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La Pandemia: il capitalismo in crisi?

Il virus colpirà duramente

l’economia globale, ma non riuscirà

a frenare la circolazione e l’accumulazione

del capitale

di Pablo Monje Reyes

docente universitario e membro del Comitato Centrale del Partido Comunista de Chile,

tratto dalla rivista “El Siglo”, dello stesso partito.

Santiago, 20 maggio 2020

Sono passate già quasi dodici settimane dall’inizio della pandemia in Cile, ma nel mondo questa tragedia si è annunciata con tre mesi di anticipo rispetto a noi. L’analisi di questo fenomeno sociale sta procedendo, e molti pensano che il mondo non sarà più lo stesso quando tutto questo finirà. Sembra evidente che ci sarà un cambiamento nei comportamenti sociali, la forma e le abitudini di rapportarsi negli spazi comuni subiranno grandi modificazioni dando un nuovo orientamento alle relazioni sociali nella nostra cultura. La domanda naturale e di fondo che sorge in questo contesto è la seguente: questa crisi pandemica porterà il capitalismo neoliberista a una crisi terminale della sua forma di dominio? Avanziamo qui alcuni motivi di riflessione.

Il capitalismo neoliberista funziona sulla base di una crescita illimitata del profitto che ricerca e permette una smisurata accumulazione del capitale, il quale a sua volta finanzia e controlla tutti i sottosistemi di dominio del modello. Tutte le manifestazioni economiche e finanziarie sono coerenti con questa forma di sviluppo del capitalismo neoliberista. Tutto parte dal presupposto che il capitale stimola l’accelerazione costante dell’accumulazione, della concorrenza generalizzata, del supersfruttamento dei lavoratori, con retribuzioni decrescenti e parallelamente al supersfruttamento della natura, tutti fattori che il capitalismo considera depredabili all’infinito. Si può affermare che questo modo di fare e di dominare finora non è andato in crisi, è stato la formula di dominio di maggior successo per più di quarant’anni in questa fase neoliberista del capitalismo.

Se poi si osserva la situazione con occhio critico, questa crisi mondiale non deriva da fattori finanziari e neppure strettamente economici, legati al gioco della domanda e dell’offerta. La crisi si origina in campo biologico, proviene dal corpo umano come primo detonatore, ma l’espansione e le conseguenze della pandemia sono legate alla struttura di frontiere aperte per il libero commercio delle merci. Il virus si è diffuso seguendo le vie commerciali usate dal capitale, con l’unica differenza che si è installato nei corpi umani e viaggia attraverso i rapporti fisici delle persone. Un esempio ne è il fatto che il virus è giunto in Cile veicolato con il corpo di cileni e cilene della piccola borghesia, consumatori di beni e servizi turistici e altri prodotti associati.

Non c’è dubbio perciò che il virus colpirà duramente l’economia globale, ma non fermerà la circolazione e l’accumulazione del capitale. Le economie nazionali dipendenti dal capitalismo centrale – come nel caso di quella del Cile – saranno le più severamente colpite da questa crisi. La nostra economia locale, pesantemente subordinata al capitale transnazionale, pagherà duramente questa crisi, i cui effetti ricadranno soprattutto su lavoratori e lavoratrici, i quali perderanno il lavoro, o – se lo potranno mantenere – vedranno ridurre le loro retribuzioni e molto sminuita la loro capacità di negoziare, mentre la precarizzazione del lavoro sarà spinta al massimo e i lavoratori informali saranno una parte rilevante delle statistiche, un fenomeno che non è altro che disoccupazione mascherata con redditi miserabili. Quando succederà, non si tratterà soltanto di un fatto di liquidità monetaria che diminuisce i consumi, ma sarà fame e miseria che si installeranno con forza brutale nella realtà sociale e nelle famiglie del nostro popolo. Questo panorama ratificherà le certezze già acquisite fin dall’inizio delle inquietudini sociali, nella convinzione che come paese siamo al centro di una crisi sociale di proporzioni inattese di questo modello di dominio.

Ma la pandemia non riuscirà a vincere il capitalismo né a farlo crollare. I virus non fanno la rivoluzione, piuttosto offrono alla borghesia l’opportunità di mantenere il potere per mezzo dell’isolamento e dell’individualismo, con una giustificazione psico-sociale e ideologica reale, cioè il timore, la paura, il pericolo di perdere la vita. Lo vediamo oggi con chiarezza solare in Cile, la borghesia al governo incoraggia con entusiasmo e senza mascheramenti che ognuno si occupi solo della propria sopravvivenza, ed è felice che si sfaldino le reti popolari dello scontento, che cessino le proteste e le rivendicazioni sociali.

Non si può pensare, pertanto, che la rivoluzione debba essere in rapporto con un virus e tanto meno che la fine del capitalismo possa dipendere da strategie sanitarie. La pandemia del Covid-19 in Cile è venuta solo a mostrare le profonde disuguaglianze strutturali della nostra società e la brutale ingiustizia delle sue conseguenze, e ha dato maggiore legittimità alle grandi mobilitazioni sociali. Le rivoluzioni le faranno gli sfruttati, gli emarginati, gli esclusi che questo modello di dominio capitalistico ha prodotto negli ultimi decenni.

La rivoluzione è una svolta sociale di tipo radicale e nasce dalla ragione delle persone e come conseguenza di una costruzione collettiva della società. In Cile, dal 18 ottobre scorso, il nostro popolo ha cominciato ad agire responsabilmente allo scopo di porre un limite deciso al modello capitalistico e agli effetti distruttivi provocati sulle persone e sull’ambiente. Bisogna tenere in considerazione questo elemento principale, perché l’effetto della pandemia sarà un ulteriore passo avanti nell’approfondire una crisi sociale di grande impatto, che è già in corso e non tornerà indietro, e che spingerà a continuare una mobilitazione sociale e politica crescente, orientata verso il cambiamento strutturale di tutto l’insieme del sistema di dominio. Come si svolgerà questo processo? Procederà ad ampliare gli spazi di democratizzazione e a ricostruire il tessuto sociale per fondare su di esso la costruzione pratica di un’organizzazione del potere popolare; dovrà modellare i contenuti politici del processo storico protagonista dei cambiamenti che si avvicinano, per gettare le solide basi di un nuovo tipo di Stato. Uno Stato che abbia come perno della sua azione la cura dei suoi cittadini e cittadine, della sua gente, del suo popolo e non possa mai più privilegiare l’inesauribile avidità mercantile di alcuni pochi.