria: esso non porta mai la classe operaia oltre i limiti della democrazia borghese esistente. È necessario l'elemento coscienza, l'elemento "ideologico", cioè la comprensione delle condizioni in cui si lotta, dei rapporti sociali in cui l'operaio vive, delle tendenze fondamentali che operano nel sistema di questi rapporti, del processo di sviluppo che la società subisce per l'esistenza nel suo seno di antagonismi irriducibili, ecc.”. (A. Gramsci - “Necessità di una preparazione ideologica di massa” - maggio 1925-aprile 1931 “Stato Operaio” - Scritti Politici - Ed. Riuniti).

 

Nelle fabbriche le C.I. non tardarono a manifestare i loro limiti di fronte la complessità con cui si stava sviluppando l’intero sistema industriale del nostro paese e rivelavano l’impossibilità di affrontare in modo adeguato l’articolazione dell’organizzazione del lavoro e della produzione. Incapaci di superare i confini della resistenza economica, le C.I. con una visione sindacale aziendalistica, dimostravano di non poter risolvere i nodi fondamentali della lotta generale della classe operaia contro il capitale. Questa situazione entrava in collisione con la necessità dei lavoratori per una più ampia democrazia dentro la fabbrica. Ciò che emergeva dai cambiamenti nel modo di lavorare e di produrre era la necessità crescente per gli operai di organizzarsi in modo più adeguato di fronte alla complessità del nuovo sistema di fabbrica che si affermava e sempre meno controllabile dal singolo operaio. Le C.I., affiancate dall’organizzazione sindacale, erano esclusivamente strumenti che non potevano fare altro che occuparsi della pura difesa economica immediata della forza-lavoro per regolarizzarla meglio nei rapporti con la proprietà delle singole aziende. Sostanzialmente, la sua funzione consisteva nel vigilare sulla corretta applicazione del CCNL di categoria stipulati dal sindacato esterno, nell’intervenire nelle contese individuali o di occuparsi di servizi come il dopo-lavoro aziendale, la mensa, ecc. Le C.I. venivano elette su liste precostituite in cui i candidati venivano designati dal sindacato, quindi, l’organismo rappresentava di fatto il terminale del sindacato esterno nei luoghi di lavoro e di produzione. Esse rappresentavano astrattamente tutti i lavoratori iscritti e non iscritti al sindacato, in realtà non erano in grado di rappresentare organicamente l’articolazione delle lavoratrici e dei lavoratori nell’organizzazione del lavoro nell’industria. Rappresentavano un punto di riferimento centralizzato nell’azienda e non decentrato sulla base delle diverse fasi del lavoro e della produzione e si identificavano soltanto con il settore merceologico della categoria sindacale a cui apparteneva l’azienda e non alla classe. Le C.I. non potevano, dunque, rappresentare altri lavoratori che appartenevano ad altri settori e ad altre categorie, ad esempio quelli delle imprese esterne che svolgevano le loro attività manutentive presso la stessa Azienda, non potevano affrontare i problemi generali della fabbrica ancor meno i suoi riflessi sul territorio.

Queste caratteristiche, hanno contraddistinto tutti gli accordi sindacali che sono stati stipulati per costituire le C.I. fin dal 1919 con l’accordo tra il sindacato e le organizzazioni degli industriali; poi nel 1943 vennero ripristinate alla vigilia della caduta del fascismo con l’accordo tra il rappresentante della Confederazione dei Lavoratori B. Buozzi e il rappresentante della Confederazione degli Industriali G. Mazzini (Archivi Fiom e C.G.I.L. - Accordo del 2 settembre 1943 per le Commissioni Interne di Azienda) che a differenza della fase preesistente, prevedeva la partecipazione alle elezioni anche dei lavoratori non iscritti al sindacato. Successivamente, dopo le scissioni del 1948 e del 1950 sostenute dai poteri forti avvenute per opera delle fazioni cattoliche e riformiste di destra interne alla CGIL, nacquero la CISL e la UIL. In tali processi, sulla base della tradizione del sindacalismo cattolico e contro qualsiasi espressione dal basso, la CISL voleva rappresentare soltanto i propri iscritti e manifestava tutta la sua avversione verso le C.I. in cui era poco rappresentativa. Non è un caso che la CISL si oppose a qualsiasi riconoscimento giuridico delle C.I. e nel timore di essere scavalcata nei luoghi di lavoro a pochi anni della sua nascita, mise in atto tutti i meccanismi necessari per assorbire le C.I., costituendo dei propri organismi nominati dall’alto con le Sezioni Aziendali Sindacali (SAS) per condizionare le C.I. e agire esclusivamente secondo le direttive e gli indirizzi dei suoi organismi nazionali per imporre i propri candidati. Questi concetti sono ampiamente riportati in diversi documenti della stessa CISL. (“Risoluzione del Consiglio Generale CISL” del 29-31.07.1954 di Roma e “Mozione conclusiva alla 3ª assemblea nazionale organizzativa della CISL” del 20-22.07.1958 sempre a Roma ed altri). Gramsci definiva il sindacato in generale nel modo seguente:

 

“I sindacati di mestiere, le camere del lavoro, le federazioni industriali, la confederazione generale del lavoro sono il tipo di organizzazione proletaria specifiche del periodo di storia dominata dal capitale. In un certo senso si può sostenere che essa è parte integrante della società capitalistica, e ha una funzione che è inerente al regime di proprietà privata. In questo periodo, nel quale gli individui valgono in quanto sono proprietari di merce e commerciano la loro proprietà, anche gli operai hanno dovuto ubbidire alle leggi ferree della necessità generale e sono diventati mercanti dell’unica loro proprietà, la forza-lavoro e l’intelligenza professionale. Più esposti ai rischi della concorrenza, gli operai hanno accumulato le loro proprietà in “ditte” sempre più vaste e comprensive, hanno creato questo enorme apparato di concentrazione di carne da fatica, hanno imposto prezzi e orari e hanno disciplinato il mercato. Hanno assunto dal di fuori e hanno espresso dal loro seno un personale d’amministrazione di fiducia, esperto in questo genere di specializzazione, in grado di dominare le condizioni di mercato, capace di stipulare contratti, di valutare le alee commerciali, di iniziare operazioni economicamente utili”. (A. Gramsci - “Sindacati e Consigli” - 11.10.1919 “Ordine Nuovo” - Scritti Politici - Ed. Riuniti).

 

Nelle contraddizioni della società, si sviluppavano le capacità della classe operaia e maturavano le condizioni relative alla necessità del controllo operaio sull’organizzazione del lavoro e della produzione e le C.I. dimostravano sempre più la loro natura aziendalistica e non poche volte anche “collaborazionista”, senza mai assumere un carattere antagonista contro il capitale in fabbrica - (http://archivio.fiom.cgil.it/rsu/rappresentanza.html: “Dalle Commissioni interne alle Rsu” - come sono cambiate le forme della rappresentanza dei lavoratori - di Gino Mazzone e Claudio Scarcelli). Quando le C.I. vennero riconosciute da parte degli Industriali era l’anno che coincideva con i primi fermenti di una nuova fase della classe operaia che si avviava verso la costituzione dei primi C.d.F. a Torino nelle grandi lotte del “Biennio Rosso”. Di fronte alle nuove strutture consiliari, le C.I. rappresentavano organismi obsoleti e vennero superate con la nascita dei C.d.F., anche nella seconda metà degli anni ’60. Con la stessa filosofia e ideologia corporativa, la CISL si oppose anche contro le forme di base più avanzate espresse dalla classe operaia, ossia i C.d.F. Con gli accordi Interconfederali sulla concertazione dei primi anni ‘90 le vecchie C.I. vennero ripristinate sotto forma delle odierne RSU.

Quindi, capire a fondo che cosa è la natura del sindacato e delle sue strutture è fondamentale per i comunisti per definire un proprio indirizzo sindacale di classe. Il terreno che rappresenta la fonte dell’origine dei sindacati moderni è la stessa fonte da cui trae origine la classe operaia, cioè il sistema sociale basato sulla divisione del lavoro, sul modo di produzione capitalistico e sul lavoro salariato, che hanno determinato i ruoli degli industriali che svolgono la funzione di compratori della merce forza-lavoro e i sindacati che sono i negoziatori della forza-lavoro venduta dalle/dagli operaie/i. La storia ha dimostrato che i sindacati che hanno difeso con maggior coerenza gli interessi economici generali della classe operaia e hanno saputo organizzare meglio la lotta di resistenza allo sfruttamento capitalistico e saputo coniugare questa con la lotta per un nuovo modello di sviluppo sostenuta dalla lotta del partito politico della classe operaia, sono stati quelli che hanno ottenuto una adesione di massa maggiore rispetto agli altri sindacati. In questo senso, la CGIL ha dimostrato di potere rappresentare il punto di riferimento per la lotta generalizzata dei lavoratori. Questo ruolo di classe, la CGIL ha potuto reggerla fino a quando esercitava una funzione di lotta collegata con la lotta politica generale della classe operaia organizzata dal P.C.I. Dal 1991, senza tale collegamento politico, la CGIL è tornata ad essere soltanto il mediatore di forza-lavoro tra padrone e operaio e perso le sue caratteristiche di sindacato di classe. Questo è avvenuto in quanto, il sindacato in sé misura l’operaio come salariato in base alla sua mansione e alla sua categoria e non come produttore, come creatore e parte fondamentale del “lavoratore collettivo” che deve diventare classe dominante nella società. Tale meccanismo è lo stesso che viene determinato dal capitale che riconosce nel lavoratore soltanto un valore economico ma non un valore storico incarnato nelle sue capacità produttive in fabbrica. Con lo sviluppo tecnologico e le nuove tecniche dell’organizzazione del lavoro dentro la fabbrica si sono formate quelle condizioni che identificano le lavoratrici e i lavoratori come produttori e non più solo come salariati. Perciò, Gramsci spiega che il sindacalismo:

 

“Ha teorizzato una particolare forma di organizzazione, il Sindacato di mestiere e di industria, e ha costruito, sì, su una realtà, ma su una realtà che aveva una forma impressa dal regime capitalistico di libera concorrenza, della proprietà privata della forza-lavoro, ha costruito quindi solo una copia, un gran castello di astrazioni. […] Il mezzo non è dunque idoneo al fine, e poiché il mezzo non è che un momento del fine che si realizza, che si fa, si deve concludere che il Sindacalismo non è mezzo di rivoluzione, non è un momento della rivoluzione proletaria, non è la rivoluzione che si realizza, che si fa […]. Il sindacato si è rivelato nient’altro che una forma della società capitalistica, non è un potenziale superamento della società capitalistica. Esso organizza gli operai non come produttori, ma come salariati, cioè come creature del regime capitalistico di proprietà privata, come venditori della merce-lavoro”. (A. Gramsci - “Sindacalismo e Consigli” - 08.11.1919 “Ordine Nuovo” - Scritti Politici - Ed. Riuniti).

 

Questi elementi di analisi ci rivelano l’impossibilità oggettiva del sindacalismo di poter rappresentare autonomamente una concezione generale della vita e del mondo in grado di liberare i lavoratori dallo sfruttamento. In tal senso, tutti i tentativi passati e presenti del cosiddetto “sindacalismo rivoluzionario” di G. Sorel e dei suoi seguaci nel mondo tra cui l’Italia, dimostrarono tutto il fallimento sociale del loro massimalismo. Il sindacato in sé oltre a non poter superare i confini del capitalismo, molte volte ha dimostrato anche il contrario; cioè, di frenare la lotta dei lavoratori nell’ambito del lavoro salariato per contenerla nei confini del capitalismo, assumendo di fatto un carattere conservatore e in alcuni casi reazionario. Non è un caso che, le conquiste dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori ottenute in questa società con le lotte sindacali, non possono mai essere considerate definitive una volta per tutte; perché, quelle stesse conquiste possono essere spazzate via in qualsiasi momento dalle crisi del capitale, esattamente come è successo in questi ultimi anni. Emerge una lotta tra due concezioni opposte sull’indirizzo sindacale da intraprendere; perché, il sindacato è nato sul terreno della libera concorrenza, egli deve rispettare i confini dettati dalla legalità instaurata dal potere della borghesia dominante, esso materializza un pezzo di questa legalità per disciplinare e governare le regole nella compra/vendita della forza-lavoro. Quindi il ruolo del sindacato resta importante e necessario come strumento che la classe lavoratrice utilizza nella sua lotta di resistenza economica contro lo sfruttamento capitalistico; ma, non è lo strumento idoneo allo scopo nella lotta di liberazione dal lavoro salariato. E, quanto più la lotta in difesa delle condizioni economiche e di vita delle masse lavoratrici sarà aderente alle reali esigenze dei salariati, tanto più positivo sarà il ruolo del sindacato, altrimenti lo stesso organismo è destinato ad essere assorbito nei meccanismi dello stato borghese! Appunto per questo, Gramsci ci dice che:

 

“Il sindacato è un elemento della legalità, e deve proporsi di farla rispettare dai suoi organizzati. Il sindacato è responsabile verso gli industriali, ma è responsabile verso i suoi organizzati: esso garantisce la continuità del lavoro e del salario, e cioè del pane e del tetto, all’operaio e alla famiglia dell’operaio. […] concepisce la legalità industriale come una perpetuità. Egli troppo spesso la difende da un punto di vista che è lo stesso punto di vista del proprietario. Egli vede solo caos e arbitrio in tutto quanto succede tra la massa operaia: egli non universalizza l’atto di ribellione dell’operaio alla disciplina capitalistica come ribellione, ma come materialità dell’atto che può essere in sé e per sé triviale […] la natura essenziale del sindacato è concorrentista, non è comunista. Il sindacato non può essere strumento di rinnovazione radicale della società: esso può offrire al proletariato dei provetti burocrati, degli esperti tecnici in questioni industriali d’indole generale, non può essere la base del potere proletario. Esso non offre nessuna possibilità di scelta delle individualità proletarie capaci e degne di dirigere la società, da esso non possono esprimersi le organizzazioni, le gerarchie in cui si incarni lo slancio vitale, il ritmo di progresso della società comunista”. (A. Gramsci - “Sindacati e Consigli” - 12.06.1920 “Ordine Nuovo” - Scritti Politici - Ed. Riuniti).

 

Le lavoratrici e i lavoratori danno il loro mandato al sindacato per svolgere con coerenza la funzione necessaria alla lotta di resistenza contro lo sfruttamento capitalistico, e non vogliono interferenze e imposizioni politiche nella lotta per la costruzione della propria autonomia e democrazia di classe nei luoghi di lavoro e di produzione. Nel contempo la classe operaia si rende conto dei limiti oggettivi che caratterizzano il sindacato in generale e che tale strumento deve svolgere solamente una determinata funzione fino a quando sussisterà la libera concorrenza. La mancanza di tale condizione peggiorata dall’influenza corporativa del sindacalismo cattolico, da quello massimalista e dalla direzione riformista della CGIL ha sempre provocato una caduta verticale della democrazia interna delle stesse organizzazioni sindacali, con la conseguente caduta della partecipazione dei lavoratori alle decisioni del sindacato stesso. Questo dimostra che il sindacato, non recepisce la propria crisi dal punto di vista della classe lavoratrice; ma, da quello della crisi che vive lo stato borghese e capitalistico, di conseguenza esso non riesce a cogliere il fatto che i lavoratori non partecipano più perché non riescono più ad esprimere la propria volontà di classe nella propria organizzazione. Di fronte alla crisi diffusa della partecipazione e della militanza, il sindacato ha sempre dimostrato di tendere a risolvere la sua crisi per mezzo di soluzioni verticistiche e burocratiche che hanno ridotto gli spazi della democrazia interna alla propria organizzazione.

Nel 1919, di fronte alla formidabile condizione creata dalla formazione dei C.d.F. non vi era stata un’adeguata corrispondenza politica del sindacato per costruire un rapporto atto a rafforzare le due strutture organizzative e salvaguardare le relative autonomie. In realtà, contro i C.d.F., oltre gli industriali, si scagliò anche l’intero gruppo dirigente riformista che in quel momento controllava la CGIL. In questo modo il sindacato dimostrava di non aver compreso lo sviluppo reale dei processi che si erano innescati e passarono all’attacco contro l’“Ordine Nuovo” che venne accusato di aver favorito i non iscritti, i crumiri, i sabotatori, di aver messo sullo stesso piano iscritti e non iscritti al sindacato e di aver indebolito in questo modo l’organizzazione sindacale in generale. Questa politica verticistica e burocratica del sindacato, in realtà, non faceva altro che comprimere una contraddizione di classe in fase di sviluppo e lo stesso cliché si ripresentò nel corso della nascita del movimento dei C.d.F. degli anni ’60, soprattutto da parte della CISL e della UIL a cui fece da sponda anche la CGIL del riformista Luciano Lama. Il sindacato attraverso le stesse C.I., frenava l’espansione della democrazia di base che cresceva e si estendeva sempre di più nei luoghi di lavoro e di produzione, e questo ha rappresentato il momento di un mutamento radicale nei rapporti tra le organizzazioni tradizionali e la classe operaia che si era rivitalizzata con le nuove strutture consiliari che approfondivano la crisi della stessa istituzione sindacale. Questa situazione, in buona parte simile alla situazione che oggi vivono i lavoratori, si crea in determinate condizioni dello sviluppo industriale e apre una crisi assai profonda che produce uno scollamento crescente tra i vertici e i lavoratori delle organizzazioni sindacali, e ciò avviene in particolare modo quando le istanze espresse direttamente dalla classe operaia non vengono recepite dal gruppo dirigente sindacale.

 

“L’organizzazione proletaria che si riassume come espressione totale delle masse operaie e contadine, negli uffici centrali della Confederazione del lavoro, attraversa una crisi costituzionale simile per natura alla crisi in cui vanamente si dibatte lo stato democratico parlamentare. La crisi è crisi di potere e di sovranità. […] Gli operai sentono che il complesso della “loro” organizzazione è diventato tale enorme apparato, che ha finito per ubbidire a leggi proprie, intime alla sua struttura e al suo complicato funzionamento, ma estranea alla massa che ha acquistato coscienza della sua missione storica di classe rivoluzionaria. Sentono che la loro volontà di potenza non riesce a esprimersi, in un senso netto e preciso, attraverso le attuali gerarchie istituzionali. Sentono che anche in casa loro, nella casa che hanno costruito tenacemente, con sforzi pazienti, cementandola col sangue e le lacrime, la macchina schiaccia l’uomo, il funzionarismo isterilisce lo spirito creatore e il dilettantismo banale e verbalistico tenta in vano di nascondere l’essenza di concetti precisi sulla necessità della produzione industriale e la nessuna comprensione della psicologia delle masse. […] Quanto più chiaramente appare che la classe operaia non è composta in forma aderente alla sua reale struttura storica, quanto più risulta che la classe operaia non è inquadrata in una configurazione che incessantemente si adatti alle leggi che governano l’intero processo di sviluppo storico reale della classe stessa, tanto più questi leader si ostinano nella cecità e si sforzano di comporre “giuridicamente” i dissidi e i conflitti […]. Oggi essi si sforzano di porsi “all’altezza dei tempi” e, tanto per dimostrare che sono capaci di “meditare aspramente”, rivangano le vecchie e logore ideologie sindacaliste, insistendo penosamente nello stabilire rapporti di identità tra il Soviet e il Sindacato”. (A. Gramsci - “Sindacati e Consigli” - 11.10.1919 “Ordine Nuovo” - Scritti Politici - Ed. Riuniti).

 

In tali occasioni la socialdemocrazia nel sindacato ha sempre svolto un ruolo mistificatorio attraverso la diffusione di tesi ideologiche molto pericolose che in modo strumentale non hanno fatto alcuna distinzione sulla profonda differenza di classe tra la natura dei C.d.F. e quella delle C.I. e del Sindacato, tra la democrazia di base e la democrazia delegata. Il risultato ha provocato sempre enormi danni per le strutture consiliari; ma, anche per le stesse organizzazioni sindacali in generale. Da qui nasce l’esigenza per i lavoratori di instaurare dei rapporti tra le forme assunte dalla propria democrazia di base e le organizzazioni sindacali che devono essere sempre controllate dal basso e un tale equilibrio può essere gestito soltanto dall’intervento del partito politico della classe operaia.

 

“È giusto che il movimento sindacale, sia strettamente disciplinato. Ma disciplina sottintende programma d’azione, sottintende una concezione generale del momento che si attraversa, sottintende una previsione dello svolgersi dei fatti. Quale è il programma d’azione, quale è la concezione generale, quali sono le previsioni degli uomini che la maggioranza degli operai italiani organizzati ha investito del potere supremo, ha investito della responsabilità di sovraintendere ai più vitali interessi delle grandi masse popolari?”. (A. Gramsci - “Disciplina” - pubbl. il 19 marzo 1921 su Ordine Nuovo - Scritti Politici - Ed. Riuniti).

 

Pensare che il sindacato può creare spontaneamente le condizioni generali atte a favorire la lotta di liberazione della classe operaia dallo sfruttamento capitalistico è puro illusionismo massimalista e riformista. Sulla base di queste riflessioni, nasce la necessità oggettiva dell’intervento militante e organizzato dei comunisti con un chiaro indirizzo di classe (leninista e gramsciano) per ricollocare la funzione e il ruolo del sindacato nella sua giusta dimensione sociale. Questa necessità rappresenta la condizione su cui i comunisti possono avviare una battaglia ideologica per combattere le deviazioni che disorientano l’attenzione dei lavoratori dalle reali contraddizioni di classe. Una battaglia per la crescita della coscienza di classe delle lavoratrici e dei lavoratori contro l’influenza dell’ideologia borghese e della sua lunga mano riformista all’interno del sindacato. La situazione che si era venuta a creare con lo smantellamento dei C.d.F. e il ritorno delle C.I., per Gramsci rappresentava un motivo di analisi e di riflessione per sviluppare in avanti l’azione politica dei comunisti nel sindacato. Nonostante la sconfitta subita dalla classe operaia e dei comunisti nel “biennio rosso”, egli respingeva qualsiasi tentativo di fuoriuscita dei comunisti dalla CGIL e riferendosi alla fallimentare esperienza anarco-sindacalista dell’USI, che con la loro scissione del 1912, di fatto avevano rafforzato il riformismo in CGIL, egli indicava:

 

“Noi siamo, in linea di principio, contro la creazione di nuovi sindacati. In tutti i paesi capitalistici il movimento sindacale si e sviluppato in un senso determinato, dando luogo alla nascita e al progressivo sviluppo di una determinata grande organizzazione, che si e incarnata con la storia, con la tradizione, con le abitudini, coi modi di pensare della grande maggioranza delle masse proletarie. Ogni tentativo fatto per organizzare a parte gli elementi sindacali rivoluzionari e fallito in sé ed è servito solo a rafforzare le posizioni egemoniche dei riformisti nella grande organizzazione. […] La Confederazione generale del lavoro nel suo complesso rappresenta ancora la classe operaia italiana. Ma quale e l'attuale sistema di rapporti tra la classe operaia e la confederazione? Rispondere esattamente a questa domanda vuol dire, secondo me, trovare la base concreta del nostro lavoro sindacale, e quindi stabilire la nostra funzione e i nostri rapporti con le grandi masse. […] Gli elementi rivoluzionari rappresentano la classe nel suo complesso, sono il momento più altamente sviluppato della sua coscienza a patto che rimangano con la massa, che ne dividano gli errori, le illusioni, i disinganni. […] Le indicazioni sono chiare per la nostra tattica:

1) lavorare nella fabbrica per costruire gruppi rivoluzionari che controllino le commissioni interne e le spingano ad allargare sempre più la loro sfera d'azione;

2) lavorare per creare collegamenti tra le fabbriche, per imprimere alla attuale situazione un movimento che segni la direzione naturale di sviluppo delle organizzazioni di fabbrica: dalla commissione interna al consiglio di fabbrica.

Solo così noi ci terremo nel terreno della realtà, a stretto contatto con le grandi masse. Solo così, nel lavoro operoso, nel crogiolo più ardente della vita operaia, riusciremo a ricreare i nostri quadri organizzativi, a far scaturire dalla grande massa gli elementi capaci, coscienti, pieni di ardore rivoluzionario perché consapevoli del proprio valore e della insopprimibile loro importanza nel mondo della produzione”. (A. Gramsci - “Il nostro indirizzo sindacale” - Stato Operaio, 18.10.1923).

 

Questo bilancio politico delle esperienze precedenti del proletariato italiano, porteranno Gramsci a definire organicamente e in termini lungimiranti, nelle tesi del 3° Congresso del P.C.d’I. nel 1926, quale doveva essere l’indirizzo sindacale di classe dei comunisti.

 

“[…] 38. Organi specifici di raccoglimento delle masse lavoratrici sono nei paesi capitalistici i sindacati. L'azione nei sindacati è da considerare come essenziale per il raggiungimento dei fini del partito. Il partito che rinuncia alla lotta per esercitare la sua influenza nei sindacati e per conquistarne la direzione, rinuncia di fatto alla conquista della massa operaia e alla lotta rivoluzionaria per il potere. In Italia l'azione nei sindacati assume una particolare importanza perché consente di lavorare con intensità più grave e con risultati migliori a quella riorganizzazione del proletariato industriale e agricolo che deve ridargli una posizione di predominio nei confronti con le altre classi sociali. […]” - (Tesi del III Congresso del Partito comunista d'Italia - Lione, gennaio 1926).

 

Dopo lo scioglimento del P.C.I. nel 1991, uno dei motivi principali del fallimento dei vari tentativi di ricostruzione di un partito comunista nel nostro paese, trova la sua origine proprio nel non aver mai voluto adottare un indirizzo sindacale basato sui principi (leninisti e gramsciani) delle tesi di Lione che, pur con alti e bassi, hanno accompagnato l’intera storia del P.C.I. Non si è compreso (o forse non si è voluto comprendere) da parte dei gruppi dirigenti, che tutti gli elementi politici gramsciani dovevano essere acquisti e applicati senza esitazione nella realtà concreta della lotta di classe del nostro paese. Oggi, le organizzazioni comuniste non sono in grado di influenzare e orientare le masse iscritte ai sindacati, non dicono più nulla sul grande tema del lavoro, non si parla più del disastro causato dal famigerato “Jobs act” del riformista cattolico Renzi che ha abolito anche l’articolo 18, non si parla più della disastrosa legge Fornero, non si entra nel merito del “reddito di cittadinanza”, della “quota cento” per le pensioni e dei processi di delocalizzazione di tante aziende del nostro paese che buttano sul lastrico migliaia di famiglie di lavoratori, non si parla più di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, ecc. Il grande problema del lavoro e del nostro riferimento storico, la classe operaia, sono praticamente assenti dal dibattito e dalla vita politica dei comunisti e quando se ne parla lo si fa con un atteggiamento assai nostalgico e passivo in attesa che sia il sindacato a muoversi sui problemi del lavoro e della produzione. Tutte le organizzazioni comuniste dal 1991 fino ad oggi, non si sono attrezzate adeguatamente per il proprio radicamento sociale con interventi mirati nei luoghi di lavoro e di produzione in cui costruire le basi strategiche dell’organizzazione comunista, a cominciare dalle cellule e ancora oggi, tale obiettivo non viene posto come una priorità di classe rispetto gli altri temi. Anche se in numero inferiore rispetto a prima le grandi fabbriche ci sono ancora e sono tante; mentre, le medie e piccole fabbriche sono aumentate e a fronte dei processi di proletarizzazione di massa, gli operai sono aumentati numericamente rispetto al passato. Ma i comunisti e le loro organizzazioni di riferimento non osano ancora a tuffarsi tra le masse lavoratrici in cui porre le basi della propria organizzazione. Fino ad oggi, le organizzazioni comuniste non hanno elaborato analisi e ricerche per offrire ai propri militanti e ai lavoratori, un quadro statistico della complessa e articolata situazione industriale, lavorativa e produttiva del nostro paese. In questo modo le/i comuniste/i e le proprie le organizzazioni comuniste di riferimento perdono la loro autonomia di classe e si accodano sempre di più a quanto dicono i sindacati in cui egemonizza il riformismo socialdemocratico e cattolico, senza mai mettere in campo autonomamente e direttamente una propria politica industriale d’intervento sul lavoro.

Tutto ciò denota la confusione esistente sui ruoli e sulle funzioni che devono svolgere un partito e un sindacato! È necessario riprendere la militanza operaia e dei comunisti che c’era nel P.C.I. nei luoghi di lavoro e rilanciare alcune parole d’ordine dimenticate; ma, che fanno parte del dna dei comunisti e della classe lavoratrice: gestione e controllo del lavoro e della produzione - costruzione delle cellule comuniste e delle strutture consiliari nei luoghi di lavoro - occupazione della fabbrica - nazionalizzazioni dei settori strategici nell’economia del paese, ecc., che sono tutti obiettivi e compiti di un partito comunista e non del sindacato. Per affrontare tutti questi temi il P.C.I. organizzava i comitati di fabbrica, le conferenze delle lavoratrici e dei lavoratori comuniste/i a livello nazionale, regionale, provinciale, territoriale, fino a coinvolgere direttamente le cellule, i C.d.F. gli stessi attivisti sindacali nei luoghi di lavoro e di produzione. Per trasformare l’attuale CGIL in un sindacato di classe è necessario che i comunisti intervengono in modo unito e organizzato con un proprio programma di classe nel suo interno, e avviare una battaglia per abbattere l’egemonia riformista dominante rappresentata dal PD. Non ci sono scorciatoie, la strada è lunga ed occorre costruire e munirsi di strumenti d’intervento idonei allo scopo.

È necessario costruire un coordinamento comunista nazionale delle/dei comuniste/i iscritte/i in CGIL e di riflesso anche negli altri sindacati. Darsi delle proprie regole comuni, con dei propri obiettivi e con specifici interventi nelle varie istanze dell’organizzazione sindacale. Tale coordinamento comunista andrebbe articolato a cominciare da dove i comunisti sono presenti in fabbrica e poi a livello territoriale, provinciale, regionale fino a quello nazionale. Oggi, da parte delle organizzazioni comuniste c’è molta timidezza a fare una critica di classe al sindacato e questo ha portato spesso le/i militanti e le proprie organizzazioni ad appiattirsi sulle varie aree di minoranza di “opposizione” soprattutto di matrice demoproletaria che, di volta in volta, si son formate per volontà e decisioni di gruppi, gruppetti, partitini politici il cui unico scopo è sempre stato quello di garantirsi qualche micro porzione di potere nel sindacato per la propria sopravvivenza. Scopo di un partito comunista è quello di combattere l’analfabetismo politico e mettere nelle condizioni tutte/i le/i propri militanti (a cominciare dai dirigenti stessi) di conoscere il terreno sindacale in cui si deve operare anche sul piano teorico. Per poter costruire il Socialismo in Italia, un partito comunista ha il compito storico di mettere in discussione gli attuali rapporti di produzione capitalistici, deve porsi gli obiettivi del sindacato unico di classe, del sindacato come scuola di comunismo e cinghia di trasmissione dal basso verso l’alto, della costruzione dei C.d.F., della socializzazione dei mezzi di produzione e del potere della classe lavoratrice.

Ed ecco che oggi i comunisti, dopo tante esperienze, si ritrovano ad interrogarsi nuovamente sul che fare rispetto la questione sindacale del nostro paese. Gli strumenti ci sono e devono essere utilizzati oggi dai comunisti all’interno del movimento sindacale di massa, per avviare una battaglia per la trasformazione della CGIL in un sindacato di classe, ben sapendo che si tratta di una tappa che non è di per sé autosufficiente. Poiché, la classe lavoratrice è una sola e i cui interessi sono gli stessi ovunque, i comunisti devono lottare per unificare tutte le forze lavorative su un unico programma di classe. Con questo obiettivo, i comunisti svolgono alla base e nella lotta l’azione rivoluzionaria con lo stesso indirizzo sindacale di classe nei luoghi di lavoro e di produzione, per attrarre le lavoratrici e i lavoratori anche degli altri sindacati di massa, per avviare un processo unitario di classe, contro l’ingiustificata esistenza di diverse sigle sindacali, altrimenti, l’obiettivo di un sindacato unico di classe rischia di restare uno slogan astratto!