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Nonostante la pandemia in corso e il blocco delle attività produttive, l’azienda RWM, fabbrica di bombe situata da diversi anni nel Sud della Sardegna, di proprietà della tedesca Rheinmetall, continua nei suoi piani di ampliamento della produzione. Risale agli ultimi giorni di marzo la ventunesima richiesta di ampliamento, secondo quanto conteggiato dalle associazioni che vi si oppongono. Un ricorso al TAR contro le precedenti richieste di ampliamento, depositato dalle stesse associazioni (tra cui Italia Nostra Sardegna e Legambiente, per citarne alcune) che doveva vedere la luce nel gennaio 2020 è stato dapprima rinviato all’inizio di aprile 2020 e poi, secondo quanto si evince dal sito del TAR Sardegna, la discussione pubblica è stata fissata per il 24 giugno 2020; nel frattempo, come già detto, RWM continua a presentare richieste di ampliamento in maniera frammentaria: per questi motivi anche la Procura di Cagliari ha avviato delle indagini per verificare la sussistenza di eventuali reati nelle procedure che hanno rilasciato le varie autorizzazioni.

Poco meno di due anni fa venne autorizzato un imponente ampliamento, volto a triplicare la produzione, che prevedeva la costruzione di due nuovi reparti di produzione nonostante a quel tempo l’UE in più risoluzioni avesse richiesto un embargo per la vendita di armamenti all’Arabia Saudita (Paese che fino a qualche mese fa, prima del blocco delle esportazioni risultava tra i principali clienti, nonché responsabile dei bombardamenti in Yemen sulla popolazione civile).

In ogni caso bisogna dire che l’argomento viene sempre affrontato dagli organi decisionali come se si trattasse di un’attività produttiva qualunque e non di una vera e propria, di fatto, fabbrica di morte.

Nel settembre 2017 il Parlamento Europeo ha votato favorevolmente per un embargo riguardante la fornitura di armamenti nei confronti dei Sauditi; alcuni Paesi avevano già avviato le procedure in maniera autonoma per l’applicazione dello stesso, tra questi anche la Germania, la quale comunque aggirava l’embargo facendo sì che le bombe venissero prodotte in Italia dalla RWM e quindi vendute dal nostro stesso Paese. A questo fa da contorno la risposta alle interrogazioni parlamentari dell’allora ministro Pinotti sul fatto che le bombe sono tedesche e non italiane: un esempio lampante di come nascondere le carte all’opinione pubblica.

 

In realtà il quadro delle esportazioni militari italiane si presenta ben più ampio e preoccupante: secondo quanto riportato nella relazione “Sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento” (relativa all’anno 2018 e presentata al Senato dall’allora Sottosegretario Giorgetti nell’aprile 2019) il nostro Paese ha registrato un valore di esportazione di armamenti di circa 5,246 miliardi di euro a fronte di un valore di importazione di circa 497 milioni di euro. Anche se questo dato vede un decremento pari a circa il 50% rispetto all’anno precedente, è necessario evidenziare che l’esportazione verso Paesi extra UE ed extra NATO ha rappresentato il 72,8% delle esportazioni (il dato del 2017 era del 57,5%). I flussi di esportazione hanno avuto come destinazione l’Africa Settentrionale e il Vicino e Medio Oriente (48,27%), i Paesi UE/NATO (23,01%), l'Asia (21,58%) e per il poco rimanente l’America Settentrionale.

Un passaggio fondamentale consiste nel capire che le autorizzazioni all’esportazione di armamenti non sono diminuite in seguito ad una precisa volontà dello Stato italiano di ridurre la vendita, ma a causa della variabilità delle commesse acquisite.

Anche nell’anno oggetto della relazione sopracitata la voce “materiali”, ovvero bombe e mezzi da guerra, rappresenta il 94% delle esportazioni.

Sempre nel 2018, in cima alla classifica delle esportazioni italiane, con quasi 2 miliardi di euro, troviamo il Qatar (anch’esso facente parte della coalizione che sistematicamente bombarda lo Yemen); tra i produttori RWM Italia si colloca al secondo posto nella classifica delle esportazioni con un fatturato di poco più di 294 milioni di euro (in aumento notevole rispetto ai circa 68 dell’anno precedente).

Una delle cose che più fa rabbrividire vedendo le tabelle è che la vendita di armi va a favore di Paesi che sono in conflitto aperto tra di loro, oppure provengono da anni di tensioni sul filo di una guerra. Insomma, il mercato delle armi dei Paesi ricchi si presenta sempre cinico e spietato, salvo poi, di fronte allo scoppio dei conflitti, palesare finti tentativi di mediazioni politiche per la pace. La domanda rimane sempre la stessa: non sarebbe miglior strumento per favorire la pace il non produrre e il non vendere armi?

La Sardegna, già sofferente per la grave crisi di occupazione e di sviluppo, a seguito della pandemia vedrà ancor di più aggravarsi la situazione sociale ed economica: la perdita del reddito dei lavoratori del settore turistico, ad esempio, avrà conseguenze catastrofiche per decine di migliaia di famiglie. Nonostante questo l’isola viene ancora usata come terreno militare e di morte, sotto il ricatto della creazione di occupazione e posti di lavoro in un’area a profonda depressione come il Sulcis. La “fabbrica della morte” ad oggi rappresenta per centinaia di famiglie una fonte di sostentamento, ma di fatto gioca sul ricatto della produzione per la sopravvivenza, ricatto che porta a produrre armi che uccidono popolazioni e seminano il terrore nel mondo.

Il territorio e il popolo Sardo, già provati da decenni di servitù militari che ne hanno bloccato lo sviluppo economico e sociale, ancora una volta sono utilizzati come strumenti per l’asservimento alle logiche dell’imperialismo.

Occorre cercare di sviluppare un nuovo piano industriale che rompa questo ricatto per la sopravvivenza, ma anche che dimostri che l’isola al centro del Mediterraneo può essere un polo produttivo industriale, sostenibile, dove le finalità industriali siano destinate unicamente a prodotti non bellici.

Negli ultimi dieci anni si sono perse figure di alta specializzazione, soprattutto nel campo metalmeccanico industriale, tra le migliori al mondo, con la conseguente perdita di un bagaglio tecnico inestimabile. Ad oggi le nuove generazioni nella nostra terra, strette dalla morsa dei contratti a tempo e a chiamata, non sviluppano più queste specializzazioni tecniche, ottenendo un duplice effetto: risultare carne da macello per la classe imprenditoriale senza scrupoli esistente e non riuscire più a crescere professionalmente. Il tutto compone in parte il quadro di sottosviluppo tecnologico e industriale che vive la Sardegna.

 

Il 26 giugno 2019 l’Italia, a seguito di una mozione in Parlamento, ha promulgato uno stop di 18 mesi alla vendita di armamenti verso Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, le due forze principali che stringono d’assedio con i bombardamenti lo Yemen. Successivamente l’azienda RWM ha dato vita ad una strategia di terrore nei confronti dei dipendenti, minacciando una riduzione del personale e una crisi aziendale non dipendenti dalla stessa Società. Su questo hanno risposto con fermezza le tante associazioni e i Partiti della Sinistra, molto attivi nel territorio, denunciando non solo la falsità della crisi aziendale, ma anche la condizione lavorativa all’interno dello stabilimento di produzione. Di fatto il sito di Domusnovas, rispetto alla sede di Ghedi, concentra al suo interno la maggior parte della forza lavoro operaistica, nella quale gli esuberi annunciati sarebbero focalizzati sul lavoro interinale, usato a mani basse e in deroga ai contratti nazionali a causa della complicità sindacale che ha siglato con RWM accordi di secondo livello, i quali alla luce dei fatti non sono certo da ritenersi migliorativi per i lavoratori. Mentre, nonostante tutto, gli utili aziendali continuino a crescere, viene usato lo strumento del ricatto lavorativo e sociale ed anche a livello mainstream viene veicolato il messaggio che questo sito industriale sia l’unica risorsa per il territorio, quasi mai viene affrontata la tipologia di produzione che porta all’assassinio indiscriminato di uomini, donne e bambini.

Senza considerare che nella continua espansione di RWM, compresi i campi prova, oltre alla sottrazione del territorio e delle sue risorse, deve essere considerato l’impatto sull’ambiente che hanno e che possono avere test su esplosivi ad alto potenziale, in quest’isola già abbondantemente martoriata dai giochi di guerra e dai rifiuti bellici, come avviene nelle zone di Salto di Quirra, Capo Frasca e Teulada, solo per citarne alcune.

 

Ancora peggiore appare la richiesta di esponenti di diverse e trasversali forze politiche che chiedono che RWM produca solo per i Paesi NATO ed Europei, continuando comunque la fabbricazione di strumenti di morte utilizzati quindi dal braccio armato dell’imperialismo, la NATO.

La produzione di armi, i giochi di guerra, non possono e non devono essere l’orizzonte dello sviluppo della Sardegna o di qualsiasi altro territorio, così come i lavoratori non devono sottostare al ricatto salariale ed essere costretti a fabbricare morte per sopravvivere. Occorre urgentemente un piano industriale sostenibile, tecnologicamente di qualità e professionalizzante ma anche che dia lavoro, stabilità e speranza nel futuro al popolo Sardo.

La RWM, fabbrica

della morte,

si amplia ancora

Il territorio e il popolo Sardo, già provati da decenni

di servitù militari che ne hanno bloccato lo sviluppo economico e sociale, ancora una volta sono utilizzati come strumenti per l’asservimento alle logiche dell’imperialismo.

 

di Piero Manunta