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17 febbraio 1977: Lama contestato alla Sapienza

PCI e CGIL

Una parabola moderata speculare

che toglie salari, diritti e forza politica

e sindacale al movimento operaio complessivo

di Fabio Libretti*

*già nell’esecutivo della Rsu del gruppo Form spa, successivamente Edim (Bosch Italia) nel sito produttivo di Villasanta (MB); già componente del direttivo provinciale Fiom/Cgil Milano. Oggi in Naspi. Con questo articolo Fabio Libretti inizia a collaborare a “Cumpanis”

 

Credo, visto l’ampiezza delle tematiche che saranno trattate in questo scritto, che debba essere contemplato in esso una sorta di “filo rosso”, che ci aiuti, ci guidi nel trovare la giusta strada all’interno del labirinto delle azioni e delle coazioni del rapporto tra partiti comunisti e organizzazioni sindacali. Un filo che ci aiuti nel comprendere come nel caso Italiano, la trasformazione del PCI da partito di quadri e di massa, soprattutto nei primi anni del secondo dopoguerra, pienamente inserito nella classe lavoratrice, come tale comunità di donne e uomini, si evolva con un lento e progressivo processo di sclerotizzazione socialdemocratica in un qualcosa di totalmente diverso, che prescinderà anche nell’agire e nel lavoro politico della stessa Cgil.

A questo proposito, faccio solo un esempio, per essere maggiormente chiaro, di quello che intendo per filo rosso.

Se, per comprendere la “cattedrale” del pensiero marxiano, non possiamo prescindere dai quattro “pilastri portanti”, Epicuro e il suo tetrafarmaco, con le derivate riflessioni sulla condizione dell’uomo; Rousseau e il “contratto sociale”; il superamento delle logiche kantiane in Fichte, fino a giungere alla dialettica hegeliana; Smith e le regole dell’economia politica; così ,per meglio comprendere come la trasformazione del PCI si sia riflessa anche nelle pratiche sindacali, non possiamo prescindere dalle logiche che hanno visto la trasformazione del sindacato, da organismo di difesa dei lavoratori e di avanzamento della classe in genere, in mero ragioniere subalterno alle logiche concertative.

Per questa ragione, nella logica del filo di Arianna, che aiuta Teseo ad uscire dal labirinto, ritengo utile per districarci dal “nostro labirinto”, evidenziare un punto temporale fermo, necessario per analizzare fatti e circostanze.

Dove possiamo inquadrare questo punto di svolta? A mio modesto parere, quest’ultimo è identificabilenell’intervista del segretario del PCI, Enrico Berlinguer, al quotidiano la Repubblica, del 1981. Dove. per la prima volta, il segretario generale del più forte partito comunista europeo, rompe il dogma di una questione di natura economica fondamentale, dando inizio a un dibattito che ancora oggi perpetuamente si rinnova.

Il ragionamento espresso nell’intervista, rientrava nel contesto della linea dell’austerità, adottata dal PCI a partire dal XV congresso e nel contesto di un ragionamento paludato, dove la sovrastruttura degli argomenti dell’intervista rasentava la pallida socialdemocrazia e, su precisa domanda dell’intervistatore, il Segretario affermava la “necessità delle lavoratrici e dei lavoratori italiani di contribuire, per la loro parte, al giusto sforzo di raddrizzamento dell’economia…”. Ed ancora, incalzato dalle domande dell’intervistatore, riguardanti il tema del costo del lavoro, lo stesso Berlinguer rispondeva testualmente che Il costo del lavoro va anch'esso affrontato e nel “complesso contenuto”, operando soprattutto sul fronte dell'aumento della produttività…

Ovviamente, quell’intervista è figlia del proprio tempo e personalmente non m’interessa sottolineare la scelta dell’allora Segretario, ma quello che mi pare molto più opportuno è contestualizzare l’aspetto che porta Berlinguer a fare tali dichiarazioni. L’intervista probabilmente segna l’epilogo della fase di trasformazione del PCI, anche se il cambio del DNA, per ovvie ragioni, era iniziato molto tempo prima.

Tale processo si manifesta anche in tempi non sospetti se, ad esempio, il compagno dell’organizzazione del PCI, già durante una riunione di Segreteria dell’aprile del 1946, sarà costretto ad un duro richiamo, nei confronti dei partecipanti, in quanto in taluni personaggi s’avanzano richieste di candidature per l’Assemblea Costituente, cosa inaudita per il PCI del tempo.

Tuttavia, tale fenomeno si accentuerà con il periodo della de-stalinizzazione quando, paradossalmente, in Italia i comunisti scelsero di non allontanare il Segretario del partito, ma bensì il vice Segretario (uomo che, al contrario del primo, passò tutto il periodo del regime fascista in carcere, al confino e poi, dall’Italia, in qualità di Commissario Politico delle Brigate Garibaldi diresse la lotta al nazi-fascismo, fino al 25 aprile del ’45) e con lui, vennero allontanati, tutta una serie di personalità, funzionari, quadri intermedi, più legati ad una certa maniera di pensare e più legati ad una concezione attenta agli ultimi, alle fasce sociali più deboli, alle lavoratrici e ai lavoratori usciti dal ventennio fascista e soprattutto da un quinquennio di guerra distruttrice. Concezione, quest’ultima, attenta alla crescita culturale/organizzativa sia del partito, sia dei propri militanti e, in prospettiva, dell’intera società italiana.

Tuttavia, il piano inclinato in seno al PCI, nel tempo, accentuato anche dalla scomparsa del compagno Berlinguer, scadrà sempre di più, portando la discussione al suo interno, alla stagione della drammatica deriva della “cosa” occhettiana.

Ma tornando al cuore del nostro ragionamento, il punto è comprendere per quale ragione,  agli inizi degli anni ottanta del secolo scorso, l’allora vertice del PCI decide che il salario delle lavoratrici e dei lavoratori italiani diventi una variabile del mercato e che, per raddrizzare l’economia, serva comprimere quest’ultimo iniziando una politica di sacrifici, di contenimenti (dei diritti e dei salari) solo a senso unico e in funzione di una politica dei due tempi, d’ipotetici futuri vantaggi, per la classe, purtroppo mai realizzati. Per trovare gli antefatti della concertazione italiana bisogna tornare almeno alla seconda metà degli anni ’70. Alla svolta dell’autunno caldo, e al decennio sindacale che vi fa seguito, subentra nel 1978 la linea dell’EUR.

Nel quadro politico del compromesso storico si ridisegnano i termini del rapporto fra sindacati e potere. L’inedito approssimarsi del PCI all’area di governo potrebbe costituire quell’elemento di garanzia che può dischiudere spazi per un’azione sindacale centralizzata, in cui il sindacato può, da un lato, completare la sua piena legittimazione istituzionale, interpretando responsabilmente la rappresentanza degli interessi generali della classe, dall’altro ottenere quegli interventi in materia di investimenti e occupazione.

Lama affermerà, in una nota intervista, che pur ribadendo l’autonomia del sindacato dal quadro politico (nessuna regressione alla cinghia di trasmissione), e la distanza da casi come quello inglese, dove coi laburisti al governo i sindacalisti siedono da entrambi le parti del tavolo, dice a Riva che lo intervista: “Il metodo di lotta tradizionale – il capitalista accumula profitti e il sindacato cerca di condizionarne la disponibilità con gli aumenti salariali – non è più sufficiente. Questo andava bene agli inizi dell’era industriale: oggi disporre di una sola leva di governo dell’economia, i salari, significa condannarsi a una posizione subordinata e all’impotenza. Abbiamo bisogno di entrare di più nei meccanismi dell’economia, sia nei grandi gruppi che a livello nazionale” (1976).

È la stagione delle grandi riforme e delle leggi-contrattate, come quelle del 1977 sulle ristrutturazioni industriali (675) e sull’occupazione giovanile (285), ma anche delle prime preoccupazioni sugli effetti inflattivi della scala mobile, modificata con l’accordo Lama-Agnelli del ’75, dopo il crollo della lira nel 1976.

Il ritorno all’opposizione da parte del PCI disattende le logiche che si erano generate nel sindacato alla fine degli anni ’70. Il ciclo sta per cambiare e la linea dell’EUR fallisce. “La scala mobile non si tocca”, si dirà, ma da allora e per oltre un decennio, al centro del confronto c’è la vertenza sul costo del lavoro. In questo scenario, nei primi anni ’80, la concertazione tripartita conosce i suoi primi e turbolenti atti formali.

 

Il primo si compie con l’accordo il 22 gennaio 1983, circa due anni dopo l’intervista di Berlinguer a Repubblica.

L’obiettivo è quello di ridurre l’inflazione, alta, attraverso un raffreddamento della dinamica salariale indotta tra l’automatismo della scala mobile, il contratto nazionale e l’autonomia negoziale a livello aziendale. Il lodo Scotti stabilisce un tasso d’inflazione programmata, ponendo un tetto agli incrementi dei prezzi al consumo e delle tariffe (13% nel 1983; 10% nell’84), limitando l’espansione dei redditi nei limiti della conservazione del valore reale.

In cambio si riduce l’orario, si neutralizza il fiscal drag, si aumentano gli assegni familiari e vengono fiscalizzati gli oneri sociali.

Si stabilisce che la contrattazione aziendale non può avere per oggetto materie già definite a livello superiore.

L’atto secondo si compie il 14 febbraio 1984 (San Valentino), intorno al mancato accordo unitario sulla sterilizzazione parziale della scala mobile. Esso segnerà drammaticamente un profondo mutamento di scenario, culminato nel referendum del 9 giugno 1985.

Il contestatissimo accordo separato, tradotto poi in decreto legge dal governo Craxi, viene considerato dal PCI e dalla maggioranza della CGIL un vulnus, un’ingerenza senza precedenti nella sfera dell’autonomia collettiva. Essa ha in più il torto di colpire nella sola direzione del lavoro dipendente, a cui si chiede un sacrificio dal quale sono invece risparmiati altri gruppi sociali, beneficiari – ad esempio – di una lotta insignificante all’evasione fiscale. La sconfitta alla Fiat prima e quella nel referendum sulla scala mobile poi, ingenerano nel padronato italiano un’euforia di cui si fa interprete Federmeccanica quando, nel 1985, redige un documento (“Sindacati e no”) in cui si chiede di “mettere in mora il sindacato” per chiudere definitivamente con la stagione iniziata nell’autunno caldo.

Quelli sono anche gli anni in cui il sindacato intraprende un percorso di cooptazione strisciante negli apparati dello Stato, con la presenza in una pletora infinita di enti pubblici e organi amministrativi che, oltre alla burocratizzazione, produrranno il sospetto che anche nel sindacato si ponga un serio problema di autonomia, se non anche di rigore morale. Il PCI è in una fase sempre più declinante, le segreterie sono sempre più deboli e fiaccate da una sordida lotta interna, dove l’area migliorista, capeggiata dal futuro Presidente della Repubblica (uno fra i peggiori) prenderà il sopravvento. Area migliorista che, a breve, avrà notevoli problemi con l’arrivo dello tsunami Di Pietro.

Nel sindacato si fa strada l’idea che la logica del conflitto possa funzionare nelle fasi ascendenti del potere sindacale, esponendolo tuttavia a maggiori contraccolpi quando la congiuntura si fa critica e le lotte non hanno sedimentato regole e procedure certe di garanzia. Le sconfitte subìte, la paura di ripeterle, sono una chiave di lettura delle sue politiche da questa fase in poi.

Se negli anni '80 la tendenza era stata verso un parziale allentamento del coordinamento delle relazioni industriali, dopo la fine del PCI, con l’inizio dell’avventura occhettiana, la tendenza negli anni '90 segna in molti casi un sorprendente ritorno a pratiche concertative, ufficialmente, volte a governare consensualmente le trasformazioni imposte dall’UE, per entrarvi o per far parte della moneta unica. Paesi privi dei requisiti soggettivi postulati dalla teoria neocorporativa classica sono quelli che più si distinguono nell’adozione di patti sociali tripartiti. Diversamente dal passato, dove lo scambio avveniva su un terreno più equilibrato e sostanziale di beni materiali quantificabili (piena occupazione; welfare inclusivo; crescita salariale, moderata ma certa), la merce è ora più simbolica, se non anche “retorica”, e attiene principalmente alla sfera della legittimazione reciproca fra soggetti, come lo Stato e i sindacati, quest’ultimi fortemente indeboliti dalla rivincita del mercato e dell’impresa. Nel caso italiano, l’esplosione di tangentopoli determina il crollo della Prima Repubblica e dei partiti che l’avevano retta.

La guida del paese passa per la prima volta a governi tecnici che, per legittimare la propria azione, scelgono di appoggiarsi alle parti sindacali e alla concertazione sociale. Ad eccezione della breve ma significativa pausa del primo governo Berlusconi, caduto proprio per aver eluso la ricerca di un accordo sindacale sul tema delle pensioni.

Tuttavia, è con gli accordi dei primi anni ’90 che la concertazione tripartita diviene a tutti gli effetti il nuovo perno delle relazioni industriali italiane. Al centro del confronto c’è ancora una volta il costo del lavoro, rispetto al quale si siglano due accordi interconfederali (il 6 luglio 1990 e il 10 dicembre 1991) con cui, sotto la spinta di Confindustria, la scala mobile esce quasi silenziosamente di scena. Abete annuncia che a maggio non verrà più pagato lo scatto di contingenza. Il Governo, indebolito da ‘Mani pulite’, invita le parti sociali ad aprire una trattativa a tutto campo “per la ristrutturazione del salario e del sistema contrattuale”. Ciò avviene in due tempi. Il primo è l'accordo del 31 luglio 1992 e segna una nuova drammatica escalation nella storia delle relazioni industriali italiane. Esso sancisce l’abbandono definitivo della scala mobile, in vero disdettata – l’anno prima – da Confindustria; non predispone un meccanismo sostitutivo, rinviandone la ricerca a un negoziato successivo; blocca la contrattazione articolata. Amato minaccia le dimissioni in caso di rottura, pretendendo questa volta (diversamente dal suo predecessore Craxi, nell’84) l’unanimità.

Sullo sfondo si staglia con inedita nettezza la dimensione europea, coi suoi famigerati parametri di convergenza (Maastricht), destinati da allora a condizionare fatalmente i mutamenti dei sistemi nazionali. Raggiunto nell’immediata vigilia della chiusura delle fabbriche, l’accordo viene siglato dal segretario CGIL, Bruno Trentin, conscio di contravvenire all’indirizzo espresso dal direttivo della sua organizzazione, che nella notte vota a maggioranza contro l’intesa ormai siglata.

Se ne riparla a settembre.

Trentin si giustifica in nome della responsabilità nazionale, dell’unità sindacale e finanche della stessa Cgil, rassegna le sue dimissioni al direttivo che però convince il segretario a proseguire nell’incarico.

Alla riapertura delle fabbriche, l’accordo raccoglie nelle piazze reazioni durissime, coi famosi bulloni a Trentin, a Firenze, da parte di tanti lavoratori e militanti sindacali, specie dei Cobas o autonomi, ma anche della CGIL. All’interno del sindacato di Corso d’Italia, quasi come nell’’84, si ripropone la rottura fra la componente socialista, che ritiene l’accordo buono, la maggioranza pidiessina, che considera l’accordo brutto ma inevitabile (Cofferati), e la sinistra interna, nettamente contraria. Per quest’ultima il blocco della contrattazione articolata (di fatto per 18 mesi) è un fatto inaudito, un “accordo di resa”, che lede la stessa ragion d’essere del sindacato. Esso non ha alcun potere formale per imporlo a organismi aziendali che non sono una sua emanazione funzionale e diretta. S’invoca la correzione dell’accordo, la consultazione degli iscritti, se non anche la convocazione di un Congresso straordinario, ma entrambe le richieste restano disattese.

La Cisl, dal canto suo, condivide l’accordo e sostiene quell’impianto di politica dei redditi, mutuandone metodo e sostanza sulla base della convinzione che il sindacato non possa, per le sue rivendicazioni, non tener conto della congiuntura, compatibilmente con lo stato di salute dell’economia.

Nelle stesse settimane la lira è oggetto di un pesantissimo attacco speculativo e si svaluta del 7%. Amato vara una memorabile maximanovra (maxistangata) da 93.200 miliardi, con aumenti Irpef, tagli all’assistenza sanitaria, blocco dei pensionamenti anticipati e congelamento delle pensioni. Un anno dopo, il Protocollo del 23 luglio 1993. Il suo schema fondamentale era già stato tracciato nell’accordo interconfederale artigiani del 3 agosto 1992. L'accordo, di cui il Ministro del lavoro, Gino Giugni, è il principale ispiratore insieme a Bruno Trentin, è il prodotto di una politica di concertazione e, nel contempo, la fonte per il suo ulteriore dispiegamento. Esso si configura come una sorta di Carta costituzionale delle relazioni industriali.

In tal senso si stabiliscono le regole per una politica dei redditi fondata su un’inflazione programmata in apposite sessioni tripartite; si definiscono due livelli di contrattazione con primato gerarchico di quello nazionale; si specializzano i contenuti salariali della contrattazione decentrata; si istituiscono nuovi organismi di rappresentanza nei luoghi di lavoro (RSU), elettivi, unitari e con poteri di negoziazione decentrata (accordo interconfederale Confindustria; dicembre ’93); si auspica un intervento legislativo che possa conferire a contratti adeguatamente suffragati dalla maggioranza dei lavoratori; si predispongono indirizzi in tema di mercato del lavoro (formazione, interinale).

La CGIL, che a maggioranza interpreta il Protocollo come la rivincita sul ’92, approva con 105 sì e 38 no. Prima della firma, Cgil, Cisl, Uil rendono note le cifre della consultazione, inedita, voluta fra i lavoratori: alle assemblee hanno partecipato in 3.650.000, di questi hanno votato 1.327.290; i sì sono stati il 67,05%, i no il 26,98%, gli astenuti il 5,98%.  Il tasso d’inflazione programmato è un parametro e non un tetto predeterminato, oggetto di concertazione, con la previsione di un meccanismo di recupero fra programmata ed effettiva. Se ne ha immediata riprova in autunno, quando entrano in agitazione chimici, trasporti pubblici; un anno dopo, il 12 novembre, un’enorme manifestazione a Roma blocca la riforma non concertata delle pensioni del primo governo Berlusconi. La sinistra sindacale dissente e sin da allora ha sempre considerato quelle scelte come una delle cause principali, se non la principale, dei gravi arretramenti che il mondo del lavoro ha patito nell’arco di un ventennio.

Scompare il concetto stesso di piattaforma rivendicativa. Si tratta solo di applicare tabelle, indici, prescrizioni definite ai tavoli superiori.

Gli anni di governo dell’Ulivo (1996-2001), nella seconda metà degli anni ’90, rappresentano un periodo particolarmente denso di avvenimenti per la politica italiana. Intorno al fatto più importante – non fosse altro che per le strutturali e durevoli trasformazioni che comporterà sulla vita economica nazionale – l'ingresso dell'Italia nell'UEM, gravitano eventi destinati a incidere profondamente anche sul rapporto sindacati-sistema politico. Rispetto alla stagione precedente, l’oggetto principale della concertazione si sposta dalle politiche dei redditi a quelle in tema di occupazione e welfare.

Il 24 settembre 1996 il governo presieduto da Romano Prodi e le parti sociali siglano il Patto per il lavoro, tradotto poi in legge dal c.d. pacchetto Treu (L. 196/97).  Esso pone nuove linee d’indirizzo in tema di mercato del lavoro. La principale novità è l’istituzione del lavoro interinale, la cui introduzione era già prevista nel protocollo del ’93.

Presente nella legislazione di pressoché tutti gli stati dell’UE, da noi esso viene accompagnato da una serie di vincoli e limitazioni rispetto alle garanzie delle agenzie abilitate, all’elencazione dei casi ammessi, al principio di equiparazione normativa ed economica fra interinali e dipendenti dell’azienda utilizzatrice di pari grado, al maggior costo del suo impiego, attraverso una contribuzione aggiuntiva del 5% da destinare alla formazione continua. La dialettica nella maggioranza che sostiene il Governo anima il rapporto con Rifondazione comunista, culminata nell'accordo sulle 35 ore di lavoro per legge, rispetto al quale i sindacati esprimeranno un forte disappunto, di metodo (la Cisl) e di merito (la Cgil).

Poiché al tavolo concertativo il mondo del lavoro non avrebbe da guadagnare che beni meramente simbolici, i neocomunisti sussumono nell'arena politica il conflitto sociale, si fanno sindacato, provando ad usare tutto il potere di interdizione di cui sono, in questa fase, dotati.  Per i confederali è un’invasione di campo. A fine ’97 cade il Governo Prodi e gli subentra D’Alema. Il 22 dicembre 1998, dopo la solita maratona non-stop negoziale dell'ultima fase, il Governo e 32 organizzazioni in rappresentanza delle parti sociali siglano a Roma il testo di intesa che costituisce il nuovo "Patto sociale per lo Sviluppo e l'Occupazione", meglio noto come “Patto di Natale”. Come già nel '93, il Patto avrebbe la caratteristica di essere un atto di "concertazione sulla concertazione". Con l’eccezione del biennio 2006-08, per oltre un decennio la politica italiana è stata guidata da governi di centrodestra.

Ciò ha avuto ripercussioni importanti e gravi sul sistema delle relazioni industriali. Sin dalla pubblicazione del “Libro bianco sul mercato del lavoro in Italia”, nell’ottobre 2001, appare chiaro come il nuovo esecutivo intenda perseguire una sostanziale revisione dei tradizionali assetti che nel nostro paese hanno retto il confronto con le parti sociali. L’ispirazione di tale revisione è consistita nel tentativo di ridimensionare quelle sedi e quelle procedure che nel processo deliberativo pubblico potessero diluire o anche solo appannare l’assoluto primato delle istituzioni politiche della rappresentanza generale e, nell’ambito di queste ultime, dell’esecutivo e del suo leader, assunto come unico e vero interprete del mandato popolare espresso elettoralmente.

Alla nozione di forte concertazione, propria del centrosinistra che ne auspica una maggiore istituzionalizzazione (Patto di Natale), la destra preferisce la versione più debole, declinata in chiave di dialogo sociale. Gli accordi, inoltre, si fanno con “chi ci sta”, in una prospettiva che altrettanto programmaticamente mira a emarginare la Cgil. Simultaneamente, si punta a colpire il contratto collettivo nazionale, attraverso un sostanziale spostamento del baricentro verso il livello decentrato, con margini di derogabilità sempre più ampi anche a livello individuale, come nel caso della riforma processuale e della certificazione bilaterale del lavoro atipico, cresciuto nel frattempo enormemente, col varo della legge 30 e del suo decreto applicativo.

Non sfonda il tentativo di colpire l’art. 18, grazie a una straordinaria mobilitazione – culminata nella manifestazione del 23 marzo 2002 a Roma – di cui, in quella fase, la Cgil riesce a farsi interprete. Il ridimensionamento delle parti sociali non contraddice il concomitante intento di risarcirle attraverso l’attribuzione di maggiori e inediti poteri di gestione. Gli enti bilaterali divengono lo snodo principale nel quale prende corpo questo ambizioso disegno di contestuale revisione del mercato del lavoro, del welfare delle relazioni industriali.

Cisl e Uil si prestano a questo disegno e – in nome dell’indifferenza al colore politico degli esecutivi – procedendo ripetutamente ad accordi separati coi governi presieduti da Silvio Berlusconi. Accade col Patto per l’Italia del luglio 2002 e poi nuovamente sul finire degli anni duemila. Nel mezzo, il 23 luglio 2007 (secondo governo Prodi), si firma un nuovo patto sociale, unitario e tripartito, con al centro la riforma del welfare del mercato del lavoro.

Esso accoglie consensi diffusi, per gli elementi acquisitivi che contiene in tema di ammortizzatori sociali o per l’eliminazione dello staff leasing e del job-on-call. L’accordo, criticato dalla sinistra Cgil, viene recepito in legge (247) dopo aver raccolto l’81,6% di consensi (solo fra i meccanici prevale di poco il no) in un referendum in cui votano in 5 milioni.

Nel 2008 torna il centrodestra. Le vicende che da allora hanno terremotato il sistema delle relazioni industriali – dagli accordi separati del 2009 a quello unitario del 2011, dal caso Fiat all’art. 8, fino a quello, nuovamente separato, sulla produttività – stanno configurando un radicale mutamento dei suoi assetti.

Il 22 gennaio 2009 viene firmato un nuovo accordo tripartito che, senza e contro il parere della Cgil, ridisegna gli assetti del sistema contrattuale. Un accordo separato sulle regole generali, come non si era mai visto prima. Con esso viene meno il ruolo del governo e della concertazione della definizione dell’indicatore inflattivo (IPCA), ora attribuito all’ISTAT; il recupero del potere d’acquisto sarà programmaticamente non integrale; la durata del CCNL viene triennalizzata; sono ammesse clausole di uscite dal CCNL; si pongono limiti all’esercizio del diritto di sciopero.

A dispetto della rottura interconfederale, dal 2009 a oggi sono stati rinnovati quasi tutti gli oltre 400 contratti nazionali di settore, con aumenti superiori all’IPCA e senza clausole di uscita, ma con un paio di eccezioni della massima importanza: quello dei metalmeccanici e quello del terziario, che insieme contano circa cinque milioni di addetti, che hanno visto l’esclusione delle organizzazioni che fanno capo alla Cgil. Blocco della contrattazione, direttamente, per i settori pubblici.

Il 28 giugno 2011, con un accordo interconfederale questa volta unitario, viene fissato un nuovo quadro di regole generali su rappresentanza e contrattazione, fra i quali viene instaurato un nesso. Scompare il criterio della mera auto-certificazione e si assegna a soggetti terzi (INPS e CNEL) il compito di acquisire e certificare i dati sulla rappresentatività delle organizzazioni sindacali che ambiscono a partecipare al processo negoziale di settore. Del CCNL l’accordo non dice molto e tuttavia conferma un principio: il doppio livello contrattuale col primato gerarchico di quello nazionale di settore, nel ruolo di garanzia della “certezza dei trattamenti economici e normativi comuni per tutti i lavoratori del settore sul territorio nazionale”. Invariato e dunque irrisolto rimane il problema dell’estensione erga omnes dei contratti nazionali. Nulla viene definito riguardo alla chiusura del negoziato nazionale, cosicché nulla, di fatto, può scongiurare la possibilità di contratti nazionali separati. E la dimostrazione si avrà nel rinnovo dei meccanici del 2012. La possibilità d’intese aziendali modificative del CCNL, pur ammesse, sono soggette a limitazioni rispetto ai soggetti e alle materie che sono nella disponibilità delle parti in azienda. Altro passaggio controverso è quello delle clausole di tregua sindacale, “finalizzate a garantire l’esigibilità degli impegni assunti con la contrattazione collettiva”. In definitiva l’accordo stabilisce il principio in base al quale, fra le parti che stipulano un contratto, vi deve essere il reciproco impegno affinché l’esito sia rispettato. Una minoranza rappresentativa non verrà estromessa dall’azienda e dai poteri che le conferisce lo Statuto dei lavoratori, come ha fatto invece la Fiat, ma non potrà godere di un incondizionato potere di interdizione una volta che la maggioranza si sarà espressa diversamente.

Venendo ai giorni nostri, Il contesto in cui maturano e precipitano queste svolte è in larga misura globale, e dunque per molti versi comune anche ad altri paesi, con pressioni a una sostanziale convergenza neo-liberista che la crisi ha fortemente accelerato.

Il discorso varia, comunque, fra i paesi nordici, “coi conti in ordine”, e i PIGS, dove il quadro economico è molto più grave e in cui la prassi concertativa viene di fatto affossata dall’insostenibile pesantezza delle misure di austerity.

Quando scoppia la crisi, i sindacati di questi paesi si dispongono a collaborare nella ricerca di soluzioni minimamente condivise e sostenibili. La situazione precipita nel 2009 quando appare chiara la scelta europea e dei governi di usare la crisi come grimaldello per uno stravolgimento epocale degli assetti che avevano fin lì retto welfare e relazioni industriali. A quel punto non vi sono più spazi di manovra e uno dopo l’altro si rompono tutti i patti sociali nazionali.

I sindacati spagnoli e portoghesi, che ci proveranno fino all’ultimo, non reggono alla più sconvolgente ondata di misure anti-labour dai tempi della dittatura. Ad aprile 2010 la Troika chiede e ottiene dalla Grecia il taglio del salario minimo legale e la riduzione del 25% dei salari pubblici; la contrattazione nazionale viene praticamente abrogata.  A febbraio 2011 l’Irlanda è chiamata a tagliare dell’11% il salario minimo e del 20% quello dei pubblici. Il capo del sindacato, tradizionalmente moderato e ultra-europeista, definisce “criminali di guerra” i funzionari UE.

Il nuovo patto di governance (Fiscal Compact) punta, con inediti automatismi sanzionatori, a ridurre debito e deficit a un ritmo che per l’Italia dovrebbe comportare tagli del 3% l’anno, pari a circa 45miliardi. Spesa sociale e contrattazione sono nel mirino e per i salari la troika chiede di attenersi alle sole dinamiche della produttività e non anche a quelle dell’inflazione. A giugno si chiede al Belgio di modificare il suo sistema giudicato troppo rigido, d’indicizzazione salariale. Scala mobile addio anche a Cipro. Il governo spagnolo, che stava concertando su un progetto di riforma, viene indotto a rompere coi sindacati e a smobilitare, insieme ad altro, ciò che resta del contratto nazionale.

In Italia si firma il 28 giugno, si dice, anche per non fare quella fine, che però è solo rinviata. Ad agosto tocca comunque a noi, con l’ormai famigerata lettera BCE, in cui si chiede che venga al più presto riformato il sistema della contrattazione salariale, con accordi a livello d'impresa che adattino i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende, rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. Viene, inoltre, chiesta una ulteriore revisione del sistema pensionistico e delle norme che regolano l'assunzione e il licenziamento dei dipendenti. In un anno l’Italia fa i compiti a casa e riforma, nell’ordine, contrattazione, pensioni, obbligo costituzionale del pareggio in bilancio, mercato del lavoro; vara una spending review lacrime e sangue e infine vota il fiscal compact.

Con l’art. 8 della legge 148 la balcanizzazione del sistema contrattuale diventa integrale, una frantumazione particolaristica dei regimi normativi in grado di scardinare i principi costituzionali di uguaglianza e ragionevolezza del sistema. In nessuno di questi casi il governo sceglie di avvalersi del metodo concertativo, generando nel fronte sindacale uno spiazzamento che ha finora fatto fatica a tradursi in azioni di contrasto all’altezza della gravità dell’assedio.

Le reazioni sindacali a questa offensiva – di merito e di metodo –sono state decisamente inferiori o nulle, a ciò che ci si sarebbe potuti attendere. Ciò è probabilmente dipeso dai forti timori che, anche in casa sindacale, aleggiano sugli sviluppi della crisi, ma anche – per ciò che riguarda in special modo la Cgil – dalla preoccupazione di non rompere frontalmente col maggiore partito di riferimento, il PD, impegnato nella grande coalizione che sorregge il governo Monti. Il 21 novembre, infine, alla presenza del governo, le parti sociali (ad eccezione della Cgil) hanno siglato un nuovo accordo per rilanciare la produttività, ritenuto il problema principale e irrisolto del sistema produttivo italiano, dei suoi gravi ritardi. Il governo Monti, nelle sedi europee, si era personalmente impegnato a promuovere un’intesa che, sulla scia del Fiscal compact, evitasse ogni automatismo nella crescita dei salari e desse più slancio alla contrattazione aziendale.

Il testo persegue un ulteriore spostamento del baricentro contrattuale verso il livello aziendale, su cui potranno essere indirizzate quote di aumenti attualmente destinate al recupero (già non integrale) del potere d’acquisto. Esso potrà, inoltre, intervenire derogando alla legge su materie come le mansioni, secondo un indirizzo già contenuto nel deleterio art. 8 di cui si diceva poc’anzi. Il governo stanzia quasi due miliardi di euro, da impiegare per detassare gli incrementi del salario variabile, a vantaggio di quelle imprese che sapranno dimostrare di aver adottato soluzioni funzionali all’aumento di produttività. Il suo crollo andrebbe ricercato nella prevalenza nel tessuto economico di micro imprese, con bassa propensione verso l’innovazione, nella bassa produttività dei servizi, nella carenza delle infrastrutture e nelle inefficienze della pubblica amministrazione.

Credo che il resto di questa storia sindacale che, dal 1968 ad oggi, ha visto solo una via crucis di sconfitte e di dolorose cessioni di salario e diritti, sia sotto gli occhi di tutti i lettori. In ogni caso, ho cercato di evidenziare quanto possibile, come sia stato parallelo il percorso di discesa agli inferi del PCI (fino alla sua sistematica cancellazione) e quanto sia stato negativo, nei fatti, un quarantennio di pratica sindacale.

Gravi responsabilità hanno determinato gravi sconfitte, sindacati che per pura legittimazione hanno concesso oltre modo di colpire le lavoratrici e i lavoratori italiani, forze politiche che tradendo i propri ideali iniziali, a partire dal “partito inutile per eccellenza (Pd)”, si sono prestate nell’adoperarsi in politiche contradditorie se non apertamente e marcatamente di destra. Purtroppo, l’assenza di un vero punto di riferimento a sinistra ha consegnato lavoratrici e lavoratori alle sirene del leghista/populista di turno e alle sue istanze, demagogiche, razziste e filo padronali. Purtroppo, non scimmiottando, come qualcuno pensa di fare a sinistra, le stesse azioni e coazioni del mono neurone padano, si potrà recuperare la “classe” a posizioni libertarie e di progresso.

Resta una sola possibilità, sia che si parli di azione sindacale, sia che si parli di azione politica. Che le forze più avanzate, le forze più illuminate (una volta si sarebbe detto le avanguardie), si uniscano, si parlino e, nella lotta comune, aprano nuove strade sia di un percorso sindacale che politico. Che le donne e gli uomini della sinistra Cgil, dei sindacati autonomi, dei disoccupati, degli inoccupati, delle finte partite iva, di tutti precari di questo paese, trovino il coraggio di ricominciare, di riaprire una nuova strada, di mettere fine all’egemonia del pensiero unico, di fondersi in un unico soggetto, che consenta a tutte e a tutti di rialzare la testa e di dare nuova dignità al lavoro, anzi ai tanti lavori che oggi dignità non hanno.