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PCI anni ‘70

La cooperativa dello scioglimento

di Monica Perugini

Cumpanis, dicembre 2020

 

Nel centenario della nascita del Partito Comunista, è importante ripercorrere anche le esperienze personali vissute in quel Partito che è stato scuola di vita, oltre che unica, quanto grande occasione di crescita politica ed umana.

Il mio vuole essere semplicemente un contributo personale, un ricordo, di quello che ho vissuto insieme ad altri compagni e dell’importanza avuta, nella mia formazione politica, dalla militanza in quel Partito che proprio a partire dalla metà degni anni ‘70, aveva accentuato il lento ma inesorabile processo di smantellamento di ideali, procedure e indirizzi.

 Lo considero, infatti, un ricordo emblematico di ciò che era diventato il “glorioso” Partico Comunista italiano fra gli ultimi anni ‘70 e i primi anni ‘80 del secolo scorso.

Sono stata dirigente provinciale della FGCI, una organizzazione giovanile potente che, nella sola Mantova, contava oltre 3.000 iscritti “autentici”, ovvero compagni studenti e operai che partecipavano attivamente alla vita della Federazione, alle lotte studentesche e nei posti di lavoro, attenti alla crescita culturale della società e promotrice di innovazioni, anche sperimentali e talvolta spericolate, nei campi della cultura, del teatro, delle arti visive e della letteratura.

Nel ‘76 a Mantova avevamo ideato e pubblicato un periodico, di cui ero direttore, titolato, non a caso, LE BELLE BANDIERE che ebbe la ventura di uscire con un’alta tiratura “fatta in casa” nella tipografia situata nel seminterrato della Federazione, per una decina di numeri, presentando contenuti preziosi e unici di giovani compagni della provincia che consideravano, a ragione, il Partito e la sua Federazione giovanile, strumenti per un progresso complessivo, addirittura  intenso, per una generazioni di militanti  che intendevano l’acquisizione della coscienza di classe come strumento in grado di permettere un clamoroso balzo in avanti nella costruzione di quella capacità critica e di analisi  di ogni fase ed evento che, in concreto, riassumeva, l’essere gramsciano.

Tutto ciò non era “patina”, non erano lustrini da unire alle citazioni con cui si condivano gli interventi alle assemblee.

Si trattava, per contro, di consapevolezza derivate dalla volontà di studiare, dal vissuto nelle lotte e dalla capacità di confrontarsi con un’altra “veste” della sinistra che non si aveva il timore di affrontare e criticare a suon di argomenti, idee indirizzate a raggiungere quella egemonia politica che sapeva e poteva ipotizzare la costruzione di una società socialista.

Perché era questo a cui si voleva arrivare, era questo l’ideale da concretizzare, sorretto da una consapevolezza radicata e diffusa, di certo non elitaria e avventuristica.

Il PCI non era un partito di mera protesta, anche nelle lotte che guidava presupponeva quella critica ragionata al capitalismo che, a sua volta, rappresentava l’effetto prodromico al ragionamento su come costruire in Italia una società socialista.

Ciò ci ha pure permesso di acquisire una considerazione corretta delle Istituzioni, in particolare di quelle borghesi, sorte e promulgate nel “dopo” Resistenza Antifascista e che sapevamo perfettamente rappresentare una conquista parziale e mediata, essendo la forza ideale e culturale del Partito riuscita a caratterizzare di principi socialisti la Carta fondamentale, a dispetto di rapporti di forza sfavorevoli e di un contesto internazionale che non favoriva la collocazione dell’Italia.

Dal principio redistributivo all’eguaglianza, dai diritti dei lavoratori alla subalternità della proprietà privata rispetto al bene comune, la gioventù comunista ben conosceva l’arduo tragitto compiuto per giungere a quella mediazione, per valorizzarla senza cedere alle costruzioni della democrazia borghese.

Si trattava di una Federazione giovanile che, sia pur incardinata e rispettosa di gerarchie e regole tipiche di un Partito comunista, brillava per una solidità ideologica e per una fedeltà ai principi del marxismo-leninismo che la distinguevano dalla sinistra extraparlamentare che, in quegli anni,  ammaliava studenti e intellettuali del ceto piccolo borghese, attratti da una foga rivoluzionaria che non avrebbe tardato a spegnersi per ripiegare nei solidi, comodi lidi della politica conservatrice. Insomma un cliché che, nel tempo, si sarebbe ripetuto molte volte: mezzi spiccioli, modificabili alla bisogna, permeabili ad ogni contaminazione e sperimentati come adatti salvacondotti per far carriera con la politica.

In quei tempi era proprio la FGCI di provincia a reggere l’impatto di queste critiche che già portavano i germi di un “sinistrese” che, allora minoritario, si sarebbe poi portato via tutto, divenendo opinione maggioritaria proprio in seno ad un PCI al crepuscolo.

Quel patrimonio di idee, ragionamenti e prassi che avrebbe potuto potenziare l’impianto ideologico del PCI,  confermarne  il ruolo di forza alternativa al potere consolidato gestito da DC e successivamente spartito con  PSI e cespugli in (quasi) sempre perenne ossequio ai dettami atlantici, invece, è stato progressivamente svuotato e svenduto:  in poco tempo ciò che aveva caratterizzato  politica, idee, autorevolezza che distinguevano una grande forza popolare, presente e radicata nel mondo del lavoro e della cultura con la prospettiva di lottare per costruire una svolta sociale concreta, in un mondo denso di diseguaglianze economiche e sociali, era diventato eresia.

Raggiungere quello scopo, era ormai diventato impossibile: il dettato era ripiegare su opzioni abbordabili, realizzabili nel breve periodo e che avrebbero dato immediata soddisfazione, soprattutto per amministratori e dirigenti locali del Partito che, in molte regioni, già gestivano (e bene) la cosa pubblica, principalmente con liste monocolore.

Addio quindi alla prospettiva rivoluzionaria, alla convinzione che il modello sociale occidentale fosse sbagliato perché iniquo, ingiusto e organizzato a discapito dei bisogni delle classi popolari, costantemente costrette a duri sacrifici e lotte senza quartiere per conquistare diritti esigibili ed un progresso generale, sia in campo sociale che civile.

Pensiamo alle lotte per il nuovo diritto di famiglia, per il divorzio e l’aborto, per una sanità universale con servizi territoriali consultoriali gratuiti.

Quelle conquiste furono rese possibili dalla presenza di un partito comunista forte in Parlamento come nel Paese, capace di far fruttare al meglio la propria consistenza nei rapporti di forza per conseguire risultati a favore dell’intera classe.

Oggi la narrazione prevalente ricorda che furono minoranze di attivisti radicali e liberali a scatenare proteste emblematiche dalla scenografia mediatica provocatoria e quindi a contribuire a quelle conquiste, ma non fu così!

Quello fu il risultato delle lotte operaie e del movimento democratico, guidato da un Partito Comunista che sapeva scegliere bene le lotte da dirigere per ottenere vittorie parlamentari e legislazioni progressiste di grande portata sociale e culturale.

Il PCI dai banchi dell’opposizione, con la sua potenza parlamentare e con la sua radicata e intensa forza popolare e culturale, aveva contribuito a modificare in senso progressista il pensiero comune, ad emancipare le masse popolari, a far progredire idee e considerazioni attorno alle questioni di diritti che, al tempo, nemmeno apparivano tali, concezioni sui rapporti fra i sessi in famiglia e nel lavoro, sul patriarcato, sulla questione di genere, giovanile e più in generale generazionale.

Il velo grigio che l’avversario di classe aveva dipinto per rappresentare quel glorioso Partito, era una menzogna, niente di più falso.

Il dibattito al suo interno e generato nella società, è sempre stato vivace, attento a considerare tutti gli aspetti del vivere comune.

Quella dialettica prendeva corpo nei consigli di fabbrica, nei comitati di quartiere, nelle cellule e nelle sezioni, nelle redazioni dei giornali e delle riviste di federazione, nelle associazioni di donne come l’UDI e nel periodico NOI DONNE che, in quegli anni, hanno espresso una analisi e una proposta critica sulla questione di genere invidiata da qualsiasi analisi sociologica tanto era approfondita.

Questo era il livello di quel Partito, prima che il tarlo del revisionismo della sua linea politica, della corruzione degli ideali e delle pratiche ne facessero scempio.

Dapprima, come si accennava, è prevalsa la deriva socialdemocratica, sorretta da un improprio senso di responsabilità, più consono ad una realtà come quella italiana e, successivamente, dalla condivisione di fatto di metodi e comportamenti identici a quelli delle altre forze politiche.

Il prezzo da pagare per entrare a far parte della cerchia del potere è stato alto, sia per l’organizzazione e per la sua base militante ma soprattutto per le classi popolari, rappresentate da quel partito che sentivano proprio.

I monocolori emiliani, lombardi e toscani sono ben presto diventati bicolori col PSI e, non senza destare sconcerto, a dispetto di una deriva che, fingendo, destava stupore, poi anche con la DC.

È stata proprio la “rossa” Suzzara, in provincia di Mantova, con un PCI al 70% che non aveva nessuna necessità elettorale né amministrativa di cercare alleanze, ad inaugurare quella stagione, spacciandola per un successo di partecipazione, democrazia, decantata per questo dalla stampa locale legata a Repubblica e all’editoria borghese.

Facevano parte di quella amministrazione funzionari della Federazione, della sezione operaia più vasta della provincia, intellettuali migrati dalla ex sinistra extraparlamentare e da quel Manifesto che si era a suo tempo cacciato.

Accanto a loro focolarini, consiglieri comunali che nel loro curriculum non disdegnavano di menzionare di essersi sempre distinti nella battaglia anticomunista.

La contaminazione è stata totale, una ideologia già abiurata è stata sostituita dal un pragmatismo indecente che ha fatto la fortuna di una classe dirigente in tutto e per tutto uguale a quella delle altre forze politiche.

Alla tavola imbandita non si poteva arrivare a mani vuote per rivendicare una parte del potere complessivo e così quel Partito vi ha portato in dote il valore economico e sociale di quelle esperienze mutualistiche e cooperative espropriate dei loro ideali e, ovviamente, dei loro beni; esperienze divenute imprese vere e proprie, dove solidarietà e redistribuzione democratica facevano da orpello ai nuovi metodi, ben presto regolamentati in nuove forme imprenditoriali ancora oggi vigenti.

Il cambiamento di politica, la smobilitazione avvenuta a tappe forzate col cambio del nome e del simbolo, non si devono, dunque,  a cambiamenti repentini di atteggiamento, scatenatisi nell’imminenza della fase congressuale ma sono il prodotto di un lungo e non tanto sotterraneo lavorio, fondato sullo stiracchiato assunto che la buona amministrazione dell’area emiliana e toscana (compresa quella mantovana, ai confini fra Lombardia ed Emilia), avrebbe fatto da garante ad una forma di buona amministrazione anche su larga scala e poi sulla considerazione, più che veritiera, che col 30/35% non si sarebbe mai potuto governare un intero Paese, per cui occorreva cercare alleanze altrove.

Passare dalla storica alleanza coi socialisti a quella coi democristiani, come anticipato, non è stato tanto difficile e tanto meno traumatico per i dirigenti comunisti.

Il risultato ha portato a scialacquare l’intero patrimonio elettorale, a smantellare roccaforti organizzative e presidi ideologici e, in breve tempo, a permettere l’avanzata di una destra che aveva fatto strumentalmente proprie le parole d’ordine delle lotte popolari.

Quello che stupisce, anche alla luce della successiva esperienza di Rifondazione, con tutte le vicende che ne sono seguite, è che ancora oggi buona parte della “sinistra radicale” non si capaciti dei motivi di questa migrazione della classe operaia e del proletariato, nel serbatoio elettorale della destra, tanto da ritenere che il PD sia una sorta di male minore che porta con sé il marchio di fabbrica di quella grande forza popolare da cui deriva ma che, paradossalmente,  è stata deliberatamente distrutta.

Ai giorni nostri di quell’esperienza resterebbe la scarna esemplificazione della strumentale difesa di diritti civili però privati di quelli sociali (e che  quindi sono dei privilegi!) e ciò a dispetto della chiara collocazione europeista, filoamericana, globalista arroccata a proteggere gli interessi di una imprenditoria finanziaria e speculativa che continua a schiavizzare e deprivare dei diritti fondamentali il 3° e 4° mondo (mirando anche al 1° e 2°) e che si oppone a qualsiasi sperimentazione di autonoma emancipazione dei popoli.

E così, a dispetto di quella generazione emancipata, capace di contestualizzare i principi del marxismo-leninismo alle fasi in essere e alle loro evoluzioni, il Partito proseguiva lentamente ma in modo inarrestabile la sua mutazione che, col passare degli anni, può dirsi tramutata in autentica trasformazione genetica, come usiamo dire oggi.

La gioventù, dunque, in quel tempo, è stata per davvero utilizzata come patina, come esempio di capacità di crescita culturale, capace di analizzare e criticare, mantenere saldo il legame con la classe, di resistere alla deriva piccolo borghese che stava avanzando, anzi di stare dalla parte “dei poliziotti figli del popolo” contro i figli di papà, di pasoliniana memoria.

Quella era la barra a cui ci riferivamo ed era tutt’altro che facile mantenerla dritta con alle spalle un Partito che usava quel coraggio ma non lo supportava, contemporaneamente alle prese, con le molteplici espressioni della nuova sinistra che additava esplicitamente il PCI come nemico.

Lo scontro era aspro e quando ci siamo accorti che il nostro stesso Partito ci era patrigno, ma era tardi, la corsa verso il baratro era difficile da arrestare.

Tornando indietro possiamo oggi consapevolmente affermare come quel lavorio non possa non essere stato avvertito dai dirigenti della gioventù comunista del momento e il congresso del ‘77 ne fu la prova: le sirene miglioriste si facevano sempre più sonore, il loro incanto era indirizzato in modo opportuno per portare a disconoscere tutto ciò in cui e per cui avevamo creduto e lottato, giudicando quel percorso sbagliato, superato e da disconoscere sia pur… con cautela, per non gettare nello sconforto un elettorato legato a quel simbolo, a ciò che esso significava e per traghettarlo verso nuovi emblemi privi di contenuto.

Quella generazione, poi, si è fatta grande, automaticamente è stata inserita nei ranghi del funzionariato del partito, nella pubblica amministrazione e, in subordine (diciamolo senza infingimenti), in base alle meno brillanti capacità individuali, nel sindacato e nelle varie cinghie di trasmissione il cui presente, a quel tempo, appariva incerto se non addirittura inutile (il Partito allora copriva l’intero spettro politico, culturale, sociale, mutualistico della vita di dirigenti e militanti: il Partito, in breve,  risolveva tutti i problemi, non occorrevano per quello diramazioni associative attente ad aspetti particolari/specifici della vita comunitaria) ma che, in prospettiva, rappresentavano un autentico investimento per il futuro.

Il potere che oggi ARCI, ANPI, coop di lavoro e servizi è dato di fatto: si tratta di una  forma di potere eguale in tutto e per tutto a quello delle comuni imprese, consorzi e associazioni di derivazione democristiana e socialista o più tradizionalmente incardinate e rispettose dei principi del capitalismo liberista (poi vanto della… sussidiarietà), ben lontano da quel “contropotere” che negli ultimi anni ‘60 e ‘70 aveva animato tante esperienze associazionistiche e mutualistiche legate o meno al PCI.

Tutto ciò rappresenta quella dote di cui si diceva prima, una dote che ha fruttato molto bene a chi l’ha saputa gestire, tanto che nomi di un prestigioso passato adesso hanno connotazioni negative e sono esempi addirittura odiati dai lavoratori e dalle classi popolari, proprio a partire da chi lavora in quelle strutture.

Basti pensare al significato comune che oggi ha il termine… cooperativa!

Quella generazione diventata grande, dunque, ha sostituito la precedente e lo ha fatto completando la mutazione genetica che si era insinuata decenni addietro.

Per quanto mi riguarda, visto che sto semplicemente raccontando della mia storia legata a quel Partito, ricordo che,  già nel ’78, dopo le lotte studentesche e operaie, a seguito del difficile confronto con la sinistra extraparlamentare da cui, peraltro, molti di noi, arrivavano, dal feroce e ineludibile distinguo coi fatti di terrorismo e con le loro strumentalizzazioni, da giovani dirigenti comunisti, abbiamo difeso l’importanza dell’esistenza di un Partito unica forma organizzata per rappresentare gli interessi della classe, rivendicando di saper leggere  adeguatamente l’evoluzione della fase e quindi di proporre una politica adeguata.

Tuttavia, quel Partito non seppe e non volle leggere la fase in modo adeguato tanto che, col senno di poi, possiamo affermare che decise di leggerla proprio come fece.

Quella scelta ha condotto all’inquinamento della ideologia, alla sua revisione e, successivamente, alla sua svendita.

Una rinuncia a metà, tuttavia, giacché la costruzione dell’apparato, i legami amministrativi, i collegamenti con le varie propaggini associative e mutualistiche non sono mai venuti a mancare, tanto che a tutt’oggi sono ancora lì a svolgere la loro funzione: cementate però non più dalla comunanza ideologica che ne giustificava l’essenza, ma da una comunanza di interessi particolari, di rete, addirittura personali.

Stesso metodo consolidato, ma scippato per raggiungere ben altro scopo!

Un’eredità a cui il PCI, nella forma degenerata giunta fino a noi, attraverso tutte le sigle che hanno portato al PD, mai ha rinunciato, sia per motivi economici che per una ipocrita necessità di preservare le sigle solidaristiche.

Del resto questo è l’abito che permette agli eredi della parte maggioritaria di quella organizzazione, di gestire, ancora oggi, un serbatoio di consenso consolidato e collaudato, capace di nutrire una narrazione preziosa anche se lontana e contrapposta agli interessi di una classe che si arroga di rappresentare, minandone in verità la stessa esistenza.

Quella rete di legami che significa posti di lavoro e privilegi, negli anni si è ramificata e moltiplicata, garantendo salario e benefici a cui è diventato impossibile sottrarsi, essendo venuto meno, per mano degli stessi eredi di quel partito, lo stato sociale così come era stato concepito dalla Costituente e da un legislatore reso progressista proprio dalla spinta di un PCI nella sua miglior versione.

Oggi siamo arrivati alla degenerazione di quella politica: chi si stacca da quegli stilemi non può essere considerato che… di destra, filo fascista, populista, nazionalista, antieuropeista ecc., addirittura rosso/bruno, in base a nuovi appellativi privi di sostanza che, in un contesto sociale ammalorato, privato delle sue radici e dei suoi riferimenti storico/politici, si accontenta di involucri vuoti a breve scadenza.

Se nel ‘77 la crisi economica dettata da quella petrolifera, quella sociale e politica che ha condotto all’austerità, hanno indotto il PCI di allora alla scelta politica dell’astensione parlamentare, ovvero, per la prima volta, a non contrapporsi ad un governo monocolore DC, è pur vero che l’intero corpo del Partito era pronto a quella mutazione.

Si è passati velocemente da una teoria inquinata ad una prassi spregiudicata che ha nei dettami del capitalismo il proprio indissolubile credo e che ha scatenato una radicale quanto ipocrita e opportunistica autocritica nei confronti del passato ossequio ai principi socialisti.

Quel Partito, del resto, non si è limitato a deviare e rivedere la propria linea politica ma a criticarla come male assoluto, come errore a cui, in virtù di chissà quali influenze, si era piegato per decenni.

Una sorta di totale ammissione di colpa che significava il preludio a una nuova vita, in tutto e per tutto uguale a quella degli altri partiti rileggendo al contrario molte pagine della sua stessa storia e di quella del Paese. Pensiamo alle deviazioni nella neolettura delle Resistenza, del ruolo dei comunisti e dell’URSS nella lotta al nazifascismo.

Quella modificazione prendeva avvio da effetti prodromici salienti che non possiamo dimenticare e che sono ascrivibili alla segreteria di Berlinguer, uomo rosso e solo al comando, non sostituibile, massimo dirigente autorevole, venerato dalla base e rispettato dal paese intero, simbolo di un’unità di partito che in quegli anni, però, già scricchiolava e lo vedeva in affanno all’interno della sua stessa segreteria politica.

Rivendicare che  la spinta propulsiva dell’Unione Sovietica era finita, che quel sentimento era svanito, quasi si trattasse di un  amore effimero e non della costruzione di un pensiero analitico e critico che ha portato, per la prima volta nella storia, il proletariato a prendere il potere e a conservarlo, divenendo potenza mondiale assoluta nei settori più diversi del vivere civile, dall’economia alla cultura, dalla scienza alle lettere, dall’industria alle arti, ha significato arrecare dolosamente un colpo al cuore al Partito, al suo possibile consolidamento futuro, alla prospettiva di emancipazione della classe operaia e delle massi popolari che solo dalle lotte avevano conseguito diritti e dignità.

Insomma, una vera “bastardata” se consideriamo che, secondo quella revisione ideologica, sarebbe stato più sicuro ritrovarsi tutti insieme sotto l’ombrello della NATO!

Come ciò potesse coniugarsi con il sostegno alle lotte per l’emancipazione dei popoli, dall’America Latina all’Africa, che proprio gli yankee sfruttavano (e sfruttano), perpetrando i più atroci golpe militari che la storia di quei paesi ricordi, deve ancora essere spiegato.

La critica all’URSS, le sottolineature alla mancanza di libertà individuale e di scelta (ovviamente in base ai gusti occidentali!) in quel paese, serpeggiava e attecchiva.

Ho partecipato a tutte le scuole di Partito in Italia e, nel ’78 in URSS, ad un corso svoltosi a Mosca e a Kiev: eravamo in otto compagni segretari di federazione, provenienti da tutta Italia.

Eravamo più che mai interessati a studiare il marxismo-leninismo ma, nel contempo, molti di noi rimuginavano che non avrebbero mai voluto vivere senza… libertà.

Dimentichi che la nostra non era (e oggi, più che mai) che una forma falsata di libertà, null’altro di quello che l’occidente permette.

Il frutto nefasto del liberismo, allora, certo, non era ipotizzabile ma chi, grazie alla analisi, alla fedeltà ideologica e alla capacità critica di contestualizzare, rivendicava la ratio dell’ideologia stessa e metteva in guardia dai rischi del cedimento, veniva tacciato, a dispetto dell’età, di essere veterocomunista, nemico della moderna concezione del Partito.

Un Partito di amministratori: insegnanti, professionisti, intellettuali, uomini e donne del mondo della cultura giunti da tutte le parti che, dal ’75 in poi, si sono seduti sui banchi di consigli e giunte comunali, provinciali e regionali, sostituendo i militanti, divenuti poi funzionari dopo aver percorso la strada delle lotte operaie, contadine e sindacali.

Compagni, non v’era dubbio, ma non legati al Partito che hanno sempre agito a prescindere dal legame con la struttura e fatto quello che più gli piaceva e conveniva, protetti o meno, dallo status di indipendenti.

Con la storia del PCI non avevano niente a che fare:  incarnavano la filosofia dell’eurocomunismo, della distanza siderale frapposta a quello che rappresentava l’URSS, dell’accettazione del modello di vita di ispirazione nordamericana;  gente che scendeva in piazza per il Cile e lo aveva fatto a suo tempo per il Vietnam ma che non avrebbe barattato lo stile di vita occidentale omologato dagli USA,  coi principi dell’Ottobre, a dispetto della scenografia tradizionale che si è adattata a non meglio precisati obiettivi “di sinistra”.

È così che il PCI non ha nemmeno saputo restare socialdemocratico, se tale può essere definito il migliorismo che lo caratterizzava: perdendo la capacità critica, l’amore per lo studio e la coerenza, si è progressivamente smarrito dietro un’ipocrisia senza limiti e senza vergogna.

Del resto quell’uso gergale, il migliorismo, la dice lunga su cos’era diventato il Partito a quei tempi: sotto l’egida del PCI nessuno era migliorista, del resto le correnti non erano ammesse, rimosso simbolo e nome si è scoperto che tutti erano miglioristi, ovvero, dei socialdemocratici, di destra, pronti a cedere su qualsiasi fronte, insomma dei liberisti.

Nei tardi anni ‘70 e primi ‘80 il centralismo democratico ha, inizialmente, impedito ai compagni che dissentivano dalla politica dell’astensione, almeno in provincia, di opporsi pubblicamente e di reagire culturalmente all’inquinamento della linea e al rovesciamento di qualsiasi prospettiva per costruire una società socialista.

L’assurdità era che un principio leninista veniva usato per sradicare il leninismo dalla politica di un partito che ancora si chiamava comunista.

Il partito già a quel tempo, di comunismo aveva ben poco. La sovrastruttura era, appunto, utilizzata per conseguire scopi opposti.

La situazione si è protratta fino al dopo Berlinguer, alle innovazioni della Bolognina, alla sperimentazione della “cosa”: niente di più anticomunista si sarebbe mai potuto inventare!

Mantenere quel simbolo e quel nome, nonostante quanto detto, sarebbe tuttavia stato determinante.

Il simbolo del lavoro e il nome del partito dei lavoratori avrebbero sempre mantenuto la loro forza, dato l’indicazione di una direzione precisa, sorretto un’idea politica odiata dal nemico di classe in quanto considerata sempre potenzialmente pericolosa e che, nonostante la deriva politica di quel tempo, avrebbe sempre potuto dar modo alla classe operaia di riorganizzarsi per difendere i propri interessi.

Il pericolo di attaccare un nome e un simbolo dalla portata così intensa, del resto, si sintetizza nell’atteggiamento dei dirigenti nazionali e locali: fino al minuto prima della decisione che sarebbe stata assunta dalla direzione nazionale, infatti, quei dirigenti, primo fra tutti, ricordo, il mio segretario di Federazione, tranquillizzavano i giovani e i compagni di base che,  mai e poi mai, il nome sarebbe stato cambiato e che, se così fosse stato, quel dirigente in particolare, sarebbe stato il primo ad abbandonare un partito non più comunista.

Il nome del Partito è stato cambiato, l’anima è andata smarrita, i compagni preoccupati, sia pur attraversando travagli personali non sottovalutabili, hanno sempre seguito la corrente e il segretario è diventato senatore e poi viceministro!

Chi ha sempre creduto nella prospettiva socialista, nella fondamentale importanza del Partito rappresentativo degli interessi dei lavoratori, del proletariato e di tutti coloro che vivono del proprio lavoro, chi era ben consapevole che solo attraverso una organizzazione di classe che avesse ben chiara la prospettiva politica sociale alternativa al capitalismo, è stato tacciato come portatore di idee vetuste, fuori contesto, anacronistiche.

La volontà di mantenere aperta la prospettiva comunista nel nostro Paese è iniziata da quello scarso 4% di delegati al congresso di scioglimento del PCI che, successivamente, unendosi ad altre forze, ha dato vita al Movimento della Rifondazione comunista.

Il nome non convinceva, me per prima: non c’era niente da rifondare, quel PCI non era più comunista da un pezzo. Sarebbe bastato rimettere insieme un Partito legato ai suoi presupposti ideologici.

Tuttavia, parve che la parte autentica di quel Partito, per anni succube di un tecnicismo ormai svuotato di significato politico, o meglio asservito al raggiungimento di un nuovo assetto, a cui era stata negata agibilità politica ed espressione dialettica, relegata a forme espressive minoritarie, potesse riprendere spazio e riscoprire che non era residuale così come si pensava.

A dispetto di una rifondazione che, anch’essa, col tempo, è stata diretta altrove, la questione comunista era tornata all’ordine del giorno e ha dimostrato di avere seguito attivo nelle classi popolari e avanguardie operaie capaci di riproporre la questione a livello politico e sindacale.

Si sa come sia andata a finire l’esperienza ma ciò riguarda un capitolo recente che con quel partito, sorto nel 1921, ha poche cose da condividere se non le simbologie e una riproposizione retorica divenuta fine a se stessa.

A noi oggi spetta un compito arduo, poiché le condizioni sono nettamente sfavorevoli alla classe e la stessa classe di sta scomponendo e ricomponendo in modi diversi, difficilmente ipotizzabile fino a poco tempo fa.

La forza del capitalismo è oggi devastante, i rapporti di forza sono a favore dell’avversario di classe e la contaminazione culturale e valoriale del grande capitale internazionale è pressoché onnipresente.

La lontananza della sinistra dagli interessi delle classi popolari, il modo stentato e spesso superficiale con cui il proletariato vanta consapevolezza della propria condizione e delle modalità per superarla, lo strapotere mediatico e valoriale, la mercificazione degli esseri umani imposte dalle migrazioni forzate, il difficile argine al dominio di Stati Uniti e UE nello scacchiere internazionale e nell’accaparramento delle risorse, l’arretratezza delle lotte per l’emancipazione dei popoli, l’isolamento edificato contro le esperienze socialiste attive a Cuba e in Sud America rendono arduo il compito per la costruzione del Patito Comunista in un pezzetto del profondo occidente, qual è l’Italia.

Tuttavia, è nostro dovere continuare quella lotta: il capitalismo non ha scritto la pagina finale della storia del proletariato, i suoi danni sono evidenti agli occhi di tutti, come è altrettanto evidente che il capitalismo non sa risolvere altri problemi se non i suoi, così come non sa difendere altri interessi diversi dai propri e a qualsiasi costo; che non esistono versioni “buone” del capitalismo, così come la destra non potrà mai rappresentare gli interessi delle classi popolari, essendo storicamente provato essere uno strumento nelle mani del capitale per scardinare situazioni difficili.

Non resta che il socialismo per costruire una società giusta e per farlo serve un partito che può essere solo quello comunista, rispettoso della sua ideologia, della sua teoria e di una rinnovata prassi.