Nell’intervista di Claudio Magris ne La Lettura del 28 marzo Marco Rizzo ha posto in primo piano un problema epocale per la società di oggi col quale i comunisti devono confrontarsi: la centralità del conflitto capitale-lavoro. 

Questa è stata la bussola dei marxisti di tutte le latitudini, almeno per coloro che hanno tenuto e tengono alta la bandiera della prospettiva rivoluzionaria e del necessario rovesciamento della società capitalistica. L’abbandono di questa centralità è stato il vulnus ideologico che poi ha provocato il totale passaggio armi e bagagli nel campo avversario, con l’accettazione dei presupposti del liberismo, fino a diventare uno dei sostegni, se non il principale e più efficiente, dell’ideologia e della politica capitalistica e imperialistica.

In questo senso, la definizione di “sinistra socialdemocratica” o “sinistra opportunista”, nel senso usato da Lenin nei confronti della II Internazionale, non si adatta a questa linea di pensiero, avendo essa abbandonato persino i confini di classe e accettato a parole l’interclassismo più supino, nei fatti l’ideologia del nemico. Non si tratta quindi di stare a disquisire se essa sia l’ala destra del proletariato o l’ala sinistra della borghesia, come si polemizzava all’interno della III Internazionale. Dobbiamo riadattare anche il nostro lessico. “Sinistra imperialista” potrebbe essere la definizione più appropriata per indicare che questo settore è del tutto integrato ed anzi il più strenuo difensore del sistema borghese.

Se persino Bernstein o Turati avevano comunque chiari i confini tra proletariato e borghesia, se il Partito Socialdemocratico tedesco o il Partito Socialista Italiano potevano vantare la presenza massiccia e addirittura maggioritaria nella classe operaia, così come aveva il PCI fino al suo scioglimento, il PD di oggi e le sue propaggini non hanno nessuna di queste caratteristiche. Dal punto di vista ideologico persino quelli non avrebbero mai accettato di assumere Böhm-Bawerk come riferimento. Oggi i riferimenti dell’ala “sinistra” di questa sinistra imperialista sono al massimo Keynes, che viene sbandierato come il paladino dell’egualitarismo dai suoi epigoni, se non addirittura papa Francesco.

La contestazione al sistema capitalistico si ferma agli aspetti fenomenici, epidermici: l’“ambiente” declinato nei termini più confacenti al capitalismo “verde”, le “diseguaglianze” declinato nei termini aclassisti che in definitiva le ipostatizzano rendendole definitive. Ma la bussola ideologica è in ogni caso il liberismo moderno (non ci piace la parola “iper-liberismo”, come se ce ne fossero di graduabili più o meno accettabili per un marxista), fatto di privatizzazioni, regalie pubbliche ai monopoli in proporzione alla loro dimensione, sottomissione dell’interesse pubblico o quello privato.

Fetta importante di questo svuotamento della prospettiva di classe riguarda il tema dei “diritti”, declinato secondo i cosiddetti “diritti civili”. Lasciamo per un attimo da parte come essi vengono brandeggiati a corrente alternata contro tutti i governi che non sono completamente supini all’ordo americanus. Concentriamoci su come vengono usati nella società italiana.  Il risultato della sovraeccitazione di questi “diritti” ha come effetto la divisione su campi contrapposti di quelle masse che invece dalla rivendicazione di questi diritti dovrebbero essere uniti. 

I diritti dei giovani vengono contrapposti a quelli degli “anziani garantiti”, quindi non è il diritto del lavoratore ad avere la pensione e un lavoro stabile e sicuro e dignitoso, ma esso viene additato come “privilegio” ai giovani a cui quel diritto è stato negato. I diritti degli immigrati vengono usati contro i lavoratori e tutti i cittadini (come chiamarli? c’è già una difficoltà: italiani? autoctoni?) presenti sul territorio nazionale.

I diritti delle donne vengono contrapposti a quelli degli “uomini” che per il solo fatto di appartenere a questa categoria sono già nella lista nera di potenziali oppressori, violenti e maschilisti. Quindi il contenuto reale dei problemi di queste categorie – che nessuno può e vuole negare – vengono anche qui cristallizzandoli, vengono resi insolubili. A tutto vantaggio del sistema che su queste divisioni divide e impera.

Mi sia concessa una gustosa digressione personale. Quando ai miei colleghi dipendenti pubblici, che si vantano di pagare le tasse e sproloquiano contro gli autonomi («tutti evasori!»), contesto che in realtà sono le tasse che “pagano noi”, si avverte uno stridore di meningi causato dall’andare a gambe all’aria delle consolatorie “narrazioni” che ogni categoria si fa, o meglio assume già predisposta dalla cucina del potere borghese. Marx, aiutaci tu e racconta loro ancora una volta la vicenda degli operai inglesi e operai irlandesi!

Ora, come Lenin dovette trovare il modo di distinguersi anche nel nome dai partiti socialisti e socialdemocratici che avevano tradito il proletariato, chiamandosi comunisti (ma l’URSS era definita socialista, perché comunque tra il progetto-partito e la realtà-società la distinzione marxiana doveva e poteva essere mantenuta), anche noi a maggior ragione, in forza di quanto detto precedentemente, non possiamo che divorziare dal termine altamente e lungamente liso di “sinistra”. Essa andava bene fin quando il perimetro di questa circonferenza politica comprendeva i grandi partiti del lavoro, ossia il PCI e il PSI, per cui ogni altro soggetto si iscrivesse a questa cerchia, assumeva implicitamente questa prospettiva di “classe”. Tale prospettiva a un certo punto (non è questa la sede per individuare esattamente il quando e comunque si tratta sempre di processi che hanno uno svolgimento temporale) si è persa e con essa la caratterizzazione del termine “sinistra”. 

Tornando all’intervista di Rizzo, come egli ha modo di sottolineare in quelle poche frasi che lo spazio ha consentito, la separazione dei comunisti dalla parola-categoria “sinistra” deve essere cristallina. Non solo nelle “sottigliezze” ideologiche, ma anche – se vogliamo che la nostra ideologia cammini sulle gambe delle masse – negli atteggiamenti esteriori. 

La protesta di Rizzo coglie in flagrante il “difensore” dei diritti quando esso rivendica non un diritto ma un privilegio intollerabile, perché calpesta diritti altrui prima ancora che civili, naturali, come sul tema dell’utero in affitto.  La domanda simmetrica che si potrebbe rivolgere è: è operaismo questo? Ossia il ruolo storico che si riconosce alla classe operaia e al complesso dei lavoratori della odierna società, sconfina nell’idolatria della classe che ha dentro di sé tutto quello che occorre per la rivoluzione e la costruzione della nuova società? Assolutamente no. La lezione marxiana e leniniana (e aggiungerei gramsciana) della classe in sé, del ruolo del Partito e del ruolo dell’egemonia sono il cardine fondante del partito che Rizzo dirige. Ciò traspare, ancora nella brevità tirannica dell’intervista, nella denuncia che viene rivolta alla gestione della crisi, non solo pandemica, della generalità dei sistemi occidentali. 

Ma il punto che contraddistingue la proposta politica attuale del Partito Comunista è quella dell’unificazione di tutti i lavoratori, delle loro lotte, in una prospettiva che tende a sganciare quello che una volta veniva definito “ceto medio produttivo” dalla sudditanza in primis ideologica dalla grande borghesia. Ritornando alle guerre tra ultimi e penultimi, riprendere il lavoro come discrimine tra oppressi e oppressori, è proprio l’esatto contrario dell’“operaismo” che invece caratterizzerebbe una proposta politica che si richiudesse entro steccati, forse più comodi, ma certo sterili.

Si dice che oggi il lavoro è cambiato, che non siamo più nell’Ottocento. L’affermazione è troppo banale per doverla contestare, ma cerchiamo di capire cosa si cela dietro. Dire che il lavoro è cambiato significa dire che non c’è più? Che non sono più i lavoratori a produrre la ricchezza? Questa percezione può essere accettata solo da chi il lavoro non sa cosa e dove sia. Che oggi in Italia ci sono molti più operai salariati di quanti non ce ne fossero ai tempi di Gramsci. Se invece il riferimento è alle grandi concentrazioni operaie delle aziende metalmeccaniche, è indubbio che esse sono tramontate e con esse la forza compatta e visibile della classe operaia. Ma ciò impone ed accresce la necessità di un recupero innanzitutto ideologico per riaffermare quella centralità, per ricordare a tutti, e primariamente a quella classe che produce, che non c’è bene o servizio – e oggi essi sono infinitamente di più che nel passato – che non sia prodotto da un lavoratore. 

Sforzo ideologico altrettanto notevole va realizzato per comprendere e utilizzare in termini marxisti il cambiamento della collocazione nella società dei succitati ceti medi produttivi. Intanto occorre definirne esattamente il perimetro. Non è solo un fatto meramente statistico, ma squisitamente economico. Un lavoratore autonomo che non ha dipendenti o ha un’azienda a conduzione familiare evidentemente è lo sfruttatore di se stesso, ed eventualmente della propria famiglia. Spesso l’attività si regge su economie sommerse che sfuggono alla percezione: proprietà dei mezzi di produzione (negozio) che non vengono remunerate, salario dei familiari non corrisposto se non in modo saltuario, autocompressione del reddito, tasse e interessi che drenano la più parte del reddito al di fuori dell’attività. E fin qui è pacifico. Ma come collocare coloro che invece hanno un numero molto limitato di dipendenti? È chiaro che essi sono estrattori di plusvalore dai propri salariati. Tale estrazione può assumere delle forme a volte abnormi. A ciò si può aggiungere l’evasione fiscale e tante altre caratteristiche che ne fanno oggettivamente un elemento sociale che naturalmente si colloca nella parte opposta della barricata rispetto ai salariati, i propri individualmente e tutti gli altri come classe. Ma, ci insegnano prima Engels e poi Lenin, se noi guardassimo solo l’aspetto economico per giudicare una situazione saremmo dei cattivi materialisti. Spesso l’aspetto più importante è la percezione che gli individui hanno della propria condizione. Non essendo dei costruttori di ideologie, ma prendendone sempre una a prestito (di solito la più conveniente), bisogna vedere come essi si collocano nel presente e in prospettiva. Ebbene non c’è dubbio che uno smottamento epocale sta avvenendo nell’autopercezione di questi ceti, che non si sentono più rappresentati e garantiti politicamente da nessuno (se non da qualche sirena di destra che naufraga al primo urto con lo scoglio di chi comanda davvero) e che sono colpiti da una crisi epocale, e del resto inevitabile, ben prima della pandemia.

Il punto di caduta non può che essere per dei marxisti conseguenti quello di usare quello che si ha a disposizione per far sì che questi ceti abbandonino le vecchie illusioni, a cui la loro appartenenza di classe e la situazione politica favorevole li ha portati nei decenni passati, e si rivolgano ai lavoratori salariati come naturali alleati. 

La scommessa dell’avanguardia del proletariato è quella di far sì che tale alleanza si possa realizzare col massimo di profitto e forza per i salariati, che poi sappiamo si traduce anche nel massimo di risultato anche se non di forza per i ceti medi.

Dopo questo lungo giro credo che nessuno possa lanciare l’accusa di “operaismo” al ragionamento che Rizzo ha fatto in quell’intervista.