C’è una frase, che spesso più delle altre mi ha fatto riflettere in ordine alle tematiche illustrate in queste poche righe pre-ferragostane.  

Pressappoco recita in questa maniera “… chi afferma di voler difendere il diritto al lavoro, giustamente fa riferimento all’articolo 1 della nostra Costituzione, tuttavia dimenticandosi di riaffermare e quindi tutelare, anche il diritto alla felicità. Quest’ultimo, forse a pieno diritto, parte di ogni articolo 1 di ogni Carta Costituzionale…”.

Il connubio lavoro e felicità, che apparentemente potrebbe suonare un poco strano, resta involontariamente annesso ad un discorso quasi storico e filosofico dove, di necessità virtù, “il lavoro difende la dignità dell’uomo e la ricerca della felicità, un tempo è stata motore, di una delle più grandi rivoluzioni (quella francese) che il mondo abbia mai visto”.

Purtroppo è altro discorso, quando l’essere umano perde la vita sul lavoro, dove, in una frazione di secondo, si cancella la vita di una persona e in un secondo, si cancella (per sempre) la felicità dei suoi cari e dei suoi conoscenti. 

“Agire come se le nostre azioni potessero fare la differenza… la fanno!”. E ancora: “Niente al mondo è così potente quanto un’idea della quale sia giunto il tempo” (V. Hugo): questo non è altro che lo slogan sulla sicurezza che campeggiava, a caratteri cubitali, nella sala ristoro nell’azienda in cui lavoravo.

In verità tale slogan, oltre ad un discorso eminentemente centrato sulla necessità di prevenire e non curare, potrebbe essere l’humus, la terra di cultura di ben altri discorsi, ma di questo ne parleremo più avanti.

Mentre la citazione di Victor Hugo, nella circostanza, pone la mia riflessione sul fatto che necessita urgentemente cambiare.

Necessita intervenire, per evitare che la strage continui, perché la fase odierna segna il fallimento di un’idea, secondo alcuni innovativa, che avrebbe dovuto porre la sicurezza al di sopra di tutto.

538 morti sul lavoro nel 2021 (alla data del 08/08/2021), secondo i dati INAIL del primo semestre, con un incremento della mortalità da lavoro, tra i giovani in età compresa tra i 20 e i 29 anni. 

Un valore leggermente in calo, rispetto allo stesso periodo anno 2020 (dato quest’ultimo, inquinato dal fatto che l’anno precedente si ebbe una chiusura o parziale chiusura, di interi settori produttivi per via del virus).

206.804 casi d’infortunio registrati, nel primo semestre dell’anno, con un aumento degli episodi, sullo stesso periodo dell’anno precedente, pari all’8,9%.

Perché iniziare, un articolo di questo genere con una fredda statistica?

Semplicemente perché il tema in essere, visto la drammaticità dei numeri, dovrebbe avere, all’occhio del legislatore, una priorità quasi assoluta. 

Contrariamente, vista la statistica e, di conseguenza, l’inefficacia dell’attuale legislazione in tema di sicurezza sul lavoro, ai nostri parlamentari, alle nostre forze politiche attualmente presenti nelle due ali del parlamento, tale questione pare non essere assolutamente all’ordine del giorno.

Eppure, stando al dato riportato da INAIL, in Italia muoiono circa tre lavoratrici e/o lavoratori al giorno sul proprio posto di lavoro.

Un’avvertenza, prima di continuare nella lettura: voglio precisare che questo non vuole essere un articolo che dettaglia le lacune, o i pregi (in verità molto pochi) dell’attuale legislazione sulla sicurezza nel mondo del lavoro e per ribadire che questo non vuole assolutamente essere un articolo per addetti ai lavori. 

Tutt’altro!

Ma compatibilmente con la necessità di commentare alcuni aspetti deleteri di tale legge, resta assolutamente necessario sottolineare (anche più volte) come la scelta del mondo politico, sino ad oggi, anche su pressioni di lobby esterne, sia sempre stata quella di tendere a depotenziare e deregolamentare nel tempo tale legge e i suoi strumenti. 

La scelta del mondo politico, da tempo, è stata quella di depotenziare e/o quasi annullare i vari Ispettorati del lavoro e ridurre sempre più i servizi territoriali offerti dalle ASL di competenza, quasi che la tanto millantata spesa pubblica si salvasse, eliminando questi istituti e non altro. 

A questo proposito, non mi resta che fare una brevissima fotografia dello stato dell’arte odierno e conseguentemente, un paio di ragionamenti finali in proposito.

Se la legge sulla sicurezza del lavoro, prevede alcune semplici regole fondamentali, l’A-B-C o, meglio, le fondamenta del castello legislativo, “obbligo di formazione e informazione” di tutti gli addetti del singolo comparto, mi chiedo oggi, quante sono realmente le aziende che rispettino tale semplice obbligo.

Fermo restando che sino a poco tempo fa le singole figure che giocano un ruolo fondamentale in tale discorso, quali, “medico di fabbrica o d’azienda, RSPP (responsabile sicurezza prevenzione e protezione), RLS (rappresentante per i lavoratori della sicurezza)” erano presenti nelle quasi totalità degli ambienti di lavoro del settore industriale, tuttavia viene da chiedersi se la stessa cosa, corrisponda in egual misura, nella piccola e media industria, nella micro industria o nel settore artigianale italiano.

Domanda assolutamente retorica!

In tali comparti, tali figure non esistono, o meglio esistono sulla carta oppure RSPP o RLS, sono sovrapposte (capi reparto e/o capiturno ecc. ecc.) mentre in tali situazioni RSPP (figura che ha un ruolo fondamentale nello stendere in azienda un documento di prevenzione e sicurezza, nel dare le linee sulla politica della sicurezza in azienda, fondamentale per la scelta dei dispositivi di sicurezza e altro ancora) se viene visto in azienda, una volta all’anno, è già un ottimo successo.   

Lasciamo perdere, poi, i discorsi relativi alla formazione e all’informazione delle lavoratrici e dei lavoratori: questo fondamentale passaggio, in determinati ambiti lavorativi, viene abilmente bypassato con escamotage di ogni tipo e neppure all’atto dell’assunzione la lavoratrice e il lavoratore ricevono una minima e adeguata formazione, sia che quest’ultima sia di natura professionale che più strettamente legata alla sicurezza nel luogo dove svolgerà la propria mansione. 

Se poi si passa ad altri settori economici, quali edilizia, agricoltura, comparti del terziario e altro ancora, la grande totalità di questi settori, anche in aziende corpose, di dimensioni in termini di addetti, la presenza dei vari attori (medico di fabbrica, RSPP, RLS) cala notevolmente in percentuale. 

Per questa ragione, da tempo, si registrano, in tali ambiti un aumento quasi esponenziale di gravi infortuni con anche la conseguente morte della lavoratrice o del lavoratore.

A questo riguardo, voglio fare due esempi concreti, rispetto agli argomenti appena esplicitati.

Il caso del lavoratore edile morto nel foggiano. Lavoratore regolarmente assunto, Alessandro Rosciano, da una ditta di Manfredonia. 

Il lavoratore trova la morte perché in un cantiere edile, dove prestava il suo lavoro, viene schiacciato da una lastra di cemento armato del peso tra i 10 e i 15 quintali. Lastra staccatasi dalla gru che la movimentava.

Nella logica di ex RLS, la prima cosa che mi viene in mente e che dovrebbe essere la pietra d’angolo, in ogni cantiere edile è quella di definire, in prima battuta, che in situazioni di pericolo, come lo spostamento di lastre di tale fattura, nessun lavoratore deve essere nel raggio d’azione della gru con contestuale delimitazione dell’area interessata.

Mi chiedo se il personale addetto agli spostamenti con apposita strumentazione abbia mai avuto una formazione specifica, se il macchinario in oggetto, abbia avuto una normale verifica (credo di tipo annuale) ai fini dell’antinfortunistica, se allo stesso modo eventuali cavi d’acciaio, catene e quant’altro, nella logica della prevenzione, abbia mai avuto un controllo di tipo non superficiale.

Temo che, nel fatto luttuoso di Foggia, tali aspetti, fondamentali, quali formazione e informazione, quali un minimo di logica nell’effettuare spostamenti di materiali pesanti senza delimitare l’area di competenza, che nessuno dei controlli ispettivi di macchinari e accessori atti alla movimentazione, sia mai stata eseguita.

Mi chiedo se in quell’azienda, sia mai esistito una figura tipo un RLS, certo un rappresentante dei lavoratori degno di questo nome e non l’amico del titolare o il capo cantiere.

Mi limito alla mia esperienza personale. 

Per tutta la vita lavorativa sono stato un impiegato in una azienda di pressofusione in alluminio, per l’industria automobilistica.

Nel reparto stampaggio pressofusi, quotidianamente si sollevavano, per metterli nella macchina di stampaggio, stampi da un quintale, fino al peso di alcune tonnellate (ad esempio lo stampo del monoblocco per il motore a quattro cilindri, il volano del camion del movimento terra, i gradini della scala mobile, e altro ancora). 

Bene, tutti i lavoratori che eseguivano tali operazioni erano formati alla mansione di movimentazione e contemporaneamente al controllo quotidiano di cavi d’acciaio, catene e quant’altro. Per altro, ogni mese l’RLS d’area, eseguiva un secondo controllo di tali apparecchiature. 

Argani, bracci meccanici, carri ponte venivano controllati da apposita ditta specializzata annualmente.

Anche se solo un cavo d’acciaio veniva trovato sfilacciato o rotto, quest’ultimo veniva immediatamente sostituito e, nell’eventualità, mandato in riparazione. 

All’intervento della struttura di controllo (Asl, servizio di protezione e prevenzione), tra le altre cose, si accertava degli eseguiti controlli dalla documentazione redatta dalla ditta specializzata e dalla documentazione interna nella disponibilità del RSPP. 

A queste riunioni, veniva invitato un RLS e quest’ultimi sono sempre risultati presenti a questo genere d’attività.

Un secondo drammatico e recentissimo incidente sul lavoro.

Provincia di Modena, la lavoratrice Laila El Harim, viene letteralmente “inghiottita” da un macchinario, dove, da poco tempo lavorava. 

Laila è morta sul colpo, una volta trascinata e schiacciata dal macchinario che stava utilizzando in quel momento, una fustellatrice. 

Questo emerge dai risultati dell’autopsia, disposta dalla procura di Modena. La lavoratrice è deceduta a causa di fratture multiple craniche e vertebrali. 

Sul suo telefonino, erano conservate le immagini del macchinario in questione, probabilmente per documentare i malfunzionamenti di tale apparecchiatura. 

Tra l’altro, Laila, aveva confidato al proprio compagno di vita, le sue preoccupazioni per i cattivi funzionamenti, “ogni tanto non andava”, della fustellatrice.

La procura di Modena ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo, oltre per il legale rappresentante della ditta in questione, anche per una seconda persona, il nipote del primo, che in azienda, fungeva da RSPP… (scusate la cattiveria) probabilmente l’RLS era il fratello del nipote indagato.

Dai primi accertamenti, risulta che la lavoratrice, non aveva ricevuto nessun tipo di formazione, né per poter lavorare su quel macchinario, né alcuna formazione di natura antinfortunistica.

Il macchinario al vaglio delle autorità competenti è risultato difettoso e assolutamente poco sicuro, quindi, a rigor di logica, non utilizzabile.

Normalmente tali attrezzature, se correttamente funzionanti, sono dotate di sicurezze intrinseche, non disattivabili, da parte del lavoratore o da terzi. 

Mi auguro veramente, al di là della responsabilità di aver fatto lavorare una persona su un macchinario difettoso, che tali sicurezze non sia state eliminate, da terzi, in quanto se così fosse, si passerebbe da “omicidio colposo” a qualcosa di ben più grave.

Purtroppo, l’intensificarsi dello sfruttamento con aumento dei ritmi e quant’altro, la deregolamentazione dei contratti di lavoro, le mille forme di precariato, hanno reso le lavoratrici e i lavoratori sempre più ricattabili. 

La logica del profitto, sopra ogni cosa, la necessità per qualcuno (per reggere il mercato), di tagliare i “costi sulla sicurezza”, l’arroganza del potere di presunti imprenditori, nel togliere la dignità e, di fatto, portando alla morte lavoratrici e lavoratori, hanno determinato lutti, tragedie e una moltitudine di vedove e orfani.

Neppure i processi hanno reso la dignità a chi viveva del proprio lavoro, e chi si è macchiato di tanto arbitrio, spesso non ha fatto un giorno di galera. 

Scusate, ma il ricordo dei lavoratori della ThyssenKrupp di Torino è ancora troppo forte.

I sette morti sono sulla coscienza di quei presunti manager.

Le loro responsabilità sono gravissime, oltre alla logica del profitto, all’arroganza del potere, al palese sfruttamento di questi lavoratori, tali signori si sono fatti beffe delle normative sulla sicurezza, dello Stato Italiano, delle vedove e degli orfani, pagando per l’efferato omicidio di questi lavoratori una pena mite, se non quasi nulla.

A distanza di 14 anni dall’incendio nello stabilimento ThyssenKrupp di Torino, giustizia non è stata fatta: l’ex amministratore Harald Espenhahn e il dirigente Gerard Priegnitz, in quegli anni responsabili dello stabilimento, hanno ottenuto la semilibertà senza aver scontato la condanna per omicidio colposo.

Quella tragica notte, scoppiò un incendio alla linea 5 e tutto il personale dello stabilimento accorse per tentare di spegnere il fuoco; i tentativi di domare le fiamme furono inutili. 

L’incendio fu seguito dalla fuoriuscita di olio ad alta pressione nebulizzato che provocò l’esplosione di una nube che travolse sette operai causandone la morte, dopo alcuni giorni di agonia. 

La testimonianza di Antonio Boccuzzi, l’unico superstite del rogo, e di altri operai, hanno portato alla luce gravi inadempienze da parte dell’azienda che mostrava ormai poco interesse per uno stabilimento in dismissione: tra queste risultarono evidenti il malfunzionamento dei sistemi di sicurezza (dovuto alla riduzione delle spese per le misure antinfortunistiche) e la violazione della normativa sull’orario di lavoro, poiché gli operai coinvolti nel rogo avevano superato le otto ore lavorative stabilite per legge.

La Procura di Torino che ha condotto le indagini ha individuato tra i responsabili dell’accaduto sei persone tra manager e dirigenti dello stabilimento. 

Il lungo processo iniziato nel 2008 si è concluso nel 2016 con sei condanne in definitiva per omicidio colposo, omissione di cautele antinfortunistiche e incendio colposo aggravato. 

In particolare, i signori Espenhahn e Priegnitz, ritenuti dalla magistratura italiana responsabili per il loro ruolo apicale nell’azienda, sono stati condannati rispettivamente a 9 anni e 8 mesi e 6 anni e 10 mesi di reclusione.

Diversamente da come è accaduto per i responsabili italiani, che hanno iniziato a scontare la pena immediatamente dopo l’emissione della sentenza, i due manager tedeschi, rientrati in Germania, hanno ottenuto un diverso trattamento: dopo l’emissione del mandato di arresto europeo da parte dell’Italia, infatti, la magistratura tedesca ha ritenuto necessario verificare il corretto svolgimento del procedimento giudiziario. 

Inoltre, in base alle norme di cooperazione giudiziaria tra l’Italia e la Germania, era già previsto che i due manager avrebbero potuto scontare la condanna nel proprio Paese per la durata massima prevista dal Codice penale tedesco che, nel caso di omicidio colposo, risulta essere cinque anni.

La semi libertà in prima battuta a questi due personaggi, non solo rappresenta uno sfregio nei confronti della memoria di questi uomini deceduti nel rogo e al dolore dei famigliari; la disparità di trattamento a fronte di inaudite responsabilità, implica un chiaro distinguo classista, tra chi doveva agire da dirigente nello stabilimento torinese incendiato e chi materialmente a km di distanza, ha deciso per bieco interesse economico, che la sicurezza e quindi la vita di questi uomini non valeva nulla.

Il legale dei famigliari, in data 14/11/2019, ha provveduto nel presentare un’istanza contro le condanne mai applicate dei due manager tedeschi alla Corte di Giustizia Europea.

Ad oggi, anche tramite ricerca nel web, non risulta esservi nessuna presa di posizione, in merito all’istanza, da tale organismo europeo. 

Non amo le frasi roboanti e le parole ad effetto, ma la vicenda del rogo di Torino e la lunga lista di morti che nel tempo si sono susseguite, confermano l’ipotesi di lavoratrici e lavoratori “carne da cannone”, di una guerra quotidiana mai dichiarata. 

La media dei morti giornalieri è lì, purtroppo, a confermarlo. 

Fuori da ogni retorica, è tempo d’agire!

Necessita urgentemente aprire un doppio fronte. 

Un fronte sindacale, che apra la questione “nazionale dei morti sul lavoro” che apertamente denunci l’impossibilità dell’applicazione di norme, che sulla carta potrebbe essere buone ma che, tradotte nella realtà, amplificano infortuni gravi e morti sul lavoro. 

Sindacalmente parlando, si deve aprire una vertenza nazionale su ritmi e orari di lavoro, sull’incessante sfruttamento a cui lavoratrici e lavoratori, precari o meno, sono oggi sottoposti.

Lavoratrici e lavoratori, ricattabili nei luoghi di lavoro e contemporaneamente vessati da un governo, longa manus di padroni e padroncini (questi personaggi non possono essere definiti imprenditori). 

Governo che non si è fatto scrupolo, nel servire su un piatto d’argento, a lor signori, la bomba sociale dei licenziamenti.

Scusate, forse questo vecchio metalmeccanico, prossimo alla pensione, di fronte a tale ricatto, avrebbe se non altro, posto sul tavolo ministeriale, non gli ammortizzatori sociali, non le casse integrazioni, ma una proposta di vera e reale riduzione dell’orario di lavoro, a parità di salario. 

O meglio, visto che la “questione salario” per le lavoratrici e i lavoratori italiani oggi è un serio problema (siamo uno dei più bassi poteri d’acquisto d’Europa) non a parità di salario, ma ad un salario superiore.

Secondo aspetto, non prettamente sindacale, ma strettamente di natura politica. 

Serve urgentemente porre la questione “morti sul lavoro” ad un Parlamento distratto e lontano dal cuore pulsante del Paese reale, ad un parlamento dove nessuno delle forze politiche, oggi lì presenti, ha interesse nell’affrontare la questione lavoro.

Non ho alcun problema nel definire, la tipologia di tali partiti, salvo pochissime eccezioni, appartenenti al “PUL” o meglio al Partito unico Liberista. 

Ma la questione della rappresentanza del mondo del lavoro, nelle aule parlamentari, si pone con pressante necessità. 

Come, con pressante necessità, si pone la centralità del rilancio delle lotte, in un paese, dove la miseria aumenta, dove licenziare centinaia di lavoratori con il tramite di un SMS è prassi quasi quotidiana. 

Dove, per l’ennesima volta, si discute di taglio dello stato sociale, di controriforme sanitarie e previdenziali, dove si discute dei costi della scuola e dell’università, pensando di consegnare questi mondi al privato e all’imprenditorialità compradora.

Per questa ragione, condivido il pensiero di chi, oggi, sostiene la necessità di un Partito Comunista forte e coeso, dell’urgente necessità di una costituente comunista tra soggetti omogenei. 

E per questa ragione, mi spenderò in futuro, affinché tale progetto di un nuovo e forte Partito Comunista veda la luce in questo povero Paese.   

Consentitemi di dedicare queste righe a Laila El Harim e ad Alessandro Rosciano…

A Laila, giovane madre e giovane donna, venuta nel nostro paese per cercare un futuro migliore e per assicurarsi con un lavoro la dignità di un quotidiano che doveva essere felice e radioso. 

Morta in maniera orrenda, sotto i colpi di una macchina difettosa che l’irresponsabilità (per non dire altro), di taluni le hanno consegnato.

Dedico questo pezzo ad Alessandro Rosciano, stroncato da una lastra di cemento in un cantiere edile. 

Un uomo mite, un uomo legatissimo alla sua terra e soprattutto legatissimo alla sua passione. 

Quest’ultima lo ha visto essere tra quelle persone che oltre ad amare e studiare i propri volatili, lo ha portato a vincere premi e riconoscimenti non solo a livello nazionale ma anche oltre l’italico confine.         

Un uomo, quasi di un altro tempo. 

Un uomo che molto probabilmente ha visto la sofferenza altrui e che spesso non disdegnava di regalare un canarino, anche solo per un momento di gioia, a chi i segni di quella sofferenza li portava nel corpo e nell’anima.

Che la terra vi sia lieve Laila e Alessandro…

Che la terra vi sia sempre lieve, Antonio Schiavone, deceduto il 6 dicembre 2007, nel reparto della ThyssenKrupp di Torino; Roberto Scola, deceduto il 7 dicembre 2007 presso l’ospedale di Torino; Angelo Laurino, deceduto il 7 dicembre 2007; Bruno Santino, deceduto il 7 dicembre 2007; Rocco Marzo, deceduto il 16 dicembre 2007 presso l’ospedale di Torino.