… non è mai passata. E’un concetto contenuto nelle ultime pagine dell’ultimo capitolo di “Aden Arabia”. Il capitolo XV, del ritorno in Francia dell’adolescente ventenne che si era spinto fino alle coste del Mare Arabico, nel golfo di Aden, per costruirsi una personalità non subalterna. Quel suo libro d’esordio, pubblicato nel 1931, ha un inizio indimenticabile: “J’avais vingt ans. Je ne laisserai personne dire que c’est le plus bel âge de la vie”. Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita.

Quando lo acquistai, nell’edizione dei quaderni della Medusa, cartonata rossa, collezione diretta da Elio Vittorini,  e cominciai a leggermelo, avevo diciott’anni, quasi venti insomma, e quella frase d’apertura mi colpì parecchio. Come, del resto, le oltre sessanta pagine introduttive scritte da Sartre, che si dichiarava amico dell’autore, raccontandolo come uno che, “tradito dal Partito, ritrovava l’imperioso desiderio di non tradire a sua volta; e persisteva a chiamarsi comunista.”

Insomma, da studentello liceale intenzionato a prendere la tessera della Fgci, quei passaggi mi intrigarono parecchio, e la lettura di quel libro prima, e della Cospirazione poi, mi aiutarono a trovare una strada che nei successivi sessant’anni mi riempì il cuore di speranze d’emancipazione, e il cassetto della scrivania di tessere di partiti di sinistra o giù di lì.

Ma chi è stato Paul Nizan? 

E come si spiega che ancora oggi nella città di Nantes, in rue des Trois Rois, 11, e non in via Paul Nizan, che pure esiste, sia in piena attività il GIEN (Groupe Interdisciplinaire d’Etudes Niazaniennes – gruppo di studi interdisciplinari nizaniani) che pubblica anche la bella rivista “Aden”, arrivata  nell’aprile 2021 al suo diciottesimo fascicolo? Cercherò di rispondere solo alla prima che ho detto. Per la seconda la lettrice (o il lettore) può scrivere al GIEN, e farselo spiegare. Dopo di che magari sarebbe carino che colmasse anche la mia lacuna.

1. Noterelle biografiche

Nizan nasce a Tours (ma allora perché a Nantes? Citofonare GIEN) il 7 febbraio 1905. E’ figlio di Pierre Nizan (1864 – 1930) e di Clementine Métour (1873 – 1951), che sopravviverà al figlio undici anni, in quanto Nizan – per un crudele giuoco del destino, pur essendo pacifista convinto, da soldato fu ucciso sul fronte di Dunkerque, ad Audruicq, nei pressi del Passo di Calais, il 23 maggio 1940. Vale a dire prima ancora che i tedeschi scatenassero l’offensiva vittoriosa contro inglesi e francesi.

Aveva 35 anni e stava finendo di scrivere il suo ultimo libro, La soirée à Somosierra, il cui manoscritto fu sepolto con lui nel cimitero nazionale La Targette di Neuville-Saint-Vaast, e mai più ritrovato, nonostante le accurate ricerche fatte dalla sua compagna Henriette (che gli amici hanno sempre chiamata “Rirette”).

Di babbo Pierre, ingegnere ferroviario, scrive diffusamente nel romanzo “Antoine Bloyè” (1933), dedicato al suo rapporto con suo padre, che era un individuo che viveva “… in un mondo di fantasmi: i fantasmi del dovere, dell’amore, del lavoro, dell’ambizione, del successo”.  Il libro che riflette su suo padre è uno dei quattro che pubblica nel quinquennio 1930 – 1935 (Aden Arabie, Rieder, 1931; Le chiens de garde, Rieder,1932; Antoin Bloyé, Grasset, 1933: e Le cheval de Troie, Gallimard 1935). E’ questa raffica di titoli che segna la nascita dello scrittore. Che peraltro è contemporaneamente giornalista e funzionario del Pcf (in Francia la qualifica è “permanent”, dopo essersi congedato dall’insegnamento – essendo professore di filosofia a Bourg-en-Bresse dal 1931, che rispetto a Parigi è a casa del diavolo – sposandosi con “Rirette” Alphen, e iscrivendosi nello stesso anno 1927 al partito comunista francese, appena tornato dall’anno di permanenza ad Aden dove aveva svolto la funzione di precettore  del figlio del commerciante anglo-francese Antonin Besse.

Gia queste primissime noterelle biografiche mostrano l’animo inquieto e infaticabile di chi, dopo gli studi al liceo Henri IV di Parigi nella classe di Jean Paul Sartre e di Raymond Aron (c’è una foto di tutta la classe che li ritrae tutti e tre in prima fila), si era iscritto a 18 anni alla sezione giovanile dell’Action française, monarchica, per passare l’anno seguente al Faisceau di Georges Valois, prima formazione fascista francese, sindacalista rivoluzionaria.

Tuttavia nello stesso periodo comincia a leggere Lenin, e si avvicina alle tesi comuniste.

In seguito allo scioglimento del Faisceau, deciso da Valois dopo essersi ricreduto sulle “virtù sociali” di Mussolini, Nizan si reca in viaggio in Italia, dove si interessa ai primi movimenti di resistenza organizzati dai comunisti italiani.

Nel 1926, politicamente indeciso (Sartre nella sua importantissima introduzione ad Aden Arabie nell’edizione Maspero del 1960, vent’anni dopo la sua morte sotto le armi, ricorda la cupezza del compagno di stanza all’ Ecole Normale – dove dividevano lo stesso “cubicolo” ed erano, dal 1920 al 1930 “indiscernibili”), prima di quell’ottobre del 1926 nel quale lo studente della Normale Nizan si imbarcò sul piccolo mercantile nuovo di cantiere Amin (in arabo: veritiero), in un bacino della Clyde, a Paisley (a sette miglia da Glasgow, in Scozia), diretto appunto ad Aden, in Arabia.

Del soggiorno in quella città, e del ritorno a Parigi nel 1927 ho già detto qualcosa, e aggiungerò dell’altro quando mi occuperò del libro Aden, Arabie, e poi dei due libri: La conspiration del 1938, e le Chroniques de Septembre, del 1939. Senza trascurare del tutto alcuni altri, come il pamphlet contro la cultura accademica Les chiens de garde, del 1932, l’altro testo molto interessante, che è Les matérialistes de l’antiquitè- Démocrite, Epicure, Lucréce. Del 1936; Antoine Bloyè, del 1933, nonché il bel romanzo del 1935, Le cheval de Troie. Proverò a occuparmi di tutti, anche se non sarà facile. 

Ma anche qui, nel tracciare le principali noterelle biografiche, non posso evitare di ricordare ai miei eventuali lettori che nel dicembre 1932, a soli 27 anni, è critico letterario del quotidiano comunista l’Humanité (Humà, per gli amici). Dalla critica letteraria passa ben presto alla politica estera, per volontà e con l’aiuto di Gabriel Péri. Quando si verificarono i primi avvenimenti di Spagna Nizan si recò sul posto per studiare la situazione, e al ritorno a Parigi pubblicò una serie di articoli che avevano come idea centrale il timore che presto sarebbe scoppiata la guerra civile. 

Il suo partito non era di quell’avviso, ma purtroppo Nizan aveva visto giusto. Come vedrà giusto anche in seguito, nel 1939, quando non sopporterà il patto Molotov Ribbentrop e uscirà dal Pcf, provocando una reazione spropositata, comunque la si pensi sul suddetto patto. 

I dirigenti del Pcf misero in giro la voce che fosse un traditore, al soldo dell’ufficio politico del nemico di classe, con un articolo del segretario generale del partito, Maurice Thorez, pubblicato dal quotidiano comunista Die Welt, e intitolato I traditori alla gogna. Servirà un saggio di Sartre che Maspero pubblicherà nel 1960 per ripulirne la memoria così malamente infangata. L’articolo di Thorez fu pubblicato nel marzo 1940. Nizan fece in tempo a conoscerne il contenuto, prima di morire al fronte due mesi dopo.

Facendo un passo indietro, ricorderò che nel 1934, Paul ed Henriette passano un anno in Unione Sovietica, dove Paul viene incaricato di dirigere l’edizione francese dell’organo centrale dell’unione internazionale degli scrittori rivoluzionari (U.I.E.R.), La litterature internationale.

Nel marzo 1937 lascia l’Humanitè per il nuovo quotidiano Ce soir, creato con i fondi del governo repubblicano spagnolo per sostenere la causa della resistenza alla ribellione franchista, appoggiata dai nazifascisti. Direttori sono Jean-Richard Bloch e Louis Aragon. Robert Capa è il direttore della fotografia, e Nizan si occupa di politica estera.

Nel 1938 il suo terzo romanzo, La conspiration, esce da Gallimard e vince il Prix Interalliè. Nel 1939 pubblica – sempre da Gallimard – Chronique de septembre, saggio giornalistico dettagliatissimo sulla conferenza e sulla crisi di Monaco.

Richiamato alle armi, il 21 settembre 1939 si dimette dal partito comunista, per reazione alla firma del patto Molotov – Ribbentrop. Il 23 maggio 1940 muore a 35 anni dalle parti del Pas de Calais. Chissà perché, mi vengono in mente alcune parole della Guerra di Piero di Fabrizio de Andrè: “Ninetta mia, crepare di maggio, ci vuole tanto, troppo coraggio”. Non sarà niente.

2. Aden Arabia

E’ il libro d’esordio, che viene pubblicato nel 1931 da Les editions Rieder, la casa editrice che un anno dopo stamperà anche I cani di guardia, e che nel febbraio 1923 aveva lanciato quella rivista Europe, sulla quale Nizan nel maggio 1930 aveva pubblicata la sua prima critica letteraria. Rieder era l’editore di Jean Jaurés, di Jean-Richard Block, e di Romain Rolland. Nel 1937 la casa editrice si fuse con altre e diede vita alle PUF, Presses universitaires de France, che quest’anno festeggiano il centenario della loro fondazione. 

Aden Arabia ebbe subito un successo di critica che introdusse il suo giovane autore nel mondo intellettuale francese. 

Dal punto di vista delle ambientazioni Aden Arabia può essere suddiviso in quattro sezioni. 

La prima va dal primo capitolo al quarto, e si svolge in Francia. Soprattutto a Parigi. Ed espone al lettore la crisi del mondo che il giovanissimo intellettuale che si stava formando all’Ecole Normale Supérieure dal 1924, assieme al suo grande amico Jean Paul Sartre, sta attraversando passando al microscopio i “grandi rottami putrescenti” di una borghesia in preda a quella crisi che descriverà nel 1931 nei Cani di guardia. 

“La borghesia ingrassa i suoi intellettuali nelle stie perché non siano tentati di amare il mondo. Così noi vivevamo alla piccola velocità del sonno (nessuno ignora che sono le grandi velocità a costare care) e ci muovevamo come ci avevano addestrati a muoverci, occupati nei giochetti di costruzioni che tutti quei funzionari ci avevano insegnato.” 

Sullo sfondo dell’Ecole Normale Nizan descrive una generazione di giovani che si sentono “l’ago della bilancia di una bussola impazzita”. Il rifiuto dei riti e dei miti borghesi spingeva ad aprire tutte le porte disponibili, e perfino a pensare che si potesse risolvere con un viaggio “l’impazienza di essere uomini”.

I capitoli dal cinque al sette raccontano il viaggio da un porto della Scozia attraverso l’Atlantico, il Mediterraneo, lo stretto di Suez e il Mar Rosso, verso Aden, in Arabia, dove lo aspettava il negoziante inglese di origine francese Antonin Besse (che più che negoziante era una sorta di multinazionale dei traffici coloniali) per affidargli l’istruzione di suo figlio, e non solo.

I capitoli dall’ottavo al tredicesimo sono ambientati ad Aden. E sviluppano almeno due temi: la brutale inutilità dei traffici del magnate che lo ospitava, e lo squallore del tran tran d’Arabia, nel quale si decomponeva ogni aspettativa di ritrovarsi in un eden primordiale, mentre venivano allo scoperto molto meglio che in Francia tutte le contraddizioni esistenziali – che in Europa erano in parte nascoste dalla complessità di una esistenza che invece ad Aden si riduceva allo schema della lotta senza quartiere tra gli sfruttatori ed i loro servi. Alcune pagine raccontano anche di proposte fatte dal suo ospite per acquisire ruoli sempre più elevati nei commerci di mister Besse, e del rifiuto del ragazzo che aveva vent’anni, e non avrebbe permesso a nessuno di dire che quella è la più bella età della vita. I capitoli 14 e 15 raccontano il il ritorno in Francia, da Marsiglia.

In quanto non c’era “bisogno di andare a dissotterrare nei deserti tropicali delle verità tanto comuni e cercare ad Aden i segreti di Parigi. Vidi, rientrando, che molti altri le avevano viste passare nel cuore della Senna”. Anche se laggiù accecavano, si manifestavano sotto una luce tanto abbagliante che sono sicuro di non più smarrirle”.

Di quali verità si trattava? Dei fondamentali dell’esistenza umana. Della scelta tra seguire i binari di un’esistenza già precotta, o infilarsi nell’imbuto della ribellione e della probabile schiavitù. 

In un impianto di pensiero che non è ancora completamente maturo, ma che è già fortemente “insoumis”, come direbbe il compagno Jean-Luc Mélenchon. 

E sboccerà pienamente un anno dopo, con i sei capitoli del saggio sugli intellettuali europei di fronte alla crisi finale del capitalismo, che usciranno con il titolo I cani da guardia.

Peraltro l’ultimo capitolo di Aden Arabia introduce alla grande al lavoro successivo. Viene preso di mira da ogni lato l’Homo Oeconomicus, chiarendo le astuzie della borghesia per tenere sottomesso il proletariato. E che “non esistono che due specie umane, e hanno come unico legame l’odio. Quella che schiaccia e quella che non si adatta ad essere schiacciata. Non c’è stato mai trattato di pace tra loro, non c’è che la guerra.”

“E’ più facile essere costanti con la guerra che con la poesia o con una donna: poesia e donne passano, ma la rivoluzione non è mai passata.”

“Non bisogna temere di odiare. Non bisogna vergognarsi di essere dei fanatici”, che poi è la traduzione di Daria Menicanti della frase che il gruppo interdisciplinare di studi nizaniani (GIEN) ha assunto come motto della sua rivista on line “Aden”, e che in lingua originale è : “Que pas une de nos action ne soit pure de la colére”, e, a mio modo di vedere, suona anche meglio.

A questo punto chi mi ha seguito fino a qui penserà che non si può essere più espliciti di così. Ma sbaglierebbe.

3. I cani da guardia

Quindi si è già detto che il ragazzo Nizan aveva smesso di frequentare l’Ecole Normale Supérieure nell’ottobre del 1926 per andare a meditare ad Aden, in Arabia. 

Tornando a Parigi nell’aprile del 1927, e riprendendo il suo posto nella stanzetta della Normale che divideva con Jean Paul Sartre. Gia in Aden aveva avviato un intenso sodalizio epistolare con Henriette Alphen, detta Rirette. Appena tornato a Parigi la sposa. Si iscrive al partito comunista e nel febbraio del 1929 collabora al primo numero de La Révue Marxiste (mensile, diretta da Pierre Morhange e Charles Rappoport), sulla quale scriverà numerosi articoli. 

Si laurea in filosofia, e diventa insegnante di quella materia a Bourg-en-Bresse, nella regione Alvernia – Rodano – Alpi, quasi al confine con il Piemonte.

Si presenta alle elezioni legislative, ottenendo un po’ meno del 3%. Si congeda dal lavoro di insegnamento, rientrando a Parigi, e pubblicando il suo secondo lavoro: Les chiens de garde. Sono sei capitoli: destinazione delle idee; i filosofi contro la storia; la rinunzia dei filosofi; situazione dei filosofi; posizione temporale della filosofia; difesa dell’uomo. 

Chi se lo volesse leggere non lo troverebbe più in libreria. MA fortunatamente in rete c’è un PDF con la versione integrale. Comunque i libri di Nizan sono stati tradotti in italiano e regolarmente pubblicati. Non escluderei, quindi, che da qualche parte se ne possano rintracciare delle copie, a partire dalle biblioteche pubbliche.

Ho detto che si sbaglierebbe a pensare che non si potrebbe essere più espliciti dei passaggi che ho citato dell’ultimo capitolo di Aden Arabia (che, nelle edizioni Maspero del 1960 e nella traduzione del 1961 per la Mondadori – nella “Medusa rossa”, diretta da Elio Vittorini – è arricchita da una preziosa prefazione di Sartre, che in 68 pagine ristabilisce alcune fondamentali verità su Paul Nizan, ingiustamente accusato dal Pcf di essere spia della polizia e traditore della causa della classe operaia. Eviterò questa questione, ma raccomando la lettura dello scritto di Sartre), e documento la mia affermazione concentrandomi sull’ultimo capitolo dei “Cani di guardia”. Che l’accanito sezionatore di capelli dovrebbe raffrontare con il quaderno di Antonio Gramsci su “Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura” almeno per due ragioni: perché Gramsci rifletteva su quei temi nel medesimo periodo, e perché entrambi puntavano al medesimo risultato: indirizzare gli intellettuali verso la condizione dell’essere “organici” al proletariato in cerca di egemonia.

Nizan, dopo una citazione di Bukarin e una di Kant, descrive il contesto dove ambienterà la sua narrazione.

“Al momento nel mondo c’è quella che viene chiamata una crisi. E come uno di quei grandi eventi epidemici che accadevano nel Medio Evo, e attraversavano i paesi. E tutti gli uomini conoscevano la paura.”

“Siamo arrivati al tempo nel quale gli uomini sono definitivamente soli tra loro sulla terra, e non si manifestano più quei segni naturali per avvertirli come al tempo della morte di Cesare.

Tutte le formichine dello spirito cominciano a mettersi in movimento, risvegliate da colpi severi che scuotono i corridoi puliti e ordinati nei quali erano abituate a salire e scendere con i loro pacchettini di pensierini. I pensatori, i politici, i professori di economia, i diplomatici, i banchieri, e quelli che gli adulatori chiamano capitani d’industria si ammassano e scoprono che nel mondo non tutto va come vorrebbe l’ordine delle nazioni e come lo esige il profitto.”

In questo contesto, che per alcune caratteristiche sembrerebbe essere sovrapponibile al nostro, sia per il grande evento epidemico vero e proprio, sia per quello racchiuso nella metafora sulla crisi del capitalismo mondiale, che per noi è il turbo capitalismo globalizzato, che va cambiato in quanto responsabile dei peggiori danni sociali, economici e climatici, Nizan approfondisce i modi di vedersi degli intellettuali di “quel paese un tempo privilegiato nel quale ci troviamo, tra l’Atlantico, il Mediterraneo ed il Reno.”

Le domande che gli intellettuali si pongono non hanno ancora a che fare con la disperazione. I più audaci immaginano che il mondo sia colpito da una malattia. Solo da una malattia. 

Nessuno vuole ancora credere alle voci sgradevoli di coloro che dicono che questo mondo comincia a morire della sua brutta morte, e che la sua condanna è già stata decisa da qualche parte. Eppure Nizan ritiene che la Francia è già entrata nel grande giuoco pericoloso dell’ultima parte dell’ultimo periodo della storia borghese. Si tratta di una malattia mortale originata dalle contraddizioni interne degli stessi uomini che, invece, fingono di credere che la causa del male sia interamente esterna, quasi si trattasse di un attacco straniero.

Vengono accusati microbi stranieri, contro i quali vengono preparate navi e cannoni.

Contro il microbo inglese. Il microbo tedesco. Il microbo italiano. E principalmente, primamente, il microbo russo. “Il microbo del Piano Quinquennale. Della collettivizzazione. Del Komintern.

In Russia si costruisce un ordine che dà da pensare agli ingegneri americani, e impedisce di dormire tranquilli ai mercanti del petrolio ed ai commercianti di grano.”

“Si tratta di guadagnare tempo contro questa salute della Rivoluzione che comporta la morte della borghesia. Essa è denunciata come la causa esterna della malattia dell’Occidente.

Così si rovescia la verità della storia. Perchè il ciclo borghese ha avuto nemici esterni perché il suo universo conteneva le ragioni reali dei suoi mali. Essa non è malata perché ha dei nemici, ma dei nemici si sono messi in movimento contro la sua malattia”.

Nizan in fondo era un ottimista. L’esistenza dell’Unione Sovietica, la cultura marxista, le lotte popolari , gli scioperi, i movimenti di liberazione, gli facevano credere che fosse imminente il crollo del capitalismo ed il trionfo della rivoluzione comunista. E il suo ragionamento, per altri versi impeccabile, era tutto impostato sul dovere assoluto degli intellettuali di uscire da ogni forma di ambiguità, collocandosi al fianco del proletariato e della rivoluzione, opponendosi a viso aperto alla borghesia e all’imperialismo.

Nel frattempo cosa fanno qui gli uomini che hanno come professione quella di parlare a nome dell’Intelligenza e dello Spirito? Cosa fanno i pensatori di mestiere, in mezzo a questi scossoni?

Conservano ancora il loro silenzio.”

Il capitolo continua a criticare il mondo accademico (e in particolare il suo insegnante alla Normale, il “signor” Leòn Brunschvicg, che attacca in molte altre parti dello scritto. Sartre ricorderà che Nizan e lui stesso lo incontrarono per caso nel giugno 1939 presso l’editore Gallimard. Scambiando l’uno per l’altro Brunschvicg si congratulò con Sartre per avere scritto les chiens de garde, “… sebbene lei non mi abbia affatto risparmiato”. Nizan non intervenne. E Sartre conclude: “… il grande idealista se ne andò senza essere disingannato”.) 

Noi invece potremmo fermarci un momento, paragonando l’analisi di Nizan con quella dei Quaderni dal carcere. Gramsci si guarda bene dal dare per scontata e imminente la catastrofe del mondo borghese, e non si limita a invitare gli intellettuali a superare ogni ambiguità. Gramsci afferma che tutti gli uomini a loro modo sono intellettuali, in quanto “non si può separare l’homo faber dall’ homo sapiens”. Tuttavia non tutti gli uomini hanno nella società la funzione degli intellettuali. I gruppi sociali più importanti formano i loro intellettuali.

Sicchè anche il proletariato, la classe che lotta per affermare la sua egemonia, si dovrà costruire i propri, formandoli in modo da renderli “organici” al partito, affinché il partito comunista possa essere pienamente intellettuale collettivo.

Si tratta di un vasto programma. Ma come lo Stato tende a unificare gli intellettuali tradizionali, così nella società civile il partito politico, più compiutamente e organicamente dello Stato, elabora “i propri componenti, elementi di un gruppo sociale nato e sviluppatosi come economico, fino a farli diventare intellettuali politici qualificati, dirigenti, organizzatori di tutte le attività e le funzioni inerenti all’organico sviluppo di una società integrale, civile e politica”. (cfr. Quaderni dal carcere).

Così Gramsci, dal carcere. Ma anche l’impetuoso e screanzato Nizan arriva alla fine del suo pamphlet a conclusioni simili, anche se forse meno precise.

Del resto il suo obbiettivo non sembra essere la paziente e meticolosa costruzione di un modo di operare di un partito di classe per conquistare egemonia e comunismo. Quello che probabilmente vuole è schiaffeggiare un mondo che gli appare troppo guardingo e molto spesso troppo opportunista, al quale chiede di tradire radicalmente la borghesia, perché il tradimento è sempre dietro ogni angolo.

“…è possibile restare attaccati all’atteggiamento clericale, mettendo al di sopra delle esigenze sordide e dei compromessi umani dell’esistenza, gli obblighi eleganti e la dignità eminente dello Spirito, non prendendo pubblicamente un partito. Ma questa fedeltà alla clericatura, questa fedeltà alle cose eterne è essa stessa un partito. 

E’ giustamente il partito del tradimento per eccellenza, del tradimento che non sarà perdonato. Il tradimento che abbandona gli uomini a tutte le forze esercitate contro di loro. 

Perchè la salvezza che viene loro proposta è spirituale, ma i colpi che li raggiungono non lo sono. Questa fedeltà è realmente ciò che dissimula il tradimento supremo.”

“E’egualmente possibile tradire i doveri onorevoli dello spirito per abbracciare il partito terrestre degli uomini. Questa nuova variante di fedeltà comporta il tradimento della classe che li sfrutta e li sottomette. Degli interessi che li schiantano”.

Non è impossibile che a questa rigorosa conseguenza dei ragionamenti fatti ad Aden, sull’uomo da liberare dall’oppressione della borghesia e dalle tentazioni di mettersi al suo servizio, si accompagni – sia pure lateralmente – una polemica amichevole verso il suo compagno di stanza alla Normale, Jean Paul Sartre, che si impegna e non si impegna, e non ha nessuna intenzione di iscriversi al partito comunista. Sia come sia, alla fine si arriva ad una conclusione molto vicina alle analisi e agli appunti gramsciani.

“Non è questione di fare qualche cosa per gli operai. Ma assieme a loro. Ma al loro servizio. Di essere una voce in mezzo alle loro voci. E non la voce dello Spirito.”

Dopo aver mandato in soffitta il modello umano del cittadino, e anche l’ultimo ritrovato della filosofia borghese che propone il signor Benda, Nizan così prosegue:

“Il tipo verso il quale tende il filosofo degli sfruttati è quello del rivoluzionario di professione descritto da Lenin. Egli si oppone il più brutalmente possibile al chierico contemplativo (compreso quello di Benda) definito dal pensiero borghese. Non è ancora tempo per il filosofo rivoluzionario di immaginare i valori futuri.

La rivoluzione non è ancora fatta. Non si potrà che proporre un tipo d’uomo che si dirige verso la rivoluzione ma che non l’ha ancora fatta. I pensatori che si avvicinano alla rivoluzione tendono a credere che la Rivoluzione è fatta dall’istante del loro arrivo. Noi non cadremo nei sogni dell’avvenire. Lo scopo della filosofia è infinitamente più vicino e più umile”. 

“Il lavoro efficace della filosofia rivoluzionaria non è possibile se non in collegamento, in una unione intima, in una identificazione con la classe portatrice della Rivoluzione”.

“In un mondo brutalmente diviso in padroni e in servitori, bisogna infine confessare pubblicamente una alleanza a lungo nascosta con i padroni, o proclamare l’adesione al partito dei servitori. Nessuno spazio viene lasciato all’imparzialità dei chierici. Non resta altro che la lotta dei partigiani.”

E i cani da guardia hanno una conclusione che non ammette discussioni:

“I filosofi d’oggi si vergognano di confessare che hanno tradito gli uomini a favore della borghesia. Se noi tradiamo la borghesia a favore degli uomini, non ci vergogneremo di confessare di essere traditori.”

4. Da Antoine Bloyé a Le cheval de Troie, a Les materialistes de l’Antiquitè.

Nel 1933 a San Francisco iniziano la costruzione del Golden Gate Bridge. In Germania il 28 febbraio brucia il Reichstag, a Berlino. Il 24 marzo il parlamento vota i pieni poteri ad Adolfo Hitler. Il 10 maggio i nazisti bruciano sulla piazza dell’Opera di Berlino (Opernplatz) ventimila volumi di libri. L’evento prende il nome di Bükerverbrennung. Paul Nizan pubblica il romanzo che, con il pretesto di occuparsi della cronaca familiare che si era dipanata attorno a suo padre, in realtà si occupa di se stesso, e della necessità di dare un senso al desiderio di autonomia e alle pulsioni verso la fratellanza. Libertè, egalitè, fraternitè.

Nel 1935, mentre in Germania viene ripristinato il servizio militare obbligatorio in aperta violazione del trattato di Versailles, esce da Gallimard il romanzo Le cheval de Troie. Pascal Ory, biografo di Nizan (autore di Nizan, destin d’un revolté, Complexe, 2005), ha scritto in occasione della ristampa del 1994: 

“E’ il romanzo in apparenza più settario del suo autore. Invece riesce ad essere anche, e soprattutto, il testo dove l’analisi psicologica del fascismo e la denuncia sociale dell’alienazione femminile vanno più lontano. Si tratta di un libro scostante, inquietante, e scandalosamente sconosciuto. Se ci fosse una giustizia letteraria dovrebbe essere considerato allo stesso livello de La Nausée, de L’Etranger, de La Condition humaine: ma non è quello che succede, a riprova del fatto che la giustizia letteraria non esiste.”

I fatti raccontati si svolgono al tempo in cui la città vedeva arrivare uomini scostanti, distaccati dalla loro vita precedente, che arrivavano a piedi o scendevano dai treni o dai grossi camion. Ogni giorno venticinque o trenta disoccupati attraversavano i villaggi con dei vecchi sacchi sulle spalle. Certi domandavano del pane. Altri chiedevano del vino. Dei tedeschi scendevano in bicicletta verso il sud. Degli spagnoli salivano furtivamente verso il nord.

Alcuni di questi viaggi finivano in suicidi, che si verificavano nel momento in cui questi vagabondi, che non amavano la strada per la strada, ma per la speranza di raggiungere città accoglienti, vedevano la loro piccola riserva di prospettive, di coraggio, e le loro ragioni di libertà incartarsi e accartocciarsi. Allora il gas, una corda, l’acqua del fiume, un treno che arriva nella notte finivano per essere le estreme risorse di chi non sentiva più dentro di sé la voce del loro coraggio e della loro dignità. 

Su questo sfondo, in una città forse reale o forse immaginaria chiamata Villefranche un gruppo di militanti comunisti nel giugno 1934 vivono i riflessi degli avvenimenti spagnoli, dove divampa la guerra civile, e tedeschi, dove Hitler è al potere, si brucia il Reichstag, e si organizzano i roghi di libri. Leghe fasciste battono i sobborghi di Parigi e di altre città francesi, e ancora non si è formato il fronte popolare.

La prima parte si svolge in una prima domenica. E’ un giorno di pausa nelle lotte, e tuttavia viene descritta la forte tensione e l’impegno politico a fior di pelle del gruppo di militanti, operai e intellettuali, anarchici e comunisti, uomini e donne, ciascuno immerso nelle proprie preoccupazioni. Inoltre vengono messi in scena altri personaggi, che non esprimono gli stessi ideali.

La seconda parte si svolge la domenica seguente. Caratterizzata da un aborto clandestino che finisce in tragedia, con la morte di Caterina, mentre nelle strade si affrontano fascisti, comunisti e gendarmi, e i compagni lasciano un morto sul selciato. Dopo di che la vita continua, ma con la presa di coscienza del fatto che i conflitti di classe riguardano tutti.

Un raffinato rigore nella scrittura conferisce grande dignità morale ai personaggi. Usa il registro sensuale nella descrizione dei corpi maschili e femminili, il registro cinematografico quando si tratta di descrivere la piccola città di provincia falsamente tranquilla con le sue residenze e le sue abitudini piccolo borghesi, le sue lunghe mura di convento, i suoi quartieri industriali.

Il registro diventa ideologico quando c’è da descrivere i dibattiti che attraversano i vari capitoli, con l’attenzione di non esagerare con il patetico.

Il capitolo sulla morte di Caterina in seguito al suo aborto, dove il narratore ci fa rivivere l’emorragia descrivendola dall’interno di una coscienza, è appunto un esempio di scuola di quel giusto equilibrio.

Insomma, questo romanzo poco conosciuto non è di certo un pezzo di propaganda, ma è invece popolato di personaggi solidali ma ciò nonostante solitari, finendo per diventare uno dei più lucidi racconti politici degli anni tra le due guerre mondiali, e l’antefatto oggettivo del testo più celebre di Nizan, che sarà pubblicato tre anni dopo da Gallimard: La cospirazione.

Nel 1936, mentre in maggio si arrendono le truppe abissine, Hailé Selassié fugge in Inghilterra e Vittorio Emanuele terzo assume il titolo di imperatore d’Etiopia, mentre a giugno Agnelli presenta la Fiat Topolino, e Francisco Franco, il 18 luglio, non riesce ad assumere il controllo della Spagna con il colpo di Stato e quindi inizia la guerra civile spagnola, Nizan dà alle stampe il libro oggi riproposto dall’editore Arlèa. 

E’ il suo testo più colto e raffinato: quel Démocrite, Epicure, Lucrece, che in Italia si chiamerà I materialisti dell’Antichità, anteponendo il sottotitolo al titolo.

Lo studio storico parte dall’osservazione che ci sono delle epoche nel corso delle quali tutti i valori che definiscono una civilizzazione crollano. L’accumulazione delle ricchezze economiche in un polo della società non impedisce l’impoverimento generale.

Ai valori civici si sostiuiscono dei valori di danaro. Si sviluppa un capitalismo di credito, tanto più aggressivo quanto più è straccione, e i nuovi ricchi mettono in mostra le loro nuove fortune.

E’ il tempo di Epicuro, di Democrito e di Lucrezio (dal terzo al primo secolo avanti Cristo) che in quest’opera è studiato e riproposto da Nizan in una descrizione perfettamente sovrapponibile ai giorni nostri. 

Distribuito in vari secoli, l’insegnamento dei grandi materialisti dell’Antichità non ha perso nulla della sua acutezza sovversiva, ed è precisamente a questo genere di confronti e di paragoni che invitano il lettore i testi scelti, tradotti e commentati dall’autore di Aden Arabia.

                                                               

5. La cospirazione, la Cronaca di settembre e La soirèe à Somosierra.

La cospirazione esce in Italia nel 1961. Nella Medusa verde (collana “I grandi narratori d’ogni paese”, diretta da Elio Vittorini, che morirà a Milano, il 12 febbraio 1966. Cinque anni dopo). Quando l’ho acquistato e l’ho divorato in un paio di giorni di lettura avevo 23 anni. Avendo già letto Aden Arabia ero già in grado di dire che non avrei consentito a nessuno di dire che quella che stavo vivendo era la più bella età della vita. Ma la cospirazione spostava il tiro di Aden Arabia molto più avanti, prefigurando alcuni passaggi generazionali del 1968 che era già dietro l’angolo (a Berkeley scoppierà a metà settembre del 1964), con l’affettuosa comprensione per le trappole e per i labirinti che ogni nuova generazione si trova a dover affrontare, illudendosi che si tratti di novità assolute, e soprattutto di avere la forza di farci i conti utilizzando prodigiosi machiavelli, che sono frutto delle loro speranze mal riposte e dei loro orgogliosi pregiudizi.

Il riassunto di questo, che è l’ultimo romanzo vero e proprio di Nizan, in quanto l’altro libro che Gallimard pubblica l’anno seguente, nella primavera del 1939, Chronique de Septembre, è un lavoro giornalistico che si avvicina al saggio storico, è contenuto nel primo risvolto di copertina.

Nella Parigi attorno al 1930” scrive l’anonimo redattore del risvolto, “un gruppo di amici studenti, rampolli per lo più di ottime famiglie, insofferenti della società e delle istituzioni borghesi, decidono di affrettare l’avvento della rivoluzione.

Fondano a questo scopo una rivista, La Guerra Civile; ma poco dopo, insoddisfatti, credono giunto il momento di passare a un’azione più concreta. Nascono così le fila della cospirazione.

In realtà Rosenthal, Laforgue, Simon, Pluvinage, attraverso la politica cercano l’amore, l’avventura, la vita.

La loro è un’educazione sentimentale e, come tale, una lunga serie di scacchi; la cospirazione stessa non è che una assurda risposta alla congiura delle famiglie.

Alla fine, chi avrà capito, e non saranno tutti, approderà ai più calmi e tristi lidi della maturità”. 

Così la mette il risvolto di copertina dell’edizione della Medusa del 1961, di certo rivisto (il risvolto) da Vittorini. Ma il testo è un poco diverso.

Più che una pulsione verso la rivolta sociale, e una lenta maturazione politica, al centro dell’inesistente cospirazione contro la borghesia Nizan mette l’orgogliosa e disperata volontà dell’alto borghese Bernard Rosenthal, che è il capo del gruppetto di studenti dell’Ecole Normale, di affermare l’identità nuova della nuova generazione in formazione, rifiutando ogni indicazione delle rispettive famiglie, dei rispettivi insegnanti e dei rispettivi ambienti d’origine.

Arrivati al punto in cui siamo, la lettrice e il lettore coglieranno agevolmente il filo rosso che lega le inquietudini del ventenne precettore di Aden, alle reprimende contro gli intellettuali che non si schierano, contenute nei Cani da guardia. 

Ma mentre nel Cavallo di Troia i protagonisti non esitavano a schierarsi dentro la classe in lotta, qui la riflessione dolorante, spesso ironica, eppure sostanzialmente tragica, è tutta concentrata sulla fase della crescita del verme, prima che si decida a uscire dal bozzolo sotto forma di farfalla.

La rivista è un primo gradino dell’educazione sentimentale del quartetto di amici. E’ una rivista che ha successo. In breve tempo, dopo tre mesi, “contava cinquecento abbonati e ottocento compratori per numero, e tre case editrici le davano la pubblicità”. Eppure a Rosenthal e ai suoi amici sembra troppo poco. 

Nella testata hanno disegnato una mitragliatrice. 

E non si rassegnano a sparare soltanto bla bla teorici, ma vogliono che le loro esistenze siano all’altezza della guerra civile che intendono combattere, e che la loro prassi sia conseguente alle teorie che enunciano.

Sicchè il protagonista di gran parte del romanzo, l’ebreo Rosenthal, racconta ai suoi amici di essere in grado di mettere in cantiere una cospirazione, purché uno di loro raccolga informazioni segrete nell’esercito, e altre ancora sulle strategie industriali. Informazioni da passare poi all’Unione Sovietica, o alla Germania, per far esplodere tutte le contraddizioni della società borghese di Francia.

Uno di loro, Simon, correndo il rischio di essere processato da un tribunale militare, si impossessa del piano di protezione della seconda zona di Parigi, chiuso in un armadietto nella caserma dove trascorre il suo periodo di ferma militare. E fa arrivare le relative trascrizioni al capo della cospirazione.

Il romanzo è diviso in tre parti. La prima (La cospirazione) va dal primo capitolo al decimo. La seconda (Caterina), dall’undicesimo al ventesimo. Infine la terza (Serge) è la più breve, e va dal ventunesimo capitolo al ventiquattresimo. Gli eventi della cospirazione in senso stretto si concluderebbero quindi nella prima parte. Senonchè per tutto il romanzo si avverte il profumo dell’illusione dei quattro ragazzi di essere protagonisti della cospirazione vera, gigantesca, anche se metaforica e irreale, che li vede schierati in battaglia contro le loro famiglie e contro il sistema dei valori borghesi.

Caterina è al centro della seconda parte. Ha vent’anni, ed è la moglie di Claude, il fratello di Bernard Rosenthal. Descritto come il prototipo del conformismo, agente di borsa come loro padre. 

Nel quadro della cospirazione contro le regole borghesi, e come gradino da scalare nell’educazione sentimentale, Bernard prova ad avere un rapporto con la cognata. Ci riesce. La idealizza. Pretende di condizionarne gli slanci e i ritmi di vita, ed esige una fuga che Caterina rifiuterà, rientrando nel bozzolo confortevole della famiglia. 

Bernard non gradisce, e si suicida. Tutti questi passaggi sembrerebbero un telefilm di terza categoria. Ma Nizan descrive tutto con una affettuosa e coinvolgente ironia, che rende ogni scena degna di essere letta, meditata, e ancora riletta perché il narratore riesce a criticare i rituali polverosi ma efficaci della borghesia, ma anche le patetiche illusioni del giovane studente che si illude di fare la rivoluzione con una rivista, illudendo gli amici di essere agenti di una cospirazione internazionale, e costruendo il grande amore assoluto e titanico. 

La terza parte riguarda Serge Pluvinage e Philippe Laforgue. Serge è il meno brillante del gruppo. Quello che non veniva invitato volentieri alle riunioni. Che è l’unico che si iscrive al partito, ma che poi diventa informatore al servizio dei  Renseignements Généraux. 

Laforgue è quello che mentre si domanda come si esce dalla giovinezza, e cerca di fare il punto sulle banchine della gare de l’Est mentre aspetta il treno che lo porterà a Strasburgo per le vacanze di Natale, immaginando la fine delle relazioni e magari un incontro “dopo dieci anni, con moglie e figli che si sarebbero guardati in cagnesco”, chiama una malattia che arriva prontamente, e lo porta molto vicino alla morte, in un letto d’ospedale.

Laforgue sfida la morte per diventare uomo. Migliora e si risveglia in ospedale, dove trova una famiglia che pretenderebbe rimorsi e pentimenti. Scoppia a piangere. 

“Si mise soltanto a piangere, silenziosamente. Sua madre credette che quelle lacrime fossero un segno di rimorso.

Ma egli piangeva soltanto su se stesso: e s’ingannarono tutti.”

Il volume Cronaca di Settembre ci prepara alla crisi dell’autore che arriverà a seguito del patto Molotov Ribbentrop. Che ancora non è stato firmato. Il settembre in questione è quello dello storico e nefasto incontro di Monaco tra Hitler, Mussolini, Chamberlain e Daladier, che determinò lo smembramento della Cecoslovacchia che viene praticamente ridotta a un satellite della Germania.

Nizan segue tutti i passaggi della vicenda in qualità di giornalista accreditato presso la Società delle Nazioni. Convinto che l’Europa sia a metà strada tra una falsa pace e una vera guerra, non si limita alla semplice rievocazione dei fatti, alla lettura e all’interpretazione dei documenti ufficiali, ma pone interrogativi inquietanti: che cosa ha veramente significato l’incontro di Monaco? Non è forse possibile che l’accordo con Hitler sia stato voluto da Londra e Parigi, con la mediazione di Mussolini, per tenere in disparte l’ Unione Sovietica e gli Stati Uniti?

La traduzione italiana, pubblicata nel 1981 dagli Editori Riuniti, è di Maria Jatosti Memmo – a suo tempo compagna di Luciano Bianciardi -. Il volume è arricchito da una esauriente “conversazione introduttiva” di Augusto Pancaldi con Henriette Nizan detta Rirette, e da una prefazione di Olivier Todd. Per dire quanto spendevamo bene l’oro di Mosca.

Sull’ultima opera scritta da Paul Nizan possono essere fatte solo congetture. E’ certo che quando fu richiamato alle armi, e destinato alla zona di Pas de Calais, aveva già terminato di scrivere una cosa, intitolata La soirée à Somosierra. Ed è noto che Somosierra è un passo del sistema centrale della Penisola Iberica, all’interno del parco nazionale della Sierra del Guadarrama, a novanta chilometri a nord di Madrid. 

Il 30 novembre 1808 un esercito francese guidato da Napoleone Bonaparte forzò il passo di Somosierra minacciando Madrid, che si arrese molti giorni dopo. Fu uno dei combattimenti della guerra d’indipendenza spagnola più discussi, in quanto la vittoria sugli ottomila fanti e i sedici cannoni degli spagnoli, guidati dal generale Benito de San Juan, riportata dai 45.000 effettivi di Napoleone e del polacco Jan Leon Kozietulski, fu più volte attribuita al coraggio dei polacchi, o, in alternativa, a quello dei francesi.

Gli spagnoli erano attestati in alto, a difesa del passo, e sparavano contro gli assalitori a cannonate. E  cavalleggeri polacchi da un lato, e la fanteria francese, lasciarono molti morti su quei pendii scoscesi.

Questi fatti fanno parte della storia. Come siano o non siano entrati nell’ultimo libro scritto da Nizan non lo sapremo mai. La leggenda dice che quel manoscritto fu sepolto con lui, nel cimitero di guerra di Neuville. Sua moglie, Rirette, si impegnò parecchio per ritrovarlo, ma non ci riuscì. 

Anche questa disavventura fa parte del personaggio. E del suo fascino segreto.

(Ottobre 2021)