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Orario di lavoro, salario…

e vecchi merletti

di Lucia Mango*

*direzione nazionale PCI

“È ora che cominciamo a compiere analisi senza subalternità ai padroni e respingendo i ricatti ideologici del capitalismo nostrano… certi che la riduzione dell’orario di lavoro, accompagnata da investimenti massicci in innovazione e ricerca nel campo del 4.0, possa garantire occupazione e produttività tale da consentire un aumento dei livelli salariali che, com’è ovvio, porterebbe con sé una crescita della domanda interna tale da risultare un enorme vantaggio non solo per i lavoratori ma per l’intera economia del Paese”

 

A seguito degli effetti della rivoluzione industriale, che ha profondamente mutato i rapporti di produzione e il rapporto tra forza lavoro e produttività in questo paese, una legge del 1899 ha fissato a 12 ore l’orario di lavoro, che precedentemente arrivava fino a 16h delle operaie nelle filande torinesi.

Nel 1906 operai del settore meccanico invadono il centro di Torino per rivendicare le 10 ore giornaliere. Nello stesso anno alla FIAT s'era stipulato un accordo che all'art. 2 recitava: “L'orario normale di lavoro è di 10 ore. Le prime due ore straordinarie, oltre le dieci, verranno retribuite col salario maggiorato del 25 %. Al di là delle 12 ore l'operaio non è più obbligato a prestare la sua opera. Se lo farà, verrà retribuito col 50% in più del salario normale”.

L'accordo per le 48 ore viene stipulato il 20 febbraio 1919, con la fine della guerra, le relazioni industriali in Italia entrano in una fase completamente nuova. Il conflitto mondiale aveva dilatato sia l'occupazione industriale sia la sfera stessa della regolazione delle condizioni di lavoro, accentuando le attese dei lavoratori per un miglioramento sostanziale della loro posizione economica e sociale.

È in questa prospettiva che va collocato l'accordo pilota siglato nel febbraio del 1919 fra la Federazione degli industriali metallurgici e la FIOM in cui venne accolta la storica rivendicazione del movimento operaio della giornata lavorativa di otto ore. L'accordo recitava: “Con l'approvazione avvenuta del Regolamento unico per tutte le Officine meccaniche, navali e affini, l'orario di lavoro viene ridotto rispettivamente da 55, 60 a 48 settimanali come indicato dall'art. 6 del Regolamento stesso. Per gli stabilimenti siderurgici tale orario viene ridotto da 72 a 48 ore, con l'adozione dei tre turni, come stabilito dall'art. 6 del Regolamento unico per gli stabilimenti stessi. Tali orari dovranno essere attuati non oltre il 1° maggio per le officine meccaniche, navali ed affini e non oltre il 1° luglio per gli stabilimenti siderurgici”. Con il Regio Decreto 692 del 1923 (convertito in legge 473 il 17/4/1925) si estende a tutte le categorie l'orario di lavoro massimo di 8 ore giornaliere o 48 settimanali. In questo lungo periodo l'orario contrattuale subirà periodiche riduzioni nelle varie tornate contrattuali.

La riduzione proporzionale e generale delle ore di lavoro risolve il problema di distribuire il lavoro equamente fra tutti gli uomini. Nel giugno del 1932 lo stesso presidente della FIAT, Giovanni Agnelli, in un'intervista Press sosteneva la necessità della riduzione dell'orario di lavoro. Ci fu un intenso scambio di vedute col senatore Luigi Einaudi (futuro Presidente della Repubblica) che allora era direttore di “Riforma sociale”, rivista di ispirazione liberale e fino ad allora tollerata dal fascismo. Agnelli insiste sulla proposta di riduzione. Ricorda che disoccupazione è calo della domanda. Definisce la stessa disoccupazione: “una catena paurosa”. Il padrone per eccellenza sosteneva che il progresso tecnico non si traduce in automatico progresso sociale, se non vi è l'intervento contrattuale e legislativo. Lezione che oggi pare dimenticata perfino a sinistra.

Agnelli parlava esplicitamente di due velocità, quella del progresso tecnico e quella del progresso dell'organizzazione del lavoro (condizione del lavoro che definisce anche umano). Einaudi, invece, definisce la disoccupazione “una malattia della quale non occorre che i medici si preoccupino gran fatto chè essa si cura da sé”. Sembra di leggere polemiche attuali su intervento pubblico, contrattazione e ruolo del mercato.

Il giornale “La Repubblica” del 7 gennaio 1998 ricorda la polemica Agnelli-Einaudi in un articolo dal titolo “Orario ridotto vecchia idea di casa Agnelli” in cui vengono riportati ampi stralci della polemica del '33 e fra questi uno tratto da una lettera del presidente della Fiat. “Onorevole collega, partiamo dalla premessa che in un dato Paese vi siano cento milioni di operai occupati, con un salario medio di un dollaro al giorno per 800 milioni di ore di lavoro al giorno – non esistono disoccupati, non si parla di crisi, gli affari vanno –, ad un tratto uomini di genio inventano un qualcosa che permette, con 75 milioni di uomini, di compiere il lavoro che prima ne richiedeva cento. Ci saranno 25 milioni di disoccupati, la domanda e i consumi si ridurranno e dopo un po' grazie ad una ‘catena paurosa’ basteranno 60 milioni di operai a produrre quanto chiesto dal mercato. Che fare per uscire dal collasso spaventevole?". Agnelli suggerisce: “ridurre le ore lavorate da 800 a 600 mantenendo invariate le paghe”. L'articolo si conclude con questa riflessione del giornalista: “Più o meno quanto chiesto, 56 anni dopo, da Bertinotti”.

I rinnovi contrattuali del ’63, che segnano il culmine della grande ripresa di lotte operaie negli anni del “miracolo economico”, sono caratterizzati – oltre che da altre importanti conquiste – da una rilevante riduzione dell'orario di lavoro settimanale, che nell'arco di alcuni anni porta la maggior parte delle categorie ad un orario medio di 44 ore settimanali.

All'inizio degli anni '60 le modalità della futura riduzione dell'orario di lavoro sono oggetto di un intenso dibattito nel movimento operaio e in particolar modo nella CGIL. Molte voci, in particolare da sinistra, sostengono la “giornata corta” piuttosto che la “settimana corta”: la prima soluzione sarebbe più coerente con l'obiettivo di ridurre la fatica e difendere la salute, mentre la seconda rischierebbe di essere funzionale al modello consumistico proposto dall'impetuoso sviluppo di quegli anni. Nei fatti, i lavoratori spingono massicciamente per la seconda soluzione, cioè per la settimana corta. Al di là delle dispute politico-ideologiche sul consumismo, questo tipo di riduzione segna un mutamento più evidente e visibile nel “tempo di vita” dei lavoratori. Le 40 ore vengono raggiunte nell'arco di due soli ulteriori rinnovi contrattuali, e cioè nei contratti '70: tenendo conto della loro attuazione scaglionata nel tempo, ad esse si giungerà nel '72-'73.

Sono quindi passati solo dieci anni da quando l'orario era ancora di 48 ore settimanali. Il “sabato libero” diviene così una conquista generalizzata – salvo, naturalmente, per certi tipi di servizi pubblici e di produzioni a ciclo continuo. Ma c'è un altro elemento che va sottolineato, e che riguarda l'intreccio orario/organizzazione del lavoro/occupazione.

La prima tappa della riduzione d'orario era stata realizzata quando il sindacato non era ancora riuscito realmente a “entrare in fabbrica” e ad esercitare un controllo sull'organizzazione del lavoro: essa era stata rapidamente “recuperata” dai padroni attraverso l'intensificazione del lavoro e i conseguenti aumenti di produttività, e non aveva quindi avuto rilevanti conseguenze occupazionali (l'occupazione, anzi, era diminuita a causa della manovra recessiva avviata a fine '63). Al contrario, negli anni '70 la forza del sindacato in fabbrica impedisce (in larga misura) gli aumenti di produttività derivanti dalla pura intensificazione del lavoro (non, ovviamente, quelli derivanti dall'innovazione tecnologica), e quindi la riduzione di orario si traduce, almeno in parte, in un aumento di occupazione (come mostrano varie analisi fatte da economisti sull'andamento occupazionale di quegli anni).

È un elemento concreto che mostra come lotta sull'orario e controllo sulle condizioni di lavoro e sull'organizzazione del lavoro siano due aspetti collegati: senza il secondo, i vantaggi della riduzione d'orario possono essere vanificati, sia dal punto di vista occupazionale che da quello della qualità della vita di lavoro. Siamo dunque fermi sulle battaglie per la riduzione dell’orario di lavoro agli anni ’70, salvo il fuoco di paglia della velleitaria rivendicazione del ’98 del PRC, che non seguiva a rivendicazioni sindacali né a un movimento reale sui luoghi di lavoro.

Dopo anni di silenzio e di totale regresso delle condizioni dei lavoratori e del potere di acquisto dei salari, oggi la pandemia ha portato con sé l’apertura nel dibattito sul mondo del lavoro su temi, da tempo derubricati dall’agenda politica. Si è così, d’un tratto, scoperta la possibilità di un largo accesso alla modalità di lavoro ‘da remoto’ o smart, che dir si voglia, che consentirebbe il bilanciamento tra tempi di vita e di lavoro di un altissimo numero di lavoratrici e lavoratori, se debitamente regolato. L’esperienza di lavoro da remoto ha svelato anche alla parte datoriale l’evidente binomio tra libertà e produttività: quando si è più liberi di vivere il proprio tempo e di soddisfare senza ansie le proprie esigenze familiari e non, si produce di più. Così è di maggio lo sdoganamento di un argomento che fino ad allora era stato patrimonio dei comunisti e della sinistra, così detta, radicale: la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. La realtà economica del Paese ci propone, dunque, questioni che non possono essere aggirate e che sono strettamente interconnesse: salario, orario di lavoro, produttività e sicurezza sui luoghi di lavoro.

Quella sempre più centrale ma volutamente derubricata dal dibattito resta quella salariale, che è questione nazionale ma che viene nascosta o derubricata dietro il blando dibattito sul salario minimo, che pure è una forma di civiltà necessaria anche in un paese che vede interi settori prosperare sul lavoro nero e sommerso, che quindi, da solo risulta misura necessaria ma non sufficiente. È ovvio che la questione dei salari sia da affrontare con buon senso e realismo da ogni parte ma ignorarla produce molti degli effetti devastanti che, spesso, sentiamo lamentare rispetto all’andamento economico del paese e del famigerato PIL.

Da anni lo hanno capito anche in Germania dove, dopo anni di surplus commerciale e di crescita, che hanno reso quel Paese egemone nelle scelte di fondo dell’Europa, le rivendicazioni salariali nell’industria, e non solo, hanno ripreso quota e trovato debite risposte. In Italia la necessaria premessa a un serio dibattito sulla condizione salariale e sulle condizioni in cui versa il mondo del lavoro non può prescindere da una seria lotta all’emersione del nero, che si accompagni ad un alleggerimento della tassazione per chi investe in lavoro direttamente proporzionale all’aumento della stretta fiscale per chi specula in finanza, manovra che libererebbe risorse per un piano per l’occupazione, di cui lo Stato dovrebbe essere attore strategico. In parole povere, è necessario ricominciare a redistribuire la ‘pagnotta’ economica. Un processo improcrastinabile, con buona pace di Confindustria.

Far finta di niente non è più possibile. La questione, si voglia o no, è nei fatti sul tappeto e va ben oltre le disquisizioni spesso sterili su come calibrare in modo algebrico la materia nei diversi livelli contrattuali. E se questo problema va affrontato con l’opportuno senso di responsabilità, non può essere rimosso anche in relazione al clima sociale che una sua sottovalutazione può determinare nel mondo del lavoro. Di fronte alla sordità del quadro politico, pari a quella dei poteri economici, occorre promuovere nella realtà sociale e del lavoro dinamiche e idee che superino un modo vecchio di affrontare i problemi, statico e non aggiornato, e fare, finalmente, alcuni passi avanti che sono perfettamente compatibili con l’attuale mondo del lavoro precario, 4.0 e largamente sottopagato.

Uno studio sui livelli salariali in Italia ci rivela che nel 2019 la retribuzione media lorda in Italia è scesa rispetto all’anno precedente e per il 2020 è atteso un calo drastico delle retribuzioni medie a causa del lockdown e della crisi del coronavirus che si è abbattuta su tutto il mercato. Fatta eccezione per i dirigenti, nel primo semestre del 2019 il potere d’acquisto dei lavoratori italiani è calato rispetto al 2018. Questo perché a partire dal 2019 i prezzi sono aumentati più delle retribuzioni.

Stante il quadro storico della riduzione dell’orario di lavoro in Italia e del dibattito che lo ha accompagnato, precedentemente richiamati, appare evidente che nel 2020 con un’enorme questione salariale aperta in questo paese non possa sfuggire quanto non era sfuggito negli anni ’50 ad Agnelli: occorre ridurre l’orario di lavoro al fine di sconfiggere la disoccupazione e rilanciare la domanda interna. L’equivoco che si pone a sinistra è che questo non deve e non può accadere a parità di salario ma è necessario rivendicare aumenti salariali adeguati al costo della vita. Non solo per il sacrosanto principio che il lavoro deve garantire sussistenza dignitosa ma perché la riduzione di orario di lavoro associata alle nuove forme di produzione (la famosa industria 4.0) produce aumento di produttività e di plusvalore prodotto da ogni lavoratore, per aumento di efficienza, ritmi, diminuzione di pause e minore stanchezza fisica e mentale. Negli ultimi 20 anni, la forbice salariale ed economica si è allargata a dismisura, la produttività del lavoro è invece di gran lunga cresciuta. Contemporaneamente sono crollate le retribuzioni reali. In questi anni abbiamo visto, dunque, più precarietà, meno occupazione e salari da fame, (vd. Basta salari da fame, Simone e Marta Fana, ed. Laterza, 2019).

Oggi si guadagna generalmente meno di 30 anni fa, stante il potere d’acquisto del salario e ci sono una pletora di professioni mortificati dalla precarietà e dalla finzione di essere ‘piccoli padroncini’ con un moltiplicarsi di finte partite iva, che nascondono, in realtà, rapporti di lavoro subordinati privi di alcun diritto o tutela.  La questione salariale è, quindi, centrale anche quando si parla di diminuzione dell’orario di lavoro. Non si può discutere di Pil e di crescita senza affrontare una volta per tutte la dinamica retributiva, la precarietà, la riduzione dell'orario di lavoro e l'abbassamento dell'età pensionabile. A che serve, infatti, lavorare meno, se la giornata lavorativa non garantisce una serena sussistenza? Rischieremmo solo una corsa al secondo lavoro nero e non possiamo accettare che a sinistra si finga di non vedere il rischio boomerang. È ora che cominciamo a compiere analisi senza subalternità ai padroni e respingendo i ricatti ideologici del capitalismo nostrano, che non brilla per capacità e volontà di innovare, certi che la riduzione dell’orario di lavoro, accompagnata da investimenti massicci in innovazione e ricerca nel campo del 4.0, possa garantire occupazione e produttività tale da consentire un aumento dei livelli salariali che, com’è ovvio, porterebbe con sé una crescita della domanda interna tale da risultare un enorme vantaggio non solo per i lavoratori ma per l’intera economia del Paese.

La capacità di conciliazione dei tempi vita/lavoro è riconosciuta quale fattore produttivo in numerosi studi, che riguardano soprattutto il coinvolgimento delle donne nel mondo del lavoro, dimostrando quanto gioverebbe al nostro paese e all’Europa intera coinvolgere le donne nel mercato del lavoro, perché è documentato il fatto, per esempio, che le donne conseguono risultati scolastici più brillanti, perché gli indicatori di performance delle aziende nelle quali la presenza femminile è più forte sono migliori (Mc Kinsey & Company 2008; Rapporto Cerved 2009), perché le donne che lavorano fanno più figli e si assicurano un futuro pensionistico scongiurando il rischio povertà nella fase matura della propria vita (Rapporto Save the Children 2010), e infine perché il lavoro delle donne genera altro lavoro attivando meccanismi incrementali di aumento del Pil (Ferrera 2008; Banca d’Italia 2011). È chiaro che quello che vale per le donne, espunte per necessità di tempi dal mercato del lavoro in particolare, vale per i lavoratori in generale ma è chiaro che, nell’assunzione del work-life balance quale fattore produttivo, lo Stato, in quanto legislatore, deve avere un ruolo centrale nel colmare un gap che separa l’Italia dai paesi più evoluti.

Serve, nel caso della riduzione dell’orario di lavoro, legata all’aumento dei salari, ciò che faticosamente si è fatto per quanto riguarda la sicurezza sui luoghi di lavoro, sulla quale pure ancora moltissimo resta da fare; occorre che si legiferi, che si migliorino le leggi stesse in base alla situazione reale, che si imponga una visione moderna dei fattori produttivi, che non sono più soltanto quelli economicamente e classicamente intesi, bensì quelli legati al benessere del lavoratore e alla capacità di rendere chi lavora parte fondamentale e consapevole del progresso del paese.

Per usare un vecchio slogan, non più lavorare meno e lavorare tutti e tutte ma lavorare meno, lavorare meglio e meno faticosamente, lavorare tutti per vivere con dignità in una società decisamente più accogliente di quella attuale. Questa la sfida per i comunisti in Italia negli anni a venire: costruire un mondo del lavoro a misura dei lavoratori e delle lavoratrici per creare sviluppo positivo e sostenibile in una società finalmente a misura dei lavoratori e delle loro famiglie.