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Il giudizio del PCI sulla crisi polacca (fine anni ‘70, inizio anni ‘80) e su Jaruzelski rappresentò un altro punto decisivo in quella “mutazione genetica” che portò poi il PCI a dissolversi nel proprio XX Congresso. L’incomprensione della natura antisocialista ed essenzialmente filoimperialista di “Solidarność” – incomprensione che portò il PCI a rompere sia con il Partito Operaio Unificato Polacco, sia con l’URSS ed essenzialmente con gran parte del movimento comunista internazionale – si rivelò, nel tempo, essere un grave errore da parte del PCI di quegli anni.

Inseriamo nel nostro “Speciale”, a proposito della “crisi polacca”, il PCI e il movimento comunista internazionale, sia degli stralci di un interessante articolo pubblicato da Stefano Santoro nel n°9 della Rivista “Storicamente” che un articolo di Luis Corvalán (1916-2010), segretario del Partito Comunista del Cile, del 1982.

16 ottobre 2019: davanti al Parlamento la Polonia piange per le leggi contro le donne del governo di destra

PCI e “Socialismo reale”

I casi romeno e polacco

di Stefano Santoro

Storicamente, gennaio 2013

 

La delegazione polacca all’XI congresso del Pci del gennaio 1966 – il primo dopo la morte di Togliatti – aveva espresso “preoccupazione” per “le note e gli accenti critici” della stampa comunista italiana sulla “vita interna” e sui “rapporti tra paesi socialisti”...Tali differenze di posizione emersero anche in occasione dell’incontro fra Luigi Longo, nuovo segretario del Pci dopo Togliatti, e Gomułka (Segretario del Partito Operaio Unificato Polacco, di fatto il partito comunista polacco, N.d.R.) che lamentava un’incomprensione da parte dei comunisti italiani della situazione specifica dei paesi socialisti e criticava quello che riteneva essere un pericoloso scivolamento verso posizioni «opportunistiche» e «revisioniste». In particolare, il segretario del Pzpr ammoniva Longo a non proseguire nella direzione di una “socialdemocratizzazione”, che avrebbe portato all’accettazione del sistema democratico borghese. A Longo, che criticava la mancanza di democrazia interna nei partiti comunisti del “socialismo reale”, riferendosi in particolare alla destituzione di Chruščëv, Gomułka replicava che “quando ci sono due campi nel mondo, non si possono dare tutti i motivi di certe decisioni”.

I rapporti della sezione esteri del Pzpr, del resto, erano molto eloquenti sulla netta divaricazione che si era creata fra la Polonia di Gomułka e il partito di Longo. Di questo si denunciavano i “fenomeni di nazionalismo”, gli “atteggiamenti che sottovalutano gli apporti del patrimonio di esperienze di chi è al potere”, “un graduale allontanamento dalle posizioni di appoggio sostanziale alla politica della comunità socialista”, “la contrapposizione delle proprie esperienze alle esperienze degli altri partiti”. D’altra parte, i comunisti italiani credevano che ormai “la linea del partito polacco pareva segnare una svolta involutiva e Gomułka non era più in grado di portare avanti quel rinnovamento della società polacca e del partito che aveva promesso”.

Una posizione di netta chiusura era stata espressa dal governo polacco anche sul sostegno del Pci all’Ostpolitik di Willy Brandt, che mirava ad una progressiva distensione fra i due blocchi tramite un riavvicinamento fra la Repubblica federale tedesca, la Polonia e la Repubblica democratica tedesca. In occasione della conferenza dei partiti comunisti di Karlovy Vary del 1967, Longo aveva apertamente preso posizione a favore della distensione e per un ruolo autonomo che l’Europa avrebbe dovuto giocare in tale direzione, individuando nella collaborazione fra comunisti, socialdemocratici e progressisti un presupposto indispensabile per questo processo. Il governo polacco si era mostrato a tale proposito molto freddo, tanto che, nella riunione preparatoria alla conferenza, la delegazione polacca aveva giudicato la politica di Bonn “più pericolosa di quella passata”...

Sull’invasione della Cecoslovacchia (rispetto al PCI, N.d.R.) avevano espresso un parere completamente opposto i comunisti polacchi. Il Pzpr, che aveva appoggiato con convinzione l’intervento militare del Patto di Varsavia, osservava con crescente incomprensione il dibattito interno al Pci e la polemica con l’Urss portata avanti dalla direzione del partito italiano; scelte, si scriveva nei rapporti della sezione esteri del PC polacco, non comprese dalla stessa base del partito. Comunque, il XII Congresso del Pci, tenutosi nel febbraio 1969, sembrava circoscrivere i termini del dissenso con Mosca. Se da un lato Berlinguer – nominato allora vice-segretario – aveva confermato tutte le critiche formulate all’indirizzo dell’Urss fino a quel momento, rivendicando “piena autonomia di giudizio” e ricordando gli “ordinamenti in parte limitativi della libertà e della democrazia” vigenti in quel paese, dall’altro era stato netto nel rifiutare “l’antisovietismo in tutte le forme in cui esso si presenti”... Tuttavia, per i polacchi, continuavano a permanere “tante ambiguità”... La linea eccentrica del Pci si doveva – secondo gli osservatori polacchi – al fatto che tale partito era inserito da anni “nel sistema della democrazia parlamentare borghese”, di cui costituiva “in pratica uno dei […] componenti”. Tale “fatto oggettivo” aveva un’influenza determinante sull’elaborazione ideologica dei comunisti italiani, allontanandoli in modo sensibile dall’ortodossia marxista-leninista, tanto da fare loro credere che “la Costituzione italiana sia la migliore del mondo” e che il principale obiettivo dei comunisti italiani dovesse essere “la sua pratica realizzazione”. Insomma, il Pci non aveva “un programma realmente rivoluzionario” e aveva anzi contribuito a razionalizzare le forze del capitalismo italiano, alla stregua di un partito socialdemocratico. La relazione di Longo al Congresso (11esimo Congresso, N.d.R.) aveva confermato i timori dei polacchi, per cui “la sottolineatura del carattere fraterno” del rapporto con il Pcus e con gli altri paesi socialisti “era piuttosto formale e contrastava con la posizione nella questione cecoslovacca”, giudicata “molto lontana dai principi dell’internazionalismo proletario”. Il deterioramento del rapporto fra italiani e polacchi era risultato evidente a Pajetta, presente al congresso del Pzpr del 1969, il cui intervento, l’unico a nominare i fatti cecoslovacchi, fu accolto con freddezza e in parte censurato dal segretario del comitato centrale del partito polacco, Zenon Kliszko. Poprio allo scopo di ristabilire buoni rapporti con i polacchi, Carlo Galluzzi aveva avuto nel mese di novembre un incontro a Varsavia con il responsabile della sezione esteri del Pzpr e con Kliszko. I polacchi rimproveravano al Pci la posizione critica tenuta dagli italiani verso i paesi socialisti e, in modo particolare, il fatto che tali opinioni fossero espresse pubblicamente. In realtà, l’invasione della Cecoslovacchia segnò una svolta precisa per il Pci, che da quel momento fino al suo autoscioglimento, alla fine degli anni Ottanta, mise definitivamente in chiaro che la propria via al socialismo sarebbe stata per forza radicalmente diversa da quella dei paesi del “socialismo reale” e fece del pluralismo politico un punto fermo della propria identità... Insomma, il fatto che la “terza via” non sarebbe stata quella del “socialismo reale” ma nemmeno quella della “socialdemocrazia”, avrebbe perpetuato un’ambiguità ideologica e strategica del partito di Berlinguer. La posizione antiautoritaria scelta dal Pci portò la direzione del partito a criticare apertamente il governo Gomułka, quando la rigida politica deflazionistica adottata alla fine degli anni Sessanta avviò un nuovo ciclo di scioperi e sommosse popolari nei porti del Baltico, che portarono, il 20 dicembre 1970, alle dimissioni del segretario del Pzpr e alla sua sostituzione con Edward Gierek. L’ufficio politico del Pci aveva deplorato il fatto che si fosse creata “una situazione di così acuto disagio economico”, ammonendo il governo polacco sul fatto che “i problemi del consolidamento e sviluppo dei paesi socialisti possono essere risolti solo attraverso la piena affermazione della democrazia socialista, di cui è momento essenziale […] un profondo legame del partito con le masse popolari” [Comunicato dell’Ufficio politico del PCI, 1970].

Il nuovo segretario del PC polacco mise in atto una serie di riforme che avrebbero dovuto rendere più efficiente il sistema produttivo del paese, coinvolgendo i lavoratori in tale processo tramite i consigli operai, concedendo aumenti salariali e bloccando allo stesso tempo l’inflazione. In realtà, tale fase riformatrice, che si esaurì nel giro di alcuni anni non appena, anche a causa della crisi petrolifera del 1973, l’economia polacca tornò in difficoltà, aveva evidenziato una dinamica molto simile a quella del 1956 e del ritorno di Gomułka, visto allora come una grande speranza da tutti gli avversari del “dogmatismo” e dello stalinismo. Il Pci, guidato dal 1972 da Berlinguer, seguiva l’evoluzione della situazione polacca con una certa cautela, pur riconoscendo che Gierek aveva avviato un nuovo corso rispetto agli ultimi anni. Pajetta, dopo una serie di incontri con la nuova dirigenza, aveva evidenziato il “nuovo modo di lavorare”, che consisteva “in contatti più intensi con gli operai”, osservando però che “le notizie che ci hanno dato sul modo come questo sviluppo della democrazia possa e debba realizzarsi sono rimaste tuttavia assai vaghe”.  Che la linea politica del Pci riguardo ad alcuni temi, quali il superamento dei blocchi e soprattutto l’accettazione del pluralismo politico, impedisse una reale comprensione fra i due partiti, fu confermato dalle critiche sollevate dall’intervento di Pecchioli al VII Congresso del Pzpr, tenutosi nel dicembre 1975. L’affermazione di Pecchioli che il Pci intendeva costruire una società socialista la quale avesse come “fondamenti irrinunciabili” il pluralismo politico e “il pieno rispetto delle libertà democratiche” era stata censurata dall’organo del Pzpr «Trybuna Ludu», in quanto giudicata “un attacco” al partito.  Nel 1976 la Polonia dovette affrontare l’ennesima crisi: quando il governo, per far fronte al deficit aggravatosi negli ultimi anni, annunciò nel giugno un drastico aumento dei prezzi, si verificarono scioperi e manifestazioni, repressi duramente dalla polizia. I licenziamenti degli scioperanti e i processi che seguirono suscitarono fin dall’inizio le critiche della dirigenza del Pci, messe per iscritto in una lettera indirizzata al comitato centrale del Pzpr:

“Le notizie che sono pervenute sui processi, le condanne e le misure di polizia in seguito ai recenti movimenti di protesta contro l’annuncio di aumento dei prezzi […] hanno destato preoccupazione in larghi strati dell’opinione pubblica del nostro stesso partito. L’informazione è stata insufficiente, frammentaria. […]

Noi pensiamo però che il fatto che non sia stata possibile o non sia stata ricercata la presenza di giornalisti stranieri ai processi abbia rappresentato un elemento negativo, impedendo che fossero conosciuti i termini del procedimento per i reati che in quella occasione sono stati commessi”.

Queste prese di posizione suscitarono la reazione indignata dei polacchi, che accusarono in particolare “l’Unità” di essersi posta “sulla scia della propaganda borghese” e invitavano il Pci a rivolgersi alle autorità diplomatiche polacche prima di diffondere notizie, allo scopo di avere “più elementi a disposizione”. Il primo consigliere dell’ambasciata polacca, in particolare, osservò che la mancanza di un corrispondente de “l’Unità” da Varsavia impediva al Pci di avere “un’adeguata informazione sulla situazione in Polonia” e quindi portava i comunisti italiani a formulare “valutazioni distorte”, che non si distinguevano sostanzialmente dalla “stampa borghese”.

Nel novembre del 1976, Antonio Rubbi, responsabile della sezione esteri del Pci, incontrò Adam Michnik, fondatore, insieme a Jacek Kuroń, dell’organizzazione dissidente Kor (Comitato per la difesa dei lavoratori). Michnik affermò in tale occasione che il Pci era “l’unica speranza per l’avvenire dell’Europa” e un punto di riferimento per la dissidenza polacca, tanto che “quando fanno le perquisizioni in Polonia, le prime cose che si portano via sono i documenti del vostro partito, gli scritti e i discorsi di Berlinguer”. Il leader del Kor, che aveva invitato i comunisti italiani a “fare di più” per la causa del pluralismo politico in Polonia, non aveva tuttavia riscosso la fiducia di Rubbi, che in una nota per Berlinguer si mostrò piuttosto scettico nei confronti della dissidenza, paragonata alla sinistra extraparlamentare italiana. Al responsabile della sezione esteri del Pci era infatti sembrato di «avere a che fare con uno di “Lotta Continua”» e le idee esposte da Michnik furono liquidate come “una accozzaglia, dove si mischiano assieme intellettualismo e radicalismo piccolo-borghese e trozkismo”. Rubbi espresse un parere negativo sull’utilità di questo tipo di contatti: “Non so fino a che punto possiamo trovare affinità tra il reale malcontento operaio e queste posizioni […]. Credo che non sarebbe male se si discutesse sul comportamento che dobbiamo tenere con questi dissidenti e sui rapporti che cercano con noi. La cosa, oltreché imbarazzante, può prestarsi a cattive e nocive strumentalizzazioni”.

Queste posizioni rispecchiavano la strategia adottata dal Pci: si trattava di cercare di far valere la propria influenza presso i partiti comunisti al potere in Europa orientale allo scopo di sensibilizzarli in una direzione favorevole ad una progressiva liberalizzazione di quei regimi. Ciò presupponeva di non puntare sui gruppi della dissidenza, visti con sospetto per la loro possibile azione destabilizzatrice nei confronti dei partiti comunisti, e di esercitare piuttosto su questi ultimi “una funzione critica, ma senza rottura”. Resta il fatto che, se la nozione di “vie nazionali” al socialismo era ormai generalmente condivisa da tutti i partiti comunisti dell’Europa orientale, l’idea berlingueriana di “terza via” non poteva essere approvata, perché presupponeva l’accettazione del pluralismo politico e quindi del dissenso: secondo Edward Babiuch, della segreteria del Pzpr, “la formulazione “terza via”» era “incomprensibile ed erronea”, in quanto “non esiste una via socialdemocratica al socialismo, in nessun paese del mondo”...

Nel corso degli anni Settanta, Berlinguer tentò di collegare la strategia del “compromesso storico”, da lui lanciata dopo il golpe cileno del 1973, che prevedeva una collaborazione fra comunisti e cattolici sulla base di una piattaforma di riforme democratiche, e quella della creazione di un campo comunista occidentale, ciò che fu chiamato “eurocomunismo”, capace di rappresentare un’alternativa pluralista al “socialismo reale” nel nome di un’Europa “né antisovietica né antiamericana”. L’impostazione di Berlinguer presupponeva una concezione “dinamica” della distensione, tesa al superamento dei blocchi e alla legittimazione del comunismo “occidentale”, che si scontrava con quella dell’Urss di Brežnev, che puntava viceversa ad un mantenimento del sistema bipolare. Criticando la visione chruščëviana di “coesistenza pacifica”, dalla fine degli anni Sessanta l’idea della distensione, secondo il governo di Mosca, avrebbe infatti dovuto poggiare su una parità strategica sul piano militare nella prospettiva di tutelare e possibilmente rafforzare, a livello globale, il “campo socialista. L’ostilità sovietica verso la politica di Berlinguer comportò quindi un costante aumento della distanza che separava il Pci dal Pcus e dai partiti comunisti dell’Europa orientale...

La crisi polacca dell’estate 1980, che vide scendere in sciopero i portuali di Danzica guidati da Lech Wałęsa e la fondazione del primo sindacato indipendente Solidarność, approfondì ulteriormente la frattura che divideva il Pci dagli altri partiti comunisti. Il partito di Berlinguer fu infatti “l’unico partito comunista a respingere la raffigurazione della Polonia come un paese sull’orlo della contro-rivoluzione, dipinta da Mosca e dal Patto di Varsavia”. Tuttavia, l’appoggio ad un processo di liberalizzazione in Polonia fu limitato dalla diffidenza che il Pci continuò a nutrire nei confronti del dissenso e dalla sua perdurante fiducia in un processo di riforme “dall’alto”, gestito direttamente dai partiti comunisti al potere. Ciò impedì al Pci di comprendere che le dinamiche del cambiamento all’Est erano ormai nelle mani di forze esterne rispetto all’establishment... La legalizzazione di Solidarność e la sostituzione di Gierek con Stanisław Kania furono visti con favore da Berlinguer, che espresse al nuovo segretario del Pzpr “vivi auguri affinché la Polonia superi positivamente la difficile situazione che sta attraversando e sviluppi le sue conquiste socialiste attraverso una espansione della vita democratica”. Il Pci aveva in particolare accolto «con soddisfazione» l’accordo concluso a Danzica fra Solidarność e il governo polacco, affermando che:

“Il riconoscimento del diritto di sciopero, dei sindacati autogestiti con libere elezioni e dei diritti di informazione rappresenta un successo delle lotte di massa, un risultato della responsabilità delle parti, una prova della necessità, in ogni momento della vita sociale, da Est ad Ovest, delle trattative, della rinuncia all’intolleranza, del rinnovamento dei rapporti economici e politici”.

Di fronte all’avversione sovietica per lo sviluppo degli eventi polacchi e nel timore di un’invasione che potesse ripetere i fatti del 1956 e del 1968, la direzione del Pci approvò il 20 novembre una nota riservata diretta ai partiti comunisti del Patto di Varsavia in cui sostenne la necessità di un nuovo corso riformatore in Polonia e condannò preventivamente sia “una politica “di forza” imposta al governo polacco dall’Urss, sia “un intervento esterno”:

“I comunisti italiani non potrebbero capire e considerare tollerabile una qualsiasi interferenza che rendesse difficili le soluzioni che i polacchi, seguendo la propria via, cercano di trovare. Il PCI si opporrebbe con chiarezza e con ferma volontà a qualsiasi intervento esterno le cui conseguenze sarebbero catastrofiche.

I comunisti italiani auspicano che tutti operino per contribuire ad una soluzione dei problemi polacchi che corrisponda alla volontà della sua classe operaia e del suo popolo, agli interessi della pace, della democrazia, e del socialismo e che escluda ogni azione di forza”.

Il Pci continuò tuttavia a guardare ai fatti polacchi secondo un metro non più attuale, rifacendosi ancora al modello del 1968, quando il partito comunista cecoslovacco era stato capace, per mezzo di Dubček, di farsi promotore di una politica riformatrice. In Polonia, invece, era Soldarność ad avere assunto la guida del processo riformatore, mentre il governo di Kania sembrava incapace di una sua azione autonoma, oscillante fra l’idea di limitate concessioni al sindacato di Wałesa e il timore di una propria graduale delegittimazione o di un intervento sovietico. Il disorientamento dei comunisti italiani in proposito era stato testimoniato chiaramente da Pajetta che, nella riunione di direzione del 20 novembre, ricordando che nel 1968 il Pci si era schierato con Dubček, si chiedeva chi si dovesse appoggiare in Polonia fra Wałesa e Kania. Il 5 dicembre, nel corso di un vertice dei paesi del Patto di Varsavia tenutosi a Mosca, tutti i leader comunisti concordarono con Brežnev sul fatto che la crisi polacca rappresentasse una minaccia per la “comunità socialista” e che fosse necessario salvaguardare il carattere socialista del regime... Rubbi, a Varsavia fra il 4 e il 6 dicembre con il compito di spiegare ai dirigenti del Pzpr le recenti prese di posizione del Pci, trovò i polacchi “assai reticenti” e sostanzialmente ostili alla risoluzione del 20 novembre. Il responsabile della sezione esteri, Pjatkowski, aveva espresso una “netta disapprovazione”, in quanto nel documento del Pci i fatti polacchi erano presentati “solo in modo negativo”, con “apprezzamenti […] assai parziali e non sorretti da una giusta visione di classe”. Rubbi invitava, per parte sua, a risolvere la crisi politicamente, con una collaborazione fra il Pzpr, la Chiesa e Solidarność. Riferendo in direzione alcuni giorni dopo, Rubbi parlò di un “tono duro, pregiudiziale” verso le posizioni del Pci, aggiungendo però che i polacchi avevano riconosciuto la crisi in cui versava l’economia del paese e il fatto che Solidarność fosse considerato “una vera espressione del movimento operaio polacco”. Al nuovo sindacato si rimproverava tuttavia di non voler farsi carico “dei problemi dell’economia nazionale”, di non combattere a sufficienza “gli elementi eversivi” e di farsi strumentalizzare “dalle Centrali Sindacali mondiali”.

Ma l’atmosfera fra Pci, Pzpr, Pcus e l’intero “campo socialista” era destinata ad avvelenarsi ulteriormente: il 16 dicembre 1980 era stato lo stesso comitato centrale del partito comunista polacco a condannare senza appello la risoluzione del 20 novembre del Pci, giudicata “un atto di ingerenza nelle questioni interne del nostro Partito”, bollando poi come “unilaterali ed errate” le valutazioni contenute nel documento. Il Pzpr, pur riconoscendo di avere commesso degli errori, accusava il Pci di trattare “in un modo inammissibile i rapporti tra i Paesi socialisti fratelli” nel momento in cui la Polonia si trovava “sulla linea dell’urto di classe fra le forze dell’imperialismo e del socialismo”.

 Questo comunicato seguiva di alcuni giorni una durissima presa di posizione del Pcus, che aveva definito la risoluzione del Pci “una ingerenza […] negli affari interni della Polonia popolare”. Per i sovietici, il “senso oggettivo” del documento consisteva “non nel sostenere il socialismo realmente esistente in Polonia, ma nell’esprimere solidarietà alle forze che conducono un attacco contro di esso”, le quali “rivolgono adesso una critica globale a tutti i risultati dello sviluppo della Polonia socialista, al regime sociale e statale esistente in questo paese”...

 La “normalizzazione” in Polonia iniziò nel febbraio 1981, con la nomina a primo ministro dell’ex ministro della Difesa, generale Jaruzelski, il quale assunse fra il 16 e il 18 ottobre anche la carica di segretario del partito comunista al posto di Kania. L’Urss, che aveva scartato l’idea di una soluzione militare, per le sue imprevedibili conseguenze, impose all’esitante governo polacco un giro di vite autoritario e, nella notte fra il 12 e il 13 dicembre, fu proclamata in Polonia la legge marziale. Il 15 dicembre “l’Unità” condannò con forza la scelta dei dirigenti comunisti polacchi, scrivendo che “il potere assunto dai militari è il risultato e la prova del fallimento di un intero strato dirigente della società polacca organizzato nel POUP” e ricordando che – nella visione del Pci – il socialismo era incompatibile con “stati d’assedio” e “imposizioni autoritarie”. Il 30 dicembre la direzione del Pci pubblicò una risoluzione in cui, dopo aver ribadito la “convinzione che democrazia e socialismo sono indissolubili”, si prendeva atto che la “fase di sviluppo del socialismo che ebbe inizio con la Rivoluzione d’ottobre ha esaurito la sua forza propulsiva”, individuando nel “superamento” della logica dei blocchi la condizione per un cambiamento democratico nell’Europa orientale [Risoluzione della Direzione del Partito comunista italiano, 1981].

Questa ennesima presa di distanza dal socialismo di tipo sovietico, definita polemicamente da Cossutta uno “strappo” rispetto alla storia del Partito comunista italiano, non implicò tuttavia una rottura con l’Urss, che, pur non costituendo più un “punto di riferimento”, rappresentava comunque “un contrappeso alla forza e all’aggressività dell’imperialismo americano” [Conclusioni di Berlinguer al CC, 1982]. Si continuò piuttosto a teorizzare una “terza via”, alternativa sia al modello del “socialismo reale” che a quello delle socialdemocrazie, accentuando la peculiare collocazione del Pci nel panorama internazionale, quale unico rappresentante di un “comunismo riformatore”, che aveva l’ambizione di spendere la propria influenza – evidentemente sopravvalutata – per favorire un’evoluzione democratica nell’Urss e nei paesi dell’Est.

L’idea di una riforma del comunismo, sostenuta da Berlinguer attraverso l’eurocomunismo all’estero e il “compromesso storico” come sua applicazione alla politica nazionale, si scontrò quindi con l’impraticabilità di una rottura con l’Urss e il “campo socialista” anche nel momento stesso in cui più forte fu la critica nei confronti di quelle realtà. Alla base di tale stallo ideologico, oltre al motivo identitario, vi fu anche una perdurante fiducia della dirigenza e della base del partito sulla capacità dell’Urss di riformarsi per raggiungere una conciliazione fra comunismo e democrazia. Questa speranza, che sembrò concretizzarsi con l’ascesa al potere di Gorbačëv e l’avvio della perestrojka, si rivelò tuttavia effimera e vide congiunti per l’ultima volta i destini del comunismo italiano e del "socialismo reale", con la scomparsa di quei regimi e l’autoscioglimento del Pci fra il 1989 e il 1991.

Siamo con la Polonia Socialista

La questione “Solidarność”

di Luis Corvalán

segretario generale del Partito Comunista del Cile. Tempi Nuovi n. 6, 1982

Tempi Nuovi, 1982

I noti caporioni della controrivoluzione polacca riunitisi a Radom e Danzica ai primi di dicembre hanno deciso che è giunta l’ora. Wałęsa ha detto che: «Lo scontro è inevitabile e deve avvenire per forza». Il vicepresidente di “Solidarność” di Varsavia lo ha avvertito: «Se retrocedi di un passo, io personalmente ti taglio la testa». Palka di Lodz ha proposto di creare una «milizia operaia organizzata e armata di caschi e manganelli». Bujak di Varsavia ha posto la questione dell’immediata formazione di un “consiglio economico e sociale” e cioè di una specie di governo provvisorio. Negli stessi giorni è stato fatto appello ad eliminare fisicamente i comunisti. Jurczyk, capo di “Solidarność” di Stettino, ha detto così: «Il tempo dei giochi è finito. Bisognerà erigere forche e impiccare qualcuno. Secondo me, non sarebbe male piantare già ora qualche forca».

Tutto ciò fa ricordare a noi, cileni, gli eventi che hanno avuto luogo nel nostro paese. Nell’ultimo periodo della presidenza di Allende, alla vigilia del golpe fascista, si dicevano le stesse cose, seppur con parole diverse. Nelle vie di Santiago apparvero le scritte: “Giunge l’ora di Djakarta”, che alludevano al bagno di sangue in Indonesia nel 1965. Un deputato estremamente reazionario dell’oligarchia dichiarò che: «Gli unici marxisti buoni sono i marxisti morti». Nel Cile la controrivoluzione vinse. Santiago si trasformò in Djakarta. Nella capitale e in tutto il paese nel giorno del golpe e nei giorni successivi furono uccisi migliaia di marxisti e molte migliaia di quelli che non lo erano: credenti e sacerdoti compresi.

Il popolo e il governo della Polonia, grazie alla lealtà e al patriottismo dell’esercito, hanno trovato le forze per imboccare il cammino che farà fallire i piani dei nemici interni ed esterni del socialismo e dell’indipendenza del paese.

Controrivoluzione

Noi, comunisti cileni, che abbiamo provato sulla nostra pelle cosa porta con sé la controrivoluzione trionfante, siamo profondamente soddisfatti della nuova svolta degli eventi in Polonia. Le misure adottate dal governo polacco per la salvezza nazionale permetteranno di evitare la catastrofe che si stava avvicinando e porteranno ad un ulteriore consolidamento e sviluppo della democrazia in questo paese, correggendo gli errori commessi.

Il presidente americano ha reagito a ciò con irritazione. Ha sollevato il chiasso attorno a quel che egli definisce “violazione dei diritti elementari del popolo polacco” e ha fatto la voce grossa chiedendo la liberazione dei dirigenti di “Solidarność”, del Kss-Kor e degli altri congiurati. Di tutto questo il signor Reagan ha parlato il 17 dicembre. E il giorno prima il suo rappresentante all’Onu ha votato contro la risoluzione che condanna il regime fascista di Pinochet, e ciò nel momento in cui nel Cile si rendono più crudeli le repressioni, si compiono nuovi assassinii, la chiesa cattolica denuncia altri casi di tortura, anche nei confronti di due membri della Commissione cilena per i diritti umani.

Nonostante ciò non vediamo alcuna contraddizione o incoerenza nella condotta del signor Reagan. L’appoggio a Pinochet e l’irritazione per le misure del governo polacco, guidato dal generale Jaruzelski, corrispondono a una stessa linea. Nell’uno e nell’altro caso Reagan difende gli interessi dell’imperialismo e non dei popoli della Polonia e del Cile.

Va ricordato che nel nostro paese la controrivoluzione fu pilotata da Washington e si fece strada sotto la bandiera della “difesa della libertà e della democrazia” e non sotto la bandiera del fascismo. Il golpe fece affogare in un mare di sangue le libertà del popolo ed eliminò tutte le tracce della democrazia. Il regime costituzionale, democratico, fu sostituito con l’arbitrio fascista. Ci furono anche nel Cile dirigenti sindacali che seguirono la via della controrivoluzione. La maggioranza dei camionisti, proprietari di uno, due camion, dei taxi, i commercianti al minuto e una parte degli operai della miniera di rame “El Teniente” scesero in sciopero contro il governo del presidente Allende. La loro partecipazione non modificò in alcuna misura il carattere fascista del complotto. È necessario aggiungere che gli stessi camionisti, taxisti, commercianti e minatori, dopo aver subìto i colpi della dittatura di Pinochet, hanno capito di essere stati ingannati 9 anni fa o di avere sbagliato e perciò oggi si battono contro la tirannia.

La Cia non risparmiò dollari per finanziare questi sedicenti scioperi. La stampa ostile al governo ebbe un generoso appoggio finanziario. Nel paese s’infiltrarono circa 2 mila agenti della Cia, camuffati da diplomatici e turisti. In Polonia le cose stavano andando allo stesso modo. Ogni giorno si scoprono nuove prove dell’ingerenza diretta dell’imperialismo.

Durante il governo dell’“Unidad Popular” nel Cile prevalse l’idea errata che la libertà è un valore indivisibile, al di sopra delle classi. Anche tra i partigiani del socialismo c’era chi riteneva possibile lottare per una completa trasformazione del regime esistente, riconoscendo il diritto all’uso di tutte le libertà politiche non solo all’opposizione democratica, ma anche ai fascisti. Questa cosa veniva presentata con orgoglio, come il tratto specifico della rivoluzione cilena. La lezione era tragica. La libertà per tutti si trasformò in furia della controrivoluzione e dopo l’11 settembre divenne schiavitù fascista per il popolo.

L’edificazione della società socialista è una grande impresa che, certo, non è libera e non può essere libera da difficoltà di vario genere. Gli errori della direzione in Polonia hanno fatto sì che il malcontento abbia assunto un vasto carattere. Di questo malcontento si è servito il nemico di classe che, diciamo francamente, stava ottenendo successi finché il generale Jaruzelski ha assunto la direzione del partito e del governo. Si è tentato mille volte di raggiungere una soluzione politica sulla base irremovibile che la Polonia è un paese socialista e parte integrante della comunità socialista. In un primo tempo i leader di “Solidarność” a parole riconoscevano questa premessa, ma in realtà vanificavano le buone intenzioni delle autorità e spingevano il paese verso il caos economico e politico. Così si è creata una situazione in cui, secondo la definizione del capo del governo polacco, si è esaurita la pazienza del popolo e bisognava fermare gli avventurieri prima che potessero far precipitare il paese nella voragine della lotta fratricida.

“Normalizzazione”

Le misure adottate in Polonia per normalizzare la produzione e l’attività dello Stato hanno colto in contropiede gli imperialisti americani che pensavano che in questo paese, come nel Cile del 1973, la situazione sarebbe peggiorata sempre più e avrebbe portato al crollo dello Stato socialista e a uno scontro bellico in Europa. In ultima analisi speravano che il popolo polacco non avrebbe potuto difendere il socialismo con le proprie forze. Ma hanno sbagliato. La realtà ha deluso le loro speranze: di qui la loro rabbia isterica. Reagan ha preso misure per interrompere le forniture di generi alimentari alla Polonia. Evidentemente il presidente americano non tiene conto che sono passati i tempi in cui il mondo dipendeva da quel che vogliono o non vogliono gli Usa. Dimentica quel che ha detto Brežnev al XXVI Congresso del Pcus: «Non lasceremo sola la Polonia socialista e non permetteremo che le si rechi offesa». Reagan non conosce il sentimento e la forza di solidarietà dei popoli della RDT, Cecoslovacchia, Ungheria, Bulgaria e Romania, per parlare solo dei paesi che fanno parte del Patto di Varsavia. Tutte le sue minacce e i discorsi antisovietici non sono capaci di modificare l’andamento degli eventi in Polonia ma rivelano solo l’ossessione bellicista che lo domina e che è un pericolo per tutta l’Europa, per tutto il mondo.

Per quanto riguarda noi, comunisti cileni, vorremmo confermare l’opinione già espressa, che su scala nazionale e internazionale è necessario mettersi da una o dall’altra parte della barricata. Noi siamo con la Polonia socialista.