lunedì, Novembre 29, 2021
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Nell’Apure, un piano per balcanizzare il Venezuela

Intervista esclusiva con Hugo Nieves, della Corriente Revolucionaria Bolívar y Zamora (CRBZ)

Di:Geraldina Colotti
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Dal 21 marzo, un forte conflitto sta impegnando le forze di sicurezza venezuelane nello stato di Apure, uno dei 23 di cui si compone la Repubblica bolivariana, alla frontiera con la Colombia. Una frontiera di oltre 2.200 km dal passaggio continuo, legale e illegale, e per questo fonte costante di attacchi e strumentalizzazioni da parte del governo colombiano di Ivan Duque. 

Per chiarire i contorni degli scontri armati che si sono verificati in Apure, il governo bolivariano ha diffuso già tre pronunciamenti pubblici ai massimi livelli: da parte del presidente Maduro, da parte del generale Vladimir Padrino López, capo della Forza Armata Nazionale Bolivariana (FANB), e da parte del Ministro degli Esteri Jorge Arreaza.

 La FANB – dice il governo venezuelano – ha distrutto alcuni accampamenti di un gruppo narco-trafficante, che agiva per conto della CIA e del governo colombiano, ma sotto l’etichetta di una frazione dissidente delle FARC. Un gruppo non riconosciuto dalla Seconda Marquetalia, la guerriglia che ha ripreso le armi dopo il fallimento degli accordi di pace, a cui aveva partecipato. 

E, intanto, a fronte della nuova campagna di discredito lanciata dal governo colombiano contro le forze combattenti, che lottano contro il narco-governo colombiano da settant’anni, l’altra guerriglia storica, l’ELN, ha diffuso un comunicato. Precisa che il narco-traffico è una pratica assolutamente avulsa dall’ELN, il quale si limita a prelevare imposte dai latifondisti e dai grandi commercianti, come ha sempre dichiarato.

In Apure, il bilancio è di 9 morti e una trentina di arrestati. Tre soldati venezuelani sono morti a causa delle mine anti-uomo, altri sono rimasti feriti. In questi giorni, si sono svolte assemblee cittadine, a smentire la propaganda dello Stato colombiano, appoggiata dalle Ong dirette dagli USA, secondo le quali il governo bolivariano avrebbe violato i diritti umani.

“L’abbandono della frontiera dal lato colombiano – ha detto il ministro Arreaza – è quasi assoluto. Non sappiamo con chi confiniamo. Ufficialmente, c’è la Repubblica di Colombia e alcune istituzioni, però il controllo effettivo del territorio con il quale confina il Venezuela a volte è di un gruppo paramilitare, altre di un gruppo guerrigliero, in qualche rara occasione delle forze di sicurezza colombiane”. 

Per Arreaza, l’irruzione di questi gruppi irregolari fa seguito a una serie di azioni per destabilizzare la frontiera e balcanizzare il paese. “Il Venezuela – ha aggiunto il ministro, alludendo all’Operazione Gedeone, organizzata a Bogotà – è nel mirino di molti interessi. Hanno subappaltato l’aggressione contro di noi, sia mediante compagnie di mercenari, sia contrattando questi gruppi colombiani affinché perturbino la stabilità e la pace, generino un conflitto attraverso il quale favorire un intervento armato contro il governo rivoluzionario”. 

Il narcotraffico – ha continuato Arreaza – “ha velocemente preso possesso della Colombia a partire dagli anni Ottanta e ogni giorno penetra di più la fibra dell’istituito colombiano, della società colombiana, dell’economia colombiana. La Colombia è un narco-stato e nessuno lo può negare”. Un sistema politico bloccato dai tempi dell’assassinio del leader liberale Jorge Eliécer Gaitán, nell’aprile del 1948. Altrimenti – ha detto il ministro – le cose sarebbero andate diversamente da come vanno in Colombia, dove gli assassinii di leader sociali sono quasi quotidiani, per impedire che si formi una nuova generazione politica a dirigere il cambiamento. Si cerca di far passare il Venezuela per uno stato fallito, ha detto ancora il ministro, mentre tutto indica che a essere fallito è lo stato colombiano. 

Sulla situazione in Apure, il Venezuela ha chiesto all’Onu un aiuto per far fronte alle mine anti-uomo, una pratica finora sconosciuta in Venezuela, e ha rinnovato la richiesta di mediazione nei confronti del governo Duque affinché, anziché strumentalizzare la questione dei migranti, gonfiando i numeri per ricevere sempre più finanziamenti, smetta di destabilizzare il Venezuela.

Sui fatti di Apure, abbiamo intervistato Hugo Nieves, membro del coordinamento nazionale della Corriente Revolucionaria Bolívar y Zamora (CRBZ) e coordinatore dell’Area di Relazioni Internazionali dell’organizzazione.

Puoi riassumerci la storia della tua organizzazione e la vostra prospettiva politica?

La Corriente Revolucionaria Bolívar y Zamora (CRBZ) è un movimento politico-sociale, un’organizzazione rivoluzionaria di carattere nazionale, che ha una storia trentennale in Venezuela. Siamo un insieme di soggettività, che si spendono senza riserve con un amore infinito per il processo rivoluzionario e per la rivoluzione bolivariana. L’organizzazione è composta da un gruppo di uomini e donne con coscienza patriottica e di classe, consapevoli della quota di responsabilità che ci tocca in questo momento storico della Repubblica. Siamo parte di quel popolo organizzato, formato e mobilitato per lavorare sulle idee centrali della rivoluzione bolivariana, per concretizzare il sogno di Francisco de Miranda, Simón Bolívar, Ezequiel Zamora e, naturalmente, quello del comandante Hugo Chávez. Siamo un movimento, una organizzazione che si distingue per la difesa dei diritti umani dei contadini, delle donne, nella costruzione del potere popolare, nel lavoro comunitario, nella milizia nazionale bolivariana, nella formazione, nella comunicazione, nella solidarietà con i più deboli, nella costruzione della coscienza insieme al popolo, con il popolo, accanto al popolo, sempre nelle lotte quotidiane del popolo, accompagnandolo nella sua continua trasformazione rivoluzionaria. In sintesi, siamo uno strumento che difende le conquiste popolari e le lotte per ciò che resta da costruire, siamo un’organizzazione che crede e pratica la dottrina della diplomazia dei popoli, con la premessa di costruire un mondo multipolare e multicentrico. Come organizzazione siamo nati al confine colombiano-venezuelano.

Hai informazioni dirette su quello che è successo in Apure? 

Ovviamente, sì, ho informazioni precise sugli eventi. La nostra organizzazione è nata in quella zona del paese, abbiamo svolto vita politica, sociale e comunitaria per più di tre decenni in tutto quel territorio, attualmente siamo presenti nella zona dove si stanno svolgendo i fatti, abbiamo compagni che hanno incarichi politici e amministrativi nel municipio di Páez. Il sindaco è un compagno e sta combattendo con la gente, abbiamo compagni nelle istanze organizzative che la rivoluzione ha creato e che stanno combattendo. Conosciamo tutta la situazione e le vicissitudini che le persone stanno vivendo, conosciamo la natura del problema che si sta verificando dopo l’intervento, in unione civico-militare, da parte della Forza Armata Nazionale Bolivariana, il 21 marzo di quest’anno 2021. Abbiamo anche un team di comunicazione che copre le notizie, gli eventi e i fatti sul terreno. Stiamo parlando con le persone che stanno tornando nelle loro case in terra venezuelana e stiamo organizzando assemblee, abbiamo informazioni dirette di quel che sta accadendo.

Puoi spiegare cosa è successo? Si è parlato di uno scontro tra una frazione dei guerriglieri delle FARC tornati alla lotta armata, e la FANB. Ma perché, se i guerriglieri combattono contro il governo colombiano e hanno sempre detto di essere a favore del Venezuela bolivariano, che ha garantito il processo di pace?

Prima di tutto, dobbiamo chiarire che le azioni della Forza Armata Nazionale Bolivariana, compiute nell’unione civico-militare, sono state svolte nel rispetto del loro dovere e nel quadro della Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela. Un’operazione chiamata Scudo Bolivariano è stata rivolta contro un gruppo armato coinvolto nel traffico di droga, guidato da due personaggi noti come Arturo e Ferley. Un’organizzazione del narcotraffico, non alla lotta politica, che fa capo a Gentil Duarte. Una scheggia derivata da gruppi residuali che non hanno accettato il processo di pace condotto dalle FARC-EP con il governo colombiano, di cui il Venezuela bolivariano, sotto la guida del comandante Hugo Chávez e poi del presidente Nicolás Maduro, si è fatto garante. Ora, questa frazione che fa base nel dipartimento colombiano di Arauca, è stata contrattata dal governo colombiano, dalla sua agenzia di intelligence e dal governo degli Stati Uniti attraverso la CIA e le forze armate statunitensi che si trovano sul suolo del nostro vicino paese, con l’intento di provocare una guerra su commissione contro il Venezuela. Per una una catalogazione dei gruppi armati, rimando a quella effettuata da un istituto di pace colombiano, chiamato INDEPAZ nell’agosto 2020 e che collega questa frazione con il cartello di Sinaloa, il cartello messicano del traffico di droga. Questo ci porta a concludere che si tratta di trafficanti di droga, pezzi funzionali alla politica portata avanti dagli Stati Uniti e dalla Colombia contro il Venezuela. Il Governo Bolivariano, attraverso la FANB, adempiendo alle sue funzioni ed esercitando la sovranità, li attacca per sfrattarli dal nostro territorio, dalla nostra repubblica. Il territorio che hanno occupato fa parte del comune José Antonio Páez dello Stato Apure. Si sono installati in una specifica parrocchia il cui nome è Rafael Urdaneta, che ha per capitale la città di Victoria, e nei settori vicini chiamati El Ripial, Los Arenales, La Capilla, Santa Rosa, Santa Rita, Santa María, tutto l’asse in cui sono si sono sviluppate le operazioni. Questi mercenari e trafficanti di droga, a parte qualche differenza, ricordano da vicino il vecchio caso dell’Iran-Contra, mediante il quale, come sappiamo, gli Stati Uniti finanziavano i mercenari che usavano il suolo dell’Honduras per porre fine alla rivoluzione sandinista. Dalla Colombia, cercano di organizzare questo gruppo per trasformarlo in una forza d’attacco, per destabilizzare, causare morte, causare ansia, atti terroristici nel territorio nazionale, ecco cosa è successo. La FANB ha dato un duro colpo a quella struttura di criminali, mercenari e narcotrafficanti che rispondono alle politiche di Washington e Bogotà, il che ci porta alla deduzione immediata che ci troviamo di fronte a una tipica azione portata avanti dai governi degli Stati Uniti contro il Venezuela. Quel che lo rende palpabile è che Julio Borges, Leopoldo López e l’intera estrema destra venezuelana che è all’estero, unita a tutta la destra colombiana guidata dal loro governo, così come il Miami Herald e l’intero apparato di comunicazione, si sono immediatamente attivati per difendere questi gruppi e anche per attaccare la FANB: per attaccare il presidente costituzionale Nicolás Maduro, creando una falsa matrice di opinione secondo la quale il governo e lo Stato venezuelano stanno colpendo dei rivoluzionari. Invece, sappiamo tutti chi sta affrontando il Venezuela. È anche successa una cosa orrenda per le persone di quelle comunità, che sono state usate come scudo umano per consentire ai trafficanti di attraversare il fiume e sfuggire alla cattura. Inoltre, sono stati compiuti atti terroristici come l’impianto di mine anti-uomo che hanno causato la perdita di alcuni ufficiali della nostra FANB. È stato fatto saltare in aria il quartier generale del SENIAT. I mercenari hanno provocato un blackout e quando un veicolo CORPOELEC carico di lavoratori della società elettrica nazionale è stato inviato per ripristinare il servizio, lo hanno attaccato. Hanno fatto esplodere un deposito in un settore chiamato Tres Esquinas. Poi hanno attaccato un carro armato dell’esercito venezuelano, solo per citare alcuni fatti pubblici. A tutto questo si è aggiunta la guerra psicologica e mediatica che stanno montando attraverso le corporazioni, i social network e le ONG, per far passare un’interpretazione utile a intensificare il conflitto e generare le condizioni necessarie per una più ampia invasione militare imperialista. Questo ci dice che oggi il Venezuela sta affrontando una guerra ibrida attraverso il narcotraffico al confine con la Colombia.

Quali conseguenze può avere questo conflitto?

Sono tante le conseguenze, alcune già in atto, altre che si preparano. Intanto, si cerca di creare ansia nel territorio, negli abitanti, nella popolazione di confine. Si costruisce una campagna attraverso audio e video che circolano sui social network per dimostrare che il Venezuela è uno stato fallito che necessita di un intervento militare. In questo modo, i golpisti cercano di attirare l’attenzione della nuova amministrazione statunitense di Joe Biden per convincerla a un’avventura militare contro il Venezuela. Intanto, continuano ad assediare la rivoluzione bolivariana facendo pressione sull’Alta Commissaria per i diritti umani, la cilena Michelle Bachelet, per ottenere un suo pronunciamento contro la FANB. Ovviamente, questo serve anche a occultare i massacri che avvengono sistematicamente e continuamente in Colombia. Stanno scatenando una poderosa campagna internazionale contro il Venezuela, contro la rivoluzione bolivariana, contro il popolo venezuelano, per chiedere risorse finanziarie ed economiche per “assistere i venezuelani rifugiati ad Arauquita – Colombia”, che sono stati portati via dalla banda di narcos e che servono allo spettacolo della destra venezuelana. La situazione è in pieno sviluppo e potrebbe portare anche a un conflitto armato fra Venezuela e Colombia che non si sa come potrebbe finire. È fondamentale osservare e comprendere che gli eventi accaduti al confine fanno parte di una campagna che è stata progettata ed eseguita dagli Stati Uniti fin da quando il comandante Hugo Chávez è diventato presidente. Possiamo citare il piano Balboa contro il Venezuela, l’infiltrazione dei paramilitari per assassinare e compiere il colpo di stato contro il comandante Hugo Chávez nel 2004, l’attentato al presidente Nicolás Maduro nel 2018, la tentata penetrazione del territorio mediante i cosiddetti aiuti umanitari, che le forze rivoluzionarie hanno chiamato la Battaglia dei ponti nel 2019, poi l’operazione Gedeone attraverso una compagnia di contractor, nel 2020. Tutti eventi che non sono scollegati, ma si inseriscono in un grande piano d’attacco alla rivoluzione bolivariana per distruggere questo processo. Attacchi sempre respinti dal popolo venezuelano che agisce nell’unione civico-militare con la FANB, spina dorsale del processo rivoluzionario.

Qual è la tua opinione sulla Segunda Marquetalia delle FARC-EP e sul processo di pace?

La FARC-EP Segunda Marquetalia è la parte delle FARC-EP che si è dedicata al processo di pace e che dopo un po’ di tempo trascorso dalla firma dell’accordo e dal processo di attuazione, a causa della crisi strutturale in cui è entrata l’attuazione degli accordi, ha ripreso le armi. Bisogna tener conto del fatto, pubblico e notorio, che il governo e lo stato colombiano non hanno rispettato gli impegni presi. La prova sta nell’assassinio di ex combattenti, leader sociali e difensori dei diritti umani che sono seguiti. In virtù di non avere garanzie fondamentali e principalmente la garanzia del diritto alla vita, quei combattenti sono tornati alle armi e hanno assunto il nome di FARC-EP Segunda Marquetalia. Il processo di pace è stato negoziato con il governo di Juan Manuel Santos e non con lo stato colombiano. Quando l’accordo di pace è arrivato in Colombia per essere attuato, settori dello Stato e del governo cooptati dal narcotraffico, dal paramilitarismo e dall’estrema destra, insieme alla stessa oligarchia guerrafondaia, hanno modificato l’accordo in base ai propri interessi e lo hanno mutilato: fino a renderlo praticamente inaccettabile per il gruppo di ex combattenti che poi si è raggruppato nella Seconda Marquetalia e che ha deciso di tornare alle armi, alla lotta politico-militare. Un altro settore ha invece scelto di continuare l’attività politica come partito, che ora si chiama Comunes.

È vero che l’opposizione golpista venezuelana sta usando la questione della criminalità organizzata per destabilizzare il Venezuela? In questi ultimi mesi, si è notato un aumento di aggressività di queste bande in diverse zone del paese.

Sì, questo fa parte del copione adottato da una delle varie fazioni dell’estrema destra venezuelana, in particolare l’opposizione golpista che non riconosce la costituzione, lo stato e il governo e che ha un seguito soprattutto fuori dal Venezuela. È lì che fanno politica, lì egemonizzano la comunicazione, imposta dalle corporazioni mediatiche che impongono la loro visione. Invece, qui in Venezuela, come si dice da noi, il popolo gli prende le misure, li conosce, sa cosa fanno, che tipo di persone sono, quali sono i loro interessi reali, di solito economici e di arricchimento personale. Cercano ogni pretesto per danneggiare la patria e ingrossare il proprio portafoglio attraverso il dipartimento del Tesoro nordamericano.

Pensi che ci sia un nuovo piano per balcanizzare il paese penetrando la frontiera?

Sì, certo. Il piano non è nuovo. La Colombia è oggi una gigantesca base di operazioni per la politica estera degli Stati Uniti verso il Sud America, in quel copione continueranno ad agire e sviluppare ogni sorta di provocazione sui nostri confini di Apure, del Táchira, del Zulia, attraverso lo stato dell’Amazzonia. Ci aspettiamo ogni tipo di interferenza e aggressione verso la patria, come si è visto durante tutti questi anni, da quando il comandante Hugo Chávez è andato al governo fino ad oggi. Per questo, continueranno a provocare la FANB, cercheranno sempre di penetrare il territorio con il traffico di droga attraverso il confine, per rafforzare quella campagna internazionale secondo la quale il nostro paese è legato al traffico di droga, che è uno stato fuorilegge, mentre tutti sappiamo che, secondo gli stessi rapporti della DEA e dell’ONU, il più grande produttore di droga del mondo è la Colombia e il più grande consumatore di droga al mondo sono gli Stati Uniti e che la stragrande maggioranza della droga viaggia dal Pacifico colombiano, non dal Venezuela.

Qual è la tua analisi della situazione in Venezuela?

Dal mio modesto punto di vista, direi che per osservare la situazione in Venezuela nella sua giusta dimensione, dobbiamo tener conto di tre variabili: il Covid-19, la lotta per l’egemonia tra Stati Uniti e Cina e le misure coercitive unilaterali. Ognuna ha il suo effetto sul Venezuela, a cominciare senza dubbio dalla lotta egemonica stabilita a livello globale tra Cina e Stati Uniti, perché noi siamo al centro del confronto in quanto allineati con Cina, Russia e con l’intero asse Asia-Pacifico. Gli Stati Uniti, come gendarme in declino che però ha ancora il controllo dell’apparato finanziario mondiale, applicano il blocco economico, commerciale, agendo soprattutto sul sistema delle transazioni economiche. Per questo, abbiamo subìto e stiamo ancora subendo conseguenze pesanti, che speriamo di non dover sopportare ancora a lungo, anche se non ci facciamo troppe illusioni. L’altro aspetto riguarda la pandemia che ha colpito tutta l’umanità e che da noi aggrava la situazione determinata dalle misure coercitive unilaterali. Certo, i dati statistici mostrano che il Venezuela ha un trend nettamente inferiore a quello degli altri paesi, ma la situazione sta peggiorando per via della variante brasiliana, che continuerà a diffondersi nel paese e nel mondo, almeno per tutto quest’anno e parte del prossimo, finché l’intera popolazione non sarà vaccinata. La politica catastrofica del governo Bolsonaro dovrebbe essere considerata un fattore di instabilità al pari delle misure coercitive, che hanno interessato il Venezuela in tutte le sue dimensioni. La prima cosa per cui dobbiamo lottare è superare queste misure. Ci sono due modi, uno che ne provoca l’eliminazione o la sospensione alla fonte, e cioè per decisione del governo degli Stati Uniti. E questo non è facile, non ci sono molti precedenti al riguardo. I gringos lo fanno solo se lo Stato, il governo e il popolo si sottomettono al giogo dell’imperialismo e questo non è assolutamente contemplato. Quindi, sta a noi neutralizzarle, imparando dai paesi che sono stati bloccati e che hanno aggirato le misure coercitive, come la Corea del Nord, Cuba e l’Iran che, in mezzo a tutte le loro difficoltà, stanno superando le “sanzioni”. Dobbiamo continuare a potenziare il nostro apparato produttivo nazionale in modo da ridurre il volume delle importazioni. È una situazione complessa della quale stiamo discutendo in tutte le sue implicazioni. Via via che ci stabilizzeremo, ci alzeremo dalle ceneri in cui siamo stati sommersi, lo stiamo già facendo. Le nostre proiezioni dicono che in un paio d’anni avremo nuove e migliori condizioni che ci permetteranno di negoziare da una posizione di forza, anche in vista delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti. Intanto, dobbiamo contrastare le aggressioni, le ingerenze e le provocazioni dell’imperialismo difendendo la nostra sovranità e autodeterminazione in perfetta unione civico-militare.