Il vortice di violenza che attanaglia la Terra Santa è stato quasi totalmente oscurato dai media e dalle agende internazionali dal conflitto in corso in Ucraina. Almeno una sessantina di morti – sia palestinesi che israeliani – hanno funestato gli ultimi due mesi, senza contare gli innumerevoli scontri tra israeliani e palestinesi e i frequenti episodi di discriminazione e oppressione, anche di natura religiosa, che si sono verificati per tutto il periodo della Pasqua. La situazione è talmente preoccupante dall’avere indotto la Commissione Giustizia e Pace di Gerusalemme a prendere posizione con un documento di denuncia molto duro, il cui monito finale è che “la violenza non cesserà finché i diritti di sicurezza, libertà, dignità e autodeterminazione non saranno realizzati sia per gli israeliani che per i palestinesi”. Senza prospettive politiche non ci sarà soluzione.

In un’intervista concessa alla Radio Vaticana, il Patriarca latino di Gerusalemme, l’arcivescovo Pierbattista Pizzaballa, riflette sulla situazione attuale parla del difficile mese appena trascorso e degli sforzi necessari per intraprendere il cammino di pace nell’area mediorientale.

D. La questione di Gerusalemme sembra rimanere al centro del problema del conflitto israelo-palestinese. Gli ultimi disordini sono scoppiati dopo la cosiddetta Marcia delle Bandiere che ha attraversato la parte orientale della città, dove, tra l’altro, continuano gli espropri di case abitate da cittadini arabi. Anche il presidente della Palestina ha denunciato il silenzio internazionale. Cosa può fare la Chiesa per favorire un ritorno al dialogo?

R. Gerusalemme è al centro del problema del conflitto israelo-palestinese, come tutti sappiamo. Il conflitto è radicato nel tempo, nelle anime, con un misto di religione, credo, politica, nazionalismo. Questa è una questione molto intricata da cui non è facile uscire. Quindi bisogna superare l’idea che si può realizzare qualcosa in breve tempo, anche perché la comunità internazionale sembra aver già digerito la questione palestinese che, pertanto, non trova più posto nell’agenda internazionale. La Chiesa deve parlare, deve agire, deve essere vicina alla popolazione, deve utilizzare tutti gli strumenti giuridici possibili. Ma deve agire in sinergia con tutte le forze israeliane e palestinesi presenti sul territorio, con coloro che hanno a cuore i temi della Giustizia e della Pace. La Chiesa da sola non può fare nulla.

D. Eccellenza, che ruolo gioca la guerra in Ucraina in questo contesto?

R. Diciamo che i palestinesi sentono molto la questione di “due pesi, due misure”. In breve, ciò che non è consentito in Ucraina è consentito qui o in altre parti del mondo. Penso allo Yemen, ai tanti conflitti in Africa, alla Siria, dove la crisi non è affatto risolta. Ma, ammettiamolo, non c’è niente di nuovo in tutto questo. Dobbiamo prenderne atto, non è una questione di cinismo, si tratta semplicemente di essere consapevoli della realtà della situazione e andare comunque avanti e parlare, essere chiari anche nel parlare, dove possiamo e dove si sentono.

D. Lei ha sottolineato ancora una volta l’importanza che l’unità di tutti i credenti può avere nel mondo. Questo vale anche per Gerusalemme e il conflitto israelo-palestinese?

R. Naturalmente, la questione di Gerusalemme non è solo una questione politica tra israeliani e palestinesi, ma anche una questione religiosa. E in questo contesto, i cristiani hanno il dovere – non un diritto, ma un dovere – di far sentire la propria voce e presenza, anche con documenti, con opinioni e con prospettive dal punto di vista cristiano.

D. Quello che è successo dopo l’omicidio della giornalista cattolica palestinese di Al-Jazeera, Shireen Abu Aqleh, soprattutto durante il suo funerale, ha causato grande costernazione e indignazione anche nel mondo religioso. Lei ha anche parlato pubblicamente sull’argomento.

R. Sì, abbiamo fatto una dichiarazione, penso sia stata molto chiara, siamo andati all’ospedale San José, in primo luogo, per esprimere la nostra solidarietà e anche per esprimere non solo il parere della Chiesa, ma anche il parere della Comunità cristiana – che non è la sola – davanti a quelle immagini terribili che tutti abbiamo visto e che ancora non riusciamo a capire.

D. In ambito internazionale e regionale, Israele continua a tessere relazioni sulla strada aperta con gli Accordi di Abraham e ha anche concluso nuovi accordi commerciali con gli Emirati Arabi Uniti. Iniziative apprezzate a livello internazionale. Che impatto hanno queste relazioni internazionali sulla questione israelo-palestinese?

R. Sembra che non ne abbiano. Naturalmente è positivo che Israele abbia relazioni pacifiche con il resto del Medio Oriente, ma è chiaro ed evidente che le due questioni non sono più così correlate. Tuttavia, ci sono 4 milioni di palestinesi e non importa quanta diplomazia abbia i suoi modi e le sue visioni, prima o poi deve essere raggiunto un accordo con loro e nessuno può sfuggirgli.