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Per un nuovo protagonismo

dei comunisti in Italia

di Ascanio Bernardeschi

Cumpanis, dicembre 2020

 

Lo scopo di questo contributo non è una ricostruzione storiografica delle vicissitudini attraversate dal Pci nel corso della sua esistenza ma quello di partire da alcuni snodi di questa storia per trarne alcune lezioni utili per il presente. Tuttavia, ai fini di questa riflessione mi pare utile un sommario richiamo a tali snodi, consapevole del rischio di tediare i tantissimi compagni per i quali un tale sunto appare superfluo.

A seguito del grande evento della rivoluzione di Ottobre, ma anche della sconfitta dell’occupazione delle fabbriche, favorita sia dalla linea opportunista dei riformisti che

dall’incapacità di direzione politica dei massimalisti, Antonio Gramsci e il gruppo dirigente che lo circondò intesero a costruire un partito in cui la solida impostazione teorica e l’internazionalismo proletario si sposassero con la presenza attiva all’interno delle classi lavoratrici, con un’organizzazione ferrea e con l’iniziativa politica. La pratica del centralismo democratico, l’idea della costruzione del partito prioritariamente nei luoghi di lavoro all’interno dei quali introdurre forme di democrazia consiliare, l’approntamento di strumenti di comunicazione e propaganda idonei – considerate l’epoca e la situazione – erano funzionali a questo molteplice compito.

Perfino negli anni bui della clandestinità sotto il regime fascista, in quelle durissime condizioni, non venne meno tale impegno e il Partito riuscì ad aderire, nei limiti consentiti dalla situazione, alle pieghe della società e a costruire un reticolo di cellule in cui l’iniziativa politica, quale per esempio la diffusione della stampa clandestina, si abbinava alla formazione dei quadri. Lo stesso carcere fu per molti l’“università” che permise di far crescere quadri dirigenti di grande valore.

L’impegno internazionalista non era un semplice ornamento e si manifestò concretamente in massima misura nella partecipazione alla guerra civile spagnola, in cui molti quadri acquisirono anche conoscenze di carattere militare che si riveleranno poi preziose durante la guerra di Resistenza. Se la guerra di Spagna fu l’esempio più macroscopico, non mancarono casi di impegno anche su altri fronti, quale, per esempio, il contrasto, armi in pugno, da parte di alcuni militanti, dell’avventura coloniale fascista in terra africana.

In carcere, poi, Gramsci ci lasciò in eredità i famosi quaderni con cui cercò di applicare il marxismo e il leninismo alla specifica realtà italiana, approfondendo le principali “questioni” nazionali, e anche in generale dell’Occidente, intuendo che in questa realtà ci attendeva una guerra di posizione e acquistava rilevanza la lotta per l’egemonia e la costruzione di un blocco sociale attorno alla classe operaia.

La caduta del regime fascista e l’occupazione dell’Italia da parte della Germania di Hitler trovarono, quindi, il Partito preparato ad affrontare da protagonista la guerra di liberazione contro i nazifascisti, mantenendo anche un saldo legame fra l’impegno militare, l’iniziativa politica e la formazione dei quadri, così come fu possibile avere un ruolo egemone nei grandi scioperi operai contro il fascismo e nella difesa armata delle fabbriche del Nord.

La duttilità politica di Togliatti permise di creare le basi per un impegno unitario contro il fascismo, passando anche per un sofferto compromesso con la monarchia.

Dopo la liberazione, stante l’ingombrante presenza del “liberatore” Usa e la conseguente difficoltà di conquistare il potere attraverso l’insurrezione, fu scelta la collaborazione con le altre forze antifasciste nel governo e nella costituente. Intanto, l’inizio della guerra fredda, praticamente coincidente con la fine della guerra “calda”, (la bomba di Hiroschima ne segnò tragicamente l’inizio), metteva una seria ipoteca sull’autonomia politica del nostro paese, che infatti aderirà poco dopo all’alleanza Nato. Anche dopo la cacciata dal governo da parte di De Gasperi su input Usa, fu mantenuto il massimo impegno nella Costituente in cui fu possibile redigere una Carta che univa ai tipici istituti democratici borghesi contenuti sociali di rilevante valore i quali lasciavano aperta la prospettiva di una via italiana al socialismo.

Pur nella nuova cornice in cui – anche fra malumori di diversi quadri e di una notevole parte del corpo militante – fu deciso di accettare il gioco democratico, non venne meno l’impegno per sostenere la lotta di classe, per resistere a reiterati attacchi eversivi (che con diverse modalità contrassegneranno praticamente tutta la storia della prima Repubblica), per continuare il lavoro teorico e la formazione di quadri e per mantenere l’impegno internazionalista.

Pian piano il Partito si rafforzò, estese la rete delle sezioni e delle cellule, si dotò di organismi di stampa di grande valore (l’Unità, Rinascita, Critica Marxista, per citare i maggiori), si insediò in importanti amministrazioni locali, soprattutto in Toscana ed Emilia Romagna, utilizzando tali istituzioni come una sorta di contropotere – come per esempio coi cosiddetti “bilanci di lotta” – e di strumento per estendere i legami di massa, costituì vere e proprie scuole di partito sia a livello centrale che periferico, raggiunse un consenso elettorale che lo collocò al primo posto in Occidente fra i partiti comunisti. Anche i contraccolpi a seguito delle vicende ungheresi riguardarono prevalentemente settori del gruppo dirigente e dell’intellettualità, ma non determinarono il crollo dei consensi di massa al Partito. A seguito di questa vicenda, pur rimanendo al fianco del movimento comunista internazionale, l’VIII congresso delineò una via italiana al socialismo.

A questo punto sopravviene la storia di cui, data la mia non giovane età, sono potuto essere partecipe e testimone. Parlo dei cambiamenti profondi della società italiana che da paese prevalentemente agricolo si trasformò in paese industriale, dell’ingresso del Psi nel centrosinistra e quindi dell’approfondimento della divisione fra i due grandi partiti dei lavoratori, delle inquietudini di consistenti settori giovanili che non si accontentavano della dose di benessere che poteva essere loro offerto dal “miracolo economico” ma volevano volare alto per realizzare il socialismo. Degli avanzamenti conquistati dai lavoratori grazie anche al pungolo sia del Pci, sia del campo socialista, avanzamenti tanto sul terreno dei diritti – si veda lo Statuto dei lavoratori – quanto su quello dell’intervento statale nell’economia – come per esempio la nazionalizzazione del comparto elettrico. A livello internazionale sopraggiunsero i primi segni di frammentazione del blocco socialista. Dopo la “scomunica” di Tito, ancor più dolorosa fu la frattura fra l’Urss e la Cina di Mao, cui seguì la repressione della “primavera di Praga” che produsse altri contraccolpi nel nostro partito, con la radiazione del gruppo del Manifesto. Pur in questo quadro internazionale assai più problematico, il popolo vietnamita riuscì a sconfiggere, con il sostegno del campo socialista, l’imperialismo Usa e Cuba seppe difendere la sua rivoluzione dai complotti e dal boicottaggio made in usa Usa.

Anche in questa nuova fase, per ancora qualche altro anno, il Partito, tutto sommato e nonostante un rapporto sofferto con i movimenti del ‘68, conservò le sue principali caratteristiche di fondo: organizzazione attenta, disciplina, diffusione militante della stampa, impegno nelle questioni sociali, estesi rapporti di massa, opposizione ai governi a guida democristiana, fermo contrasto ai disegni eversivi, formazione dei quadri, impegno internazionalista, pur con distinguo e con il rifiuto di riconoscere il ruolo di partiti e di stati guida, accompagnati da valutazioni critiche di alcuni aspetti delle società del “socialismo reale” – termine per me orribile perché sottintende che quello visto nell’Est europeo sia il solo socialismo possibile e un diverso socialismo sia solo ideale.

Nel frattempo si aggravavano i problemi di quelle società, provocando il rafforzamento di elementi antisocialisti, come per esempio in Polonia, le cui vicende determinarono un ulteriore distacco del Pci dal movimento comunista internazionale – il noto “esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione di Ottobre” – mentre nel continente americano, con il golpe cileno, e con l’applicazione della dottrina Monroe di cui il “Piano Condor” fu una sorta di filiazione, gli Usa presidiavano il “cortile di casa”.

È da qui che secondo me iniziano i maggiori problemi del Partito Comunista. La giusta autonomia rispetto all’Urss si trasforma gradualmente, prima in una posizione neutrale, poi addirittura nell’affermazione berlingueriana sulla sicurezza offerta dall’“ombrello della Nato”, una sorta di salto nel campo “occidentale”. La perdita dell’identità comunista si conferma con l’accettazione del “valore universale” della democrazia borghese, peraltro del tutto effimera, visto l’oggettivo condizionamento da parte degli Usa della nostra democrazia che impedisce la partecipazione dei comunisti al governo del Paese. Gli approcci “eurocomunisti” promossi soprattutto dal Pci e dal Pce spagnolo, costituiscono un’ulteriore rottura non solo con il comunismo dell’Est ma anche con moltissimi partiti comunisti occidentali. La società e il mondo del lavoro intanto si vanno trasformando profondamente. L’apparato industriale si va gradualmente rilocalizzando in paesi a basso costo della manodopera, il settore terziario acquista un peso rilevante, la scolarizzazione di massa produce un ceto intellettuale inquieto in cui è presente una forte dose di individualismo, mentre, a livello internazionale, la fine della convertibilità del dollaro sancita da Nixon provoca disordine finanziario e modifica i rapporti di forza fra le potenze imperialiste.

A fronte di questi cambiamenti la risposta del Pci è inadeguata e perdente. In presenza di una crisi mondiale, anziché porre la questione delle responsabilità del capitalismo, si va alla “svolta dell’Eur”, cioè la dottrina dell’austerità secondo cui la classe lavoratrice dovrebbe farsi carico, con sacrifici, della crisi economica per conquistare un ruolo guida nel Paese. L’azione si sposta sempre più sul campo istituzionale e il cresciuto insediamento nelle autonomie rafforza sempre più il peso degli amministratori locali nel Partito, tanto che i migliori quadri vengono lì dirottati. Non è più possibile parlare di bilanci di lotta in un partito che si autodefinisce “di lotta e di governo” e la strategia gradualista togliattiana delle riforme di struttura per cambiare la società in direzione del socialismo, muta in riformismo tout court. Anche la funzione pedagogica del Partito si affievolisce fino a pressoché scomparire negli ultimi anni, in cui la battaglia per accedere al governo diventa la priorità. Il timore di un golpe in salsa cilena determina il perseguimento di un “compromesso storico” con la Democrazia Cristiana di Moro e, dopo l’uccisione dello statista per mano delle Brigate Rosse, si perviene alla “non opposizione” prima e all’appoggio esterno poi, sull’altare dello stato di emergenza, ai governi Andreotti che esplicitamente si pongono in continuità con i precedenti governi a guida democristiana.

Il successivo ritorno all’opposizione, la sentita adesione alla lotta degli operai della Fiat, la promozione del referendum contro il taglio della scala mobile voluto da Craxi giungono tardivi e non impediscono una storica sconfitta. Nel frattempo la componente “migliorista” del Partito che simpatizza con la strategia craxiana di decomunistizzazione della società e con l’imperialismo americano, pone sempre più condizionamenti alla linea del Partito. Questa adesione del migliorismo allo stato di cose presente e la sua contiguità con determinati interessi imprenditoriali lo coinvolge perfino in alcuni scandali che appannano la diversità comunista e l’accento di Berlinguer sulla questione morale. Ma è nel partito nel suo complesso che prevale la smania di governare a tutti i costi, accettando il prezzo di una perdita della “diversità” comunista, mentre sul piano organizzativo il conformismo di gran parte dei quadri intermedi prevale sul confronto libero.

È in questa situazione che, dopo la morte di Berlinguer e la brevissima parentesi di Natta, estromesso per mano di una sorta di golpe dalla segreteria, Occhetto, con parole d’ordine confusionarie e con cospicue dosi di demagogia, attua la “rivoluzione copernicana” che sposta il Partito verso lidi liberaldemocratici e verso l’accettazione del bipolarismo di matrice anglosassone (vedi il governo ombra e il sostegno alle proposte elettorali maggioritarie), fino al discorso della “Bolognina” che non avrebbe potuto attecchire in un corpo comunista sano e che non avesse smarrito la propria identità.

Il fallimento dei successivi tentativi di rimettere in campo un partito comunista minimamente credibile, primo fra tutti quello di Rifondazione, che pure aveva suscitato un iniziale entusiasmo e ricevuto un promettente successo elettorale, e la frammentazione in mille parrocchie dei comunisti, sono sotto gli occhi di tutti, così come lo spostamento del PDS-DS-PD in direzione di supporto acritico ai gruppi economici dominanti. Nel paese che aveva il più forte partito dell’Occidente non esiste oggi una formazione comunista che sia in grado di avere più di qualche punto decimale di consenso elettorale e soprattutto che sia in grado di parlare con credibilità al mondo del lavoro e di orientarlo.

Che lezioni trarre da quanto sommariamente esposto?

Sul piano teorico, l’abbandono del lascito di Mare, Lenin e Gramsci ha disarmato ideologicamente e impedito di comprendere la natura di questa crisi e i cambiamenti intervenuti nel capitalismo, proprio mentre lo studio del Capitale di Marx è tornato in primo piano in altre parti del mondo e perfino all’interno della stessa borghesia, visto che per le teorie economiche mainstream le crisi non possono esistere se non a causa di accidenti esterni e che le stesse ricette keynesiane, buone nel breve periodo in cui il capitalismo ha dovuto confrontarsi con il blocco socialista, sono a buona ragione considerate ostili alla causa dei profitti.

Sposare tutte le mode culturali o rinchiudersi nell’eclettismo non serve ai comunisti. Occorre ripristinare un forte ancoraggio ai caratteri fondanti del Partito Comunista, aggiornando e approfondendo l’analisi scientifica del capitalismo odierno per elaborare un idoneo progetto politico e individuare la giusta strategia e la giusta tattica. Occorre recuperare, insomma, la consapevolezza della necessità di uno stretto legame fra teoria e prassi.

Sul piano organizzativo occorre approdare a un effettivo centralismo democratico, dove il confronto sia libero e proficuo, siano ascoltate e prese in considerazione tutte le opinioni, senza che esistano opinioni privilegiate dei “capi”, per addivenire a una sintesi vincolante per tutti che consenta l’indicazione di parole d’ordine chiare e mobilitanti. (A questo proposito è da consigliare la lettura del bel libro di Álvaro Cunhal “Il Partito dalle pareti di vetro”, recentemente pubblicato anche in Italia per i tipi della Città del Sole, in cui Álvaro Cunhal, vede nel partito non solo lo strumento che organizza la classe lavoratrice e i suoi alleati in funzione della rivoluzione, ma anche l’anticipazione della democrazia socialista).

Deve tornare a essere protagonista l’impegno nella diffusione militante dei mezzi di comunicazione, sia pure innovati grazie ai nuovi strumenti tecnologici e dotati di un appropriato linguaggio che riesca a trasmettere analisi e valori alle nuove generazioni.

Il Partito deve inoltre tornare ad essere essere la sede principale della formazione dei quadri militanti e dirigenti, anche per contrastare l’influenza delle ideologie borghesi in seno alla classe lavoratrice, che si avvalgono di media sono fortemente concentrati in poche mani e di una scuola pubblica che scientemente viene privata della sua funzione di formatrice di uno spirito critico di massa.

L’organizzazione articolata nei luoghi di lavoro, laddove possibile, deve essere privilegiata. Dove, invece, gli insediamenti lavorativi sono dispersi e non consentono la costituzione di cellule, occorrerà utilizzare al meglio le tecnologie che abbiamo a disposizione per comunicare fra realtà distanti fra di loro.

Ferma restando la necessità di alleanze sociali e politiche, il Partito deve essere l’avanguardia e lo strumento della classe lavoratrice, e costituito prevalentemente da lavoratori e da intellettuali effettivamente organici alla classe stessa.

Il sindacato, per la sua stessa natura, è riformista, in quanto ha il compito di vendere al meglio la forza-lavoro, non di abolire il mercato della la forza-lavoro. Dato questo suo limite, e a maggior ragione quello del sindacalismo confederale odierno, incapace perfino di svolgere quel ruolo riformista, in cui comunque è utile essere presenti per coltivare estesi rapporti coi lavoratori, diviene indispensabile promuovere altri momenti di confronto democratico, di elaborazione di piattaforme di lotta e di iniziativa politica rivoluzionaria nei luoghi di lavoro, assimilabili ai gramsciani consigli di fabbrica, sia pure in veste aggiornata.

Quindi, la discriminante di classe e la capacità di radicarsi nella classe debbono essere fondamentali, mettendo in secondo piano, almeno fintanto non sia stata raggiunta una sufficiente massa critica, la questione elettoralistica e l’insediamento nelle istituzioni. Non che con ciò intenda negare l’importanza di essere presenti nelle istituzioni né che sia opportuno, in determinate circostanze, presentarci in schieramenti che contrastino i massacri sociali, la rapina dei territori e il degrado ambientale. Ma l’oggettività delle cose ha dimostrato che gli accordi a tutti i costi fra forze molto eterogenee, aventi orizzonti completamente diversi, per esempio il centrosinistra per alcuni e l’opposizione al centrosinistra per altri, non ci portano da nessuna parte.

L’insieme della rincorsa verso il nuovo, qualunque sia, della perdita di identità comunista, cui purtroppo ha contribuito successivamente anche Rifondazione, della ricerca di alleanze elettorali senza principi, del corteggiamento dei movimenti senza indicare una strategia per il loro sviluppo e della frammentazione dei partitini fra di loro litigiosi è stato letale. Si sono persi forza, quadri, credibilità. I lavoratori non ci comprendono più, non ravvisano più l’utilità di un partito comunista e per conseguenza, di fronte alle sofferenze sociali loro inflitte dalle politiche liberiste, diventano una riserva di caccia dei populismi.

Da qui la considerazione che l’unità dei comunisti non può essere l’assemblaggio di micro organizzazioni ciascuna delle quali inconsistente, e ormai poco credibili neppure se assemblate, oltre che prive di una strategia. Pur se potessimo prescindere dalla difficoltà di trovare una piattaforma comune di gruppi assai differenziati per cultura politica e ciascuno dei quali si considera il “centro” del comunismo italiano, rimane la barriera che si è costituita fra i vari partitini comunisti e i lavoratori. Un processo di ricomposizione dei comunisti deve passare per la presenza nei conflitti sociali in cui non serve un atteggiamento codista, come predicava Bertinotti, ma cercare di svolgere un ruolo di direzione politica, per unificare gli obiettivi di mille vertenze territoriali che altrimenti non si parlano, prospettarne sbocchi possibili o almeno per accumulare forze, impedendo l’inevitabile implosione dei movimenti che non siano collegati a una solida piattaforma generale. Insieme alle aggregazioni possibili dei comunisti per questa via, occorre costruire un fronte più ampio di forze antiliberiste e anticapitaliste per poter sostenere più efficacemente le lotte ma anche per poter più agevolmente parlare alle masse dei lavoratori e conquistare nuovi militanti. Così come serve ricostruire un intreccio, che teneva insieme il mondo del lavoro, fra un sindacalismo spronato a essere più combattivo, e il partito rivoluzionario.

Quindi, per superare la frammentazione non sono sufficienti atti volontaristici, pur necessari. Serve pervenire a una strategia condivisa, basata su una approfondita conoscenza della fase di questo capitalismo che Roberto Fineschi suole chiamare “crepuscolare” (Per una fenomenologia del capitalismo crepuscolare si vadano alcune annotazioni di Roberto Fineschi su La Città Futura: Persona, Razzismo, Neo-schiavismo: tendenze del capitalismo crepuscolare, (https://www.lacittafutura.it/editoriali/persona-razzismo-neo-schiavismo-tendenze-del-capitalismo-crepuscolare); Razzismo e capitalismo crepuscolare, (https://www.lacittafutura.it/cultura/razzismo-e-capitalismo-crepuscolare); Una notte al museo?  Alta cultura e capitalismo crepuscolare, (https://www.lacittafutura.it/cultura/una-notte-al-museo-alta-cultura-e-capitalismo-crepuscolare); Social e capitalismo crepuscolare (living in a box), (https://www.lacittafutura.it/cultura/social-e-capitalismo-crepuscolare-living-in-a-box).

A questa ricerca, purtroppo si è spesso sostituito o il rifiuto di incorporare nell’analisi e nella proposta questioni “nuove”, quali per esempio quella ambientale, quella femminile ecc., che, in quanto accessorie rispetto alla contraddizione principale di classe sono considerate trascurabili, oppure, al contrario, l’adesione acritica a movimenti che pongono tali problematiche in maniera avulsa da un’analisi complessiva dei rapporti di produzione capitalistici, ignorando che queste problematiche assumono una loro specifica connotazione per effetto delle contraddizioni del modo di produzione capitalistico e di questa sua fase regressiva.

Urge quindi un lavoro teorico e pratico per il reinsediamento nei gangli della società. E la spaventosa crisi in atto del capitalismo non ci concede tempi lunghi per farlo.

Rammento per ultimo, non perché meno importante, l’internazionalismo proletario. Il quadro internazionale attuale è assai più articolato che in passato: è venuto meno il blocco socialista, una scomparsa che ha portato con sé la fine bipolarismo; anche il successivo monopolarismo Usa si sta estinguendo grazie al prepotente affacciarsi sulla scena economica e politica del colosso cinese, oltre che dal prodursi di aggregazioni in grado di competere col gigante Usa (Brics, Ue ecc.). Pur in questo quadro notevolmente mutato, non dovrebbe essere difficile per i comunisti collocarsi nel fronte antimperialista, a fianco di tutti i popoli che lottano contro le ingerenze neocoloniali e che prospettano vie originali verso il socialismo e a fianco dei lavoratori dei paesi a economia sviluppata che lottano contro il proprio padrone e il proprio imperialismo. La globalizzazione, la riduzione delle distanze dovute all’evoluzione dei mezzi di comunicazione, la libertà dei capitali di vagare per tutto il globo alla ricerca delle migliori opportunità di sfruttamento rendono difficilmente pensabile persino solo una politica riformista o difensiva – figuriamoci una rivoluzione – se rimaniamo richiusi in entità nazionali piccole come l’Italia e se il campo del lavoro non si si riorganizza o almeno non si coordina su base internazionale, come sta facendo efficacemente il capitale.

Neppure nella fase più gloriosa del Pci sono mancati diverbi, confronti anche aspri fra posizioni diverse, allontanamenti. Ma la forza di quel partito è stata la capacità di mantenere intorno a un forte nucleo il grosso delle truppe, riducendo ai minimi termini frazionismo, personalismi, pretese di fondare nuovi soggetti politici al di fuori di un solido rapporto di massa. È l’ora che le mille schegge comuniste, se davvero vogliono meritare quest’aggettivazione, abbandonino borie di parrocchia e la loro sostanziale inutilità per lavorare seriamente alla costruzione di un vero partito comunista. Diversamente la storiale condannerà. Anzi le ha già condannati.