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21 gennaio 1921, Livorno

I° Congresso

 

Si tiene a Livorno, al Teatro Carlo Goldoni, dal 15 al 21 gennaio del 1921, il XVII Congresso del Partito Socialista Italiano (PSI). La Rivoluzione d’Ottobre del 1917 ha posto il problema della concreta possibilità rivoluzionaria e all’interno del movimento operaio internazionale si apre lo scontro tra le correnti riformiste e quelle rivoluzionarie. Anche il XVII Congresso del PSI è segnato da questo scontro e da due questioni dirimenti: primo, accettare o meno i 21 punti, le 21 condizioni che l’Internazionale Comunista (IC, Comintern) pone nel 1920 affinché i partiti comunisti e operai del mondo possano aderire allo stesso Comintern e, secondo, espellere dai partiti operai le correnti riformiste.

Il PSI, che nel 1920 aveva aderito all’IC, al Congresso è diviso in tre schieramenti: quello della maggioranza massimalista, guidato da Giacinto Menotti Serrati; quello riformista guidato da Filippo Turati e lo schieramento “comunista puro” il cui leader (astensionista, nel senso che non dà valore alla competizione elettorale per poter concentrare tutte le energie nel progetto rivoluzionario) è Amedeo Bordiga. Al suo fianco, condividendone le tesi astensioniste, vi sono Bruno Fortichiari, Nicola Bombacci, Onorato Damen e, provenienti da “L’Ordine Nuovo”, Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti e Umberto Terracini. La frazione comunista, interna al PSI, è il punto di riferimento dell’Internazionale Comunista. La maggioranza del XVII Congresso Socialista non fa propria la spinta rivoluzionaria dell’IC e ne respinge la richiesta di espellere la frazione riformista. In seguito a ciò “i comunisti puri” abbandonano i lavori congressuali e si dirigono al Teatro San Marco di Livorno, ove decretano la scissione dal PSI e organizzano, nella sola giornata di venerdì 21 gennaio 1921, sotto la pioggia proveniente dalle fessure del tetto dell’edificio e dai vetri rotti delle finestre, il I° Congresso, di fondazione, del PCd’I-Sezione dell’Internazionale Comunista, il cui leader riconosciuto (non segretario generale, poiché sino al 1926 questa figura non esiste) è Amedeo Bordiga.

 

 

 

20 -24 marzo 1922, Roma

II° Congresso

 

Il dibattito congressuale si sviluppa a partire dalle Tesi pubblicate su “L’Ordine Nuovo” (“Le Tesi di Roma”), il giornale diretto da Antonio Gramsci. Il dibattito è aperto da tre diverse relazioni iniziali: Amedeo Bordiga e Umberto Terracini sulla tattica; Giovanni Sanna e Antonio Graziadei sulla questione agraria e Antonio Gramsci e Angelo Tasca sulla questione sindacale. La questione politica centrale posta dalle “Tesi di Roma” è quella della totale autonomia del PCd’I dal PSI, dalle forze socialdemocratiche. Questa linea verrà tuttavia criticata e osteggiata dall’Internazionale Comunista e dal suo Esecutivo, che già nel febbraio del 1922 aveva proposto, in seguito al rafforzarsi dell’attacco capitalistico generale e all’avvento del fascismo, che i comunisti lavorassero per costruire fronti unici con i partiti socialdemocratici della II Internazionale e con altre forze della sinistra. In seguito a tale posizione Trotsky e Radek spingono affinché le “Tesi di Roma” non vengano ammesse al dibattito dell’IC, anche se poi le stesse Tesi verranno assunte ma solo a titolo consultivo.

Nonostante la netta contrarietà dell’IC, le Tesi ottengono una larga maggioranza (31.089 voti a favore e 4.151 contrari) al Congresso che conferma il Comitato Esecutivo in carica: Bordiga, Terraccini, Fortichiari, Grieco e Repossi.

 

 

 

20-26 gennaio 1926, Lione

III° Congresso

 

Si svolge in piena clandestinità, con il PCd’I già reso illegale, nello stesso 1926, dal regime fascista. Il dibattito si organizza attorno a un Documento scritto da Gramsci con la collaborazione di Togliatti (“Le Tesi di Lione”), che delinea un partito comunista d’avanguardia e di massa, di stampo leninista, che punta al radicamento nei luoghi di lavoro attraverso l’opzione organizzativa delle “cellule” di produzione. Nelle Tesi spicca una nuova analisi del fascismo, concepito come lo strumento di una oligarchia industriale e agraria e volto a respingere, con il consenso d’una piccola borghesia segnata dalla fame del successo politico e sociale, le spinte rivoluzionarie del proletariato e a difendere e garantire il potere e gli interessi del grande capitale. Le Tesi passano con il 90% dei voti e ratificano sia la fine dell’egemonia sul partito dell’ala “di sinistra” e astensionista capeggiata da Bordiga, che l’ascesa politica di Gramsci e del gruppo “ordinovista”.

 

 

 

14-21 aprile 1931, Colonia-Düsseldorf

IV° Congresso

 

Dal 1926 inizia in Italia la fase delle leggi eccezionali fasciste, che apre per i comunisti il lungo periodo della clandestinità. Il Tribunale Speciale si abbatte, con dure e lunghissime pene detentive, su tanta parte dei dirigenti e dei militanti comunisti. È la cosiddetta “fase giudiziaria del PCd’I”, che trova il suo apice nel “processone” contro il gruppo dirigente del giugno 1928. È in questo contesto che si celebra a Colonia, nell’aprile del 1931, il IV Congresso del PCd’I, che assume, seppur criticamente, la linea del VI Congresso dell’Internazionale Comunista, volto a stabilire la linea dell’impossibilità di accordi tra comunisti e socialdemocratici, definiti “socialfascisti” (la linea del “socialfascismo” sarà abbandonata al VII Congresso della Terza Internazionale nel 1935, quando Georgi Dimitrov, nella sua relazione introduttiva intitolata “Per l’unità della classe operaia contro il fascismo”, rilancia la politica dei Fronti Popolari). Tra il 1929 e il Congresso di Colonia vengono espulsi dal PCd’I, perché contrari alla linea del “socialfascismo”, cinque membri, su otto, dell’Ufficio Politico: Tasca, Leonetti, Tresso, Ravazzoli e lo scrittore Ignazio Silone. Nel 1930, con l’accusa di trotskismo, verrà espulso anche Amedeo Bordiga.

 

 

 

29 dicembre 1945-6 gennaio 1946, Roma

V° Congresso, (PCI)

 

Il 15 maggio del 1943, dopo lo scioglimento dell’Internazionale Comunista, il PCd’I, già guidato da Palmiro Togliatti, assume il nome di Partito Comunista Italiano (PCI). Il V Congresso (primo del PCI) è il Congresso del “partito nuovo”, una forza nazionale, di governo, popolare e di massa per una “democrazia progressiva”. Togliatti che, rientrato in Italia, aveva proposto ai comunisti di partecipare al governo Badoglio per una coalizione di unità antifascista anche assieme alla monarchia (“svolta di Salerno”), è confermato dal Congresso Segretario del Partito. La “svolta di Salerno” (che con la prospettiva di un socialismo che possa costituirsi solo nella “democrazia”, immette una variante ideologica nuova e non solo tattica nella concezione rivoluzionaria della presa del potere), apre una vasta discussione all’interno del Partito: Mauro Scoccimarro, economista di grande valore, partigiano, tra i più importanti dirigenti del PCI (nel quale, nel Congresso del 1956, sarà emarginato) affermerà, per poi accettare la svolta: “Questa politica se la fanno loro...”. Sul piano dell’analisi e della critica storica in relazione a questo V Congresso sarebbero emerse nel tempo due posizioni tra loro contrapposte: da una parte si sarebbe rimarcato un forte elemento positivo volto a trovare in questa Assise i prodromi del partito comunista nazionale e di massa; d’altra parte si sarebbero rintracciati – da un fronte critico che avrebbe affermato che con la proposta del governo Badoglio si chiudeva ogni progetto rivoluzionario –  già da ora elementi anticipatori di un processo che avrebbe nel tempo portato il PCI fuori dall’orizzonte marxista e leninista. Nel V Congresso forte è la discussione sulla “fusione” con il PSI. Amendola e Negarville, pur ponendo la questione della “fusione” sul piano progettuale, ma non lontano nel tempo, ne sono tra i più convinti sostenitori. Pietro Secchia, nel suo intervento al Congresso (“Abbiamo realizzato tanto, ma dobbiamo fare molto di più”), pone piuttosto l’accento sul deficit di lotta di classe che il PCI mostra di avere in questa fase.

 

 

 

Fase finale della Seconda Guerra Mondiale, Italia

 

Il PCI svolge, con i suoi dirigenti e i suoi militanti, un’azione generale eroica nella lotta armata contro l’esercito tedesco occupante e il fascismo della Repubblica di Salò, divenendo così il cuore politico, morale e militare della Resistenza partigiana e della Guerra di Liberazione. Le Brigate Garibaldi, promosse dai comunisti, rappresentano più del 60% dell’intera forza partigiana e il ruolo determinante svolto dal PCI nella lotta di Liberazione e la sua stessa capacità unitaria, volta alla costruzione di un vasto fronte antifascista e di popolo, fa conquistare al partito un grande prestigio tra la classe operaia, tra il popolo e tra gli stessi intellettuali. Nel corso della Guerra di Liberazione e tra i partigiani forte è la tendenza insurrezionale, volta a trasformare la lotta antifascista armata in rivoluzione socialista. Una tendenza che si spegnerà nelle fasi successive, a partire dalla “svolta di Salerno” proposta da Togliatti e dalla stessa nuova concezione della via italiana al socialismo teorizzata e praticata dal PCI. Rimarrà aperta la discussione sulla possibilità o meno – in quella fase – della via insurrezionale rivoluzionaria.

 

 

 

Governo Badoglio II e “transizione costituzionale”

 

Sotto la spinta determinante del PCI e della “Svolta di Salerno” il 24 aprile del 1944 si forma il governo Badoglio II, che rimane in carica 55 giorni, sino al 18 giugno del 1944 (darà le dimissioni l’8 giugno del ’44, quattro giorni dopo la liberazione di Roma dall’occupazione nazi-fascista). Il PCI avrà al governo Palmiro Togliatti come Ministro senza portafoglio, Fausto Gullo come Ministro all’Agricoltura e alle Foreste, e come sottosegretari Antonio Pesenti alle Finanze e Mario Palermo alla Guerra. Dalla fine del governo Badoglio II sino al governo De Gasperi del 21 maggio 1947 si apre una fase di “transizione costituzionale” caratterizzata dalla presenza di quattro governi entro i quali vi è la presenza anche del PCI (governo Parri e poi tre governi presieduti dal leader della DC Alcide De Gasperi). Durante questa fase “costituzionale” si conquisterà il voto alle donne, si terranno (2 giugno 1946) sia il referendum repubblica-monarchia (con la vittoria della repubblica con 12.717.923 voti a fronte dei 10.719.284 voti della monarchia) che le elezioni per l’Assemblea Costituente, dalle quali emergono tre forze politiche di massa: la DC, il Partito Socialista di Unità Proletaria e il PCI, che ottiene 4.356.686 voti, il 18,93%. La “svolta di Salerno” voluta dal PCI porta dunque a delle importanti conquiste democratiche, avviando la fase di reale fuoriuscita dal fascismo; nel contempo inizia a collocare progressivamente il PCI all’interno delle strutture e delle dinamiche politiche, istituzionali ed economiche liberal-democratiche.

 

 

 

1947 - Piano Marshall

 

Il 5 giugno 1947 il Segretario di Stato statunitense, George Marshall, annuncia dall’Università di Harvard un “Piano per la ripresa europea” (European Revovery Program”, Piano Marshall), un programma politico-economico di aiuti all’Europa capitalista per 12,7 miliardi di dollari. Dal punto di vista prettamente politico l’aiuto nordamericano prevede, per i Paesi che aderiscono al Piano Marshall, la loro stabile collocazione nel blocco politico-militare guidato dagli USA e l’allontanamento dai governi europei delle forze comuniste e di sinistra. Alcide De Gasperi, fondatore della Democrazia Cristiana e capo di governo dal 1945, in seguito alle richieste USA, estromette dal governo sia il PCI che il PSI. Inizia, sul piano internazionale, la “Guerra Fredda” e, sul piano nazionale, il lungo “centrismo” democristiano. Il PCI passa all’opposizione.

 

 

 

1947 - Fronte Popolare

 

Il 28 dicembre del 1947 si costituisce Il “Fronte Democratico Popolare per la libertà, la pace e il lavoro”. Lo formano: il PCI, il PSI, l’Alleanza Femminile, l’Alleanza Repubblicana Popolare, la Costituente della Terra, il Movimento Rurale, il Movimento Cristiano per la Pace e il Partito Sardo d’Azione. Il simbolo del Fronte è il volto di Giuseppe Garibaldi. Alle elezioni politiche nazionali del 18 aprile del 1946 il Fronte, che aveva suscitato grandi speranze di cambiamento, ottiene però solo il 31% dei voti alla Camera e il 30,76% dei voti al Senato. La Democrazia Cristiana, invece, supera il 48% sia alla Camera che al Senato. Con questa sconfitta elettorale, il Fronte reputa chiusa la propria esperienza politica.

 

 

 

1947-1948 - La Costituzione

 

Nonostante l’esclusione dal nuovo governo De Gasperi (“governo USA-DC”), di grande importanza e livello politico e culturale rimane il contributo del PCI, nell’Assemblea Costituente, per il varo della Costituzione Italiana post fascista, che entra in vigore, segnata dalle avanzate posizioni comuniste, il 1 gennaio del 1948.

 

 

 

4-10 gennaio 1948, Milano

VI° Congresso

 

Il VI Congresso del PCI si svolge a Milano dal 4 al 10 gennaio 1948. Il Partito è già stato cacciato, per ordine degli USA e per mano della DC, dal governo De Gasperi. Fallito il progetto dell’unità nazionale, il partito deve politicamente riposizionarsi cercando una nuova linea. Che si organizza attorno ai cardini del partito nazionale e dell’unità delle masse popolari ed è probabilmente segnata da una certa e iniziale ambiguità di fondo tattica e strategica.  Dalla linea prende il titolo dell’editoriale de “L’Unità”, firmato da Luigi Longo, per l’apertura del Congresso: “La bandiera dell’unità delle masse popolari”. Non solo il PCI è fuori dal governo, ma la DC si prepara all’entrata nel Patto Atlantico. E l’incipit del già citato editoriale è chiaro: “I reazionari d’Italia e d’oltreoceano, De Gasperi e i suoi soci, speravano di poter ridurre questo Congresso ad una triste Assise di un partito isolato, reietto dal popolo, in ritirata... esso è invece la rappresentazione di 2 milioni e 250 mila militanti...”. Vi è un forte senso del partito, ma dopo la conclusione dell’unità nazionale (vissuta probabilmente con troppo spirito strategico) non appare ancora un progetto alternativo. E probabilmente anche il titolo della relazione introduttiva del segretario del partito, Togliatti, “La lotta dei comunisti e del popolo italiano per una nuova democrazia”, conferma, nella sua incertezza prospettica, l’impasse.

 

 

 

14 luglio 1948 - L’attentato a Togliatti

 

Alle 11,45 del 14 luglio 1948 lo studente Antonio Pallante tenta di uccidere Palmiro Togliatti, sparandogli quattro colpi di pistola mentre il segretario del PCI esce da Montecitorio, la sede della Camera dei deputati. Togliatti sopravvive all’attentato, ma in tutta Italia si organizzano spontaneamente scioperi e manifestazioni condotte dai comunisti che rilanciano il tema dell’insurrezione e della rivoluzione. Nei giorni successivi si moltiplicano nel Paese i violenti scontri tra i manifestanti e le forze dell’ordine. Saranno proprio Togliatti e i dirigenti del PCI a chiedere ai manifestanti di mantenere la calma e di spegnere la rivolta.

 

 

 

1949 - l’Italia nella NATO

 

Nel suo intervento a Bruxelles, alle “Grandes Conférences Catholiques”, il 30 novembre 1948, De Gasperi aveva affermato che “L’Italia sarà la prima ad autoimporsi quelle autolimitazioni di sovranità che la renderanno sicura...”. L’11 marzo del 1949 il Consiglio dei Ministri presieduto da Alcide De Gasperi si pronuncia in senso unanime per l’entrata dell’Italia nel Patto Atlantico. Il PCI organizza in Parlamento e nelle piazze una durissima contestazione a questa scelta del governo italiano. Una contestazione e una lotta contro la NATO e le Basi USA e NATO in Italia che sarà portata avanti dal partito comunista per lunghi anni, fino al Berlinguer che affermerà, negli anni ’70, “di sentirsi più garantito sotto l’ombrello della NATO”.

 

 

 

3-8 aprile 1951, Roma

VII Congresso

 

“La lotta del popolo italiano per il lavoro, la libertà e la pace”: questa è la parola d’ordine del VII Congresso nazionale del PCI. De Gasperi ha portato l’Italia nell’Alleanza Atlantica, l’imperialismo USA ha lanciato la “guerra fredda” contro l’Unione Sovietica, la Germania ha già avviato un nuovo processo di militarizzazione e i temi della lotta contro la guerra e del sostegno ai “partigiani per la pace” segnano sia la relazione introduttiva di Togliatti che gli interventi dei delegati. Togliatti, nella sua relazione e proprio di fronte alla nuova aggressività militare imperialista, ribadisce sia la piena fiducia verso l’Unione Sovietica quale baluardo antimperialista e per la pace che la posizione nettamente antimperialista del PCI. Argomenta Scoccimarro, in un’interpretazione conseguentemente antimperialista e anticapitalista della lotta contro la guerra: “La difesa della pace è la base per aprire la strada a profonde riforme di struttura”. L’egemonia culturale del PCI sulla cultura italiana è già in questa primissima fase degli anni ’50 evidente. Nel suo applauditissimo intervento il grande pittore Renato Guttuso parla di come la Resistenza abbia prodotto non solo la Liberazione ma anche una grande cultura popolare attraverso la quale si è potuto superare il dominio culturale idealistico e cosmopolita e si è potuto giungere al grande cinema del neorealismo. Ed è il filosofo Cesare Luporini a portare nel dibattito congressuale i temi della ricerca politico-filosofica della rivista marxista “Società”, uno degli strumenti più importanti per la rinascita culturale italiana del dopoguerra, rivista che Luporini ha fondato con Bianchi, Bilenchi e Baldinelli. Il calabrese Mario Alicata – partigiano, critico letterario, dirigente politico di primo piano del PCI – porta all’interno del VII Congresso la testimonianza delle grandi lotte contadine che il PCI conduce in Calabria e nel sud Italia, parlando anche del successo dell’occupazione delle terre e della costituzione dei “comitati contadini per la terra” in lotta contro i latifondisti. Nel corso del dibattito congressuale si apre un vivace contraddittorio sulla questione sindacale e sulla natura del sindacato tra Togliatti, Di Vittorio e Secchia, con quest’ultimo che, pur essendo d’accordo per la ricostruzione dell’unità sindacale, pone il problema della natura di classe del sindacato (ricordiamo che dopo l’attentato a Togliatti e la successiva proclamazione dello sciopero e delle manifestazioni di lotta in tutta Italia da parte della CGIL, l’ala  cattolica esce dalla CGIL fondando la Libera CGIL, LCGIL). Di grande rilievo, tra le deliberazioni finali del VII Congresso, vi è la “Risoluzione Organizzativa” presentata da Pietro Secchia, in questo 1951 ancora responsabile nazionale dell’Organizzazione (vedremo più avanti come Secchia sarà poi estromesso da questo incarico). Vale la pena rileggere la prima parte della “Risoluzione”, poiché politicamente molto significativa, (una lezione per l’oggi, per le formazioni comuniste italiane odierne ancora incapaci di lavorare sia per una struttura organizzativa gramsciano-leninista che per la formazione dei quadri attraverso le scuole di partito): “Il VII Congresso del Partito comunista italiano ha costatato che negli ultimi tre anni, dal VI al VII Congresso, il partito ha compiuto sensibili passi innanzi. Esso è riuscito a mantenere e sviluppare i suoi legami con le masse, a mettersi alla testa di grandi lotte della classe operala, di braccianti, di contadini e di lavoratori del ceto medio e con questo ha potuto consolidare la propria organizzazione.
Gli iscritti al partito, compresi i giovani, sono aumentati da 2.252.446 a 2 milioni 580 mila 765; i collettori da 63.637 a 106.516, le cellule da 51.692 a 52.481, le cellule di fabbrica da 8.747 a 11.272, le cellule femminili da 9.278 a 12.226. Il lavoro di preparazione politica e ideologica dei quadri dirigenti è stato migliorato, esteso. Circa 60 mila dirigenti di vario grado sono passati per scuole e corsi di partito dal 1945 in poi, e nella maggioranza durante il periodo che va dal VI al VII Congresso. Il partito è diventato più combattivo e più forte, ed è in grado di assolvere meglio i compiti che gli stanno dinanzi. Ma proprio in considerazione dei risultati ottenuti e dei compiti futuri che stanno davanti alla classe operaia e ai lavoratori, è indispensabile risolvere alcuni problemi fondamentali particolarmente urgenti per mettere le nostre organizzazioni in grado di realizzare tempestivamente la linea politica del partito.

Oggi, dopo le esperienze degli ultimi anni e i risultati ottenuti, non esistono problemi acuti di ricerca di nuove forme strutturali per organizzare meglio il partito. Le forme stabilite nella pratica si sono mostrate sufficienti: occorre applicarle in ogni luogo con criterio politico, senza arrestarsi dinanzi alle difficoltà che inizialmente possono ostacolare la realizzazione. Le debolezze esistenti ancora nell’organizzazione e nel lavoro del partito non dipendono tanto dai difetti di direzione nei rapporti tra organi dirigenti e la base del partito, ma dalle deficienze nei rapporti tra il partito e le larghe masse lavoratrici. Per questo i problemi organizzativi da affrontare e da risolvere sono quelli che aiutano a organizzare e potenziare la lotta per la pace innanzitutto, le lotte per il lavoro e la libertà, sono quelli che aiutano a ottenere il rafforzamento dell’unità della classe operaia, il consolidamento e l’allargamento delle sue alleanze. In questi problemi dev’essere concentrato il massimo sforzo del partito”.

 

 

 

Luglio 1954 - Il caso Pietro Secchia

 

Pietro Secchia è stato uno dei più grandi dirigenti nazionali del PCI, probabilmente il più importante dirigente della lotta armata partigiana contro il nazi-fascismo e il maggiore esponente dell’ala conseguentemente leninista e rivoluzionaria del PCI. Nel giugno del 1945, posto a capo dell’Organizzazione del PCI, costruisce, attraverso l’applicazione concreta della visione leninista e gramsciana dell’organizzazione comunista, un partito di massa, con ben oltre 2 milioni di iscritti, con una capillare e nazionale rete di sezioni territoriali e, soprattutto, con una presenza organizzata del partito nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro e di studio che giunge a contare circa 56 mila cellule di produzione, un esercito di operai, lavoratori e lavoratrici, intellettuali organizzati direttamente nei luoghi del conflitto capitale/lavoro. Nel 1948, dopo il VI Congresso del PCI, Secchia è eletto vicesegretario nazionale del partito. Nel contesto della sua attività generale di direzione politica spiccano, tra l’altro, la forza e la capacità organizzativa con cui si mette alla testa della protesta contro l’esclusione del PCI dal governo dopo il Piano Marshall, delle lotte di massa contro l’ingresso dell’Italia nel Patto Atlantico, della mobilitazione contro la “legge truffa” del 1953 e in difesa dei partigiani e degli operai nella fase della repressione “scelbiana”. Tuttavia, nonostante l’immenso prestigio accumulato (o forse per questo) nel 1954 Secchia viene (per il caso Seniga, un suo collaboratore che si macchia di gravi colpe di fronte al partito, colpe per le quali Secchia non è in nessun modo responsabile) allontanato dagli incarichi e di fatto totalmente emarginato dal partito. Assieme a lui sarà emarginata l’intera area leninista e “secchiana” del PCI ( Alberganti, Vaia, Bera, Sacchi, tra gli altri) un’area che, per stile e senso dell’unità, non avrà reazioni contro il partito, che rimarrà in silenzio per anni fino a rialzare la testa e iniziare una battaglia politica aperta interna al PCI nella fase più alta del processo di mutazione del partito, quella berlingueriana segnata dalla rottura con l’URSS e col movimento comunista mondiale, dalla scelta della NATO e del “compromesso storico”. Una battaglia che prosegue contro la “Bolognina” di Occhetto e contro la liquidazione del PCI nel suo XX ed ultimo Congresso di Rimini del 1991.

L’emarginazione di Secchia nel 1954 contribuisce notevolmente a determinare i processi involutivi interni al PCI, a partire dalla stessa natura organizzativa del partito. Dopo Secchia, i responsabili dell’Organizzazione saranno prima Amendola e poi Berlinguer e ciò porterà allo smantellamento, negli anni, di tutta la struttura organizzativa leninista-gramsciana del partito in cellule di produzione; il PCI tornerà ad una struttura organizzativa simile a quella dei partiti socialisti della II Internazionale (strutturati solo nelle sezioni territoriali) uscendo progressivamente dalle fabbriche, dai luoghi del conflitto capitale/lavoro, dai luoghi di studio, dalle università.

 

 

 

1956 - XX Congresso PCUS

 

Dal 14 al 26 febbraio 1956 si svolge il XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS). È il Congresso in cui il Primo Segretario del partito (dopo la morte di Stalin) Nikita Chruščëv denuncia il “culto della personalità” di Iosif Stalin, avviando il cosiddetto, e ambiguo, processo di destalinizzazione. Togliatti, segretario del PCI, avverte che se tutto “il male” viene addossato a Stalin non si è più in grado di avviare una riflessione profonda sulle contraddizioni e sui lati in ombra del regime sovietico. Togliatti sostiene che se Stalin viene, idealisticamente, utilizzato come capro espiatorio di tutti i problemi dell’URSS, questi stessi problemi non possono essere affrontati e superati, nuocendo profondamente così non solo allo sviluppo sovietico ma all’intera esperienza socialista e comunista in atto nella storia. Dopo il XX Congresso del PCUS e la “destalinizzazione” si accelera, nel PCI, una linea volta a definire una propria “via italiana al socialismo” avente l’obiettivo di una “democrazia progressiva” attraverso l’applicazione completa della Costituzione italiana nata dalla Liberazione dal nazifascismo.

Tale nuova linea del PCI porterà, da una parte, alla costruzione e al consolidamento di un partito di massa e di popolo, con grandi successi elettorali. Ma probabilmente parteciperà, con le sue oggettive spinte involutive dirette a collocare stabilmente il PCI nell’alveo liberal-democratico, alla stessa mutazione politico-ideologica del partito.

 

 

 

Ottobre/novembre 1956 - Fatti d’Ungheria

 

Dal 23 ottobre al 10/11 novembre del 1956 si hanno “i fatti d’Ungheria”: una destra ungherese violenta, segnata da spinte fasciste e antisovietiche insorge a Budapest con l’intento di rovesciare il regime socialista. Come scrive la stessa testata de “L’Unità” dell’epoca, i controrivoluzionari entrano nelle case per assassinare i dirigenti socialisti. Sollecitata anche dai Paesi del Patto di Varsavia, l’Unione Sovietica interviene militarmente in Ungheria in difesa del socialismo. Pietro Ingrao, direttore de “L’Unità”, il 25 ottobre del 1956 scrive un editoriale dal chiaro titolo, “Da una parte della barricata”, intendendo dire che il PCI è dalla parte dell’intervento sovietico in difesa del socialismo. Il PSI, invece, condanna l’intervento sovietico e Pietro Nenni, leader del PSI, restituisce come forma di protesta il premio Stalin per la pace che gli era stato conferito cinque anni prima. Dopo i fatti di Ungheria si apre nel PSI un dibattito politico che vede una parte significativa del partito chiedere, nel quadro politico italiano, una “svolta al centro”. Da “sinistra” esce la corrente dei “carristi”, favorevole all’intervento sovietico a Budapest, corrente che dà vita al PSIUP. Dal PCI, in posizione critica rispetto alla linea assunta dal partito sui fatti d’Ungheria, escono, “da destra”, Antonio Giolitti, Loris Fortuna e Antonio Ghirelli.

 

 

 

8-14 dicembre 1956, Roma

VIII° Congresso

 

È un Congresso particolarmente importante nella storia del PCI. Vi è stato il XX Congresso del PCUS con l’attacco di Chruščëv a Stalin; i fatti di Ungheria; la crisi di Suez con l’occupazione militare del canale di Suez da parte di Francia, Regno Unito e Israele. Nella sua relazione Togliatti conferma la posizione antimperialista del PCI e il suo legame con il movimento comunista internazionale: “Questo ottavo congresso del Partito comunista italiano... non potrebbe essere e non sarà un congresso di ordinaria amministrazione. Se a questo si riducesse, verrebbe senz'altro meno agli scopi per cui è stato convocato...  La situazione internazionale ha avuto negli ultimi tempi sviluppi drammatici...  gli imperialisti francesi e inglesi hanno aggredito a tradimento il popolo egiziano, hanno portato la guerra nel mondo arabo. In conseguenza di questa aggressione siamo stati a poca distanza dallo scoppio di un terzo conflitto mondiale...  Anche nel mondo socialista sono accaduti fatti gravi. È proseguita con grande successo, nella maggior parte dei paesi che fanno parte di questo mondo, la costruzione pacifica di una nuova economia e di una nuova società... Nell'Ungheria... si è giunti sino a una tragica rottura, ad azioni insurrezionali e ad atti di guerra. Anche i fatti di Ungheria si sono svolti in modo tale che ha reso evidente il pericolo che non solo alcuni stati, ma tutta l'Europa fosse trascinata in un conflitto. È balenata ancora una volta agli occhi dei lavoratori la prospettiva della istaurazione di una sanguinosa tirannide fascista... il nostro partito si è investito in pieno delle decisioni, delle critiche, delle gravi denunce uscite dal XX Congresso del Partito comunista dell'Unione Sovietica. Ciò era necessario e avevamo il dovere di farlo. Il XX Congresso – ora lo si vede anche meglio di prima – è stato una tappa non solo di sviluppo, ma di svolta rinnovatrice”.

Se ferma rimane la linea antimperialista del PCI guidata da Togliatti, tuttavia, all’VIII Congresso iniziano a mostrarsi con più evidenza alcuni segni di un processo di adattamento strategico del partito all’interno della democrazia liberale, assieme allo speculare allontanamento dal progetto rivoluzionario di rottura con lo Stato borghese. L’VIII Congresso del 1956 è anche quello in cui si determina la definitiva emarginazione di Pietro Secchia, con le profonde e negative conseguenze che ciò provocherà nella futura natura politica, ideologica e organizzativa del partito.

 

 

 

Anni ’50, ’60 e primi ’70

 

Sono gli anni caratterizzati dalle grandi lotte contadine (specie al sud d’Italia), operaie, antimperialiste, a favore del Vietnam rivoluzionario e contro le Basi USA e NATO in Italia guidate dal PCI. E sono gli anni delle grandi mobilitazioni organizzate dai comunisti per lo sviluppo del Mezzogiorno e contro la mafia. Lotte che legano il PCI alle masse operaie e popolari e da cui provengono anche risultati elettorali alti e unici per i comunisti di tutta Europa. Il PCI, pur essendo sempre secondo alla DC, è il più grande partito comunista dell’occidente capitalistico e ottiene il consenso elettorale di massa che ottengono le grandi socialdemocrazie e i partiti socialisti in Europa. Riportando solo alcuni dati elettorali alla Camera dei deputati: 22,60% nel 1953; 25,26% nel 1963; 26.90% nel 1968; 27.17% nel 1972; 34% nel 1976.

 

 

 

1964-1968

Morte di Togliatti, Luigi Longo segretario.

Memoriale di Jalta, “Primavera di Praga”, integrazione europea, PCI e ’68

 

Muore a Jalta Palmiro Togliatti. Segretario del PCI diviene Luigi Longo che dichiara subito di “essere un segretario e non un capo”. Fa pubblicare il “Memoriale di Yalta”, un saggio di Togliatti che correva il rischio di rimanere riservato. Un testamento politico importante poiché delinea la nuova concezione togliattiana del “policentrismo” e cioè della fine del legame ferreo del PCI (e dei partiti comunisti) con un unico faro internazionale, con uno “stato guida”. Linea che Longo fa sua, come fa sua e pratica la linea delle diverse vie nazionali al socialismo. Longo tenta di stabilire un rapporto, essenzialmente non riuscito, tra il PCI e il movimento studentesco del ‘68 che, nell’essenza, critica il processo di integrazione del PCI nel sistema complessivo borghese. In relazione alla “Primavera di Praga” e all’intervento sovietico in Cecoslovacchia del 1968, Longo, a nome del PCI, esprime il suo “grave dissenso” verso l’Unione Sovietica, differenziandosi e differenziando il PCI dalla grandissima parte del movimento comunista mondiale (compreso Fidel Castro e il Partito Comunista di Cuba) che sceglie di stare a fianco dell’URSS e del campo socialista. Con Longo il PCI muta la propria posizione in relazione all’integrazione europea, a lungo combattuta e severamente criticata dai comunisti italiani. Con la segreteria Longo il PCI assume una posizione molto più favorevole all’integrazione europea (“per un’Europa dei popoli”, che è più o meno la stessa, ambigua e moderata, parola d’ordine dell’attuale sinistra italiana europeista) e pertanto accoglie anche la nuova linea dell’“Ostpolitik” messa a punto dal leader della Socialdemocrazia tedesca Willy Brandt, che prevede il superamento dei blocchi contrapposti tra USA e URSS, una linea “pacifista” all’interno della quale, tuttavia, rischia di opacizzarsi il problema del dominio imperialista.

Durante la segreteria Longo si apre nel PCI lo scontro tra “amendoliani” (d’orientamento essenzialmente socialdemocratico) e “ingraiani” (d’orientamento “movimentista”). Uno scontro che prende corpo all’11esimo Congresso del PCI (Roma, 25-31 gennaio 1966, il Congresso successivo alla morte di Togliatti) e che vede uscire vincitore Amendola, con l’appoggio di Longo.

 

 

 

Enrico Berlinguer

 

Al XII Congresso nazionale del PCI (Bologna, 8-15 febbraio 1969) al segretario Longo, seriamente malato, viene affiancato Enrico Berlinguer, scelto dalla Direzione a scapito di Giorgio Napolitano.

L’11 giugno del 1969 Berlinguer, a Mosca, interviene alla Conferenza internazionale dei partiti comunisti. Il suo discorso è il primo della lunga serie dei suoi interventi di durissima critica all’Unione Sovietica che avrebbe caratterizzato la sua stessa esperienza politica generale. Sarà eletto segretario del PCI nel marzo del 1972, al XIII Congresso.

Nell’autunno del 1973, attraverso tre articoli su “Rinascita”, lancia il progetto politico del “compromesso storico”, per un rapporto di collaborazione stretto tra PCI e DC sino ad un governo unitario. Berlinguer propone il “compromesso” dopo il “golpe” militare e fascista di Pinochet contro il governo di sinistra Allende, in Cile.

In concomitanza con il progetto del “compromesso storico” Berlinguer lavora assiduamente per la messa in campo (assieme al Partito Comunista di Spagna e del Partito Comunista Francese, ma con la contrarietà del Partito Comunista Portoghese, del Partito Comunista Greco e pressoché di tutti gli altri partiti comunisti europei) dell’ “eurocomunismo”, un progetto che si sarebbe ben presto rivelato di rottura con il movimento comunista internazionale, con l’URSS e con il campo socialista e sarebbe infine sfociato nel rapporto preferenziale con le socialdemocrazie europee.

Nell’orizzonte del “compromesso storico” con la DC e nel progetto più moderato ed europeista dell’“eurocomunismo”, Berlinguer rilascia, nel giugno del 1976, un’intervista a Giampaolo Pansa per il Corriere della Sera, nella quale dichiara di “sentirsi più sicuro all’interno del Patto Atlantico”, un’affermazione che sconvolgerà tanta parte dei militanti comunisti e rassicurerà sia la DC che la borghesia italiana.

Il 14 ottobre del 1977, sempre nello spirito del “compromesso storico”, Berlinguer scrive una lettera a Monsignor Luigi Bettazzi, vescovo di Ivrea, nell’intento di aprire al mondo cattolico e rassicurare la Chiesa per un eventuale governo DC-PCI.

Il 3 novembre del 1977, 60esimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, Berlinguer – attraverso un intervento che avrebbe ancor più dilatato le distanze con i partiti comunisti e sarebbe stato invece molto apprezzato da Gorbaciov e dalla socialdemocrazia europea – interviene a Mosca, chiarendo una volta per tutte al movimento comunista mondiale che il PCI ha scelto strategicamente la via del parlamentarismo liberal-democratico.

Il 5 gennaio del 1978 Berlinguer, accompagnato da Luciano Barca, incontra privatamente Aldo Moro e il 26 gennaio il C.C. del PCI rilancia “l’esigenza” di un governo con la DC.

Aldo Moro viene rapito dalle Brigate Rosse il 16 marzo del 1978 e ucciso il 9 maggio. Il “compromesso storico”, in relazione a tutto ciò, inizia a trasformarsi in una proposta politica ancor più moderata, la “solidarietà nazionale”, “offerta” dal PCI alla DC, (e all’interno della quale prende tra l’altro corpo, su sollecitazione politico-teorica di Berlinguer e di Lama, segretario della CGIL, la concezione del salario come “variabile indipendente”, cavallo di Troia per far “tirare la cinghia” ai lavoratori).

La proposta complessiva di un governo con la Dc non premia tuttavia, il PCI: nelle elezioni del 3 giugno ’78 scende, dal 34,4% al 30,4% (DC al 38,3%) e si capirà che i voti sono persi soprattutto tra i giovani e i ceti disagiati. E alle successive elezioni europee il PCI scende ulteriormente, ottenendo il 29,5% (DC al 36,4%).

Nel dicembre del 1979 l’Unione Sovietica interviene in Afghanistan, chiamata dal governo rivoluzionario di Kabul a difendere il socialismo afghano contro il quale l’imperialismo USA arma e organizza militarmente i talebani e il loro progetto sociale reazionario. La Direzione nazionale del PCI condanna l’intervento sovietico e Berlinguer definisce l’URSS “una potenza imperialista”. Nel suo intervento al Parlamento europeo del gennaio 1980, ribadendo la stigmatizzazione da parte del PCI dell’intervento sovietico in Afghanistan, dichiara anche la volontà precisa del PCI di rimanere nell’Alleanza Atlantica.

Il fallimento della proposta del compromesso storico e della solidarietà nazionale (che anche tanto disagio avevano creato nella base del PCI e nel suo elettorato) spingono Berlinguer a lanciare (Festa dell’Unità di Torino, 20 settembre 1981) l’“Alternativa Democratica”, che il segretario del PCI distingue da un’alternativa di sinistra, non ritenuta possibile per la fase.

Il 12 ottobre 1980 Berlinguer incontra a Cuba Fidel Castro che ribadisce al segretario del PCI la propria posizione a fianco dell’Unione Sovietica e del campo socialista e antimperialista.

Il 15 dicembre del 1981, in un intervento televisivo a “Tribuna Politica”, Berlinguer (a partire “dai fatti polacchi” e ribadendo la condanna già espressa dalla Direzione nazionale del PCI contro il tentativo di Jaruzelski volto a difendere il socialismo polacco dall’attacco portato simultaneamente da Lech Wałęsa e dal sindacato prettamente cattolico Solidarność, dalle forze imperialiste e dalla Chiesa con a capo papa Wojtyla) afferma che “si è esaurita la forza propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre”. È “lo strappo” definitivo non solo con l’URSS ma con grandissima parte del movimento comunista mondiale.

Al C.C. del 29 dicembre del 1981 Berlinguer rafforza, inasprendole nelle conclusioni, le durissime critiche all’Unione Sovietica e al campo socialista. Allo stesso C.C. è Armando Cossutta a replicare a Berlinguer, mentre altre severissime critiche contro il segretario del PCI giungono in tempi brevi sia dal “Rude Pravo” (organo del Partito Comunista della Cecoslovacchia) sia dalla stessa “Pravda” che – in lungo e impegnato articolo, “Contro gli interessi della pace e del socialismo”, che darà la stura ad una lunga e violenta polemica tra “l’Unità” e “La Pravda”, sembra voler inchiodare Berlinguer alle sue responsabilità.

Nel 1984, al XVI Congresso del PCI, Berlinguer viene rieletto segretario; muore l’11 giugno del 1984 dopo essere stato colpito da una tragica emorragia cerebrale durante il comizio a Padova del precedente 7 giugno.

 

 

 

Natta, Occhetto, la fine del PCI

 

Dopo la morte di Berlinguer viene eletto segretario Alessandro Natta, che tenta di smussare la polemica con l’Unione Sovietica, anche attraverso un viaggio a Mosca che susciterà polemiche all’interno del partito (a tanto si era arrivati...).

Al XVII Congresso di Firenze, che va dal 9 al 13 aprile 1986, Natta è rieletto segretario, ma viene colpito da un ictus il 30 aprile del 1988 e, dopo le sue dimissioni (21 giugno), segretario del PCI diviene Achille Occhetto.

Il XVII Congresso, anticipato in virtù della sconfitta alle elezioni regionali del 1985, accelera i processi di decomunistizzazione del partito, anche attraverso il progetto di rendere il PCI parte integrante della Sinistra Europea, rompendo ogni residuo legame col movimento comunista. Si oppongono a tale progetto sia la frazione di “Interstampa” (la rivista nata dall’impulso dell’area “secchiana” di Vaia, Bera, Sacchi, Ricaldone affiancati da tanti nuovi quadri giovani del PCI) che Armando Cossutta e Guido Cappelloni.

Tra il 18 e il 22 marzo del 1989 si tiene a Roma il XVIII Congresso. Achille Occhetto, nelle conclusioni, pone il PCI al centro “di tutti i processi riformatori, ad Est come ad Ovest”, riconosce “il valore universale della democrazia” (liberale, N.d.R.) e il mercato “come misuratore di efficienza e fattore propulsivo del sistema economico” pur aggiungendo che “le finalità sociali, ecologiche di uno sviluppo sostenibile non scaturiscono spontaneamente dagli automatismi di mercato”. Con questo taglio Occhetto porta a totale compimento quel lungo processo di fuoriuscita dalla cultura comunista, rivoluzionaria, iniziata nel PCI molti anni prima.

A conferma di ciò, il nuovo e ultimo segretario del PCI, intervenendo ad una manifestazione di partigiani alla Bolognina (quartiere di Bologna) il 12 novembre 1989, annuncia a sorpresa il cambiamento del nome (e, definitivamente, della natura politica) del PCI.

Nel marzo del 1990, a Bologna, si tiene il XIX, straordinario, Congresso.  All’Assise vengono presentate tre diverse mozioni:

-  Dare vita alla fase costituente di una nuova formazione politica è quella di Achille Occhetto, che punta a superare il PCI “per una nuova formazione politica democratica, popolare, riformatrice, aperta a componenti laiche e cattoliche”;

- Per un vero rinnovamento del PCI e della sinistra, mozione firmata dai cosiddetti neocomunisti (tra gli altri, Angius, Castellina, Chiarante, Ingrao, Minucci, Tortorella), i quali sono per una profonda trasformazione e democratizzazione di un PCI che tuttavia non cambi nome;

- Per una democrazia socialista in Europa è la mozione presentata dall’area di Cossutta, mozione diretta al rilancio di un partito comunista anticapitalista e antimperialista.

A dimostrazione di quanto la mutazione ideologica sia penetrata da anni, da decenni, nel corpo del partito e di quanto sia sbagliato e opportunista addebitare solo ad Occhetto il dissolvimento del PCI, l’esito del Congresso vede il 67% dei delegati votare per la mozione di Occhetto, rieletto segretario generale.

Il 31 gennaio del 1991 si apre a Rimini il XX ed ultimo Congresso del PCI, che ratificherà la nascita del Partito Democratico della Sinistra. Tre diverse mozioni si confrontano:

- quella di Occhetto, “Per il Partito democratico della sinistra”;

- quella di “Rifondazione comunista” (sottoscritta, tra gli altri, da Angius, Ingrao, Magri, Natta, Garavini, Serri, Cossutta, Libertini, Salvato, Castellina, Tortorella), con la quale si gettano le basi per la scissione dal Partito Democratico della Sinistra e per la costruzione di un nuovo partito comunista;

- quella intitolata “Per un moderno partito antagonista e riformatore”, sottoscritta, tra gli altri, da Bassolino, Asor Rosa, Minucci, Tronti.

Vincerà la mozione di Occhetto decretando la fine del PCI.

 

 

 

31 gennaio-4 febbraio 1991

 

A Rimini si tiene il XX Congresso del PCI nel quale, il 3 febbraio, si sancisce la nascita del Partito Democratico della Sinistra. Occhetto, dopo una prima votazione invalidata per l'assenza del quorum, risulta eletto segretario con il 72% dei voti dei delegati.

PCD’I - PCI

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la Redazione