“Inflazione, /in·fla·zió·ne/ sostantivo femminile. Definizione: l’aumento generalizzato e prolungato dei prezzi che porta alla diminuzione del potere d’acquisto della moneta e quindi del valore reale di tutte le grandezze monetarie”.

Da vecchio metalmeccanico, un po’ cocciuto, almeno nell’apprendere le verità nascoste dei segreti dell’economia, reso solo un poco meno ignorante in materia per via di qualche corso di formazione mirato in casa Fiom (per definire il termine “inflazione” e imbattermi successivamente in quello di potere d’acquisto), ho preferito rimettermi, per una corretta esplicazione del termine, alla bibbia della lingua italiana.

In verità, allo scrivente più che la definizione proveniente dal dizionario della lingua italiana, interessa quello che la definizione cela o nasconde in una singola riga.

Verità nascosta che, con estrema certezza, oggi segna il dramma di migliaia di famiglie italiane.

Se da un lato le sirene della stampa edulcorata, quella prona agli interessi di “lor signori”, continuano ad informarci dei possibili miracoli dell’economia italiana, prossimi a venire, di valori del prodotto interno lordo stratosferici, di risalite dalla congiuntura economica, quasi del tutto inimmaginabili, di punto in bianco, fuori dagli schemi odierni della finzione, tornano alla ribalta i problemi del vivere quotidiano per le lavoratrici e i lavoratori a stipendio fisso.

Si discute di un intervento dell’esecutivo Draghi per, parzialmente, calmierare l’inconsulto aumento delle bollette di gas e luce elettrica.

Quasi quotidianamente, alla pompa del distributore dobbiamo amaramente constatare l’aumento dei carburanti dell’auto ed è di pochi giorni fa l’aumento dei pedaggi autostradali.

Visto il periodo, chi ha figli in età scolare deve scontrarsi con l’aumento fisiologico dei testi scolastici, spesa che vede per il 2021, per singolo figlio studente, abbondantemente passare la soglia delle centinaia e centinaia di euro.

Manca solo che il governo dell’ex presidente della BCE decida con la nuova riforma del catasto di rimettere l’IMU sulla prima casa e poi il gioco è fatto. 

Oltre ad essere indebitato per molti anni, visto che il sistema Italia, da una vita, non prevede un intervento serio per edilizia pubblica e popolare, le lavoratrici e i lavoratori, obbligati nell’acquistare casa, si troveranno, oltre all’obbligo del mutuo, l’odiosa nuova tassa sul macinato (di manzoniana memoria), quella sulla casa d’abitazione. 

Il segnale di una contrazione dei consumi, anche e soprattutto di quelli alimentari, indica lo stato di assoluto disagio, (per non dire altro), delle famiglie italiane, delle famiglie delle lavoratrici e dei lavoratori, ma anche del generale e strutturale impoverimento del “ceto medio italiano”.

A questo proposito, anche per avere un’idea dai contorni un poco più chiari, meno fumosi della pessima informazione passata dai media italiani, ho controllato quello che, a mio modo di vedere, resta la bussola, il riferimento per questa tipologia di tematiche.

La “Fondazione Di Vittorio” della Cgil.

La ricerca effettuata dalla fondazione è datata marzo 2019 e quindi sufficientemente aggiornata all’oggi.

Lo studio della “Di Vittorio”, in estrema sintesi, ci segnala che la media dei salari italiani ha perso mille euro di potere d’acquisto negli ultimi sette anni. 

Contemporaneamente, lo studio mette a confronto le retribuzioni medie dei lavoratori dipendenti italiani con quelle del passato e le paragona a quelle dei lavoratori di altri grandi Paesi europei. Il risultato è sconfortante: in Italia gli stipendi si sono “ristretti”, mentre all’estero, in particolare in Germania e Francia, sono saliti. 

Il rapporto della Fondazione Di Vittorio elenca i dati delle retribuzioni lorde (vanno tolte tasse e contributi), utilizzando le più recenti rilevazioni Ocse, dal 2001 al 2017. 

Risultato finale: in Italia nell’intero periodo c’è stata una sostanziale “stazionarietà” dei salari, mentre dal 2010 al 2017 si è verificata una perdita di circa 1.000 euro, pari al 3,5 percento.
L’analisi è circostanziata e basata sui salari reali, cioè aumentando “virtualmente” le retribuzioni di allora come se i prezzi del 2010 fossero stati gli stessi di oggi, il confronto è, cioè, fatto a “prezzi costanti”: ebbene, se nel 2010 la retribuzione media in Italia era di 30.272 euro nel 2017 è scesa a quota 29.214. 

In estrema sintesi, alla data indicata dallo studio, le italiane e gli italiani, paragonati alle lavoratrici e ai lavoratori di altri paesi UE, di fatto non potevano comprare merci e servizi per un valore pari a 1.000 euro.

Quali le ragioni di questo clamoroso gap? 

In parte i contratti di lavoro, in parte la presenza di contratti ispirati alla precarizzazione e alla diversificazione ispirata dalle leggi alla Jobs Act, che tendono a comprimere ulteriormente i salari sotto il minino, ma l’analisi della Fondazione Di Vittorio punta l’indice soprattutto sul part time e i lavori discontinui, che la “metodologia Ocse” include nella rilevazione sommandoli e riconducendoli “virtualmente” a prestazioni full time. 

Ebbene, certamente non scopriamo l’acqua calda se le nostre retribuzioni per i lavoratori a tempo parziale sono tra le più basse della media dell’Eurozona.

La radiografia complessiva realizzata dal rapporto della Fondazione non conforta: su 15 milioni di lavoratori dipendenti, relativi al solo settore privato, ben 12 milioni hanno una retribuzione lorda sotto i 30 mila euro, di questi circa 4,3 milioni sono sotto i 10 mila euro annui lordi. 

Del resto, altri recenti dati (Eurostat) confermano la caduta della quota dei salari sul Pil: nel 2019 siamo al 59,9 percento, uno dei rapporti più bassi in Europa, in discesa dal 2012. 

Il segretario della Cgil, voglio ricordare, fin dalle sue prime uscite ha giustamente posto il problema. 

Oggi, lo scrivente non è assolutamente in grado di dare una corretta definizione della stagione dei rinnovi contrattuali.

Credo non sia un mistero che al di là di qualche rinnovo nel comparto delle categorie industriali, metalmeccanici e chimici e altri, molte altre categorie restino al palo. 

Il contratto del comparto scuola latita, mi pare che la stessa cosa sia più o meno individuabile per tutte le lavoratrici e i lavoratori del pubblico impiego.

Tuttavia resta il fatto che, oggi, un metalmeccanico di terzo livello (l’inquadramento maggioritario nella categoria contrattuale dei meccanici) in busta paga percepisce circa € 1300,00. 

Ovviamente parlo di una lavoratrice e di un lavoratore con una certa anzianità di servizio e quindi nella cifra indicata in busta paga probabilmente è già presente almeno uno scatto d’anzianità e forse anche l’assegno per il nucleo famigliare.

In questa situazione economica, per il bilancio famigliare, resta del tutto fisiologico avere almeno due entrate e, quindi, il ruolo della donna lavoratrice oggi non solo è determinante ma strategico, e forse la necessità di avere una doppia entrata è anche uno dei motivi, in mancanza di servizi a prezzi non di mercato, del crollo della natalità in Italia.

Oggi le famiglie che hanno un figlio, di fatto sono la norma, l’eccezione è l’avere due o più figli.

Non entro nel merito di quanto possa succedere in quel nucleo famigliare in caso di perdita del lavoro di uno dei due coniugi. 

Anche solo di un periodo di salario limitato, per via di casse integrazioni o di mobilità.

Ogni tanto, bontà loro, l’ufficio Studi, il giornale di Confindustria scoprono che la famiglia italiana per vivere deve spendere mediamente circa € 80,00 al giorno, tra le spese del quotidiano (alimentari, bollette, servizi, scuola ed altro ancora), dimenticando e non contando le spese necessarie. 

Spese sanitarie (visto il continuo degrado a cui è costretto con il taglio di risorse economiche il Servizio Sanitario Nazionale), mutui, prestiti, assicurazioni auto e quant’altro. 

Bisognerebbe avvertire lor signori, che la spesa giornaliera da loro prevista resta solo e soltanto un eufemismo, che sempre più famiglie, anche in presenza di una doppia entrata, faticano ad arrivare alla fine del mese.

In questo ragionamento non sono entrate le figure di pensionate e pensionati. 

Purtroppo ancora oggi, in questo ambito, sempre più spesso si sentono persone, in questa condizione, anziani che non si curano, altrimenti non potrebbero mettere insieme il pranzo con la cena, oppure che in inverno non si scaldano, perché altrimenti la loro pensione non consentirebbe loro di vivere dignitosamente.  

Non a caso, l’indice di povertà assoluta, in Italia, da tempo è in costante aumento.

Se il potere d’acquisto nel nostro paese non regge, non è solo dovuto alle dinamiche della contrattazione sindacale.

Il governo Draghi, in ossequio alle disposizioni della UE, procede nel taglio delle risorse pubbliche in materia di welfare state (stato sociale), si appresta alla nuova versione della controriforma pensionistica, all’ennesimo taglio di risorse a regioni ed enti locali, alla compressione della spesa sanitaria, scolastica e universitaria. Devolvendo solo briciole, finalizzate al sostegno dei comparti di cultura e alla ricerca.

Dimenticandosi, forse, che la vera concorrenzialità sui mercati, per le imprese deve essere sempre più espressa in termini d’innovazione tecnologica, di ricerca continua e costante, non solo per l’ammodernamento di impianti produttivi e strutture, ma in parallelo con innovazione e ammodernamento dei relativi manufatti prodotti. 

Mentre, al contrario, oggi registriamo il continuo taglio di salari e diritti delle lavoratrici e lavoratori, introdotti da leggi e normative che si rifanno alla massima libertà di conseguire profitto sempre e in ogni caso, anche mettendo in gioco la vita delle lavoratrici e dei lavoratori.  

Di contro, anche visto l’effetto devastante sull’economia nazionale dovuto alla pandemia, nuovi ristori, nuove forme d’incentivazione, nuove risorse economiche saranno finalizzate alle imprese, alle industrie, anche a quelle che poi furbescamente, per loro ritorno economico, per loro lucro, decidono di spostare la loro sede amministrativa in altro stato, evitando in questa maniera di pagare le tasse al fisco italiano. 

Egregio signor Presidente del Consiglio, notabili delle più alte schiere degli “unti dal Signore” di casa confindustriale, il tempo è ormai scaduto e già abbiamo superato quelli supplementari.

Non è più tempo di “politiche dei due tempi”, prima quella dei “sacrifici” e poi (forse) un minimo di ritorno per lavoratrici e lavoratori. 

I patti sociali o presunti tali, a senso unico, sono superati e lasciano il tempo che trovano.

Non è più tempo di sacrifici, di compressione dei salari, per entrare nell’euro, per successivamente subire i giochi delle tre carte. 

Giochi di prestigio quali merci e prodotti che il giorno prima costavano mille lire, il giorno dopo, con un colpo di bacchetta magica e senza il controllo di nessuno, improvvisamente costavano un euro. 

Non è più tempo di (contro)riforme a senso unico, penalizzanti sempre e solo per i soliti noti.

Ora, qui e subito, è giunto il tempo di restituire quanto ignobilmente sottratto alle lavoratrici e ai lavoratori, alle pensionate e ai pensionati tutti!