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07/09/2020, da Viento Sur

Il passato 3 settembre questo periodico ha pubblicato l’articolo “È possibile un capitalismo progressista?” del presidente della Fondazione Arizmendiarreta (José María Arizmendiarreta fu il creatore della Cooperativa di Mondragón, ndr). L’autore rispondeva affermativamente alla sua domanda, argomentando che la situazione attuale di insostenibilità e di disuguaglianza crescenti è frutto fondamentalmente di una serie di determinati principi morali egemonici (egoismo spropositato, ricerca di arricchimento a breve termine, eccesso di ideologia, mancanza del senso di corresponsabilità) che è necessario sostituire con altri, sviluppando riforme certe nel modello vigente di governo.

In tal modo proponeva, e a scala globale, di riformare il sistema monetario e finanziario mediante una nuova Autorità Economica Mondiale nel seno delle Nazioni Unite (ONU), così come di regolare il mercato, ma senza cadere nello “eccesso di interventismo tipico della sinistra”.

A sua volta nell’ambito locale chiedeva che individui, famiglie, imprese e stati recuperassero valori etici, quali l’identità condivisa all’interno di un territorio, il pragmatismo e il vincolo tra diritti e doveri, ponendo come esempi di questo orizzonte il cooperativismo e i nuovi modelli inclusivi e partecipativi d’impresa.

In definitiva, si potrebbe avere un capitalismo progressista se tutti e tutte cambiassimo i nostri valori.

Queste argomentazioni, secondo la nostra opinione, si basano su una diagnosi superficiale centrata esclusivamente sulla morale, con la conseguenza di essere estranea tanto alle dinamiche e alle strutture materiali del sistema quanto ai suoi conflitti e alle sue relazioni di potere, e su proposte che, anche se potessero essere bene intenzionate e presentare il loro relativo interesse, sono decontestualizzate dal momento che attraversiamo come società globale, senza alcun dubbio, il momento più critico della storia di un capitalismo malato, e ulteriormente colpito da una pandemia. In tal modo si viene a collocare nel terreno pericoloso della difesa di un sistema che ci conduce, se non lo smantelliamo, ad un collasso ecologico e ad un baratro sociale senza precedenti.

L’articolo, da questo punto di vista, limita il politicamente possibile allo stretto quadro che permette l’attuale egemonia dell’accumulazione di capitale – riforme generiche e posizionamento di altre soggettività –, lontano da ciò che oggi necessita all’umanità e al pianeta.

 

Più concretamente, tre sono le principali critiche che rivolgiamo a quell’articolo. In primo luogo la sua cecità davanti alla prassi materiale del sistema. L’autore cade nel volontarismo estremo di prospettare che i valori etici da soli possano rovesciare dinamiche e strutture storiche consolidate, senza conferire un ruolo da protagonista ai condizionamenti materiali di ogni momento e di ciascuna epoca.

Quando nell’articolo si afferma che le élite sono specialmente egoiste, che predominano oggi le finanze e la loro ottica di breve periodo, sembrerebbe che noi affrontassimo un problema strettamente morale, e che il tutto accada per una cattiveria esagerata. Nonostante, e senza negare la rilevanza delle soggettività in ogni analisi, non possiamo schivare la realtà di un capitalismo malato, minacciato dall’onda lunga di una crisi, e pertanto incapace di garantire vie stabili di garanzia nella cosiddetta economia reale, nella quale si attiva il gioco speculativo e la finanziarizzazione come fuga in avanti. Le élite in questo modo non agiscono in funzione di pratiche e valori degenerati, bensì ripetono gli stessi di sempre, ma adattati all’erratico e vulnerabile divenire del sistema che difendono e dal quale ricavano i loro privilegi.

La speculazione finanziaria o la rapina dei beni naturali, per fare un altro esempio, non sono frutto di una disputa morale, quanto della spontaneità di un sistema in crisi che al giorno d’oggi si infila in un vicolo cieco.

In secondo luogo, l’analisi realizzata su élite, individui, imprese, comunità e stati pretende di essere equidistante, senza accorgersi delle relazioni di potere di un sistema che si sostiene su una molteplicità di conflitti di classe, genere, etnia/razza, e sopra la depredazione del pianeta. Questo è un elemento centrale di ogni avvicinamento alla nostra realtà, che però è tenuto poco in conto. Al contrario, si scommette sul “tutti per uno, uno per tutti” (1), senza distinguere tra chi calpesta e chi è calpestato, tra chi domina e chi è dominato. Sembrerebbe che tutti e tutte possiamo avere la medesima responsabilità e capacità di azione, quando ovviamente le cose non stanno così. Ed è a partire da questa diagnosi edulcorata che da essa si estraggono proposte come la corresponsabilità e l’identità condivisa circa un territorio.

Nonostante si tratti di concetti discutibili, saranno realizzabili e inclusivi solo se affronteranno i conflitti sopra segnalati a partire dall’impegno nel rovesciare in modo deciso le asimmetrie attuali, e non partendo da una falsa unità tra interessi contrapposti.

 

Infine, la nostra terza critica. Si abbonda nella decontestualizzazione del ruolo attuale di certi agenti interpellati come parte delle proposte alternative. Sicché, pensare che una ONU che già funzionava da decadi nel suo versante sociale e dei diritti più come un centro statistico che come una struttura politica, possa creare, in questi momenti di profondo contrasto reazionario ai suoi programmi, una struttura che regoli e delimiti il sistema finanziario non cessa di suonare come estremamente naïf. Quando già abbiamo detto che le finanze sono una necessità del capitalismo attuale.

Nello stesso tempo, prospettare la regolazione “ma non troppo” dei mercati, in una collocazione equidistante tra la deregolazione e l’interventismo di sinistra, vuol dire vivere completamente fuori da una realtà segnata pesantemente dall’egemonia del potere corporativo. I mercati sono già ultra regolati e giuridicamente blindati da qualsivoglia logica democratica, naturalmente a favore delle élite, delle imprese transnazionali e delle loro catene globali di valore.

Finiamola quindi con la farsa del “libero mercato”, quando ogni giorno sono le grandi corporazioni che di fatto ci governano appoggiandosi ad una specie di costituzione economica costruita attorno alla nuova ondata di accordi commerciali e di investimento, trattati regionali e legislazioni statali e locali selezionati dal neoliberalismo.

Considerare regolare tutto questo continua a suonare naïf, quando sarebbe necessario smantellare completamente l’architettura dell’impunità che sostiene e avalla le grandi imprese, come pure sarebbe necessario liberare gli stati dai loro vincoli corporativi e dal fascino per l’alleanza pubblico-privato.

 

In definitiva, stimiamo che momenti come quelli attuali richiedano analisi più ricche e proposte più contestualizzate. I cambi di valori potranno solo essere accompagnati da profonde trasformazioni nelle dinamiche e nelle strutture attualmente vigenti, facendosi carico dei conflitti strutturali del capitalismo e posizionandosi inequivocabilmente dalla parte delle maggioranze popolari.

In questo senso occorre rischiare in prima persona limitando il potere finanziario, ribaltando le asimmetrie attuali e regolando i poteri corporativi. E tutto ciò sarà possibile solo avviando una strategia di transizione post capitalista.

Supponendo che il cooperativismo e la cooperazione possano essere parte della soluzione, sempre che non si invischino nell’equidistanza e si sporchino le mani nella contesa politica contemporanea. Se invece, al contrario, si pretendesse di salvare il capitalismo attraverso l’assunzione di una nuova etica che non rompa con l’egemonia della massimizzazione del profitto come principio di civiltà vitale, suona come “racconto ideologico”, se è vero che l’ideologia è ogni immaginario che cerca di difendere il sistema, nascondendone la matrice diseguale e violenta.

 

Il capitalismo è a un punto di non ritorno: non riesce a trovare le formule per crescere, e se crescesse dovrebbe farlo in un contesto di estrema vulnerabilità climatica e con una base energeticamente e materiale minore, cose che nella sua storia non sono mai accadute. Inoltre, in questo intento chimerico non cesserà di aumentare le diseguaglianze e di smantellare i fondamentali democratici.

Quindi è meglio che ci concentriamo nel pensare e nel costruire un nuovo sistema che corrisponda al bene comune, all’eguaglianza e alla riproduzione ampliata della vita.

 

Nota

Nel testo originale è usato il modo di dire “Todos a una, como en Fuenteovejuna”, reso celebre nell’area culturale ispanica da Lope de Vega. Nel villaggio cordovese al quale si fa riferimento l’intera popolazione si unì per giustiziare il commendatore Fernán Gómez de Guzmán.

La traduzione letterale non avrebbe detto niente al lettore di lingua italiana. Si è preferito ripiegare sul più banale “tutti per uno, uno per tutti”, che ha il pregio almeno di spiegare la sostanza del modo di dire. (m.g.)