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Crisi covid

e tempo del conflitto

di Pierpaolo Leonardi

esecutivo nazionale USB e segretario del Sindacato mondiale del pubblico impiego,

aderente alla Federazione sindacale mondiale

La crisi covid è crisi di sistema, forse la più pesante che tutte le nostre generazioni possano ricordare. Non basta dire che siamo di fronte alla fine della globalizzazione, è necessario affermare con forza che il sistema predatorio che il capitalismo ha cercato di instaurare, e che ha avuto vita dall’avvio degli anni ’90 fino ad oggi, si è dimostrato totalmente incapace di garantire un futuro all’umanità, la sicurezza e il benessere a miliardi di persone. Il tentativo fallito a cui assistiamo è stato quello di basare la propria forza e rilancio nel riprendersi quanto il movimento di classe si era conquistato in tutto il mondo sulla strada mostrata dalla Rivoluzione del 1917. Un tentativo praticato con determinazione e che nel nostro Paese ha visto una collaborazione convinta di tutte le forze che si sono alternate al governo nei trent’anni precedenti all’oggi. La furia privatizzatrice che ha spostato enormi risorse dal pubblico al privato si è fatta forte del contributo di tutti, così come lo smantellamento della sanità pubblica, della scuola pubblica e per tutti, della previdenza universalistica. Il tentativo è riuscito ma all’insorgenza della pandemia più violenta e pervasiva che si sia in grado di ricordare ha mostrato tutta la sua follia lasciando miliardi di persone senza alcuno scudo pubblico, senza aver pianificato nessuna risposta ad una eventualità del genere che la devastazione dell’ambiente, la continua rapina delle risorse rendevano evento possibile anche se non preventivabile nei tempi e nei modi della sua apparizione.

Oggi il capitale cerca di sopravvivere a questo enorme fallimento nel più classico dei modi, cercando di rovesciare sulle masse popolari, sui lavoratori, il costo di questa crisi che è invece figlia della loro barbarie. I decreti dell’emergenza si vanno facendo sempre meno emergenziali e sempre più strutturali. L’emergenza rimane solo in capo a qualche provvedimento diretto proprio a lavoratori e masse popolari. Il reddito di emergenza per un paio di mesi e di sostanziale irrilevanza economica, il blocco dei licenziamenti per qualche mese, il rinvio, non la cancellazione, del pagamento degli interessi sui mutui. Ben altra natura hanno i provvedimenti a sostegno delle imprese e dei padroni, dalla cancellazione della rata dell’IRAP, tassa che consente alle regioni di far funzionare la sanità, alla previsione di elargizioni a fondo perduto alle aziende con fatturato oltre i 50 milioni senza alcuna condizionalità, che invece vengono introdotte a piene mani per poter ottenere il reddito di emergenza o il contributo, anch’esso per pochi mesi alle partite IVA, mesi di cassa integrazione e di FIS spacciati come interventi a favore dei lavoratori ma che in realtà servono a dare miliardi alle imprese fino all’istituzione presso la Cassa Depositi e Prestiti, che vive dei risparmi dei cittadini che si servono delle Poste, di un fondo che può arrivare a 50 miliardi per il sostegno alle grandi aziende a cui non viene nemmeno chiesto di rendicontare l’uso che intenderanno farne. Intanto si fanno pressanti le richieste di smontare Quota 100 al più presto, si presenta una ipotetica finta riduzione dell’orario di lavoro sostituita da una indistinta formazione, si presta orecchio alle richieste pressanti della Confindustria del super falco Bonomi di modifica degli assetti contrattuali per tagliare quei lacci e lacciuoli che per i padroni rappresentano i diritti dei lavoratori.

In un tale contesto Cgil Cisl Uil hanno sposato con gran soddisfazione la proposta di un nuovo Patto sociale neo corporativo, che assicuri che nella ripartenza non ci siano traumi, in cambio del definitivo accreditamento come unici vassalli delle politiche governative e confindustriali da realizzarsi attraverso nuove attribuzioni agli enti bilaterali e il rafforzamento del proprio monopolio della rappresentanza che dovrà appunto servire a continuare a provare a smantellare ogni espressione conflittuale e ad assicurare la pace sociale.

In questo quadro in cui i padroni mettono in campo tutta la loro arroganza e il governo si dispone ad accettare qualsiasi loro richiesta, anche le più pericolose per la sicurezza dei lavoratori, e qualsiasi pretesa di sostegno economico pesante e a fondo perduto, si vanno già presentando gli effetti disastrosi sul lavoro e sui soggetti più deboli della società.

I contenuti reali, non quelli raccontati, del Decreto Maggio sono infatti fumo negli occhi per i settori popolari e sostanziose prebende per le imprese. L'offensiva reazionaria è in campo per cercare di evitare il definitivo smottamento del sistema di rapina messo in atto con particolare violenza negli ultimi 30 anni senza trovare nessuna adeguata opposizione nel Paese. Un'offensiva ben supportata dagli apparati repressivi dello Stato, col divieto di manifestare con la scusa degli assembramenti, con il divieto di sciopero mascherato da appelli continui e reiterati al buon senso che si traducono immediatamente in sanzioni, multe e minacce di interventi penali. L'arroganza di chi, di fronte alla carenza di prodotti agricoli, dovuti all'impossibilità per i migranti di lavorare nelle condizioni determinate dal covid e in assenza di regolarizzazione, passa dal chiedere a gran voce che siano inviati nei campi i disoccupati e i cassintegrati, in  pratica le nuove truppe dell'esercito dei fannulloni, ad una spudorata messa in scena annaffiata dalle lacrime della ministra di turno, che nega ogni percorso che finalmente garantisca una vera regolarizzazione che porti definitivamente con sé diritti, salario, contratto e cittadinanza ai braccianti. Smaniano per interrompere il temporaneo blocco dei licenziamenti mentre usano a mani basse la cassa integrazione anche dove e quando non ne avrebbero alcun bisogno, protestano per le briciole che cadono dal tavolo dei 55 miliardi se queste vanno in direzione della povera gente e anche se avranno durata irrisoria e valore irrilevante.

È tempo di lanciare un'offensiva politica e sindacale che non si faccia irretire dal volemose bene o dal siamo tutti sulla stessa barca perché non è vero che siamo sulla stessa barca e non è vero che l'emergenza covid ha colpito tutti nello stesso modo. È il tempo per riscoprire la forza del conflitto per affermare i nostri diritti, a partire da quello alla salute e alla sicurezza sui luoghi di lavoro dove peraltro gli omicidi sono già ripresi in numero impressionante. Diritto al reddito per tutte e tutti coloro che sono in difficoltà, garanzia del lavoro e nazionalizzazione delle aziende in crisi e di quelle strategiche per il Paese, regolarizzazione dei lavoratori migranti, blocco degli affitti e riduzione delle bollette istituendo una fascia sociale per chi non è in grado di pagare, interventi economici rilevanti su sanità e scuola pubblica interrompendo ogni sostegno pubblico ai privati, attivare una rapida e sostanziosa stagione di assunzioni stabili di personale sanitario e insegnanti per garantire a tutti il diritto alla salute e all'istruzione. È necessario però che il nostro Paese avvii anche una seria e programmata politica di messa in sicurezza del territorio e di cura dell'ambiente affidandola ai giovani, agli attuali precari dei lavoretti, ai disoccupati. Solo se sapremo interpretare questa fase attraverso la ripresa del conflitto potremo quindi dare corpo e voce a quel sentire, divenuto comune, che comincia a capire quanto il sistema di prima fosse incapace di garantire benessere e salute e che non si può e non si deve permettergli di continuare ad esistere e che cambiare lo stato delle cose presenti, oggi, è forse meno lontano di prima.