Paul Marlor Sweezy è un economista marxista lontano sia dal dogmatismo che dal revisionismo.

Tra i massimi studiosi del capitalismo, appartiene alla schiera di quei marxisti che ritengono il pensiero di Marx ancora vitale ma bisognoso di aggiornamenti alla luce di una realtà in continuo cambiamento.

Nato a New York il 10 aprile del 1910, studia alla Harvard University, dove si laurea nel 1931 e consegue il dottorato nel 1937. Nei cinque anni successivi, nella stessa università, è assistente di Schumpeter e tiene dei corsi sulle teorie economiche socialiste.

Lasciato l’insegnamento, nel 1942 pubblica il saggio “La teoria dello sviluppo capitalistico” e nel 1949 fonda con Leo Huberman una rivista, la “Monthly Review”, che nel 1952 diventa anche casa editrice. Molti dei suoi articoli, scritti per la rivista, sono raccolti ne “Il presente come storia” (1953) e in “Capitalismo moderno” (1972).

Nel 1954 viene accusato di svolgere attività antiamericane. A causa del rifiuto di fare i nomi dei propri collaboratori, viene condannato per oltraggio alla Corte. Viene poi prosciolto dalla Corte Suprema tre anni più tardi.  

Tra le sue opere principali, possiamo citare “Cuba: anatomia di una rivoluzione” (1960), “Il socialismo a Cuba” (1969), scritte con Leo Huberman, “Il capitale monopolistico” (1966), coautore Paul A. Baran, e “La fine della prosperità in America” (1977), scritto con Harry Magdoff. 

LA TEORIA DEL SOTTOCONSUMO

Sweezy mette al centro della sua analisi il concetto di “surplus economico”, cioè la differenza tra ciò che la società produce e i costi necessari per produrlo, ritenendo che il surplus sia un indicatore della produttività e della ricchezza di una società, che esso riveli la libertà di cui dispone una società per conseguire gli obiettivi che si propone e, infine, che la modalità di assorbimento del surplus (consumo, investimento e spreco) mostri in che modo la società usa quella libertà.

Per Sweezy, le contraddizioni interne del capitalismo risiedono principalmente nell’insufficienza della domanda e quindi nel “sottoconsumo”. 

È infatti propria del capitalismo la tendenza a espandere la capacità di produrre beni di consumo (offerta potenziale) più rapidamente della domanda di beni di consumo (domanda potenziale). Per Sweezy, questa tendenza si manifesta in due modi: come crisi o come ristagno della produzione.

Nel primo caso, quando si presenta come crisi, si registra un aumento dell’offerta potenziale, attraverso l’acquisto di nuovi mezzi di produzione e quindi anche di nuova forza lavoro, fino al momento in cui l’offerta di beni di consumo non supera la domanda di beni di consumo. A quel punto, la produzione di beni di consumo e la produzione di capacità addizionale (quindi l’acquisto di nuovi mezzi di produzione) vengono interrotte.

Nel secondo caso, quando si manifesta come ristagno, vi sono risorse produttive inutilizzate (sottoccupazione dei fattori produttivi) perché il loro utilizzo produrrebbe beni di consumo in eccesso rispetto alla domanda di beni di consumo.

La dimostrazione formale della tendenza al sottoconsumo, sia quando si manifesta come crisi sia quando si manifesta come ristagno della produzione, viene presentata nel libro “La Teoria dello sviluppo economico”.

In quest’opera, Sweezy parte dal presupposto che i lavoratori consumino completamente il loro salario, che viene considerato come variabile e non risolto in termini di sussistenza, e che il capitale variabile addizionale speso dai lavoratori sotto forma di beni di consumo realizzi una parte del surplus. Inoltre, divide il surplus, in continua crescita, in quattro parti: la prima corrisponde al consumo dei capitalisti del periodo precedente, la seconda all’aumento di consumo dei capitalisti, la terza serve a impiegare lavoratori addizionali e la quarta ad aumentare il capitale costante. Mentre l’investimento è costituito dalla quarta parte, l’accumulazione dei capitalisti corrisponde alla somma della terza e della quarta parte.

Sweezy sostiene che i capitalisti industriali producono soltanto per arricchirsi. Per questo cercano di conseguire i più alti profitti possibili aumentando la quota di surplus accumulato e, all’interno di questa, aumentando l’investimento, cioè la quota di accumulazione investita in nuovi mezzi di produzione.

Il consumo è in aumento perché i capitalisti aumentano il loro consumo e perché spendono una parte del surplus accumulato in salari addizionali. Ma, poiché l’incremento del consumo dei capitalisti rappresenta una parte decrescente del surplus e l’incremento del consumo dei lavoratori corrisponde a una quota sempre decrescente dell’accumulazione totale, la conseguenza è che il saggio di aumento del consumo (= incremento del consumo / consumo totale) diminuisce rispetto al saggio di aumento dei mezzi di produzione (= investimento / totale dei mezzi di produzione).

Inoltre, poiché i metodi di produzione e le caratteristiche tecniche della produzione determinano un preciso rapporto tra la massa dei mezzi di produzione e la produzione dei beni di consumo, la struttura tecnica del processo di produzione impone un’approssimativa stabilità del “rapporto tra il saggio di aumento della produzione di beni di consumo e il saggio di aumento dei mezzi di produzione”.

Quindi, poiché i capitalisti agiscono in maniera tale da provocare una costante diminuzione del rapporto tra saggio di aumento del consumo e saggio di aumento dei mezzi di produzione e poiché la natura del processo di produzione impone un’approssimativa stabilità del rapporto tra saggio di aumento della produzione dei beni di consumo e saggio di aumento dei mezzi di produzione, Sweezy può concludere che “l’aumento del consumo ha una tendenza intrinseca a rimanere indietro rispetto all’aumento della produzione di beni di consumo”.

Tuttavia, per Sweezy, il “sottoconsumo” non va contrapposto alla “sproporzione” perché il sottoconsumo è un caso speciale di sproporzione, cioè la sproporzione tra l’aumento della domanda di beni di consumo e l’aumento della capacità di produrre beni di consumo. Una sproporzione che, dal suo punto di vista, non deriva dal carattere non coordinato e non pianificato del capitalismo ma dall’intima natura del capitalismo stesso.

IL CAPITALISMO MONOPOLISTICO

I processi di concentrazione e centralizzazione del capitale che conseguono all’evolversi del capitalismo concorrenziale, dove la competizione tra imprese di piccole dimensioni passa essenzialmente attraverso lo strumento della riduzione dei prezzi, conducono allo stadio del capitalismo monopolistico.

In questo sistema economico, la forma di mercato più diffusa è l’oligopolio; l’unità economica tipica non è la piccola impresa ma un’impresa di grandi dimensioni che produce una parte importante del prodotto di un’industria e che è motivata dal profitto di lungo periodo e dalla spartizione del mercato; lo Stato interviene attivamente nella formazione e nella gestione della domanda.

Sweezy afferma che, nel capitalismo monopolistico, il surplus economico ha una forte e sistematica tendenza ad aumentare, sia in cifra assoluta sia come quota della produzione complessiva (a scapito di quella del lavoro), per la natura delle politiche dei prezzi e dei costi delle grandi imprese. 

Infatti, in un sistema dove prevalgono situazioni oligopolistiche, si registra una significativa tendenza al rialzo nel livello generale dei prezzi perché le grandi imprese, anche attraverso accordi come i cartelli, hanno il potere di “fare i prezzi”. 

Inoltre, nelle industrie oligopolistiche, dove la concorrenza non si gioca sul prezzo ma su altre pratiche di mercato come la differenziazione del prodotto, le grandi imprese hanno un forte incentivo a ridurre i costi di produzione perché quelle che hanno costi minori, potendosi permettere maggiore ricerca e pubblicità, risultano vincenti sul mercato.

Pur avendo la tendenza a generare quantità sempre maggiori di surplus, il capitalismo monopolistico presenta delle difficoltà a creare gli sbocchi di consumo e d’investimento necessari per assorbire il surplus crescente. Addirittura, gli investimenti esteri delle grandi imprese, trasferendo nel Paese dell’impresa che investe il surplus generato all’estero, aggravano il problema.

Ne consegue che il capitalismo monopolistico è un sistema caratterizzato da crisi e con la tendenza a cadere in una fase di ristagno permanente. Infatti, il mancato assorbimento del surplus economico crea un vuoto di domanda che rende potenziali e non reali i profitti e si traduce in capacità in eccesso e disoccupazione. 

Allora, per assorbire il surplus, gli operatori pubblici e privati cercano delle modalità per stimolare la domanda effettiva. Sweezy, nel testo “Il capitale monopolistico”, dichiara che queste modalità, oltre che nel consumo e nell’investimento, consistono anche nello spreco perché contribuiscono a creare dei bisogni e a produrre dei beni e servizi inutili, superflui o addirittura dannosi.

La prima individuata da Sweezy è la promozione delle vendite attraverso tecniche dirette e indirette come la pubblicità, il cambiamento di presentazione dei prodotti o la variazione di prodotto.

Queste tecniche sono principalmente delle forme di spreco che permettono alle imprese di differenziare i loro prodotti da quelli dei loro concorrenti e, quindi, di sottrarre quote di mercato ai concorrenti. Ma la loro importanza economica non sta nel fatto che determinano una redistribuzione della spesa dei consumatori tra differenti beni: esse hanno rilevanza economica in quanto rappresentano uno dei modi di utilizzazione del surplus e aumentano la domanda globale effettiva, l’occupazione e il reddito. La pubblicità, in particolare, attraverso i cambiamenti della moda, la creazione di nuovi bisogni o l’introduzione di nuovi mezzi di distinzione sociale, conduce una guerra incessante contro il risparmio e a favore del consumo.

Un altro modo individuato da Sweezy è la spesa pubblica. Anche lo Stato, infatti, può influenzare il processo di assorbimento del surplus, la domanda effettiva, il reddito e l’occupazione.

La spesa pubblica può essere scomposta in tre componenti: 1) le spese civili, che comprendono tutti gli acquisti di beni e servizi a scopi civili da parte dell’amministrazione pubblica (pubblica istruzione, viabilità, sanità, conservazione delle risorse naturali, edilizia, pubblica sicurezza, giustizia); 2) i trasferimenti, che comprendono ad esempio i sussidi di disoccupazione, le pensioni di vecchiaia e gli interessi del debito pubblico; 3) le spese militari, che comprendono tutti gli acquisti di beni e servizi per scopi militari meno le vendite di articoli militari.

Il terzo modo per assorbire il surplus economico è rappresentato dal credito e dalla finanza.

Per Sweezy, l’indebitamento privato e la spesa per le attività finanziarie, assicurative e immobiliari costituiscono una modalità di stimolo della domanda effettiva e un indispensabile sostegno del livello di reddito e di occupazione.

LA SPESA PUBBLICA

Sweezy pensa che, nel capitalismo monopolistico, la condizione normale sia la produzione a capacità ridotta. Il sistema, infatti, non riesce a generare una domanda effettiva sufficiente ad assicurare la piena utilizzazione del lavoro e degli impianti produttivi.

Lo Stato, attraverso la spesa pubblica, può creare ulteriore domanda effettiva, non soltanto spendendo di più di quello che incassa e pareggiando la differenza con forme di “deficit financing”, come l’emissione di nuova moneta o l’indebitamento con le banche. Se vi sono disoccupazione e impianti inutilizzati, lo Stato può creare domanda addizionale anche con un bilancio in pareggio, quindi anche se il volume di spesa pubblica è accompagnato da un equivalente volume di tassazione. Per Sweezy, l’influenza dello Stato sul livello della domanda effettiva è funzione sia dell’ammontare del deficit che del livello assoluto della spesa pubblica.

Perciò, dato che il capitalismo monopolistico è incapace di trovare impieghi privati al surplus economico e dato che, quindi, lo Stato deve aumentare continuamente la propria spesa pubblica per creare reddito e riportare nella produzione il capitale e il lavoro che sono inutilizzati, Sweezy esamina quali sono le componenti di spesa pubblica che aumentano.

Nonostante, come sostegno all’economia, le spese finalizzate al benessere della società (spese civili e trasferimenti) abbiano la stessa efficacia delle spese militari, Sweezy dichiara che la spesa pubblica viene aumentata soprattutto nel campo della spesa militare e che la ragione di questo va individuata nelle caratteristiche del potere politico nella società del capitalismo monopolistico.

Sweezy mostra che il normale sistema politico del capitalismo, sia concorrenziale che monopolistico, è la democrazia borghese dove il voto è la fonte nominale del potere politico e il denaro è la fonte reale: il sistema, cioè, è democratico nella forma e plutocratico nella sostanza. Le fonti di mezzi finanziari, cioè coloro che detengono i mezzi finanziari, sono anche le fonti di potere politico.

Mentre nel capitalismo concorrenziale l’unica fonte di mezzi finanziari è costituita dal capitale bancario, nel capitalismo monopolistico le grandi imprese si aggiungono alle banche. Infatti, in questa fase, le imprese si liberano parzialmente dal problema di reperire risorse finanziarie esterne perché possono autofinanziarsi grazie alla loro capacità di accumulare risparmi interni.

Così, chi effettivamente comanda nel capitalismo monopolistico è un’“oligarchia finanziaria” composta da “un pugno di industriali e banchieri”. 

Di conseguenza, la direzione e l’entità della spesa pubblica devono essere compatibili con gli interessi, i privilegi e l’ideologia di questa élite finanziaria.

Nel caso della spesa pubblica civile e dei trasferimenti, l’oligarchia finanziaria si oppone quando l’aumento di questo tipo di spesa pubblica determina una situazione di concorrenza nei confronti dell’iniziativa privata e quando attacca i privilegi dell’oligarchia stessa. 

Sweezy porta gli esempi della sanità e dell’istruzione. 

Nel primo caso, afferma che nessuno è contrario a una spesa pubblica minima per la sanità che possa tenere sotto controllo le epidemie ma, non appena si supera il minimo necessario, i potenti interessi costituiti in campo sanitario si fanno sentire fino al punto di impedire un’ulteriore espansione della spesa.

Nel secondo caso, l’élite vuole un sistema scolastico che consista di due parti: una, costituita dalle scuole private molto costose e quindi abbondantemente finanziate da chi le frequenta, che deve essere destinata all’oligarchia e che deve costituire un segno di distinzione sociale; l’altra, costituita dalle scuole pubbliche a basso costo, che è destinata alla grande maggioranza dei giovani e che deve produrre “materiale umano” adatto a modesti lavori e a modeste posizioni sociali. Di conseguenza, l’élite osteggia gli aumenti della spesa per la scuola pubblica oltre il minimo perché teme che essi possano minare la disuguaglianza dell’istruzione e quindi la stabilità della struttura di classe.

La spesa militare, invece, non determina situazioni di concorrenza nei confronti dell’iniziativa privata e non attacca i privilegi dell’oligarchia stessa.

Infatti, dato che l’amministrazione militare rappresenta un cliente per l’industria privata di forniture militari, gli interessi privati dell’oligarchia, lungi dal creare opposizione alla spesa militare, ne incoraggiano la continua espansione.

Inoltre, la militarizzazione, determinando un rispetto cieco per l’autorità e insegnando una condotta di conformismo e di sottomissione, contribuisce a creare un’atmosfera nella quale l’élite sente che la sua autorità morale e la sua posizione materiale sono sicure in quanto frutto di un’innata superiorità naturale.

LA FINANZA E IL CREDITO

Secondo Sweezy, anche la finanza rappresenta un modo per assorbire il surplus economico. Infatti, le imprese, nel tentativo di risolvere i problemi di realizzazione, cioè di trovare degli sbocchi per assorbire il crescente surplus, dirigono una parte crescente del prodotto dello sfruttamento verso attività finanziarie, assicurative o immobiliari.

In questo modo, si mette in moto un processo di finanziarizzazione dell’economia perché la spesa delle imprese per questo tipo di attività non produce beni ma trasforma denaro in altro denaro senza l’intermediazione della fase di produzione; inoltre, questa spesa delle imprese conduce a una crescita incredibile dei mercati finanziari che sono totalmente slegati da qualsiasi produzione reale e sposta il centro del potere dai consigli di amministrazione dei grandi gruppi industriali ai vertici delle banche e delle società finanziarie.

Nel saggio La fine della prosperità in America, si concentra sul crescente ruolo dell’indebitamento privato (credito al consumo) e, all’interno di questo, analizza in particolare il ruolo dell’indebitamento delle famiglie come mezzo per stimolare la domanda effettiva.

Il crescente ricorso al debito da parte dei privati è infatti la conseguenza della politica monetaria espansiva da parte della banca centrale, una politica di denaro facile che consiste nell’aumento dell’offerta di moneta e nella riduzione dei tassi d’interesse e che spinge anche i lavoratori con salari minimi a indebitarsi per reperire risorse finanziarie e incrementare così i consumi.

LA NATURA IRRAZIONALE DEL CAPITALISMO

 

La cronica incapacità, da parte del sistema di capitalismo monopolistico, di assorbire tutto il surplus economico prodotto dà luogo a crisi perché il surplus non assorbito non si traduce in profitto ma in eccedenze di merci, disoccupazione e capacità produttiva inutilizzata. Anche se, poi, la crisi viene superata per mezzo di elementi come la promozione delle vendite, la spesa pubblica, il credito e la finanza, che stimolano la domanda effettiva e consentono periodi anche lunghi di prosperità, essa riaffiora non appena diminuiscono questi stimoli. Di conseguenza, per Sweezy, il sistema tende al ristagno, quindi alla sottoccupazione dei fattori produttivi.

Inoltre, egli considera il capitalismo monopolistico un sistema non democratico perché tutte le decisioni politiche importanti vengono prese da una ristretta élite che dispone di un grande potere economico e del completo controllo dell’apparato politico e culturale della società.

Sweezy afferma che il capitalismo monopolistico è anche un sistema che genera ricchezza per pochi e miseria per molti, attribuendo alla miseria il significato di condizione in cui vivono i membri di una società che non hanno redditi sufficienti per procurarsi ciò che in quel momento e in quel contesto si considera il minimo di sussistenza. Aggiunge poi che, alla radice della miseria capitalistica, si trova sempre la disoccupazione che diminuisce direttamente i redditi e il potere contrattuale dei lavoratori. 

Il capitalismo monopolistico, quindi, non è democratico e polarizza il reddito e la ricchezza. 

Per queste ragioni, Sweezy definisce questo sistema “irrazionale” e lo ritiene una fonte permanente di disagi e di conflittualità diffusa.

Tuttavia, la probabilità di “un’efficace azione rivoluzionaria” che possa mettere in discussione e rovesciare, anche gradualmente, il sistema dall’interno è, dal suo punto di vista, esigua.

In primo luogo perché il proletariato è diviso, debole e non sempre rivoluzionario. Il proletariato è diviso in quanto è un insieme di gruppi eterogenei e sparpagliati ed è debole perché l’oligarchia, con lo scopo di controllarli, mette un gruppo contro l’altro mediante sussidi ed elargizioni. Inoltre, i lavoratori e le altre “vittime del sistema”, come i disoccupati o gli immigrati, non sono sempre rivoluzionari perché, in quanto condizionati in larga misura dall’ideologia borghese, non vogliono uscire dal sistema capitalistico ma integrarsi nel sistema come consumatori.

In secondo luogo, perché il sistema non può essere messo in discussione neanche dalle politiche economiche di sostegno alla domanda. Infatti, le politiche economiche di sostegno alla domanda possibili nella società del capitalismo monopolistico (ad esempio l’espansione della spesa pubblica militare) sono quelle che non intaccano gli effettivi rapporti di potere e che non alterano la struttura dell’economia ma hanno i connotati volti a rafforzare il capitalismo monopolistico stesso.

RIVOLUZIONE E CONTRORIVOLUZIONE

Sweezy concepisce il capitalismo come un sistema internazionale e gerarchico e sostiene che la gerarchia delle nazioni che costituiscono il sistema capitalistico dipende dai rapporti di sfruttamento.

I Paesi al vertice sfruttano tutti gli altri mentre i Paesi che si trovano a un certo livello sfruttano quelli che stanno più in basso; ogni Paese, collocato a un dato livello, cerca di sfruttare il maggior numero possibile di Paesi che stanno più in basso e di esserne l’unico sfruttatore; infine, ogni Paese sfruttatore ha rapporti antagonistici sia con i Paesi sfruttati sia con gli altri sfruttatori. 

Sweezy chiama “metropoli” i Paesi capitalistici più sviluppati che si trovano al vertice o vicino al vertice e “colonie” quelli sottosviluppati che stanno alla base o vicino alla base. Inoltre, definisce le forme coloniali di dominio e sfruttamento “imperialismo” e l’area di sfruttamento di un dato Paese, e quindi delle grandi imprese che controllano il Paese, “impero”.

La crisi generale del sistema di capitalismo monopolistico può derivare, secondo Sweezy, principalmente da due fattori: in primo luogo, la lotta di liberazione dei popoli della periferia; in secondo luogo, l’esistenza del socialismo (definito da Sweezy “la proprietà statale dei centri vitali dell’economia in accordo con un piano economico”) e la sua capacità di attrazione.

La crisi è quindi un processo che parte dalla periferia del sistema, in particolare dalle lotte anticoloniali dei popoli mossi dal desiderio d’indipendenza nazionale. Successivamente, per Sweezy, le lotte anticoloniali acquisiscono una connotazione anticapitalistica, per l’incapacità del capitalismo di risolvere i problemi economici, sociali e demografici delle colonie, e socialista, per la capacità di attrazione del socialismo come sistema, invece, in grado di risolvere quei problemi. Di conseguenza, un numero sempre maggiore di colonie esce dal sistema capitalistico e diventa socialista.

Se poi, divenuti socialisti, questi Stati progrediscono nella nuova situazione dimostrando l’efficacia di questo sistema economico alternativo al capitalismo, qualunque Paese sfruttato del mondo ha la tentazione di seguirne l’esempio. Lo scopo principale per la maggior parte delle colonie diventa pertanto quello di uscire dal sistema capitalistico mondiale e avviare la ricostruzione economica e sociale su basi socialiste. 

Così, ha luogo quella che Sweezy chiama la “rivoluzione mondiale”: la diffusione anche nelle metropoli, grazie all’appoggio determinante delle componenti emarginate e dei gruppi politici rivoluzionari, di varie forme di guerra rivoluzionaria per uscire dal sistema capitalistico e costruire il socialismo, “una società razionale che soddisfa in modo umano i bisogni degli uomini”.

Questo processo non è però, per Sweezy, semplice perché l’oligarchia finanziaria delle metropoli, la quale dispone del potere economico e ha il controllo dell’apparato politico e culturale nel capitalismo monopolistico, reagisce mettendo in campo una strategia di “controrivoluzione globale”, una lotta, al tempo stesso fuori e dentro l’impero, contro il sistema socialista per limitarne l’espansione, ridurlo in un’area la più limitata possibile e infine distruggerlo.

Sweezy spiega che la ragione dell’ostilità dell’élite finanziaria nei confronti dell’esistenza del socialismo, dentro e fuori il Paese di appartenenza, è economica, politica e ideologica perché il socialismo non è compatibile con i suoi interessi, i suoi privilegi e la sua ideologia.

Il socialismo è un sistema che combatte le disuguaglianze presenti nella società. La lotta alle disuguaglianze viene condotta anche attraverso politiche che includono la fissazione di elevate aliquote delle imposte patrimoniali. Di conseguenza, l’oligarchia finanziaria contrasta la diffusione nel proprio Paese di un sistema che non dà quelle possibilità di rapido arricchimento che offre il capitalismo e che va ad attaccare il principio capitalistico secondo il quale le disuguaglianze presenti nella società sono il risultato delle capacità superiori o inferiori di cui ognuno è dotato.

Gli Stati capitalistici, inoltre, non commerciano tra loro in prima persona perché la maggior parte del commercio capitalistico è svolto da imprese private, prevalentemente grandi società per azioni, che non sono interessate al commercio in quanto tale ma ai profitti. Così, la ragione per cui le imprese private dei Paesi capitalistici più sviluppati e gli Stati da esse controllati si oppongono alla diffusione del socialismo non sta nel fatto che questo riduce le loro possibilità di importare o di esportare ma nel fatto che esso necessariamente riduce le loro possibilità di trarre profitto dall’attività economica svolta con e nei Paesi sottosviluppati che diventano socialisti. Infatti, se si tiene conto del fatto che, per le imprese private delle metropoli, i saggi di profitto derivanti dall’attività economica svolta con e nelle colonie sono molto più grandi di quelli interni, si capisce la ragione dell’opposizione da parte dell’oligarchia alla diffusione proprio nelle colonie di un sistema che non permette sfruttamento e, quindi, cospicui profitti.

Le grandi imprese private dei Paesi capitalistici più sviluppati vogliono poi il controllo monopolistico delle fonti estere di rifornimento e dei mercati esteri in modo da essere in grado di comprare e vendere alle condizioni più favorevoli possibili. Per questo, esse hanno bisogno di Paesi sottosviluppati disposti ad adeguare le leggi e le politiche in materia di imposte o di lavoro alle esigenze di queste grandi imprese. Così, l’élite finanziaria contrasta il socialismo anche perché esso, affermando il “diritto sovrano di un Paese di disporre delle proprie risorse nell’interesse del proprio popolo”, determina la riduzione e l’abrogazione dei privilegi che le grandi imprese private estere hanno nei territori delle colonie.

Come viene illustrato da Sweezy ne “Il capitale monopolistico”, la strategia di controrivoluzione globale messa in atto dall’oligarchia finanziaria delle metropoli consiste in primo luogo in una serie di misure, come il blocco economico, che mirano a danneggiare e paralizzare l’economia dei Paesi socialisti per perseguire un duplice obiettivo: far stancare il popolo del suo assetto rivoluzionario e insegnare agli altri popoli, in particolare alle colonie, che la socializzazione dell’economia non rende.

In secondo luogo, questa strategia consiste nel mantenimento dell’ordine nell’impero allo scopo di impedire l’avanzata del socialismo all’interno di esso. 

Sweezy ritiene che l’élite finanziaria sia disposta a ricorrere perfino al fascismo se non riesce, anche attraverso tutti i mezzi di comunicazione di massa, a convincere il popolo che una società socialista è utopistica e priva di scientificità e che l’ordine sociale capitalistico è l’unico possibile. 

La difesa dell’impero prende poi anche la forma di aiuto economico e aiuto militare: nel primo caso, mediante la corruzione delle oligarchie locali dei Paesi capitalistici sottosviluppati affinché esse possano assicurare la propria fedeltà agli interessi delle imprese estere più che a quelli del proprio Paese; nel secondo caso, o attraverso la presenza diretta delle forze armate delle metropoli sul territorio delle colonie o attraverso il rifornimento di materiali e l’appoggio finanziario per le forze armate delle colonie stesse.