Questo sito non rappresenta una testata giornalistica e non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001

 

 

 

 

 

 

Il senso dello Stato e del dovere quali tipici elementi del socialismo scientifico

e del Partito di quadri con vocazione di massa

 

 

Molti paesi, fra cui il nostro, stanno affrontando una grave emergenza pandemica: i ritardi accumulati sul piano soprattutto federale nell’affrontarla e la considerazione, probabilmente limitata, della Confederazione Svizzera verso le sollecitazioni della Repubblica e Cantone Ticino andranno analizzate con rigore una volta superata questa crisi che denota dei limiti al modello federalista stesso: se da un lato l’autonomia cantonale nel caso ticinese è stata vantaggiosa, anche se contrastata, dall’altro manca un intervento compatto e all’altezza della situazione su scala nazionale che non sembra affrontare adeguatamente una pandemia come quella in corso che richiede un lock down con il blocco di ogni attività non essenziale. Inaudite sono state in particolare le dichiarazioni (evidentemente autorizzate!) dell’Ufficio federale di giustizia che, adottando una visione rigidamente legalista del tutto decontestualizzata dalla realtà e in sprezzo della solidarietà confederale, ha di fatto (indirettamente) incitato il padronato a opporsi alle decisioni di blocco dell’economia deliberate dal Consiglio di Stato ticinese (peraltro con il sostegno delle parti sociali e di tutti i partiti rappresentati in Gran Consiglio). Da parte di Berna si constata dunque un certo numero di lacune: benché la valutazione del rischio pandemico sia stata documentata e valutata ampiamente, ci si è trovati molto impreparati e nei fatti non si è riusciti a mettere in pratica il Piano svizzero per pandemie (2018) e in modo particolare andrà valutata l’(in)efficienza con cui si è mosso l’Ufficio federale dell’approvvigionamento economico del Paese (UFAE/BWL), alla luce anche della recente distruzione delle riserve di etanolo (necessario per produrre disinfettante).

Secondo il Consiglio di Stato del Canton Grigioni la situazione delle Valli italofone di sua competenza non sarebbe la medesima, né a livello sanitario né ospedaliero, con l’emergenza riscontrata nel Canton Ticino. Si omette però in questo modo di considerare che i cittadini del Moesano e Calanca sono presi a carico proprio dalla sanità ticinese e che il territorio non è altro che un continuum del Canton Ticino. Accordare almeno al Moesano le stesse disposizioni del Ticino nel procedere quindi con un lock down, significa agire a tutela della popolazione e delle medesime strutture sanitarie già molto sollecitate. Tranne lodevoli eccezioni, colpisce ma non stupisce l’atteggiamento inqualificabilmente rinunciatario (se non reazionario) dei vertici politici del Moesano. Si ripresenta qui peraltro la discussione sulle difficoltà strutturali, già riscontrate dal nostro Partito negli anni scorsi, a costruire una presenza di reale opposizione politica all’interno delle dinamiche sociali e istituzionali del Grigioni italiano.

La crisi sanitaria in corso ha visto, perlomeno nelle sue fasi iniziali, il ripetersi del vizio delle fughe di notizie (ad es. dall’Ente Ospedaliero Cantonale). Lungi dall’essere sinonimo di trasparenza (come invece immaginano alcuni gruppi dell’estremismo di sinistra) questa prassi non ha nulla a che fare con pratiche potenzialmente lecite e regolamentabili (come ad esempio il whistleblowing) ma contribuisce alla perdita di credibilità dello Stato, e ciò fomenta non certo impeti rivoluzionari ma semmai ulteriori forme di individualismo a danno del senso di comunità e di unità popolare. Si sono poi addirittura registrati dei casi di “ammutinamento” da parte di alcuni sindaci e municipali che hanno umiliato la nostra tradizione repubblicana con atteggiamenti simil-feudali, imponendo norme ad hoc valevoli solo per il proprio comune, e ciò non solo in esplicito contrasto alle direttive del governo cantonale, ma pure con palese atteggiamento di sfida. Non si tratta – come hanno interpretato i soliti gruppi massimalisti – di presunte avanzate espressioni libertarie: ben al contrario siamo dinnanzi a manie di protagonismo (pre-elettorali) di alcuni amministratori locali che, irresponsabilmente, hanno fomentato la confusione fra i cittadini e istigato un conflitto istituzionale in un momento di pericolo. Fenomeni, questi, che potranno essere considerati, in altre sedi, nel quadro della discussione relativa alla politica comunale. Il nostro Partito – che non confonde il ribellismo con la rivoluzione! – fa la sua parte istruendo e selezionando il proprio personale politico e formando il proprio gruppo dirigente senza tollerare forme di individualismo nemmeno sui social network: ci si attenderebbe la medesima rigorosità anche e soprattutto da parte di quei Partiti che, pur avendo incarichi di governo, si dimostrano carenti nella cura e nella formazione politica della classe dirigente del Paese.

Al momento come comunisti sentiamo forte in noi, non tanto il senso della polemica fine a se stessa, ma il nostro ruolo di avanguardia di classe nel contribuire con spirito di responsabilità ad affrontare questa difficile situazione che impone una presa di coscienza collettiva non solo nell’attenersi alle disposizioni di natura igienica previste dalle autorità mediche, ma anche nell’arginare atteggiamenti irrazionali e di panico sociale che aggraverebbero la fase delicata che stiamo attraversando. Ciò non deve però giustificare da parte nostra un’attitudine esageratamente passiva in ambito politico: il conflitto di classe in sé continua, ma il nostro intervento deve essere calibrato a quanto la contingenza sanitaria impone e allo scopo di mai limitarsi a declamare retoricamente la superiorità del socialismo rispetto al capitalismo, ma di porsi con l’obiettivo di incidere nella realtà in cui viviamo, riconoscendo le contraddizioni che la pandemia ha aperto anche nel blocco storico borghese, e modulando la nostra “linea di massa”. All’interno del padronato, del governo (soprattutto quello federale) e dei partiti di sistema sono emerse posizioni diverse e alcune con potenziali risvolti progressivi, con cui dobbiamo assolutamente saper interagire in maniera propositiva se vogliamo uscire dalla crisi con un miglioramento tangibile per le classi popolari. Il virus colpisce tutti, è vero, ma la retorica del “siamo tutti sulla stessa barca” non va abusata: l’abisso anche di natura sanitaria che esiste fra una persona senza tetto e il manager di una grande banca non solo con la pandemia non si colma, ma anzi si approfondisce ancora più drammaticamente.

Ci appelliamo anche ai giornalisti, affinché si attengano al rigore che la loro fondamentale professione impone, soprattutto in un periodo difficile come l’attuale: libertà di stampa non equivale a libertà di disinformare giocando su titoli ad effetto o a trasformare del semplice gossip in notizia. Nel contempo occorre professionalità nel capire quando la delicatezza della situazione impone un certo riserbo iniziale nel fornire determinate informazioni. Soffocare però il dibattito politico censurando ad esempio ben cinque comunicati stampa del nostro Partito (redatti in termini assolutamente equilibrati e propositivi, certamente non sterili né raffazzonati da perfetti incompetenti) è grave perché significa rinunciare al ruolo informativo ma anche formativo (!) che un buon giornalista sa incarnare. Ostacolare così la politica che vuole fare il proprio lavoro, che consiste anche nel presentare apertamente più opzioni per il rilancio del Paese, significa fomentare populisticamente il neo-qualunquismo, l’idea errata cioè che di fronte a una crisi sanitaria non esista il confronto politico. Ciò non solo è falso poiché in realtà esso sorge dalla naturale conflittualità sociale esistente nella società capitalista, ma anche perché è la politica che permette (o non permette) di avere sufficienti letti in cure intense, ed è la politica che spingerà (o non spingerà) un piccolo commerciante rimasto senza lavoro a finire in assistenza. Senza dimenticare che, trasmettendo questa convinzione nella linea editoriale, si apre la porta all’idea sostanzialmente golpista della tecnocrazia. Deploriamo poi come sui temi internazionali siano circolate fake news e giudizi di valore atti solo a delegittimare gli unici paesi che si sono dimostrati solidali (in primis Russia, Cina e Cuba) coi popoli più colpiti dal virus. Allo stesso modo condanniamo chi ha soffiato sul fuoco creando ansia sociale nella popolazione preoccupata per il proprio stato di salute.

L’appello che avanziamo invece al nostro interno, ai membri e ai militanti comunisti attualmente non attivi nell’ambito del Servizio Civile (SC), della Protezione Civile (PCi) o di altre forme di volontariato associativo al servizio della popolazione, è quello di contattare il Partito e di mettersi a disposizione dello stesso per i numerosi compiti politici e organizzativi che si rendono necessari nelle presenti settimane e nei prossimi tempi di totale riorganizzazione dell’attività politica. Disporre infatti di un Partito funzionante in questa fase è anch’essa una forma di volontariato al servizio del Paese e del suo sistema democratico. Abbiamo insomma bisogno di effettivi: siamo consapevoli infatti che da una crisi di ampie proporzioni come questa il rischio che la classe lavoratrice ne esca con le ossa rotte esiste: sta a noi evitarlo e anzi spingere la società verso sbocchi politici e sociali più avanzati.

 

 

 

Per superare la crisi sanitaria ci vuole più Stato!

 

 

Come comunisti non ignoriamo la responsabilità individuale e, infatti, insistiamo affinché i cittadini (a partire naturalmente dai nostri militanti che devono dare l’esempio) restino a casa ed evitino rischi per la propria salute e per quella degli altri. Tuttavia la responsabilità individuale subentra nel momento in cui lo Stato si assume le proprie responsabilità. Ecco perché all’esaltazione spesso meramente retorica del volontariato altruistico, noi sottolineiamo in termini generali – cioè valido anche al di là della pandemia – che è anzitutto l’ente pubblico a dover offrire per tempo servizi adeguati e accessibili a tutte le persone.

Così come medici, infermieri, postini, poliziotti, militi della protezione civile, ecc. sono in servizio a favore della collettività, anche l’organo supremo dello Stato democratico, cioè il parlamento, deve continuare a funzionare e, in tempi di crisi, assumere competenze straordinarie: a sancirlo è la Costituzione federale ai suoi artt. 148, 165 e 173. Sospendere le sessioni dell’Assemblea federale è quindi problematico, così come lo potrebbe essere per i Gran Consigli dei Cantoni: proprio in un momento complicato come questo, in cui sono necessarie decisioni chiare a favore dei lavoratori, dell’economia e della socialità, il legislatore non può autosospendersi, i deputati devono assumersi le loro responsabilità di fronte al Paese e alla cittadinanza che li ha eletti e deliberare. Le istituzioni democratiche, anche oggi – nel limite delle norme di sicurezza sanitaria – devono continuare a operare dando un segnale di profondo senso dello Stato. Solo lo Stato e la classe lavoratrice, organizzata nei sindacati e nei partiti d’avanguardia, sono infatti garanzia di controllo democratico, di equità sociale e di giustizia in un periodo di crisi che altrimenti può facilmente degenerare in caos e in forme di sciacallaggio reazionario da parte di settori irresponsabili della borghesia capitalista che vorrebbero trarre profitti da questa pandemia! In tal senso è molto apprezzabile che, benché la legge non glielo imponga, l’Ufficio Presidenziale del Gran Consiglio della Repubblica e Cantone Ticino si riunisca regolarmente in forma allargata anche con il nostro Partito e alla presenza di una delegazione del Governo cantonale. Ancora meglio sarebbe stato non annullare la seduta del Gran Consiglio prevista a inizio maggio e coinvolgere attivamente anche un delegato del nostro Partito nel tavolo di consultazione in ambito economico previsto dal governo.

Per quanto detto sopra, la decisione del Consiglio di Stato del Canton Ticino di annullare le elezioni comunali del 5 aprile 2020 nonostante il voto per corrispondenza e la possibilità di posticipare l’entrata in carica degli eletti, non è quindi una scelta progressiva: in Svizzera si votava infatti persino in tempo di guerra! Annullare e rimandare di un anno le elezioni comporta anche spese enormi per i partiti politici e per i candidati: chi è ricco ed è un libero professionista può anche non preoccuparsene e trattare con sufficienza l’argomento, ma per tanti altri che non hanno tali privilegi e che si mettono a disposizione della collettività candidandosi e spendendo molto in tempo e in denaro per questa attività di fatto non remunerata, la decisione governativa – che rischia di fomentare il già presente sentimento dell’anti-politica – assume contorni problematici. Ecco perché non abbiamo paura, come comunisti, a sostenere, come peraltro prevede la Costituzione cantonale, la necessità che lo Stato valorizzi i partiti politici in quanto sale del sistema democratico. Se non tramite rimborsi elettorali (come peraltro esistono senza far scandalo in altri Paesi) occorrerà valutare forme di aiuto indiretto nel lavoro organizzativo e informativo. Mai come in questi momenti di crisi soffriamo infatti per l’assenza di corpi intermedi, una volta rappresentati appunto da Partiti, sindacati e associazioni di massa, che sapevano filtrare le priorità e incanalare democraticamente e disciplinatamente sia l’attivismo civico sia l’eventuale malcontento. La troppa accessibilità diretta a una quantità ingente e superflua di informazioni, per di più né verificate né delimitate, e a messaggi non calibrati a causa dell’istantaneità dei social network, hanno reso molto più fragile la società e molto più manipolabili le persone. Chi scambia questi aspetti per “democrazia” o è un ingenuo o è in cattiva fede.

La mobilitazione dell’esercito svizzero (polizia militare, truppe della logistica e sanitarie, battaglioni di ospedale) in numeri massicci (8.000 uomini non se ne vedevano più dai tempi della seconda guerra mondiale) non va sfruttato a fini propagandistici: sono compiti utili, certo, ma non sono compiti militari, bensì tipicamente afferenti a organizzazioni di soccorso e di protezione civile (la cui professionalità, piuttosto, andrebbe drasticamente valorizzata!). Non dobbiamo accettare che si strumentalizzi da parte della destra o dei media questa situazione per tentare di legittimare il rafforzamento, ad esempio, delle truppe in attività, nuove corse agli armamenti o l’acquisto di nuovi aerei da combattimento NATO (11 miliardi di franchi che potevano essere semmai investiti nella sanità pubblica o a tutela dei salariati e dei piccoli commercianti costretti a chiudere!). Allo stesso tempo per la gestione dell’ordine pubblico e delle frontiere servono professionisti responsabili e addestrati: questi li troviamo nelle Guardie di confine e nelle forze di Polizia, certamente non nelle Scuole reclute, che a esclusione di quelle formate in ambito sanitario, andrebbero anzi sospese (come lo sono peraltro le altre istituzioni)! Ragionamento analogo potrebbe valere per l’appello ai “civilisti” a entrare volontariamente in servizio presso le case di cura: ancora di recente si stava discutendo in parlamento una controriforma che bistratta e discrimina questi ragazzi, ora invece si chiede il loro aiuto. A tal proposito occorre continuare da un lato a preparare il lancio del referendum sensibilizzando i cittadini che saranno poi chiamati a firmarlo, ma dall’altro non deve mai cessare l’attivo invito ai ragazzi neo-maggiorenni di chiedere appena possibile l’ammissione al Servizio Civile sostitutivo al Servizio Militare.

Lodiamo lo spirito di comunità e di solidarietà dei giovani, alcuni dei quali attualmente attivi sono proprio militanti del nostro Partito, e tuttavia rendiamo attenti che non si deve pensare di poter sopperire alla mancanza di personale sanitario formato con l’impiego di reclute o di civilisti: come è tipico del modello di “milizia” non mancano infatti interventi non sufficientemente qualificati e anzi piuttosto improvvisati (come il caso delle ambulanze militari con barelle difettose inviate da Berna al Ticino). Dobbiamo stare attenti anche dal lato ideologico alla martellante propaganda militarista e nazionalista che, ben lungi da forme di senso civico e genuinamente patriottico, sarà poi sfruttato dalla classe dirigente per i prossimi anni nel forgiare il pensiero unico fra le masse popolari e i giovani distogliendone lo sguardo dalle responsabilità della classe dirigente (quella politica e quella militare che nel nostro sistema spesso si sovrappongono). Non è questa la sede per ragionare su una riforma del modello di difesa civile (e militare) del Paese, appare tuttavia chiaro che si debba ragionare in futuro su una “demilitarizzazione” della Pci affinché essa non sia più un “contenitore” di cittadini inabili al servizio militare, ma assuma una forma di servizio pubblico formato da professionisti e volontari.

Deploriamo il fatto che il nostro sistema sanitario possa entrare in crisi qualora, per un motivo qualsiasi, si dovessero chiudere le frontiere o a seguito dell’eventuale “precetto” di personale da parte di uno Stato estero: quando Berna ammette che senza lavoratori frontalieri non si possono garantire cure mediche alla popolazione residente, soprattutto in Ticino, è un messaggio politico gravissimo che non va accettato; pur riconoscendo i miglioramenti in questo ambito presso l’Ente Ospedaliero Cantonale (EOC), ciò non vale sempre per case anziani e cliniche private. In Svizzera si forma meno della metà del personale infermieristico per soddisfare i nostri bisogni, nonostante l’interesse delle giovani generazioni per queste professioni non manchi. Negli anni scorsi il governo e i partiti borghesi hanno tagliato pesantemente sulla sanità pubblica; hanno foraggiato cliniche private; hanno imposto il numerus clausus alle facoltà universitarie di medicina; hanno speculato sull’arrivo di medici dall’estero scaricandone il costo della formazione su Paesi terzi; hanno evitato di formare un numero adeguato di infermieri qualificati dando spazio ad altri curricula in ambito socioassistenziale meno costosi e hanno peggiorato le condizioni di lavoro del personale sanitario. Lo Stato deve prendere in mano la situazione rivedendo la pianificazione ospedaliera come proposto dalla sinistra negli anni scorsi e investendo massicciamente nella sanità pubblica, nei salari, nelle condizioni di lavoro e nella formazione (di base e continua, valutando anche forme di percorsi passerella in ottica di specializzazione), con lo scopo di disporre di personale residente qualificato e assumendo il controllo sulla sanità privata che per prima ha speculato sulla sostituzione di manodopera e che ha ostacolato l’aumento di infermieri residenti. Questa emergenza non deve intensificare la cosiddetta complementarietà pubblico-privato in ambito ospedaliero, già attualmente esagerata, anche perché appare perlomeno paradossale, per non dire volgare e irresponsabile, che una clinica privata si permetta via mezzo stampa (godendo di spazio ad hoc negato ai partiti politici!) di lamentarsi che i pazienti ricoverati siano stati meno di quanto le strutture erano pronti ad accogliere: di certo non siamo disposti ad ammalarci volontariamente per rimpinguare le casse della Santa Chiara!

Il Partito Comunista deve non solo richiedere formalmente al Consiglio federale di far uso della facoltà che gli è concessa dall’art. 32 della Legge sui brevetti, ma tutti i nostri militanti devono spiegare alla popolazione che, non appena possibile, lo Stato deve procedere all’esproprio del brevetto sul prossimo vaccino contro il COVID-19 ai fini di una produzione e distribuzione direttamente ad opera della Confederazione: l’interesse pubblico in questo caso è evidente e deve essere preponderante rispetto ai dogmi del capitalismo. Quello che in realtà occorre è una regìa federale dell’industria farmaceutica, così da garantire che le priorità di produzione, ma anche di ricerca riflettano le esigenze della popolazione e non quelle degli azionisti. Lo stesso vale per quelle aziende che fabbricano materiali oggi essenziali (disinfettanti, mascherine, ecc.) che vanno almeno temporaneamente dirette da un’unica centrale operativa che, appunto, è lo Stato. Mai come ora questi passi possono essere facilmente compresi da più ampi settori di massa.

Di fronte alla minaccia della lobby delle casse malati di non volersi sobbarcare i test per il coronavirus, opponendosi così alla decisione della Confederazione di sottoporre queste analisi all’assicurazione di base, chiariamo una volta per tutte ai manager di queste aziende private che lucrano sulle nostre malattie che due sono i compiti cui devono far fronte: il primo è di ubbidire senza fiatare alle disposizioni politiche atte a garantire la sicurezza sanitaria collettiva del Paese; il secondo è invece quello di prepararsi a chiudere perché appare ormai chiaro ai più che la sanità va nazionalizzata costituendo una cassa malati unica, pubblica e con i premi proporzionali a reddito e sostanza. Senza questa riforma, infatti, casi di medicamenti anti-tumorali non rimborsati e forme di sabotaggio da parte degli assicuratori privati alla strategia sanitaria dell’ente pubblico continueranno.

La Confederazione e i Cantoni devono attivarsi affinché l’integrazione fra gli istituti di ricerca svizzeri e quelli dei paesi emergenti sia facilitata: essi sono ormai forti di eccezionali avanzamenti tecnico-scientifici. Una pandemia può essere infatti affrontata solo con la piena collaborazione fra i paesi senza distinzione ideologica attraverso programmi di ricerca internazionale.

 

 

 

Prima le persone, non i profitti!

 

 

Il padronato deve impegnarsi maggiormente e non solo tramite dichiarazioni d’intenti. In tanti nonostante le indicazioni delle autorità hanno continuato la produzione corrente in maniera irresponsabile per la salute degli operai e di tutta la cittadinanza: essi di fatto hanno tentato di sabotare la strategia di rallentamento dell’ondata epidemica e come tali andrebbero sanzionati. È indecente che in alcuni cantieri, palesemente non urgenti, è dovuto intervenire il sindacato e la stessa Polizia. Il Partito Comunista rivendica in tal senso, fino al termine della crisi sanitaria e in tutto il territorio nazionale, l’interruzione di ogni attività produttiva edile e industriale con la sola eccezione di interventi urgenti di messa in sicurezza e di ambiti assolutamente necessari. Esortiamo inoltre il governo a preparare il graduale ritorno alla normalità sulla base degli interessi di salute pubblica e non dell’economia privata. A tutto ciò va accompagnato il divieto assoluto di licenziamento per l’intero periodo in cui un’azienda beneficia del lavoro ridotto. Indennità di lavoro ridotto a cui, peraltro, devono poter accedere anche i lavoratori indipendenti e su cui l’autorità deve comunque ampiamente indagare perché non si verifichino abusi da parte di aziende il cui lavoro in realtà non si è affatto ridotto.

Il ruolo dei sindacati non può essere considerato facoltativo: il loro coinvolgimento da parte dello Stato Maggiore di Condotta va ritenuto obbligatorio per ogni decisione relativa alla gestione dell’economia in questa fase, a partire evidentemente dalle deroghe alle ordinanze governative. La richiesta sindacale di integrare i lavoratori nell’apparato di controllo per evitare abusi nell’ambito delle suddette deroghe è peraltro l’unica che possa rendere certe e credibili le rassicurazioni in tal senso di autorità notoriamente alleate al mondo dell’imprenditoria privata. La vigilanza democratica dei comunisti (e di tutti coloro a cui sta a cuore lo stato di diritto) affinché a nessuno venga in mente di limitare i diritti sindacali deve essere elevata; a partire dal diritto di sciopero, nel caso in cui le condizioni sanitarie sul posto di lavoro non fossero rispettate in maniera assoluta.

Non abbiamo bisogno di eroi, ma di lavoratori valorizzati e tutelati nei loro diritti, nella loro salute e nella loro professionalità! Ci riferiamo in modo particolare ai servizi strategici del Paese che devono forzatamente continuare il duro ma fondamentale lavoro. Ad esempio, presso la Posta si deve drasticamente aumentare la tutela dei propri dipendenti: presso il centro logistico di Cadenazzo, in particolare, dove abbiamo dovuto segnalare al sindacato come le gabbie dei pacchi non venissero regolarmente disinfettate e dove i trasportatori esterni entravano come se nulla fosse nella base; ma anche nel caso dei postini ancora troppo poco tutelati nella fase di smistamento della corrispondenza e sovraccaricati dall’esplosione dell’invio di pacchi seguita al lockdown. Sono situazioni che, soprattutto da parte di una ex-regìa federale tuttora comunque in mano pubblica, non devono accadere.

Il Partito Comunista incarica un proprio gruppo di lavoro di analizzare scientificamente il nesso che pare evidenziarsi fra la crisi sanitaria e la crisi ecologica, facendo capo alle proposte di cui già ci siamo fatti interpreti in passato e ciò anche in termini agricoli e di sostentamento. Non dobbiamo infatti scordarci il problema dell’approvvigionamento alimentare con una particolare attenzione quindi ai contadini. Questa crisi permette insomma di tematizzare al meglio la sovranità alimentare e la messa in discussione degli accordi di libero scambio di stampo neo-liberale che minacciano il settore primario del nostro Paese e che fomentano peraltro anche forme di neo-colonialismo verso i paesi poveri. Il Partito Comunista dovrà provare a suggerire una proposta politica in questo settore quasi abbandonato dalla sinistra con la consapevolezza però che l’agricoltura svizzera ha delle peculiarità che vanno anzitutto comprese e che non permettono scorciatoie ideologiche. Anche in questo settore la pandemia ha scoperto dei nervi sensibili: la dipendenza strutturale da manodopera stagionale a basso costo estera; la precarietà di aziende agricole imperniate totalmente su una sola figura – “l’imprenditore agricolo” – senza un supporto nel caso quest’ultima si dovesse ammalare; il dominio incontrastato della grande distribuzione rispetto ai mercati contadini, a cui non è stato riconosciuto lo stesso valore fondamentale nel fornire cibo alla popolazione.

L’attuale pandemia sta d’altronde dimostrando l’interesse dei consumatori per i prodotti locali e quindi la validità delle proposte da noi sostenute in occasione della votazione sull’iniziativa popolare per la sovranità alimentare (si veda anche la nostra proposta di un “banco alimentare” avanzata nel piano tabù). Occorrerà anche ipotizzare, se la situazione dovesse peggiorare, di legiferare sul razionamento degli acquisti di beni essenziali (compresi alimenti conservabili, medicinali da banco, prodotti per l’igiene) sia per evitare fenomeni speculativi sui prezzi da parte aziendale, sia per garantire le riserve a tutta la popolazione.

Le misure medico-sanitarie introdotte per combattere la pandemia stanno già ora provocando dei primi contraccolpi a livello economico e sociale. Le prime irresponsabili ondate di licenziamenti, il rischio di chiusura definitiva di vari esercizi commerciali e di piccole attività artigianali, la riduzione delle entrate di numerosi nuclei familiari stanno dimostrando la necessità di un intervento sociale di ampia portata: lo Stato deve provvedere a garantire i posti di lavoro e a difendere l’integrità del tessuto produttivo, ma anche a sostenere finanziariamente le fasce sociali più colpite a livello economico. Per questa ragione vanno urgentemente adottate le proposte descritte nella risoluzione della Direzione del Partito del 1° aprile 2020 intitolata “L’economia svizzera alla prova del COVID-19: occorre fare di più”, volte a rafforzare le misure di sostegno al reddito per le fasce popolari e a difenderne il potere d’acquisto.

La Svizzera è in ritardo nel proporre un intervento strategico e in grande stile per affrontare la crisi senza far esplodere le disuguaglianze sociali. È assolutamente prioritario quindi iniziare ora a sensibilizzare la cittadinanza sul fatto che il costo delle misure di rilancio dopo la pandemia non dovrà ricadere sulle fasce popolari con la solita truffa della simmetria di sacrifici con nuove forme di austerità. In tal senso il Partito Comunista dovrà elaborare un documento con proposte economiche strutturali che approfondiscano la linea già intrapresa con la già citata risoluzione del 1° aprile 2020. Nel contempo occorre preparare un contributo a organizzarsi in vista di eventuali prossime lotte sociali.

 

 

 

Internazionalismo e multipolarismo:

gli amici si vedono nel momento del bisogno!

 

 

Che l’Unione Europea (UE) non sia propriamente un ente benefico e di mutuo soccorso, i lavoratori europei e quelli del nostro stesso Paese lo hanno già capito da tempo. In periodo di crisi sanitaria, poi, la situazione addirittura si è aggravata. Di recente, di fronte a una richiesta di sostegno arrivata dal governo italiano (paese a tutti gli effetti membro dell’UE), da Bruxelles è calato un silenzio assordante: è dovuta intervenire la tanto vituperata Cina a predisporre un’azione di solidarietà concreta al settore sanitario italiano. Poi è stata la volta di un altro paese membro dell’UE, la Germania, a danneggiare la Confederazione, nella misura in cui le autorità di Berlino hanno impedito l’importazione di 240.000 mascherine sanitarie su territorio svizzero, mettendo così a repentaglio la nostra sicurezza nazionale visto che la produzione elvetica di questi prodotti è molto scarsa. In Francia addirittura si è passati alla confisca diretta: in pratica i paesi dell’UE, in barba a ogni spirito comunitario e solidale, si stanno rubando a vicenda il materiale sanitario, uno sciacallaggio imbarazzante e indegno che ora mette a rischio anche il nostro Paese. Il governo svizzero – che auspichiamo impari il valore della cooperazione e i limiti invece della globalizzazione capitalistica che ha finora corroborato – ha fatto bene ad aprire un canale diretto con la Cina (che già ha provveduto a rifornirci del materiale sanitario necessario) ma non va nemmeno dimenticato quanto accaduto e un’azione diplomatica se non economica sull’UE è a questo punto opportuna: chinare il capo di fronte agli atti di pirateria che abbiamo vissuto in piena crisi renderebbe molto fragili le nostre capacità contrattuali future con Bruxelles. I comunisti sanno di non poter lanciare appelli credibili sul piano di massa contro sopraffazione ed egoismo tipici del capitalismo euro-atlantico, se prima non si adoperano per l’indipendenza del proprio paese; e la realtà che stiamo vivendo rappresenta un’occasione da cogliere.

I cosiddetti “paesi canaglia”, cioè quelle nazioni che si sono sottratte o che tentano di sottrarsi alle logiche neo-coloniali, dimostrano di sapere affrontare l’emergenza sanitaria sul piano nazionale e, a volte, persino anche eccellere sul piano della solidarietà internazionale, come nel caso di Cuba. E ciò nonostante gli embarghi e le sanzioni commerciali, economiche e finanziarie cui sono sottoposti dall’imperialismo euro-atlantico. Ecco perché come Partito Comunista abbiamo lanciato una petizione all’attenzione del Consiglio federale contro il bloqueo ai danni di Cuba e nel contempo abbiamo scritto una lettera al Dipartimento federale degli affari esteri perché sostenga perlomeno la sospensione delle sanzioni anche contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, la Repubblica Popolare Democratica di Corea e la Repubblica Islamica dell’Iran, che a causa di esse si vedono bloccate nella loro apertura e impedite nel loro sviluppo economico, sottoponendo i cittadini a carenze di vario genere.

L’emergenza sanitaria enfatizza le criticità sistemiche del capitalismo e mette in crisi un modello di sviluppo non solo iniquo ma anche irrazionale, in quanto orientato alla massimizzazione del profitto a scapito dei bisogni collettivi. I paesi socialisti come Cuba, Cina, Vietnam, ecc. affrontano il virus perché la politica controlla l’economia e non viceversa: è in tal senso vergognoso che alcuni “statisti” ticinesi e svizzeri – ingrati verso l’aiuto offerto da questi popoli – affermino che ciò è possibile solo perché stiamo parlando di presunti sistemi “totalitari” (concetto peraltro privo di valenza scientifica e che appare persino ridicolo conoscendo per davvero la dinamicità e il dibattito interno ai paesi citati). A essere determinante è la pianificazione che anche in un sistema di “socialismo di mercato” riesce sempre e giustamente a sovrastare la concorrenza e gli interessi privati. Dobbiamo imparare – e per fare questo non è necessario aderire al marxismo-leninismo – che essere in grado di riorientare drasticamente (cioè senza subire pressioni delle lobby padronali) la produzione nazionale per soddisfare i bisogni sociali è positivo e lungimirante. Costruire nuovi ospedali pubblici o sperimentare farmaci non è, infatti, sempre vantaggioso per quei soggetti economici che investono solo laddove è fattibile massimizzare il profitto.

La crisi del Coronavirus offre la possibilità di far conoscere in particolare la Cina, un paese che noi abbiamo individuato essere centrale non solo per il futuro geoeconomico del pianeta, ma anche come laboratorio di una modernizzazione dell’economia di piano e dunque, in ultima analisi, della stessa prospettiva socialista. Già si nota, in effetti, il nervosismo dei settori filo-atlantici della borghesia svizzera e della sinistra liberal che in questi giorni tornano con le litanie sinofobiche basate su fake news o mezze verità per gettare fango sul governo della Repubblica Popolare e sul suo Partito Comunista. Questo perché la preoccupazione per il prestigio che la Cina può guadagnare a livello popolare è alto: altro che fabbrica di cianfrusaglie come ancora in troppi pensano, la Cina oggi più che mai si mostra come indispensabile alla stessa sopravvivenza dell’Occidente in termini di preparazione sanitaria nonché di potenza tecnologica e scientifica, oltre che di quella evidentemente finanziaria. Accanto a ciò, come dicevamo, la pianificazione economica che in Cina persiste nonostante le riforme di mercato, ha permesso allo Stato non solo di costruire immediatamente ospedali pubblici, ma di ordinare il lock down di intere (enormi) regioni senza preoccuparsi delle pressioni egoistiche di imprenditori interessati solo al profitto (altro che neo-liberismo cinese!). Senza contare l’ordine: mentre da noi si permette ai privati di speculare sulle mascherine triplicandone il prezzo, in Cina sono stati sanzionati anche alti funzionari del Partito e dello Stato che non hanno agito con la dovuta celerità al servizio del Popolo e sono stati puniti personaggi corrotti che pensavano di trarre vantaggio della malattia. Il medesimo discorso si può naturalmente estendere ad altri paesi socialisti, ad esempio il Vietnam.

Il direttore del giornale “MilanoFinanza”, quotidiano legato agli ambienti bancari italiani, ha scritto di recente: «Un piano Marshall Italia-Cina è possibile proprio perché l’Italia è il Paese più colpito e quello che più sta subendo l’ostracismo di molti membri della UE, per non parlare degli Stati Uniti. Nell’immensa sciagura del coronavirus la solidarietà che si percepisce a più voci da parte della Cina verso l’Italia è da capitalizzare per far crescere significativamente l’interscambio con il riequilibrio delle esportazioni italiane». Il nostro Partito perora da anni, naturalmente in relazione alla realtà svizzera, proprio tali concetti di diversificazione dei mercati e dei partner commerciali: peccato che prima del resto della sinistra ci arrivi la destra! Un Partito Comunista del nostro tempo deve operare affinché il multipolarismo prevalga sull’atlantismo: solo così si apriranno margini di agibilità per sconfiggere l’imperialismo e far progredire forme sia di sovranità sia di lotta sociale. La Nuova Via della Seta (One Belt One Road) è un progetto infrastrutturale a trazione cinese di immensa portata strategica in cui la Svizzera, infatti, può e deve giocare un ruolo ancora più grande in quanto Paese neutrale che già oggi è, in qualche modo, un ponte fra l’Occidente e l’Eurasia. Questa crisi sanitaria porterà a una crisi economica e finanziaria, da cui ci si potrà sollevare solo in due modi: anzitutto intensificando l’intervento pubblico sul mercato, inserendo cioè forme di pianificazione economica e procedendo alla nazionalizzazione dei settori strategici; e in secondo luogo superando l’ostruzionismo degli USA e dei settori atlantisti dell’UE e della borghesia “svendipatria” nel nostro stesso Paese per aprirci con maggiore forza alla cooperazione con la Cina e i paesi emergenti, e dunque inserirci da protagonisti nel nuovo mondo multipolare

 

 

 

Impostazioni di lavoro per il nostro Partito nel prossimo periodo

 

 

Continuare l’esperienza dei gruppi di lavoro attualmente attivi nell’analisi e nella elaborazione propositiva in questi macro-ambiti: a) rilancio economico e diritti del lavoro; b) controllo democratico e istituzionale; c) multipolarismo e cooperazione internazionale. Oltre a ciò occorre intensificare lo spirito di appartenenza e di militanza con il coinvolgimento facilitato dai software gestionali delle compagne e dei compagni anche solo simpatizzanti: attirare a sé tutte le intelligenze possibili, consapevoli che è l’esperienza a forgiare il carattere e la morale comunista e che ognuno può rendersi utile e diventare avanguardia. Nel contempo migliorare l’organizzazione interna: l’attuale dipendenza da piattaforme informatiche in mano a monopoli esteri o comunque in nessun modo da noi influenzabili, così come la sistematica censura mediatica cui siamo confrontati da parte dei mass media, impongono una riflessione seria e preventiva sul nostro grado di indipendenza che è poi sinonimo anche di sicurezza e di tenuta del “centro” di un Partito che si concepisce come avanguardia.

Nelle crisi strutturali come quella che il Coronavirus causerà, il capitalismo medesimo resta nonostante tutto capace di dissimulare i propri limiti: non ci si deve illudere di trovarsi quindi in una fase pre-rivoluzionaria, ma dobbiamo lavorare con intelligenza e duttilità nelle plateali contraddizioni del sistema economico e sociale egemone che stanno oggi emergendo, a partire dai temi strategici quali la pianificazione, la sovranità alimentare, le nazionalizzazioni, la lotta alla desertificazione industriale e alle delocalizzazioni, l’abolizione del freno al disavanzo, ecc. A tal proposito dobbiamo riconoscere, però, anche i rischi di alcuni provvedimenti che se comprensibili nel contesto della pandemia, non devono trasformarsi in esperimenti nell’ambito del controllo sociale della popolazione come quello della delazione (“le sentinelle sul territorio” - come le ha definite un Consigliere di Stato, sentinelle che però – aggiungiamo noi – mancano sui posti di lavoro!), così come la diffusione dell’insegnamento a distanza che alla lunga distrugge il carattere umanista della relazione pedagogica, o ancora il telelavoro che potrà furbescamente essere usato per parcellizzare ulteriormente la classe lavoratrice indebolendo drasticamente l’azione sindacale e illudendo le masse magari come una abile mossa propagandista di tipo presuntamente “ecologista”.

Diffondere le proprie esperienze con altre organizzazioni progressiste e operaie operative sul territorio svizzero ma anche con Partiti esteri e le Ambasciate dei paesi che in questa situazione possono esserci alleati. La crisi è globale e le risposte, per quanto debbano nascere e adeguarsi alle differenti realtà nazionali, devono avere una visione di classe e d’insieme in un rinnovato concetto internazionalista. È il momento di “bombardare” mediaticamente contro l’UE e gli USA e intensificare l’informazione pulita per far scattare un senso di stima e di cooperazione verso la Cina e i paesi non allineati che lottano per la loro sovranità del modello liberale e atlantico, ad esempio provando a rilanciare in qualche forma la campagna pionieristica del nostro Partito del 2010 “Giù le mani dalla Cina”, ma anche sottolineando senza però cadere nel folklore come i paesi socialisti guidati da partiti comunisti propongano un progetto generale di cooperazione win-win fra nazioni sovrane che archivi l’era della sopraffazione imperialista e unipolare: un futuro, insomma, di benessere condiviso.

L’unità popolare si costruisce, però, solo con una ben più diffusa coscienza politica e quindi di classe. Per farlo dobbiamo essere noi comunisti quell’avanguardia che, rifiutando in prima persona il conformismo e il pensiero unico dell’attuale modello di società, insegni dialetticamente al resto della popolazione, a partire dai giovani, a comprendere come difendersi collettivamente e come far avanzare il Paese su nuove basi: il senso politico deve insomma superare, soprattutto a sinistra, l’inconcludente indignazione idealistica e volontaristica a cui spingono sia i riformisti moderati e sia i movimentisti più massimalisti. A questo compito devono partecipare tutti, e non da ultimi gli accademici e gli intellettuali che devono porsi al servizio della classe e dunque della politica attraverso il materialismo dialettico nella sua essenza di “teoria→prassi→nuova teoria”. Se ci poniamo in quest’ottica bisogna uscire dall’eurocentrismo valoriale inserito nella cultura “liberal” di destra e di sinistra e riscoprire la vitalità degli strumenti analitici e politici del socialismo scientifico uniti alle spinte rivoluzionarie, patriottiche e partecipative delle nazioni dell’Eurasia e dell’America latina che ambiscono a emanciparsi dal giogo atlantico e lo fanno con esperienze nuove che aprono prospettive di un senso comunitario e di appartenenza nazionale basato sulla solidarietà e non sullo sciovinismo. Insomma quello che con una straordinaria lungimiranza avevamo già individuato nelle tesi politiche del 23° Congresso del Partito Comunista (Lugano, novembre 2016) in cui abbiamo introdotto il concetto di “Community”. Restiamo, infatti, convinti con Marx ed Engels che “solo nella comunità con altri, ciascun individuo ha i mezzi per sviluppare in tutti i sensi le sue disposizioni; solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale”. L’unicità dell’essere umano è il suo rapporto sociale nella comunità, di tipo protagonistico, ma anche altruistico e responsabile, esattamente quello che prima col neo-liberismo e ora addirittura con la pandemia si sta definitivamente perdendo per strada. Molti cittadini però lo stanno percependo e sta a noi avvicinarli con l’esperienza ai principi umanistici del comunismo. Consci che non si tratta di un progetto facile e veloce, occorre tuttavia insistere con l’apporto individuale ma organizzato e costante di ciascun/a compagno/a.

Al lavoro e alla lotta

per affrontare le conseguenze sociali

ed economiche

della pandemia

PARTITO COMUNISTA (SVIZZERA)

Risoluzione del Comitato Centrale del 18 aprile 2020