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Per il gramsciano

“Intellettuale collettivo”

Il partito dei comunisti: formazione dei quadri, linea di massa e radicamento popolare

di Ferdinando Dubla

Scuola delle Frattocchie

Cumpanis, dicembre 2020

 

“Siete nel mondo ma non sapete perché. Operate, ma non sapete perché. Sentite dei vuoti, e desirereste delle giustificazioni al vostro essere, al vostro operare, e vi pare che le ragioni umane non vi bastino, che risalendo di causa in causa arriviate a un punto che, per coordinare e regolare il movimento, ha bisogno di una ragione suprema, fuori del conosciuto e del conoscibile per essere spiegata. Proprio come uno che guardando il cielo e risalendo di piano in piano nello spazio che la scienza ha misurato, sente sempre maggiori difficoltà al suo fantastico vagabondare nell'infinito, e arriva al vuoto e non può concepire questo vuoto assoluto, e allora inconsciamente lo popola di creature divine, di entità soprannaturali che coordinano il movimento vertiginoso e pur logico dell'universo. (..) La nostra religione ritorna ad essere la storia, la nostra fede ritorna ad essere l'uomo e la sua volontà e la sua attività”.

(Antonio Gramsci, La storia, 29 agosto 1916, in Cronache torinesi 1913-1917, a cura di Sergio Caprioglio; Einaudi, Torino, 1980, pp. 513-514)

 

 

 

Rendere storico l'intelletto collettivo

 

Il secolo del PCI potrebbe essere occasione di riflessione collettiva, con l’intento di unire comunisti e sinistra e per un’efficace azione politica, senza la quale ogni riflessione, seppur elevata, diventa sterile.

È sempre stato, d'altronde, l'intento strategico della “filosofia della prassi”, espressione dei Quaderni dal carcere, centrata sull'unità dialettica di teoria e pratica sociale trasformatrice e rivoluzionaria, una concezione unitaria che ricostruisce l'etica interiore dell'umano in una visione che ricomprende non una natura antropologica astrattamente intesa, ma la storia, dunque “secolarizzata”.

L’egoismo proprietario è nella natura umana, perché è nella storia. E tutto ciò che la storia dimostra, è nella natura umana. È il frutto dell’istinto. È il bellum omnium contra omnes.

Il comunismo, fase apicale e paradigmatica dell'idea di comunitarismo elaborata con metodo logico-deduttivo e sperimentale da Marx ed Engels nel XIX secolo (per questo “socialismo scientifico”), intelletto collettivo e general intellect, è nella storia delle idee, nella scienza, nella natura esterna e interna all’essere umano. È la cooperazione dell’homo sapiens che vince sulla competizione, è il gruppo che prevale sull’individuo, è la libertà nel vincolo solidale, è il rispetto del proprio e del gruppo altrui. È il frutto dell’intelligenza. È l'homo homini deus.

Marx, a partire dall'Ideologia Tedesca (1845) fa prevalere la storia sulla natura antropologica. Ma egli vuole combattere il falso universalismo borghese, combattendo ogni universalismo assoluto. L’uomo è il prodotto della storia, ma è nella storia che si sviluppa la natura umana. Nella natura c’è istinto e intelligenza. Si tratta, dunque, di rendere storico l’intelletto collettivo.

Per Gramsci, straordinario intellettuale tra i fondatori, un secolo fa, del PCI, tutti gli aderenti al partito dovevano trasformarsi in intellettuali dirigenti, giacché il partito, elaboratore di ricerca teorica e azione pratica (la prassi e la sua filosofia, come già nella riflessione di Antonio Labriola) impersonava il passaggio dalla fase dell’economico-corporativo a quella, superiore, del momento etico-politico dove la «necessità è già diventata libertà» [Q. 7, p. 920, ed. Einaudi, 1975], dal particolare all’universale. Filosofia della prassi è, per Gramsci, il marxismo e il suo cuore, la concezione materialistica della storia. Praxis è movimento di andata e ritorno: l’essere umano pensa e agisce, cioè produce materialmente come soggetto collettivo di storia, riflette e intenzionalmente, cioè pedagogicamente, trasforma la società. E storia è cultura, non solo struttura, dunque, ma dialettica che ha nella sovrastruttura il determinarsi non di semplice ‘riflessione’, ma motrice essa stessa della trasformazione sociale. Se la lotta di classe è base della dialettica rivoluzionaria, la coscienza di classe ne è la conseguenza, ma nel contempo diventa soggetto di storia.

Il socialismo, dunque, è la trasformazione dell’intelletto collettivo e della sua prassi conseguente. Una rivoluzione, con un linguaggio ripreso dalle scienze umane contemporanee, anche cognitivo-relazionale, che né precede né consegue alla rivoluzione politica e sociale, ma ne ha assoluto bisogno.

L’analisi critica della storia della filosofia, della filosofia spontanea dell’uomo-massa, del folclore delle classi subalterne, del senso comune veicolato dalle classi dominanti tramite i suoi apparati e i suoi intellettuali “organici”, è, per Gramsci, propedeutica alla conquista di una nuova visione del mondo, possibile solo con la coscienza di classe dell’uomo-collettivo, di una filosofia dell’avvenire che si propone la trasformazione rivoluzionaria di sé, degli altri, della società capitalista, nella direzione del socialismo come nuovo umanesimo, dell’unificazione del genere umano che si riappropria dell’“onnilateralità”, che è innanzitutto ricomposizione tra sé e il proprio genere, il proprio lavoro, la propria identità, non più scissi. Il potere di classe del sistema capitalista vuole monadi isolate: ma l’atomizzazione è propria della omogeneizzazione culturale dei rapporti sociali di produzione incentrati su profitto e plusvalore, dell’uomo-massa senza coscienza di classe. Gramsci indaga su come può, molecolarmente, generarsi questa coscienza.

La ricaduta politica delle riflessioni di Gramsci è l’unità della classe e il necessario confronto dialettico delle idee, sempre coniugate con l’indispensabile autonomia dei comunisti. Autonomia non è separazione, ma qualsiasi ricerca di slancio e afflato unitari ha necessità di salde radici per chi se ne fa promotore. I comunisti hanno una loro tradizione, una loro storia, una strutturazione ideale e di principi e valori aperta sempre all’incontro, anche alla contaminazione, ma non disposta alla dissoluzione diventando, con linguaggio hegeliano, “altro da sé”.

Autonomia chiama in causa il radicamento popolare del partito dei comunisti. C’è chi li vuole folcloristici e testimoniali, un gruppo settario dedito allo studio della distillazione teorica senza incidenza e senza influenza.

Una cosa è il gramsciano ‘spirito di parte’, l'orgogliosa appartenenza, altra il settarismo, il sempre comodo integralismo di fazione, l’incapacità di contare nella società e di influenzare, condizionare positivamente il quadro politico per giocare in campo aperto la partita dell’egemonia.

Combattere il dogmatismo e il settarismo è però l’altra faccia di un’altra battaglia: quella contro l’opportunismo e la subalternità compatibilista. È nella tradizione del PCI la battaglia su questi due fronti, che specularmene si sostengono l’un l’altro.

Sia i settari e dogmatici, infatti (quelli che per conservare una presunta ‘purezza’ vorrebbero rinchiudere la cultura politica comunista in un museo delle cere) sia i carrieristi e opportunisti, passano tutte le stagioni politiche allo stesso modo: nel guado dell'inazione e della passività, dirigendo le vuote trincee senza soldati, scorgendo semmai il nemico nella stessa trincea, concependo il proprio ruolo dirigente come censorio e inquisitorio.

Non è possibile nessuna seria conquista, per il mondo del lavoro, i ceti subalterni, le masse popolari, senza un movimento di lotta. I marxisti concepiscono la storia come storia di lotte di classe, perché il conflitto sociale è motore dello sviluppo storico. Ma la ricerca teorica non è mai fine a se stessa, è anche per un’efficacia dell’azione politica: ma davvero la classe operaia, di vecchia o di nuova generazione, l’esercito dei precari a vita, i senza-diritti del capitale globalizzato, è indifferente ai risultati che si possono ottenere con il lavoro di massa? L’esperienza di tutti i giorni è diversa e addirittura opposta a questa concezione: meno ricattabili sono i lavoratori più forti sono i sindacati e il partito comunista, non viceversa.

Il compito, modernissimo, dei comunisti oggi, è ricondurre ad unità la frammentazione della classe, speculare all’unità politica della sinistra di classe nel nostro paese.

I comunisti, lottano apertamente per il socialismo e hanno compreso dalla loro stessa storia che il socialismo non è una linea d’orizzonte mai raggiungibile, ma vive nella pratica quotidiana della loro azione politica.

Più capacità di radicamento di massa, con una linea politica di massa, con la formazione permanente di quadri e militanti attivi per contrastare la tendenza alla delega, al verticismo, alla separazione, per favorire la partecipazione cosciente delle donne e degli uomini alla costruzione del loro stesso destino.

L'esperienza storica del movimento operaio del XX secolo, altro che l'ossessione delle rovine che la borghesia imperialista sbandiera per delegittimare ogni antagonismo strutturale al sistema, ha consegnato, a noi comunisti soprattutto, un utile e prezioso patrimonio di riflessione; contrastando la tendenza alla vera e propria rimozione dell'esperienza, la quale, se non viene agita nel presente, diventa o pentimento e ‘colpa originaria’ da cui mondarsi, o pretesto per analisi inconcludenti che assemblano categorie concettuali e mirano alla cancellazione effettiva del marxismo non alla sua rigenerazione; e il pericolo, mortale, può essere consegnare la nostra straordinaria memoria ed esperienza storica a una sterile testimonianza, come un reperto museale nemmeno destinato alla visione del pubblico.

Ed è questo compito che definisce la necessità di una mirata politica dei quadri. I quali si formano, vengono formati, si autoistruiscono attraverso una militanza attiva, con la partecipazione convinta e motivata alle battaglie sul territorio a cui viene legato un respiro più grande, quello della lotta alle contraddizioni della società capitalista e alle conseguenze sociali dell’imperialismo.

 Antonio Gramsci ha scritto, nell’Ordine Nuovo del 1 aprile 1925:

“Siamo una organizzazione di lotte, e nelle nostre file si studia per accrescere, per affinare le capacità di lotta dei singoli e di tutta l’organizzazione, per comprendere meglio quali sono le posizioni del nemico e le nostre, per poter meglio adeguare ad esse la nostra azione di ogni giorno. Studio e cultura non sono per noi altro che coscienza teorica dei nostri fini immediati e supremi, e del modo come potremo riuscire a tradurli in atto.

Fino a qual punto questa coscienza oggi esiste nel nostro partito, è diffuso nelle sue file, è penetrata nei compagni che ricoprono funzioni di direzione e nei semplici militanti che devono portare quotidianamente a contatto con le masse le parole del partito, rendere efficaci i suoi ordini, realizzare le sue direttive? Non ancora, crediamo noi, nella misura necessaria a renderci adatti a compiere in pieno il nostro lavoro di guida del proletariato. La scuola di partito deve proporsi di colmare il vuoto che esiste tra quello che dovrebbe essere e quello che è. Essa è quindi strettamente collegata con un movimento di forze, che noi abbiamo diritto di considerare come le migliori che la classe operaia italiana ha espresso dal suo seno. È l’avanguardia del proletariato, la quale forma e istruisce i suoi quadri, che aggiunge un’arma – la sua coscienza teorica e la dottrina rivoluzionaria – a quelle con le quali essa si appresta ad affrontare i suoi nemici o le sue battaglie. Senza quest’arma il partito non esiste, e senza partito nessuna vittoria è possibile”.

 

 

Il tema centrale della formazione dei quadri:

scuola di partito e/o partito come scuola

 

Nel PCI uscito dalla clandestinità, la politica di massa del ‘partito nuovo’ e la linea della ‘democrazia progressiva’, secondo Pietro Secchia, doveva riuscire a coniugare la quantità con la qualità. Tant'è che lo stesso Togliatti dovette sottolineare poi, nella Conferenza d'organizzazione di Firenze del 1947, l'aspetto rilevante che aveva la politica di formazione dei quadri nel momento stesso di un'accentuata necessità di consolidare una struttura di massa (allora il PCI, con Secchia a capo del settore organizzazione, raggiunse e negli anni seguenti addirittura aumentò, la quota di due milioni di iscritti). Insomma, proprio perché il radicamento popolare si faceva più forte, bisognava curare l'aspetto qualitativo della militanza e potenziare la coscienza di classe.

Un partito comunista di massa, secondo Secchia, non può non essere un partito di quadri e di massa. Per diventare un partito di quadri e di massa, bisogna costruire un partito di quadri con una linea di massa, che non rinunci per l’arte politica ad un’intenzionalità pedagogica e dunque miri coscientemente a costruire un’egemonia nella società, ciò che permette il radicamento del partito di classe nel popolo. Questa filosofia dell’organizzazione è essa stessa una concezione politica, che si risolve poi in una determinata pratica militante. (cfr. P. Secchia, I quadri e le masse (1947/49), Laboratorio Politico, 1996, ora disponibile in Academia.edu - https://independent.academia.edu/FerdinandoDubla]

C’è chi imputa a questa analisi l’insufficiente ‘modernizzazione’ del PCI, un circolo vizioso tra richiesta centralistica di iniziativa e di obbedienza insieme: insomma, una ‘doppiezza nella doppiezza’. E invece la sfida per un Partito comunista è proprio quella di non venir meno alla coesione interna sui fini e tratti identitari, pur nell’incessante capacità creativa dei suoi quadri di saper rispondere adeguatamente alle fasi storico-politiche. E per questa capacità creativa, è necessario che il partito sia intellettuale collettivo, nella ricerca aperta e incessante dei suoi militanti e intellettuali ‘organici’ alla classe, nella discussione continua, ma infine nell'azione politica deliberata collettivamente.

Il PCI, gradualmente, negli anni 1954/56 e successivi, prenderà un’altra strada. Proprio quello che è stato indicato con il processo di modernizzazione, pur in maniera non lineare e in modo contraddittorio (vedi la vicenda dello Statuto dell’VIII Congresso) del Partito Comunista, ne mina le fondamenta e subordina l’intera struttura organizzativa a una linea politica finalizzata integralmente al gioco imposto dal quadro politico complessivo. In breve, se l’opera e la riflessione politica di Secchia erano mirate a dare gambe a una strategia supportata da valori, idee e princìpi del marxismo, in particolare attraverso i contributi di Lenin e Gramsci (di cui in quegli stessi anni si pubblicavano dall'editore Einaudi i Quaderni, curati dal dirigente comunista Felice Platone, – unitamente alle sue Lettere dal carcere indirizzate ai famigliari – in sei volumi, ordinati per argomenti omogenei)  con un’ottica di lavoro di massa capillare e pianificato di cui la tattica era un aspetto rilevantissimo ma coerente con quegli assunti, il PCI di Togliatti dopo il Congresso del 1951 tenderà a rendere centrale il momento tattico come preminente rispetto alle finalità strategiche e detterà modalità e tempi dell’aggiornamento e revisione dei princìpi, caratteristica progressiva nella vicenda del PCI post-togliattiano (pur con fasi diverse e con modalità affatto univoche e lineari) in particolare la perdita di una cosciente intenzionalità pedagogica per costruire l’egemonia delle classi subalterne e un’aderenza a logiche politiche deprivate di finalità strategiche. Un mutamento però che non avverrà nell’arco di un tempo breve: e le maggiori resistenze gli si porranno proprio dall’impianto e dalla struttura organizzativa, la cui “decostruzione” avrà bisogno di tempi differiti.

 

 

 

La dialettica dell'intenzionalità pedagogica e il ‘general intellect’

 

Il partito come strumento di emancipazione costante della rappresentatività di classe, un partito che si modifica interpretando correttamente la realtà e le sue incessanti trasformazioni, ma che non perde mai la bussola dei suoi principi fondanti (in un corretto rapporto tattica/strategia), perché, oltre la sua ragion d'essere, la sua identità, così perderebbe sia il ruolo di scuola formativa, nel senso pedagogico gramsciano dell’autoistruzione dell’’intellettuale collettivo’ (nel partito si organizzano le lotte, ci si confronta, si impara insieme e si cresce insieme – così oggi va interpretata e vissuta anche la categoria leninista di avanguardia cosciente), sia il fascino dei suoi ideali di superamento dello ‘stato delle cose esistente’, e cioè della barbarie capitalista.

Abbiamo bisogno di un partito comunista giovane, in quantità e qualità: giovane e moderno in tutti i sensi.  Ma proprio per questo, ancora più ancorato alla memoria storica, come veicolo continuo e prezioso di bilancio delle esperienze del movimento operaio, nazionale e internazionale, e dei comunisti in particolare.

Se noi dunque non curiamo l'aspetto della formazione degli stessi militanti, se non miriamo al rafforzamento della memoria storica che ci ha generato e può farci sviluppare nel futuro prossimo, se noi non rendiamo lo strumento-partito anche una delle agenzie di formazione (delle giovani generazioni, soprattutto) che, in modo aggregante e nella forma del laboratorio di ricerca continua (‘intellettuale collettivo’ è concetto che rimanda alla potenza dell'ideologia come materialità) sia fonte preziosa e inesauribile di sviluppo dello spirito critico nei confronti di tutte le agenzie di formazione falsamente pluralistiche della società in cui dominano gli oligopoli mass-mediologici pubblici e privati, e conseguentemente sviluppi anticorpi che non ci isolino dalla società, anzi, entrino in sintonia con le condizioni materiali di vita quotidiana di larghe, larghissime masse popolari, ebbene, noi rischiamo di perdere le sfide presenti e future.

Oltre la coesione, il partito comunista deve avere l’autodisciplina come fine dell’unità della classe.

E nella migliore tradizione comunista, i quadri principalmente si autoformano nelle vertenzialità diffuse, nelle battaglie concrete per difendere e sostenere i bisogni delle masse, oltre che, naturalmente, con lo studio sistematico di un bagaglio storico/culturale che sia in grado di trasmettere la memoria, la faccia vivere e palpitare nel presente, la renda attuale permettendole di respirare l'aria della contemporaneità: abbattere i deteriori sensi comuni che la borghesia, come classe dominante, rende dominanti nel corpo sociale, elaborare analisi destrutturanti del senso comune e metterle in relazione con l'esperienza concreta tra la comunità dei comunisti, comunità ‘fraterna’ per antonomasia, dove il comunismo è anche uno stile di vita.

L’intenzionalità pedagogica è rivolta dunque all’interno del partito stesso, ma il partito esso stesso diventa strumento di emancipazione all’esterno, per costruire gramscianamente l’egemonia, innanzitutto sul piano dello smascheramento analitico delle false apparenze e illusioni dell’ideologia e della prassi concreta con cui si sostanzia il dominio economico, politico, culturale, delle classi dominanti. La selezione dei quadri è al contempo frutto e risultato della lotta di classe, ma è anche funzionale all’organizzazione della stessa su larga scala, in un processo dialettico che rende l‘alfabetizzazione politica lo strumento culturale più efficace per interpretare la realtà e dunque modificarla strutturalmente, in profondità, nelle ‘trame minute’ del conflitto sociale.

È l'unica traduzione possibile, in termini politici (e gramsciani) della contraddizione tra l'appropriazione privata del ‘general intellect’ e l'individuo sociale che costruisce il socialismo con l'appropriazione collettiva dei mezzi e degli strumenti di quella intelligenza, che Marx ha individuato nei Grundrisse (cfr. K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica, 1857-1858, 2 voll., trad. di Enzo Grillo, Firenze, La nuova Italia, 1968-1970, ora anche nella traduzione dell'ed. Pgreco, 2012).

Il cimento dell’oggi è duro, ma ci siano da sprone le asprezze e le tragiche sofferenze di chi, prima e meglio di noi, per questo nome e per l’ideale del socialismo, ha patito discriminazioni, emarginazioni, torture, sino al sacrificio della vita, come nella Resistenza antifascista.

Concetto Marchesi, sull’Unità del 20 gennaio 1952:

“Un saggio ministro diceva a un giovane incrudelito imperatore romano: ‘Per quanti avversari tu possa uccidere, non ucciderai mai il tuo successore’. Questo impazzito imperialismo capitalistico, per quanti strumenti di rovina possa accumulare nei cantieri della morte, non distruggerà mai il suo successore, che oggi ha un nome solo: socialismo”.

Non ci sarà mai socialismo senza un grande partito comunista.