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Interstampa, n° 5, maggio 1983: Renato Scionti analizza le profonde contraddizioni e ambiguità, politiche e teoriche, della proposta del PCI dell’Alternativa Democratica

Ora si discute sull’identità stessa del PCI

come Partito Comunista

di Renato Scionti

Interstampa, maggio 1983

 

In un grande partito, come il PCI, è di per sé un sintomo grave la penetrazione, persino nel linguaggio, di etichette come quelle di filosovietici, di antipartito, di cossuttiani, di ingraiani, di berlingueriani. Non meno grave, anche se si presenta più sfumato, è l'uso dell’appellativo di “dissenzienti”. Queste etichette, una volta entrate nel linguaggio, richiamano dialetticamente delle opposte etichette. Ogni determinazione, come è noto, è anche una negazione.

Per tornare ad una regola di libero e democratico dibattito, senza il quale la politica diventa asfittica e si burocratizza progressivamente, dobbiamo esprimere liberamente e confrontare, senza etichettature, le posizioni diverse che indubbiamente si formano tra i compagni nel corso dell'azione politica. D'altronde la diversità è nelle cose, è nella realtà storica di ogni giorno che si fa sempre più complessa e complicata per le dimensioni e la qualità nuova dei suoi problemi. È quindi dal confronto, libero da pregiudiziali, tra posizioni diverse che nascono da situazioni e valutazioni differenti, che il partito si arricchisce e costruisce giorno dopo giorno la sua vera unità. Non vi è un assoluto. Questa “verità” la si avverte oggi più che ieri e vale per tutti.

Per queste ragioni il dopo-Congresso di Milano, a mio avviso, apre un discorso più di fondo. Non ci si può limitare a spiegare ai compagni le conclusioni alle quali esso è pervenuto in misura più o meno esplicita. Anche questo è necessario, ma una tale spiegazione deve accompagnarsi all’apertura di un processo critico di ricerca e di analisi, che non si esaurisce in un tempo determinato a priori. Tanto meno questa analisi può risultare esaustiva in un breve articolo. Non vi è niente di assoluto. Le stesse conclusioni del XVI Congresso rappresentano una tappa di una vicenda non ancora conclusa e che può avere sbocchi diversi. Sbagliano, quindi, coloro che, in questi giorni, affermano che ormai il Congresso ha deciso e dobbiamo “metterci una pietra sopra”. Una tale concezione del Congresso è più propria di una chiesa che di un partito politico e, soprattutto, non tiene conto del sempre più rapido mutarsi della realtà e dei suoi termini.

Nei mesi che precedettero il XVI Congresso molti compagni, così come molti periodici anche dell'area della sinistra, affermarono che i temi della politica internazionale e dello “strappo” dall'Unione Sovietica e dai paesi socialisti (non meglio precisati) avrebbero costituito il terreno principale di “scontro” tra i delegati al Congresso. Anch'io, devo riconoscere, per molti mesi ritenni che i complessi problemi teorici e politici che nascevano da quel giudizio, espresso anche nel documento preparatorio del XVI Congresso, avrebbero costituito l'asse del dibattito congressuale. Successivamente, dopo i Congressi provinciali delle grandi città e nelle ultime settimane precedenti le assise di Milano, venne fuori, con forza, il tema del centralismo democratico. La grande stampa d'opinione vide in questo problema l'offuscamento dello “strappo” e del giudizio sull'Unione Sovietica e i paesi socialisti e previde, come tema centrale del Congresso, il dibattito sul problema della democrazia nel Partito.

Nei fatti, come è ormai noto, entrambe queste tematiche hanno avuto una parte di rilievo nel dibattito congressuale di Milano; ma la questione centrale, sulla quale i delegati hanno più discusso, è stata sicuramente quella della “Alternativa democratica”. Tanto questo è vero che sono già in molti coloro che definiscono il Congresso di Milano come le assise dell'alternativa democratica.

 

 

 

Cosa si intende per Alternativa Democratica

 

Qui si pone un problema.  È stato questo un fatto casuale? Certamente no. Così come non è stato casuale che dietro la presidenza del congresso campeggiasse su un grande pannello la parola d’ordine “Alternativa democratica per rinnovare l'Italia” e, soltanto in fondo, ai lati del grande emiciclo del Palasport e in dimensioni minori, su due pannelli si leggesse in un primo “La Pace e il Disarmo per la pace mondiale” e in un secondo “Un socialismo nuovo. Una Terza via”. Tra l'altro, degni di riflessione sono quell'aggettivo nuovo che accompagnava il sostantivo socialismo e la terza via privata della sua centralità.

Il fatto non può destare meraviglia, quando si pensa che tutto il congresso è stato preparato e condotto (come recita lo stesso documento approvato dal CC e dalla CCC come base del dibattito congressuale) per discutere “La Proposta di Alternativa per il cambiamento”. Nulla di casuale, dunque. Ad un primo giudizio, ancora a caldo, direi che il Congresso di Milano ha discusso dei problemi di politica internazionale, dello “strappo” e dell’“esaurimento della forza propulsiva del modello storicamente determinato dall'Unione Sovietica”, ha discusso della democrazia nel Partito e del centralismo democratico, dei problemi della crisi economica e dello sviluppo, il problema del partito e delle alleanze, della questione morale e delle istituzioni, dell'informazione, dei movimenti di massa,  del mondo cattolico e così via, cercando di unificare tutta questa pluralità di problemi nell'insieme dell'alternativa democratica che, in tale maniera,  è divenuta il problema dei problemi.

È giusta questa interpretazione? Io penso di sì, ma con due precisazioni che cercherò di sottolineare come un primo contributo al dibattito del dopo-congresso.

1) A mio avviso il reale significato del congresso di Milano non è stato esplicitato consapevolmente e alla luce del sole. Esso è emerso, qua e là, in pochi interventi, ma è stato sopraffatto, anche in essi, dal tema dell'alternativa democratica, che non ha assunto mai una legittimazione che la facesse realmente oggetto di un confronto, di riflessione collettiva e di una consapevole decisione. Che cosa intendo dire? Esprimerò brevemente il mio pensiero. Lo “strappo” nei confronti dell’Unione Sovietica e dei paesi socialisti, le prese di posizione sui problemi della crisi e dello sviluppo, i problemi delle alleanze e del partito, quelli della democrazia e del centralismo democratico e così via non potevano trovare una loro piena soluzione nell'Alternativa democratica, così come questa è stata posta, perché anch'essa si presenta come un problema teoricamente e politicamente aperto a soluzioni diverse e persino opposte. Questo giudizio è emerso chiaramente dagli accenti e dalle interpretazioni diverse che, nel corso del dibattito, i vari compagni hanno dato dell'alternativa democratica. Che cosa significa alternativa democratica? Alternativa alla Democrazia Cristiana, cioè alternativa di governo? Alternativa al sistema capitalistico e alle forze sociali moderate e conservatrici ad esso legate? Alternativa come sbocco finale per una riforma istituzionale, ma ancora tutta dentro al sistema? Alternativa come fase intermedia di un processo per la costruzione di una società socialista? E che cosa si deve intendere per socialismo? Quale ne è la discriminante fondamentale rispetto al capitalismo? Infine, con quali forze si possono realizzare questi obiettivi che, ovviamente, per la loro diversità e persino opposizione, richiedono blocchi sociali diversi e una specifica concezione del partito e delle sue alleanze.

 

 

 

Crisi economica e sviluppo: un complesso di ambiguità

 

Su tutti questi interrogativi, a mio avviso, non vi è stata sufficiente chiarezza, sia a livello teorico che politico.

Se si riflette su queste ambiguità (nel senso letterale e non deteriore del termine) troviamo che esse non sono presenti soltanto sul problema dell'alternativa democratica, ma le ritroviamo anche sui temi più specifici della crisi e dello sviluppo economico, delle alleanze, della politica internazionale, del centralismo democratico e così via. Sono ambiguità che, in taluni casi, come qualche delegato ha osservato, rasentano la contraddizione.

Si impone così quella che ho indicato come una necessaria e più approfondita riflessione sul significato reale che ha avuto il Congresso di Milano. Cioè una riflessione che, sia pure come ipotesi di lavoro, ci faccia comprendere che cosa è realmente avvenuto. Affermo, esplicitamente, che si tratta di un'ipotesi di lavoro perché essa resta aperta e tutta da verificare; ma, accettandola, i diversi problemi che sono stati dibattuti acquistano una loro più coerente valenza. Ipotesi dunque, che non presume di avere il crisma né della “verità” né di essere una conclusione definitiva, ma vuole costruire soltanto uno strumento utile di discussione e di dibattito politico sui risultati del XVI Congresso di Milano.

Per entrare di più nel merito, mi sembra che il vero nodo centrale del XVI Congresso sia stato quello della natura del Partito, anche se non è emerso con chiarezza nella parola d'ordine dell'alternativa democratica. Il PCI continua ad essere un classista, marxista, rivoluzionario, che lotta per un socialismo reale in Italia e nel mondo sia pure adeguandosi alle specifiche condizioni storiche dei diversi paesi a cominciare dal nostro? Oppure il PCI, come fecero a suo tempo i partiti della Seconda Internazionale e negli ultimi 25 anni il PSI, si va progressivamente integrando nel mondo occidentale “capitalistico”, sia pure occupando in esso uno spazio a sinistra? Ecco un interrogativo che è certamente inquietante perché pone la questione della stessa identità del Partito, del suo essere Partito comunista. Ora, è proprio questo problema che, mi sembra, è stato escluso dal dibattito congressuale. Esso è passato sulla testa dei delegati. Ognuno ha dato e continua a dare la propria interpretazione dell’alternativa democratica cercando, nell'azione pratica, un conforto all'assenza di una base teorica. Anzi, la teoria viene espulsa come ideologismo. Pochi si sono accorti che il XVI Congresso ha approvato una linea politica che può assumere il segno di “un nuovo corso del PCI”, un corso il cui connotato è quello del riformismo democratico.

D'altronde, che questo possa essere il vero significato del Congresso lo ha espresso, nel suo intervento, un autorevole compagno, quando ha affermato, esplicitamente, che “l'alternativa deve cambiare anche noi... anzi, che la vera novità dell'alternativa siamo noi...”.

 

 

 

Un Programma senza progetto politico

 

E ancora: “il PCI varca la soglia e si offre... come forza riformatrice” e “le parole come riformismo non ci fanno paura...”. È proprio questo il problema che avrebbe dovuto costituire il nodo centrale del dibattito congressuale e ciò che doveva apparire evidente anche ad una più attenta lettura dello stesso documento preparatorio del XVI Congresso, per limitarci soltanto a questo.

Il documento preparatorio del Congresso di Milano aveva mostrato, infatti, nella sua stessa composizione, l'offuscamento della teoria marxista del materialismo storico, delle contraddizioni del capitalismo e del nodo centrale dello scontro di classe. Ciò che vi era privilegiato era un programma che, privo di una robusta elaborazione teorica che gli desse un significato unitario e una prospettiva, mostrava la corda di una metodologia pragmatica ed empirica. Ora, come è stato scritto da alcuni politologi, lo sbocco di una tale critica “più e meglio di un programma reclama un progetto”.

Né vi è identità tra programma e progetto. Un programma può essere slegato da un progetto, mentre quest’ultimo costituisce la base organica di un programma. In parole più semplici ci si trova di fronte al problema, che anche Gramsci e Togliatti hanno tenuto continuamente presente, del nesso dialettico e insieme organico tra teoria e prassi. Un programma slegato da un progetto perde di capacità fattuale. Ho sotto gli occhi l’“Accordo politico programmatico per il governo di centrosinistra tra DC, PSI, PSDI PRI”, siglato nel novembre 1963, per la formazione del primo governo di centro-sinistra con la partecipazione organica del PSI. Ebbene, quel programma, nel quale tra l'altro si pattuiva “l’integrale applicazione della Costituzione” e una politica di programmazione tesa al superamento degli squilibri settoriali e regionali (problema del Mezzogiorno), è rimasto del tutto inatteso nel suo reale significato rinnovatore. Il problema, per natura, quando è preso in sé, segue l'esistente, cioè si modella sulla situazione immediata. Così, ad esempio, i programmi della DC prima del 1948 (e ancor più durante la Resistenza) erano del tutto simili a quelli del PCI e del PSI di allora; più recentemente, i programmi dei conservatori e dei socialdemocratici nelle elezioni politiche in Finlandia sono stati simili tra loro. Anche quando i programmi sono diversi, nella loro applicazione tendono ad assimilarsi.

Al contrario, il progetto possiede una specifica carica teorica, che lo attraversa e dà significato anche al programma che ne deriva. Un progetto marxista non elude l'esistente, ma lo analizza, ne individua le fondamentali tendenze alla luce di una concezione delle classi, cioè della struttura composita della società civile, delle sue contraddizioni, dello scontro di classe che è in atto.

 

 

 

Necessario più che mai un “Marx collettivo”

 

Oggi, in una situazione che è quella che l'Italia e il mondo attraversano, si avverte più che mai il bisogno di un progetto che apra una prospettiva generale, entro il quale lo stesso programma acquisterebbe una valenza più pregnante. Voglio qui ripetere quella voce isolata che ho ascoltato al Congresso di Milano da un compagno: “Questi nostri tempi non hanno ancora trovato il loro Marx.

Non è stato nemmeno compiuto un reale sforzo per comprendere i cambiamenti e delineare le forme e gli strumenti per un'azione rivoluzionaria. Forse un tale compito più che di un Marx individuale ha bisogno di un intellettuale collettivo. Anche il PCI ha raccolto soltanto una parte delle spinte che provengono dalla società...”. Ecco. È proprio questo sforzo collettivo, nel contesto della visione nuova della dimensione mondiale e della diversa qualità dei problemi, che è venuto meno.

Se una riprova fosse necessaria sarebbe sufficiente tornare a ripetere quello che, con altrettante chiare lettere, è stato detto al Palasport di Milano: “l'andata al governo del PCI è possibile perché non costituisce più un trauma… non è più vista come il crollo di un regime... come una rottura… ma come l'alternarsi di forze politiche con programmi differenti...”.

Che cosa significa tutto ciò? A mio avviso, può avere un solo significato logico. Il PCI si presenta oggi come una forza politica la cui andata al governo non significa più una “rottura” perché esso, pur con un diverso legittimo “programma” costituisce, nel sistema “democratico” una continuità, anzi lo rafforza.

Una tale “continuità” è tanto vera, che l'andata al governo del PCI viene definita un “alternarsi” senza “rotture” a cui, ugualmente senza rotture, può seguire, un'uscita e poi anche un ritorno.

Tutto secondo la logica della democrazia liberal-democratica. Cadrebbe quindi ogni alibi pretestuoso per escludere il PCI dal governo.

 

 

 

Un processo del PCI che non è concluso

 

2) Una seconda considerazione, più breve, sulla possibilità e sulla validità di questo processo. È possibile un tale mutamento della natura del PCI che, tra l'altro, si presenta come una vicenda non del tutto ancora conclusa? Allo stato attuale dei fatti non è possibile dare una risposta assoluta a questo interrogativo, che certamente è nodale anche se è stato generalmente eluso, come tema centrale, nel dibattito del XVI Congresso.

Ciò che mi sembra di poter dire è che in linea generale l'alternativa democratica, proprio per la sua ambiguità, potrebbe anche invertire il processo riformista. Ma perché questo sia possibile è necessario il verificarsi di condizioni, sul piano internazionale e nel Partito che producano delle forti tensioni ideali e politiche. In particolare tali condizioni possono essere riassunte in due punti:

a) La situazione internazionale – che ha come connotati per un verso la crescente aggressività degli USA e l'avvicinarsi del rischio reale di una terza guerra mondiale, per un altro il restringimento crescente dei margini di autonomia dell’Italia e dell'Europa occidentale –, si manifesta nell'isterismo bellicista del discorso di Reagan che richiama alla memoria gli analoghi discorsi bellicisti pronunciati in Europa negli anni trenta, da Mussolini e da Hitler. In una tale situazione di così grave pericolo, le forze politiche di sinistra, italiane ed europee, a cominciare dai P.C. che ne costituiscono l'asse fondamentale, dovranno fare una scelta più chiara e precisa e ritrovare pienamente la loro ragione d'essere come forze per il socialismo e il progresso contro l'imperialismo, il capitalismo e la scivolosa strada che porta al conflitto armato.

b) Una crescita della tensione politica nel PCI, che potrà aversi proprio nella misura in cui i compagni prendono atto del reale significato del XVI Congresso e del fatto che tale vicenda non è affatto conclusa. Questa tensione, caratterizzata in questa fase da un'acuta crisi del sistema e dai crescenti sacrifici che sono richiesti ai lavoratori, potrà tradursi, anche alla luce dell'acuirsi della situazione internazionale, in una rinnovata azione di lotta, di analisi e di elaborazione per la costruzione di un nuovo progetto politico, che sia di reale alternativa al capitalismo e all'imperialismo nell'unità di tutte le forze progressiste del nostro Paese e dell'Europa occidentale, dei paesi del terzo mondo e di quelli del cosiddetto socialismo reale.

Oggi nel contesto di questa realtà profondamente mutata, quando gravi pericoli incombono sulla nostra stessa sopravvivenza, si avverte come non mai l'urgenza di questa seria e compiuta analisi collettiva che, facendo propria quella esperienza e quegli strumenti teorici ancora validi del patrimonio storico della classe operaia internazionale dia un significato e una prospettiva alla drammatica realtà nella quale noi tutti viviamo e dobbiamo operare ai diversi livelli, anche nel nostro Paese.

È questo un lavoro che darà rinnovata forza e dignità al nostro Partito richiamando, tra l'altro, l'apporto indispensabile delle giovani generazioni, che sono vive e operano soltanto se hanno una prospettiva, cioè una speranza fondata su un'analisi della realtà concreta.