Questo sito non rappresenta una testata giornalistica e non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001

Non può esistere un movimento rivoluzionario se non è anche

movimento femminista

di Adriana Bernardeschi e Leila Cienfuegos

del Collettivo Politico “La Città Futura” (giornale comunista on line)

La questione femminile e le molteplici discriminazioni e violenze che le donne subiscono non sono affrontabili come separate dalla questione di classe. Solo sovvertendo una società basata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla donna si può arrivare a una liberazione della donna, e solo con la partecipazione delle donne alla lotta rivoluzionaria si può costruire un mondo libero.

 

In un recente articolo di Francesca Coin sulla rivista “Jacobin” mi ha colpito molto questo passaggio: “Esiste nell’Italia contemporanea un presidio maschile e bianco in tutti i luoghi della cultura dominante, dai giornali all’editoria, dalle televisioni alle università. Sembra quasi una situazione di apartheid epistemico che si serve di censure, distorsioni e trasfigurazioni per impedire di ripudiare le strutture patriarcali e coloniali che presiedono la cultura dominante”.

Inevitabile andare a ritroso a cercare la genesi di questo “apartheid”.

La concezione materialistica dei fenomeni storici identifica lo svolgersi degli eventi come dato dall’interconnessione delle strutture economico-produttive e delle sovrastrutture sociali e culturali di ciascuna epoca storica (“la storia di ogni società esistita fino a questo momento è storia di lotte di classi”, ossia fra chi sfrutta e chi è sfruttato, come dice il famoso incipit): anche le origini della società di tipo patriarcale si possono ricercare applicando questo metodo storico-dialettico.

Ne L’origine della famiglia, della proprietà privata, dello Stato, Engels individua negli antichi gruppi familiari una prima divisione del lavoro fra quello produttivo, ossia in grado di creare un surplus rispetto ai bisogni e quindi di portare profitto, e quello non produttivo, essenzialmente il lavoro domestico e di cura, che viene assegnato alle donne. Il patriarcato si sviluppa come proiezione a livello sociale di tali rapporti economici, avvenuti nel primo nucleo produttivo della società (la famiglia), dove la donna, relegata al ruolo non produttivo, resta esclusa dalle prerogative politiche e di organizzazione della società, e anche all’interno delle mura domestiche non gode di parità rispetto all’uomo, soggetto “produttivo”.

All’interno di ciascun modello economico susseguitosi nelle diverse epoche storiche (lo schiavismo antico, il feudalesimo, il mercantilismo, fino ad arrivare al perdurante capitalismo) sono costanti la predominanza del carattere produttivo del lavoro, il carattere oppressivo della classe dominante e lo sfruttamento da parte di quest’ultima delle classi subalterne. In tale immutato scenario, la donna ha ricoperto a livello sociale un ruolo sempre marginale e di inferiorità. Un modello sociale ed economico basato sullo sfruttamento del lavoro (il lavoro degli schiavi, il lavoro domestico non retribuito delle donne, il lavoro dei salariati che vendono la propria forza lavoro per un compenso iniquo e non possono appropriarsi dei mezzi di produzione né del prodotto del proprio lavoro) si è potuto perpetuare nei secoli con l’appoggio di un modello culturale che legittimasse tali diseguaglianze.

Non è un caso che le prime rivendicazioni emancipazioniste si collochino quando le donne iniziano a partecipare al lavoro produttivo, quando le esigenze economiche del capitalismo ottocentesco in fase di sviluppo ha la necessità di allargare il bacino della forza lavoro.

Restando però sul piano teorico, è importante rilevare che già alla fine del Settecento la filosofa Mary Wollstonecraft inaugura la critica al patriarcato e individua il fenomeno del “sessismo” come supremazia gerarchica di un sesso sull’altro, e la differenza sessuale come principio di discriminazione fra un sesso dominante e uno dominato. Suscitando grande scandalo in un’epoca in cui le donne sono considerate per natura irrazionali, Wollstonecraft rivendica per il femminile il possesso della ragione e, cosa notevolmente avanzata per i tempi, cerca di conciliare l’aspirazione all’uguaglianza con la salvaguardia delle “differenze”.

Come rileva Adriana Cavarero nel suo Il pensiero femminista. Un approccio teoretico, nonostante i miti circolanti su un ipotetico originario matriarcato e le note tesi di Bachofen al riguardo, la storia dell’Occidente appare di tipo patriarcale e androcentrica fin dal suo inizio e, come sopra evidenziato, Engels e Marx ne mettono in luce le ragioni strutturali (Engles, nell’opera sopra citata, accoglieva l’ipotesi matriarcale di Bachofen, ma la sua analisi di come il patriarcato si sia sviluppato a partire dalla divisione del lavoro resta valida a prescindere dall’essere stato preceduto o meno da una società matriarcale).

Cavarero descrive l’evolversi e il ramificarsi delle varie tendenze del pensiero femminista, che a partire dalla fine degli anni Settanta sviluppa un forte impronta teorica e filosofica. Da allora, pressoché tutti i movimenti femministi non si sono limitati a descrivere l’ordine patriarcale, ma hanno analizzato il suo “ordine simbolico” per andare verso una decostruzione dello stesso.

Nell’ordine simbolico patriarcale, la differenza sessuale è un differire della femmina dal maschio per “mancanza” o “inferiorità”, perché il maschio è preso a paradigma di essere umano. Il termine “natura” viene usato in modo insidioso per giustificare fatti che hanno origine sociale (le varie caratteristiche della donna ritenute “naturali”, come la sua attitudine alla cura, o un certo atteggiamento “passivo”). Le “norme”, ossia l’idea di ciò che è normale, cambiano nei vari periodi storici, ma il maschile rimane al centro dell’ordine simbolico che definisce la norma stessa e le sue devianze, ciò che normale e ciò che non lo è. Cavarero propone un interessante modello interpretativo dell’ordine simbolico patriarcale (l’“economia binaria”) secondo cui siamo di fronte a una struttura oppositiva, duale e gerarchica in cui al polo positivo maschile si contrappone, in ogni ambito, un polo femminile negativo (es. ragione/passione, pubblico/privato ecc.). Anche il linguaggio si struttura secondo questo modello (“gabbia del linguaggio”) e rappresenta una trappola per il pensiero femminista, che pure deve usarlo per esprimersi e per pensarsi. Da qui si comprende anche l’importanza data dai movimenti femministi contemporanei all’uso del linguaggio, che apparentemente è vezzo formale ma ha collegamenti profondi con l’agire della società nel suo complesso. Il linguaggio infatti, con il suo potere performativo e normativo, costruisce la realtà e definisce le identità (e gli stereotipi) e ciò che è “normale”.

Il codice simbolico patriarcale colloca l’identità femminile in tutta una serie di stereotipi, anche molto diversi tra loro, in cui la donna assume i diversi ruoli di madre rassicurante, pericolosa seduttrice, ingenua fanciulla... a seconda delle circostanze e in funzione delle aspettative e dei bisogni maschili (ciò è facilmente riscontrabile nel ruolo dato alle donne nei media e nelle pubblicità).

Anche un certo ecofemminismo che vede la donna come terra e natura e il pensiero di Carol Gilligan, che fonda l’identità femminile sull’etica della cura, pur intendendo valorizzare il portato delle donne, cadono nell’insidiosa trappola di legittimare indirettamente i presupposti del patriarcato e i suoi stereotipi, sostituendo il rapporto di subordinazione con quello di complementarietà fra i due sessi.

La via di uscita che esprime Cavarero, “se l’uomo e la donna sono differenti (...) sembra infatti che non si possa fare a meno di pensarli come opposti o come complementari. A meno che non si sgombri il campo dal problema stesso della differenza, e li si pensi come eguali”, affronta il grande tema dell’uguaglianza. Il principio illuministico di uguaglianza sovverte i rapporti sociali preesistenti ed è dunque rivoluzionario, ma per quanto riguarda le donne è conservatore perché non tocca la vecchia distinzione fra sfera pubblica, a loro preclusa, e sfera privata/domestica, vista come loro terreno naturale. Le donne non sono nemmeno prese in considerazione nei nuovi diritti umani conquistati, perché permane l’assunto che l’uomo (maschio) sia il paradigma dell’intera specie. Ciò è lampante se si pensa alla grande conquista del suffragio universale, che tuttavia non comprendeva le donne fino a periodi molto recenti. Successivamente, le donne vengono a mano a mano incluse nel principio di uguaglianza sociale, ma mediante la loro omologazione al paradigma maschile. Si arriva ad avere una certa emancipazione femminile (accesso ai saperi, alla politica ecc.), a una parità fra i sessi sancita dai moderni testi costituzionali, ma che rimane all’interno del vecchio ordine simbolico patriarcale, con i suoi stereotipi culturali. Alle donne pertanto viene chiesto di svolgere schizofrenicamente i due ruoli di donna “uguale” all’uomo, che ha accesso alla sfera pubblica, e donna “naturalmente” votata alla sfera domestica, e si trova a vivere gli svantaggi di entrambi i ruoli.

Il femminismo emancipazionista individua un’universalità e una dignità dell’essere umano che prescinde dalla differenza sessuale. Si parla di “persona”, un soggetto neutro, e questo è il limite entro cui si esaurisce tale pensiero con le sue pur importanti battaglie. La mancata applicazione dei dettati costituzionali e il permanere delle discriminazioni sessuali appaiono a tale visione come un semplice ritardo storico, mentre sono frutto da un lato della logica androcentrica su cui è fondato il modello egualitario, e dall’altro della necessità delle logiche di profitto capitalistico che trae enorme vantaggio dal permanere di un livello di doppio sfruttamento sulle spalle delle donne in quanto lavoratrici salariate nella sfera pubblica e schiave domestiche in quella familiare e privata, non riconoscendo il lavoro casalingo alla stregua di un lavoro socialmente utile da stipendiare.

I femminismi contemporanei, ciascuno con le sue peculiarità, criticano l’emancipazionismo proprio perché ritengono che tale logica centrata sul maschile non sia emendabile ma vada decostruita.

Luce Irigarey, nella sua ricerca sul senso della diversità di genere, afferma che la donna che cerca una parità intesa come uguaglianza con gli uomini all’interno del modello patriarcale, implicitamente ammette la validità di tale modello.

Ida Dominijanni dice che “nessuna politica delle donne può fare a meno del radicamento nel genere, perché è come genere oggettivato, e non come soggetti singolari pensanti e attivi, che le donne sono previste nell’ordine simbolico patriarcale: la rivoluzione femminile non può non partire da qui”.

Nel pensiero femminista anglostatunitense più radicale si individua il “soggetto” uomo, bianco, benestante ed eterosessuale come antagonista nella sua globalità, includendo nell’attacco gli aspetti classisti e razzisti oltre a quelli misogini.

Judith Butler, riprendendo alcuni aspetti del pensiero di Derrida, individua la forza del codice simbolico patriarcale nella sua continua reiterazione, per cui per lei combatterlo significa ricombinare incessantemente frammenti di identità ritenute incompatibili, in modo che nessuna identità sia fissa, normativa ed egemone.

Adriana Cavarero, traendo ispirazione da alcuni aspetti del pensiero di Hannah Arendt, mette al centro il “sé” irripetibile di ciascun individuo, e ritiene che contrapporre il “chi” al “che cosa” sia il modo più potente per togliere stabilità al sistema simbolico patriarcale, classista, discriminatorio, eccetera.

Tutti questi sforzi di presa di coscienza e di battaglia politica e culturale delle donne, nelle loro varie declinazioni, hanno senza dubbio forte ragione d’essere data la drammatica situazione che vive ancora oggi l’universo femminile.

La discriminazione di genere si manifesta in modo lampante nell’ambito del lavoro: col divario salariale (e di conseguenza quello pensionistico e la maggiore esposizione al rischio di povertà); con la delega totale alle donne dei lavori di cura e gestione degli impegni familiari (lavoro casalingo, figli, genitori anziani ecc.), che le bloccano ai livelli gerarchici più bassi (nonostante il loro elevato grado di istruzione) e le segregano in specifici settori “femminili” del mercato del lavoro. In questo ambito, la condizione di ipersfruttamento delle donne è emersa ancora di più durante l’epidemia da Coronavirus: le donne sono state i soggetti più colpiti a livello sociale dalla grave situazione, sia perché i settori lavorativi che hanno subìto più ripercussioni sono quelli da loro maggiormente occupati (sistema sanitario, imprese di pulizie e istruzione), sia perché il lavoro domestico non retribuito è aumentato a dismisura con la chiusura delle scuole e dei servizi per l’infanzia.

La discriminazione di genere si manifesta, inoltre, nel controllo maschile sul corpo delle donne: con la mancata applicazione della legge 194 e la negazione del diritto di aborto (impossibile non citare il recente caso della Regione Umbria, che pare si stia allargando a macchia d’olio, dove è stato bandito l’uso della pillola RU486, che peraltro ha una disponibilità estremamente limitata sul territorio nazionale), in una società in cui, per la carenza di servizi di supporto e tutele la maternità è un’esperienza fatta di difficoltà su tutti i livelli della propria esistenza; con la prostituzione e il traffico di esseri umani, dove la sessualità stessa è forza lavoro, e il corpo femminile è oggetto generatore di profitto; con l’applicazione a tutti i livelli degli stereotipi maschilisti, che permeano fortemente il senso comune, che omologano la donna a criteri estetici e comportamentali pensati per compiacere i bisogni e i desideri degli uomini (Marx scriveva in Miseria della filosofia: “venne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato; il tempo in cui quelle stesse cose che fino allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate – virtù, amore, opinione, scienza, coscienza, ecc. – tutto divenne commercio. [...] Giunse infine un tempo in cui tutto divenne merce”); con il “femminicidio”, che lungi da essere un mero fatto di cronaca è invece elemento strutturale di una società che perpetua una violenza fisica, psicologica e sociale ai danni di chi è, sinora, più debole e svantaggiato (“Il quattrino deturpa, abbrutisce tutto ciò che cade sotto la sua legge implacabilmente feroce. La vita, tutta la vita, non solo l’attività meccanica degli arti, ma la stessa sorgente fisiologica dell’attività, si distacca dall’anima, e diventa merce da baratto; è il destino di Mida, dalle mani fatate, simbolo del capitalismo moderno”, diceva Gramsci).

La discriminazione di genere si manifesta nel fenomeno delle donne migranti che, abbandonati i propri affetti e la propria esperienza nel parse d’origine, subiscono un azzeramento delle competenze (i titoli di studio ottenuti nei paesi d’origine non vengono riconosciuti) e vengono relegate a svolgere (quando sono fortunate) quelli che nell’attuale senso comune sono “lavori da straniera”, in genere nel settore delle pulizie o della cura degli anziani, caratterizzati da bassa retribuzione e pochissime tutele.

Nell’attuale modello di società, ogni tipo di discriminazione (sessismo, razzismo, omofobia e tutte le forme di emarginazione e odio verso soggetti ritenuti “inferiori” o “anomali”) è assolutamente funzionale a mantenere l’assetto delle classi sociali mediante una sorta di “divide et impera” che impedisce alle classi subalterne di unire le forze per abbattere il sistema che le opprime. Lo stato di costante ostilità fra bianchi e neri, meridionali e settentrionali, uomini e donne, credenti in un dio o in un altro eccetera rende le masse incapaci di prendere coscienza del fondamento globale delle loro difficoltà e di intraprendere un’azione comune di liberazione. Nel caso della discriminazione legata al sesso, essendo la famiglia il nucleo economico fondamentale della società capitalistica, da difendere e tutelare, il modello patriarcale risulta particolarmente congeniale, oltre al fatto che le donne rappresentano un’enorme risorsa di forza lavoro produttivo a basso costo e di lavoro improduttivo gratuito (il lavoro domestico che ricade quasi sempre sulle loro spalle, quando non su altre donne, in genere straniere o in situazione di svantaggio sociale, sottopagate e prive di tutele).

Già Lenin inquadrava la questione dell’emancipazione della donna come indissolubile dalla lotta per l’abbattimento di un certo tipo di società: “A parole la democrazia borghese promette l’eguaglianza e la libertà, ma di fatto persino la repubblica borghese più avanzata non ha dato alla metà del genere umano, quella costituita dalle donne, la piena eguaglianza giuridica con l’uomo, né l’ha liberata dalla tutela e dall'oppressione dell’uomo. La democrazia borghese è una democrazia fatta di frasi pompose, di espressioni altisonanti, di promesse magniloquenti, di belle parole d’ordine di libertà e di eguaglianza, ma tutto ciò, in effetti, dissimula la mancanza di libertà per i lavoratori e gli sfruttati”.

Tutte le importanti rivendicazioni femminili (e parziali ma importanti conquiste) avvenute nel secolo scorso hanno rappresentato un primo terreno di lotta fondamentale per qualunque futuro sviluppo nella battaglia di liberazione delle donne. Il diritto di voto, la formale parità in ambito lavorativo e familiare, la regolamentazione dell’interruzione volontaria di gravidanza e del divorzio, le tutele varie forme di tutela alla maternità, una certa “liberalizzazione dei costumi”: anche non considerando i limiti di applicazione (come si è visto sopra per quanto riguarda l’aborto, ma gli esempi sono ben più numerosi), questi pur significativi risultati hanno rappresentato enormi miglioramenti nelle condizioni di vita delle donne, ma non hanno intaccato una struttura sociale che mercifica ogni aspetto umano, corpo femminile compreso, e opprime le donne con il machismo patriarcale lontano dall’essere sradicato.

Il femminismo cosiddetto borghese promuove il progressivo ampliamento di opportunità per le donne, senza mettere in discussione l’attuale struttura sociale e i suoi rapporti di classe. Le uniche catene che si vogliono spezzare sotto questa prospettiva sono quelle dell’oppressione sessuale e familiare delle donne, che però non sono le uniche che le soggiogano.

Il problema femminile non è infatti semplicemente un problema di genere specifico e limitato, non lo si può astrarre dalle condizioni socioeconomiche reali entro cui l’esistenza delle donne viene condizionata. La prospettiva di genere non è separabile dalla prospettiva di classe, e un femminismo che porti alla vera liberazione della donna non può non essere rivoluzionario e lottare per l’abbattimento di tutti i vincoli, strutturali e culturali, che nella società capitalistica subiscono le donne e tutti i soggetti oppressi.

I tentativi normativi messi in atto dalle istituzioni, attualmente, non sono che palliativi, peraltro male applicati. La condizione della donna non può migliorare se non cambia l’assetto sociale nel suo complesso.

Chiaramente, sarebbe pericoloso e autolimitante cadere nell’errore opposto di far coincidere meccanicamente la risoluzione della questione femminile con “l’avvento della rivoluzione socialista”, perché ci troviamo di fronte come compito urgente e non differibile un’immane opera di estirpamento, a livello culturale, di condizionamenti e forme di violenza che durano da molti secoli. È necessario lo sforzo concreto e quotidiano di ciascuna e ciascuno di promuovere pratiche utili a eliminare la discriminazione femminile in tutte le sue forme e in tutti gli ambiti nei quali si manifesta, senza dimenticare che alcuni stereotipi e automatismi sono annidati nel profondo dentro ciascuno di noi.

Femminismo e anticapitalismo non sono scindibili, se non si vuole che il primo si limiti a correggere gli effetti più vistosi della discriminazione di genere senza far prendere coscienza di dove affondino le sue radici; anzi, relegare la lotta delle donne a qualcosa di “corporativo” e separato dal progetto di sovvertire un certo tipo di ordinamento sociale, portatore di molteplici forme di discriminazione e violenza, sarebbe addirittura funzionale all’ordinamento stesso, pacificando il conflitto di classe e la sua portata rivoluzionaria. La violenza di genere è una sottospecie della violenza di classe, come tutte le altre forme di discriminazione, e tutti gli sfruttati, indipendentemente dai loro generi di appartenenza e dalle differenze di colore della pelle, religione eccetera, subiscono in primo luogo tale violenza generatrice di violenze.

Dunque, è importante sottolineare l’aspetto tattico e non strategico di tutte le pratiche politiche virtuose come l’organizzare servizi per le donne ove sono negati, l’occupazione e autogestione di spazi pubblici e tutte le attività di supporto gestite in modo antiautoritario, se non si vuole cadere nell’ingenuità utopistica di chi pensa che sia possibile realizzare una società libera scavalcando il ruolo dello Stato, oppure nella visione paradossale (utile alle classi dominanti perché incanala in dissenso in sbocchi innocui) che ammette la possibilità di un “capitalismo dal volto umano”, quando il sistema in questione ha il suo fondamento nello sfruttamento sistematico dell’essere umano, e la violenza non è un fatto solo etico ma è indissolubilmente legata al modello produttivo.

Nemmeno la sola battaglia ideologica sulla formazione di genere, inevitabilmente portata avanti in modo elitario e autoreferenziale, può sradicare l’egemonia culturale delle classi dominanti su formazione e informazione degli individui. Occorre portare avanti la scommessa di saper integrare una visione del mondo alternativa all’esistente su tutti i livelli con una prassi politica che sia in grado di mettere in campo in modo forte e organizzato la lotta per la costruzione della nuova società umana. Si sente tragicamente, a livello globale, la mancanza di un partito comunista a unificare le forze di tutti gli sfruttati e di chi subisce la crescente barbarie generata dal neoliberismo sfrenato e dall’imperialismo, per coordinare la lotta comune per un mondo libero e giusto.

Veronica Gago, nel rilevare il “nesso concreto tra violenza patriarcale, coloniale e capitalista”, denuncia due importanti questioni: il pericolo che una battaglia “istituzionale” delle donne “codifichi la vittimizzazione” e nasconda il nesso fra la singola violenza “domestica” e quella del sistema, e il fatto che il neoliberismo debba, per gestire la crisi in questa fase, allearsi con le forze conservatrici più reazionarie, con il fascismo, anche per mantenere una egemonia culturale patriarcale utile come “economia dell’obbedienza”.

In un interessante studio, Cinzia Azzurra, Tithi Bhattacharya e Nancy Fraser integrano il femminismo anticapitalista con una riflessione sulla categoria marxista della “riproduzione sociale”, ossia il plasmare gli individui relativamente a valori, atteggiamenti, competenze, come presupposti culturali della società. Per esempio, il progressismo sessuale liberista apparentemente valorizza la libertà sessuale, ma in realtà “lascia intatte le condizioni strutturali che alimentano omofobia e transfobia, a partire dal ruolo della famiglia nella riproduzione sociale”.

Il capitalismo sta attraversando una delle sue crisi strutturali, in fase drammaticamente acuta, e assistiamo alla ferocia con cui attacca e smantella diritti conquistati in anni di lotte e sacrifica sull’altare del profitto ogni possibilità di vita dignitosa per la grande massa degli sfruttati e delle sfruttate. Di giorno in giorno vediamo aumentare gli episodi di violenza e di discriminazione nei confronti dei soggetti appartenenti al genere sbagliato, all’orientamento sessuale sbagliato, all’etnia sbagliata, alla parte del mondo sbagliata.

Non può esistere un movimento rivoluzionario se non è anche movimento femminista, perché non si può uscire dalla logica dello sfruttamento se non si mette in discussione anche il rapporto fra maschile e femminile che ne deriva.

La piena partecipazione femminile all’organizzazione sociale e ai processi politici e culturali della sua produzione, fuori dalla logica dello sfruttamento degli esseri umani su altri esseri umani (degli uomini sulle donne, dei bianchi sui neri, dei padroni sui lavoratori), e di qualunque forma di oppressione (violenza di genere ma anche razzismo, xenofobia, omofobia, emarginazione sociale) è allo stesso tempo obiettivo e percorso di una azione comune di tutti gli sfruttati, i discriminati, gli emarginati, nella prospettiva di un avvenire libero dalle catene di questo sistema disumano.