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Recuperare appieno l’insegnamento, i valori

e le prospettive del PCI con Pietro Secchia

e i suoi compagni

 di Norberto Natali

operaio; già dirigente nazionale FGCI e PCI; già dirigente nazionale area Interstampa

“Dai lavoratori e dalle lavoratrici ho imparato assai più che non dai libri!”

(Ambrogio Donini, 1988)

I Benetton hanno tutto l’interesse (forse una disperata necessità) di dimostrare “storicamente” che il ponte Morandi di Genova non poteva che essere costruito e gestito nel modo in cui è effettivamente avvenuto. Soprattutto se vogliamo fantasiosamente supporre che essi ne fossero stati, appunto, anche i costruttori.

Se, per esempio, in passato fosse esistito un ingegnere che avesse potuto progettare quel ponte in un modo diverso, più sicuro, ciò deve essere assolutamente nascosto. O meglio, se possibile, conviene fare carte false per dimostrare che quell’ipotetico ingegnere, invece, avrebbe costruito il ponte (o provveduto alla sua manutenzione) proprio come ha poi fatto quella famiglia di imperialisti. Sono in gioco la reputazione e tanti soldi.

Qualcosa del genere avviene per la nostra situazione politica: il disastro della sinistra, del movimento operaio italiano, si potrebbe definire unico al mondo.

È facile comprendere che enormi interessi premano affinché, “storicamente”, sia certo che la vicenda della nostra sinistra non doveva e non poteva avere alternative. Come per la metafora di sopra, è necessario convincere oggi che tutti i mezzi e le conoscenze di un tempo, convergevano (senza alternative) verso la costruzione e la manutenzione del ponte Morandi nel modo in cui è poi avvenuta, allo stesso tempo è necessario, per la borghesia oggi (per scopi presenti e futuri), convincere che “tutta” la storia del PCI convergeva verso l’esito effettivo che conosciamo e i suoi sviluppi successivi.

Sarebbe molto pericoloso, di fronte alla crisi strutturale e soprattutto di egemonia della borghesia imperialista e alle incertezze e alle divisioni che la scuotono, che le masse abbiano coscienza che in Italia è esistito un Partito Comunista molto forte, anche militarmente nei momenti storici dovuti, un Partito che ha trasformato gli operai e i contadini da servi a classe in lotta per il potere, capace di incalzare la borghesia su tutti i piani e anche di contribuire in modo incisivo alla lotta di classe sul piano internazionale.

Non stupisce, quindi, che contro tale Partito la borghesia imperialista (agrari, nazifascisti, industriali, mafia, NATO, ecc.) abbia sempre condotto una guerra incessante, su vari piani e in primis quello della propaganda, della guerra psicologica, della pressione sul fattore morale.

Quel che è insolito, benché comprensibile, è che tale guerra continui… tutt’ora!

Essa si muove, oggi, su tre fronti: annullare, cancellare il più possibile l’esistenza del PCI, il suo ruolo reale nella storia d’Italia, la funzione esercitata per il proletariato e larga parte delle masse popolari; per la parte che non si può semplicemente nascondere, bisogna mistificare, distorcere, diffamare e renderlo indistinguibile dalle bassezze e dalle meschinità di qualsiasi altra forza politica o sociale borghese; condizionare e infiltrare (sì, avete letto bene!) quegli ambienti o compagini dai quali – anche accidentalmente – può “ripartire” la coscienza della necessità del PCI.

A questo punto, occorrono semplici, elementari considerazioni sull’uso politico della storia.

- Esso scaturisce dalla lotta di classe corrente e si pone obiettivi che si qualificano sotto un profilo di classe, la storia nella lotta politica non serve (come vorrebbe la metafisica borghese) solo a “chiarire” fatti del passato, in modo fine a se stesso. Va da sé che esiste una storiografia proletaria, rivoluzionaria, e una borghese o reazionaria: chi non è d’accordo lo dica, così discuteremo anche sulla filosofia di Lenin!

La “storia” (si fa per ridere) fatta ignobilmente da Giampaolo Pansa, per esempio, non era finalizzata a render noti i “misfatti” dei Partigiani avvenuti 60-70 anni prima, bensì era funzionale al tradimento dell’antifascismo da parte delle forze borghesi, all’aperta rivendicazione dell’abbattimento della Costituzione e ad altre misure e posizioni – di questi ultimi anni, appunto – che purtroppo conosciamo bene. Lo stesso si può dire del “culto” delle foibe. La questione, già dopo la Liberazione (ci furono anche atti parlamentari), era conosciuta: se essa è stata “riscoperta” dopo sessant’anni, è solo per gli stessi interessi politici attuali.

Per tutto ciò, quando qualcuno espone delle tesi “storiche” (anche in forma di memorie) bisogna domandarsi qual è il suo scopo oppure quali sono le conseguenze politiche – presenti e future – di esse. Per esempio, la rivoluzione copernicana può essere presentata come un cumulo di errori e fallimenti. Il suo ideatore disse che la Terra era sferica ma non era vero, poi i copernicani furono costretti ad ammettere che era leggermente schiacciata ai poli ed era sbagliato anche questo, dato che più tardi fu accertato che il Polo Sud è leggermente più “schiacciato” dell’altro, e così via.

Un certo Colombo, ingannato da queste tesi rivoluzionarie, pensò di navigare verso occidente per raggiungere (in modo più facile di quanto fosse possibile allora) le Indie: come sappiamo tutto trovò, tranne quel che cercava!

Questi fatti sono tutti veri. Eppure tocca domandarsi – quando le concezioni tolemaiche sono ancora presenti ed aggressive e si è “prigionieri” delle colonne d’Ercole – a cosa punta, quali interessi esprime chi continua ossessivamente a mettere sotto accusa (in modo metafisico) solo gli errori e i difetti del sistema copernicano, magari riducendoli (concezione idealistica) alle vicende soggettive di alcuni suoi esponenti, senza ricordare il sistema tolemaico, quindi negando che anche certi errori sono storicamente necessari – cioè transitori – per condurre l’umanità oppressa dai “terrapiattisti” verso un salto qualitativo (qualcuno meno distaccato, potrebbe anche dire che i peggiori difetti del sistema copernicano sono sempre migliori degli aspetti più positivi di quello tolemaico).

Figuriamoci poi quando qualcosa del genere viene fatto non solo speculando su fatti metafisicamente veri ma ricorrendo a distorsioni, omissioni o falsificazioni: significa proprio che si perseguono scopi o si è al servizio di interessi inconfessabili!

- In questo quadro, la borghesia ricorre ai suoi strumenti ideologici e propagandistici anche per “dimostrare” che la lotta e i sacrifici di varie generazioni di milioni di comunisti, in Italia, sono stati quanto meno vani (se non sbagliati o criminali). Tanto più sarebbe del tutto inutile, come minimo, invaghirsi oggi dell’idea di lottare per avere un Partito della classe operaia che affronti le sfide del nostro tempo come il PCI seppe fare, molto a lungo, per quelle del proprio. Come si è già detto, il cavallo di battaglia è quello di dimostrare che sarebbe comunque andata a finire così, come il ponte Morandi sarebbe comunque crollato.

Per farlo si ricorre a due forni storiografici apparentemente opposti ma in realtà complementari. Secondo una tesi, visto che il PCI è diventato PD, vuol dire che è giusto così: gli autentici sostenitori del PCI, di conseguenza, oggi dovrebbero sostenere il PD o LeU (e Renzi?). Secondo l’altra, visto che il PCI è diventato PD, vuol dire che quest’ultimo era latente già nel primo, insomma il PCI è sempre stato mezzo marcio, Togliatti non era un vero comunista e per qualcuno neanche Gramsci. Insomma, o ci si “accolla” il PD o esso era già nel DNA fin da tempi lontani.

È come se – dato che il nostro sangue contiene glucosio – o bisogna accettare il diabete oppure è patologico, sbagliato, che ci sia lo zucchero.

Spero che questa metafora renda l’idea dell’attendibilità scientifica delle tesi suddette. In definitiva negano la storia, ovvero i processi che la determinano. Secondo questa impostazione, non esistono delle procedure, alimentari o di stile di vita, le quali provocano il diabete, ovvero si trascura che una dieta sana può evitarlo e si esclude anche che il nostro sangue, per svolgere la sua funzione, ha necessità di un giusto contenuto di zucchero, né troppo basso, né troppo alto. Si nega, cioè, il ruolo delle scelte e dell’attività umana, la sua stessa possibilità, la capacità di poter influenzare l’andamento della propria salute.

Il fatalismo è il tratto comune che caratterizza le suddette tesi e nega che c’è un momento, una rottura con il passato che incide sul corso degli avvenimenti. Questo vale per la storia del PCI ma anche per quella del PCUS: non a caso i trotskisti negano qualsiasi importanza al suo XX° Congresso.

Così come non si “diventa” diabetici nel senso che per arrivare a ciò è necessario un periodo di alimentazione errata con innaturale sovraccarico di zuccheri e scelte di vita malsana, allo stesso modo il PCI non è “diventato” PD. Neanche sul piano della cronaca: prima è stato PDS, poi DS, ecc. Politicamente, sono state compiute scelte, operate rotture, per allontanarlo dalla rotta che si cerca di negare, optando per una concezione fantasiosa della storia come se fossero una strada lineare.

Se a ciò aggiungiamo che la “negazione” dello scioglimento del PCI è stata Rifondazione, dobbiamo riconoscere che la storia di questo processo è stata – sia pur in modo molto variegato e contraddittorio – caratterizzata in maggioranza (nonostante eccezioni le quali, come si sa, confermano la regola) da un incessante ritorno verso la casa madre, se così si può dire. Dalla scissione di Crucianelli nel ‘94 a Gennaro Migliore, da SEL ad alcuni più recenti riavvicinamenti “all’orbita” del PD, i casi individuali e collettivi sono innumerevoli.

Comincia già ad apparire più chiaro perché si rende necessario – anche ai fini suddetti – convincere che nella storia del PCI non c’era alternativa a quel tipo di “negazione” del suo scioglimento. Ecco dov’è la motivazione vera di chi afferma, per esempio, che Interstampa o il compagno Donini erano una sorta di precursori del partito di Garavini e Bertinotti o comunque esso era il loro orizzonte storico.

- La differenza tra la storiografia proletaria e quella reazionaria si distingue facilmente. Come una semplice cartina di tornasole, la seconda riduce tutto a vicende personali, ad “imprese” di singoli che soggettivamente si confrontano tra loro per motivi privati, come su un palcoscenico dal quale è esclusa la vita della società e delle masse. Queste ultime, semmai, sono influenzate da quel teatrino o ne riflettono gli esiti, al contrario del vero, ossia la storia – che è lo svolgimento della lotta di classe – è quella che condiziona le scelte di singoli dirigenti politici o comunque è riflessa in esse.

È l’idealismo borghese, il quale rimane tale anche quando certi scrittori di “storia” (o di memorie) si autoproclamano bolscevichi o togliattiani.

Per gli idealisti, sono le idee (che sorgono, non si sa come, nella testa degli intellettuali) che determinano la materia. Pertanto si è ciò che si dice di essere o di voler fare, a prescindere dalla pratica e dai riscontri concreti. Di conseguenza, un partito è comunista perché lo dice il nome ed è comunista una politica solo perché viene praticata da un partito con quel nome. È così che la sinistra ha fatto la fine che sappiamo.

Per il materialismo dialettico, in definitiva, si è ciò che si fa e quindi ci si misura (anche quando ci si occupa di storia o di memorie) sul come cambiare lo stato di cose presente, i rapporti di forza tra le classi, su come organizzare grandi masse proletarie che non lo sono affatto, anche per colpa degli idealisti, che non si occupano minimamente di tali questioni.

È così che anche in certa pubblicistica recente, che si presenta in chiave “amichevole” verso i comunisti, si affrontano decenni di storia del PCI, non solo strappandola da quella della società italiana e del mondo ma dalla vita stessa, reale, del Partito e dei milioni di donne e uomini che vi hanno partecipato. Con la cadenza e l’ambientazione delle soap opera, tutto viene ridotto ad un cumulo di pettegolezzi, di sordide trame, di tranelli intestini. Intrighi e dispetti tra Togliatti, Secchia, D’Onofrio, Nilde Iotti e non so chi altri, senza neanche tener conto (alla faccia della “storia”) che questi compagni, per decenni, nella lotta clandestina come in quella armata e anche in altri periodi, hanno affidato la propria stessa vita l’uno all’altro.

Quando certi racconti sul PCI (come su Interstampa o altro) hanno questa matrice dell’ideologia borghese, ciò è sufficiente per farci sospettare che perseguono – o finiranno per realizzare, anche involontariamente – gli interessi dell’avversario di classe (che al massimo contengono qualche notizia “vera” come gli errori di Copernico) e non sono di alcun interesse per chi si batte per la causa del proletariato e della ricostituzione in Italia di un grande e forte Partito Comunista.

Anche per questo – mi scuso se sono un sempliciotto – torna sempre utile ricorrere al “senti chi parla”: chi è che presenta certe memorie o pretende di scrivere di storia? Per esempio, si può credere alla storia di un gruppo di rivoluzionari raccontata da un tale che si è arreso al capitalismo, che ha dichiarato che Gramsci ha fallito e che l’unico orizzonte possibile è una società borghese più amorevole verso gli sfruttati e gli oppressi? Allora si può anche credere a un “terrapiattista” che elenca gli errori di Copernico!

In altri termini, il materialismo dialettico ci insegna che ogni espressione del pensiero ha (oltre ad altri) due lati o caratteri essenziali: quello storico e quello logico. Per quanto accennato qualche riga più sopra, per noi è l’elemento storico a prevalere sull’altro: cioè, è molto diverso se un brano di storia della Resistenza è scritto da Giampaolo Pansa o da un comandante Partigiano.

- Proprio per una corretta interpretazione della Storia, infine, è necessaria un’avvertenza decisiva, per lo meno per chi ha meno di 45 anni.

Quando si parla del PCI (e non solo) oggi, si rischia quel che può capitare in una conversazione tra un eschimese e un congolese sul clima e la temperatura. Se non sono entrambi ben consapevoli delle grandi differenze tra le rispettive situazioni, quando uno dice, per esempio, che “oggi fa un po’ più caldo del solito” l’altro rischia di sbagliare anche di 30 gradi l’interpretazione di quella frase.

Per esempio, per chi ha vissuto quei tempi, parlare di tendenze (riconducibili a “correnti”) nel PCI, significa intendere qualcosa di concretamente molto diverso da ciò che può pensare qualcuno che associa il significato di “correnti” a quello degli ultimi vent’anni. In queste note, per brevità e convenzione, si accennerà ad “amendoliani” o “ingraiani” o a singoli fatti relativi ai dirigenti del PCI: sarebbe disonesto, però, non avvertire che ciò non può assolutamente essere interpretato alla luce dei criteri attuali.

 

 

 

Fare l’autocritica… agli altri!

 

Chi scrive è stufo della moda in voga nel nostro paese di fare l’autocritica... agli altri, ossia sono stanco di sentire che tutti fanno il bilancio del PCI, o lo sottopongono ad esame, ma nessuno lo fa del proprio gruppo, partito o corrente culturale e politica. Non può esservi uno studio scientifico della storia del PCI e delle sue vicende interne, senza che avvenga lo stesso per tante altre componenti della sinistra e non solo.

Non si potrebbe capire, per fare un esempio, perché il gruppo de Il Manifesto è uscito dal Partito – perché non era sufficientemente di “sinistra” – nel 1969 (si consideri, tanto per avere un’idea della collocazione del PCI a quell’epoca, come nel 1970 esso si astenne in parlamento nella votazione sullo Statuto dei Lavoratori perché ritenuto troppo “morbido” col padronato) per poi rientrarvi in un momento in cui era quasi maturo per il suo scioglimento.

Inoltre, essendo qualcosa di estremamente diverso da una setta o da un circolo ristretto di intellettuali, il PCI è sempre stato attraversato da dibattiti, confronti, toccato da qualche fuoriuscita o mini-scissione. Tuttavia, di ciò esistevano due tipologie completamente diverse tra loro.

Proviamo ad immaginare un’auto che viaggia sul grande raccordo anulare di Roma, il quale è un cerchio da cui si dipartono strade che si dirigono verso tutte le zone d’Italia. Un conto sono le divisioni tra i passeggeri su quale uscita prendere: per esempio, può esservi chi vuole utilizzare quelle che si dirigono verso l’Abruzzo e l’Adriatico e invece chi vuole prendere le vie che si indirizzano verso la Toscana e il nord. In questo caso, sono in gioco proprio la natura e la destinazione del “viaggio”. Così, le separazioni che hanno contraddistinto i primi tumultuosi anni di vita del Partito – quelle con la sedicente “sinistra comunista” (bordighiana o troskista) o quella con Tasca – riguardavano proprio la natura e le prospettive del Partito stesso, ossia potremmo collocarle tra le vicende che riguardano la sua formazione e quindi le relative scelte e distinzioni.

Poi, riprendendo la metafora, possono esserci differenziazioni tra coloro che hanno scelto uniti di incamminarsi, per esempio, verso Napoli: tuttavia, c’è chi ritiene che – per vari motivi – il cammino debba essere fatto a minore o maggiore velocità media, che si debba fare con una tratta unica oppure a tappe, ecc. Queste sole possono essere definite divisioni (o differenziazioni o tendenze) “interne” al Partito e riguardano sostanzialmente il dopoguerra, per una durata di circa 40 anni.

In queste righe non parlerò dell’opera del compagno Secchia, l’ho già fatto a lungo in altre sedi, ma è essenziale chiarire che egli non era un “eretico” del PCI come qualcuno dice. La questione che porta il suo nome è cruciale nella storia del Partito ma non si tratta neanche di una “minoranza” che si è formata ad un certo momento della sua storia.

Pietro Secchia (e gli altri a lui legati) ERA il PCI, la sua politica, la sua organizzazione. Come ho avuto modo di scrivere in altra sede, per ricorrere a definizioni improprie per dei comunisti, egli era “l’altro capo” del PCI. Volendo, per un attimo, fare la storia con i se e con i ma, con tutta probabilità, sarebbe succeduto a Togliatti nel 1964 (a quell’epoca aveva 60 anni ed era forte e in piena salute) e aveva tutte le possibilità di dirigere il Partito per almeno un ventennio (cioè fino a metà degli anni ‘80).

È importante comprendere che Secchia non ha “inventato” né una corrente né un’eresia: al contrario, certe scelte, avvenute dalla metà degli anni ‘50 come declinazione italiana della cosiddetta “destalinizzazione”, hanno fatto temere a molte compagne e compagni che in prospettiva l’organizzazione del Partito, soprattutto i criteri di selezione dei quadri, potevano provocare uno snaturamento o una deriva (piccolo-borghese e intellettualistica) del Partito stesso. Purtroppo avevano completamente ragione tutti loro, probabilmente più di quanto pensassero negli anni ‘50.

Quel che è decisivo comprendere, quindi, è che in realtà c’è stato un processo ampio, capillare, per certi versi spontaneo, di reazione a quelli che venivano interpretati come atti suscettibili di ripercussioni “pericolose” per la natura del Partito, della sua organizzazione, dei suoi gruppi dirigenti.

È quello che possiamo definire, per comodità di esposizione, il movimento (o meglio il processo) di opposizione ai pericoli di deriva revisionista dei gruppi dirigenti del PCI. Tanto ciò è vero, che “gli uomini di Secchia” (espressione per certi versi discutibile e a volte contestata da loro stessi) furono l’avanguardia più forte e aggregante, più avanzata e decisa di un arco di fenomeni ben più ampio il quale, lungi dall’essere un’eresia o una nuova corrente, scaturiva dalle radici stesse del PCI, dalla sua natura di classe, internazionalista, rivoluzionaria.

Addirittura, alcuni prodromi (potrei dire la “preistoria”) di queste sensibilità, si possono riscontrare nella vita clandestina del Partito, già alla fine degli anni ‘20, quando Longo e Secchia pensavano di organizzare squadre di autodifesa operaia contro i fascisti (anche se poi non si riuscì a farne nulla, Secchia fu arrestato nel ‘31).

Il primo vero atto di “opposizione” fu la votazione all’Assemblea Costituente dell’art. 7 della Costituzione, quello che manteneva i “privilegi” del Vaticano pur condizionandoli ad una prospettiva democratica e nel riconoscimento della laicità dello stato. La votazione fu segreta ma furono evidenti decine di astensioni, tra esse quella di Secchia, Longo, Scoccimarro, Rita Montagnana, Teresa Noce, ecc.

All’inizio del 1946 (quindici mesi prima della votazione di quell’articolo), il V° Congresso del Partito decise l’ammissione anche dei cattolici nelle proprie fila, cambiando gli statuti precedenti, confermando però la natura marxista-leninista del Partito, il suo riferimento al materialismo dialettico e in definitiva all’ateismo.  Fu una scelta strategica esemplare, che spiega la grande forza del PCI tra le masse, che costrinse il Vaticano due anni più tardi all’imbarazzante scomunica dei marxisti ed è a questo capolavoro politico che pensavo, tra gli altri, quando in questi anni ho scritto più volte che il PCI non si sarebbe comportato – di fronte a scottanti problemi della nostra attualità – come l’odierna sinistra italiana.

Quella scelta fu compiuta convintamente da tutto il gruppo dirigente. Personalmente, nel tempo ho nutrito il dubbio che quel voto alla Costituente – più che un improvviso dissenso – fosse una scelta accettata da Togliatti e tutto il Partito: quell’articolo 7 era effettivamente un compromesso, quindi il cedimento storicamente necessario di una parte delle nostre istanze, dunque un significativo numero di astensioni poteva servire da monito alle gerarchie ecclesiastiche e ad altri.

Devo testimoniare, invece, avendo avuto occasione per anni di frequentare e parlare a lungo con i grandi dirigenti del Partito che furono più vicini a Secchia, di non averli mai sentiti considerare la tanto famigerata amnistia dei fascisti, un reale motivo di discordia con Togliatti: forse erano dei cretini che non ne avevano capito la gravità, a differenza degli astuti gruppettari di tutti i tempi che ne hanno fatto sempre un cavallo di battaglia, per la loro tesi secondo cui Togliatti era un falso comunista e anche il PCI era “finto” già da quei tempi. Se avessero ragione, dovremmo logicamente dedurre che Stalin era un imbecille o un falso comunista anche lui!

La vera differenziazione si manifestò, sempre nel 1947, sulla sottomissione di De Gasperi agli USA e l’esclusione di comunisti e socialisti dal governo. Come per tanti altri problemi e periodi storici, non ci fu un vero disaccordo sulla politica immediata e la tattica espressa dal Partito: nessuno voleva “fare la rivoluzione” in quel momento perché questo non corrispondeva ad un’analisi marxista della fase storica. I compagni che ho avuto modo di consultare, come tutto il Partito, erano anzi molto impressionati dall’esperienza greca: neanche in quel paese, il Partito Comunista aveva voluto “fare la rivoluzione”, purtroppo era stato vittima di una macchinazione degli inglesi. È secondario per ora, il fatto che probabilmente fu commesso anche qualche errore di carattere militare.

I compagni, tutti, volevano evitare quel pericolo e di ciò vi è un riflesso in un editoriale dell’Unità del 10 gennaio 1950, all’indomani della strage di operai compiuta a Modena dalla polizia scelbiana. In esso vi è scritto chiaramente che il PCI temeva che la DC e la NATO volessero iniziare una serie di provocazioni per costringere – comprensibilmente – la classe operaia e il Partito stesso ad una reazione armata, per provocare una guerra civile e instaurare una dittatura militare.

Questo dettaglio è straordinariamente significativo, non solo della “intuizione” della strategia della tensione e dello stragismo iniziata quasi vent’anni dopo, ma anche per la reazione e il giudizio sulle Brigate Rosse che il Partito ebbe fin dal loro esordio: la netta condanna era già stata “anticipata” nel 1950 (e anche da tanti altri elementi precedenti).

A questo proposito, ricordo un pranzo in un ristorante di Rignano Flaminio, seguito da un’amabile conversazione a casa di Donini, tra lui, Bera e chi scrive. Era all’incirca il 1988 e Bera ed io discutevamo con lui della nostra idea di promuovere comunque, insieme a Geymonat e ad altre compagne e compagni, una nuova organizzazione comunista poiché non aveva alcun senso rimanere ancora in un partito ormai completamente snaturato.

In un momento di digressione, la conversazione toccò l’argomento BR e i due grandi, vecchi compagni si scambiarono, per almeno un quarto d’ora, delle opinioni, per così dire, semantiche: uno sosteneva che la definizione più appropriata per loro fosse quella di “briganti” mentre l’altro spiegava i motivi per cui preferiva usare il termine “banditi”.

Tornando al 1947, il motivo vero della differenziazione (non ci fu un vero e proprio scontro) riguardava – come sempre – i pericoli per la natura dell’organizzazione e del Partito stesso (si potrebbe anche dire la garanzia della sua indipendenza in relazione alla situazione di fondo nella quale si trovava ad agire) e la prospettiva internazionale.

È in questo quadro che si colloca l’incontro di Secchia con Stalin e Zdanov, perché ogni scelta nazionale non deve essere “obbedienza” ad un paese straniero ma considerazione della lotta di classe internazionale e delle sue ripercussioni: non era un viaggio motivato da intrighi o mire da telenovela. La preoccupazione, in realtà, era che il compagno Togliatti o altri dirigenti facessero un’analisi un po’ ingenua delle mire della DC e degli angloamericani, con il rischio di trovarsi impreparati di fronte a tradimenti e colpi di mano di quelle forze, come la messa al bando del Partito e altro.

Sotto questo profilo, per esempio, Secchia e altri compagni disapprovarono il giudizio per cui un’avventura insurrezionale fosse materialmente impossibile nel ‘47 come nel ‘48. Il fatto che dopo l’attentato a Togliatti (luglio ‘48) il gruppo dirigente unito del Partito fosse contrario a velleità insurrezionali pur promuovendo una reazione estesa, di massa, ferma e forte, conferma quanto sostenuto. Tuttavia, non è vero che nel 1947 ci fosse la stessa situazione perché, solo per fare due esempi, non erano state ridislocate le armate americane (come sarà l’anno successivo) e i reparti celere della polizia erano sostanzialmente composti da Partigiani; inoltre la rete della Resistenza era ancora efficiente.

Tutto ciò non significa che Secchia o altri volessero fare un colpo di mano per “prendere il potere” a sorpresa nel ‘47, semmai era il contrario: temendo che quello fosse il disegno della reazione, voleva essere in grado di affrontarlo e possibilmente vincere. Dunque il disaccordo non era tanto sulle scelte immediate da compiere (ovvero fu sulla necessità di uno sciopero generale e di una reazione più “vivace” all’esclusione dal governo) quanto piuttosto sul modo di ragionare superficiale – e in prospettiva perdente – che lui riteneva di cogliere in quelle posizioni

 

 

 

Ambrogio Donini

 

È stato uno dei nostri maestri, come scrisse La Riscossa (il giornale di Iniziativa Comunista) nel 1998. Quando morì, dopo i suoi funerali, fondammo l’Associazione Culturale Ambrogio Donini, promossa da alcuni compagni di Interstampa, ma dove non ricordo altri legati a Cossutta o esponenti di primo piano di Rifondazione. C’erano il compagno Ubaldo Procopio, già segretario della sezione comunista di san Lorenzo a Roma, Giacomo Adducci, ex direttore di Interstampa, Aldo Bernardini e pochi altri compagni tra i quali (forse) Mario Alinei. Questi era un eminente accademico, di ruolo all’Università di Utrecht, in Olanda (dove mi sembra fu anche rettore), un compagno di provata fede, che avevo conosciuto nel Consiglio Scientifico (di cui facevamo entrambi parte) dell’Associazione Culturale Marxista presieduta da Cossutta.

Andai a trovarlo qualche volta nella sua casa di Impruneta (presso Firenze) anche per parlare di come mantenere vivo il ricordo di Donini – ad altri non interessava, lo ritenevano scomodo – e non posso fare a meno di ricordare uno squisito pranzo che mi offrì lì vicino, a Greve in Chianti. Solo anni dopo realizzai che era “da Padellina”, considerato uno dei templi della bistecca fiorentina! Poco dopo la scomparsa di Donini (nell’estate del ‘91) Alinei venne a Tiburtino III (Roma) per una commemorazione pubblica di quello che anch’egli riteneva un proprio maestro.

Per il primo anniversario della sua scomparsa (giugno ‘92), d’accordo con l’editore Teti che venne anche personalmente nella nostra sede del Quarticciolo, pubblicammo un numero monografico speciale del Calendario del Popolo, dedicato a Donini e organizzammo anche una piccola cerimonia al cimitero di Rignano Flaminio. Eravamo forse una ventina, tra i quali i compagni che ho appena nominato e incaricarono me (ero il più giovane) di tenere un piccolo discorso commemorativo: iniziai dicendo che il nome di Ambrogio ricordava istantaneamente la coerenza ma non era questa la sua sola qualità poiché ciò che valorizzava ancor di più la sua vita era il coraggio di essere stato sempre conseguente con i suoi ideali.

All’epoca, molti che fino ad un anno prima avevano ostentato interesse ed amicizia per lui (e magari hanno rifatto la stessa cosa più di recente) non trovavano più conveniente farsi identificare con la sua figura: era il grande vecchio degli “stalinisti” italiani!

Quando lo conobbi, nella sua casa di Rignano Flaminio, aveva una folta capigliatura bianchissima e sedeva su una poltroncina con alle spalle un grande ritratto di Lenin. Contrariamente a quanto pensavo, i suoi capelli avevano cominciato ad imbiancarsi molto tempo prima. Quando fu mandato a Madrid nel 1937, assediata dai traditori franchisti e bombardata dai nazisti, al II Congresso mondiale degli scrittori per la cultura e la pace (lui partecipò per conto dell’Internazionale o del Partito a tutti i congressi di questo tipo) volle recarsi, finito il suo compito, a combattere in prima linea con le Brigate Internazionali. Sul fronte del Brumete, dove le cose andavano male, gli capitò un’esperienza spaventosa, da cui riuscì a salvarsi a stento. Quel che mi impressionò di più, però, fu il racconto di un altro fatto che gli capitò da giovanissimo: gli fu impiantato un occhio di vetro. A causa di un pregiudizio della scienza medica, allora si riteneva che tali interventi dovessero essere fatti senza alcuna anestesia!

Conobbi anche la moglie Olga, di tre anni più anziana, vivacissima, acuta, molto dinamica. Non poteva dire quale fosse la sua nazionalità, poiché era nata in una regione che, nel corso degli anni, era stata numerose volte polacca o russa, alternativamente. Così imparai che la famigerata “spartizione della Polonia” tra Hitler e Stalin, era in realtà la ripresa – da parte sovietica – di un piccolo territorio che dopo la prima guerra mondiale, approfittando della Rivoluzione e dei suoi problemi, gli imperialisti francesi avevano ingiustamente fatto assegnare alla Polonia, come prezzo per concedere la pace anticipata al governo dei Soviet.

Non è possibile, qui, riepilogare seppur sommariamente la vita e l’opera di Ambrogio Donini.

Fu un militante esemplare e coraggioso del PCI, nel quale entrò nel momento più difficile, nel 1927. Fu un tipico intellettuale organico della classe operaia, era un’autorità internazionale come storico delle religioni e al tempo stesso un combattente e un compagno capace di praticare l’uguaglianza con gli altri, anche con me. Anche lui faceva parte del Consiglio Scientifico dell’Associazione Culturale Marxista e insieme partecipavamo ad una sorta di organismo informale che era un po’ il gruppo dirigente centrale dell’area cossuttiana e di Interstampa, se così si può dire. Lo ricordo, in quelle riunioni (quasi sempre ero io che andavo a prenderlo e riportarlo a casa), era una specie di disco fisso, anche con piglio critico, diceva: “ci capirà un disoccupato? Saranno d’accordo gli operai, è quello che vogliono?” Ciò avveniva quando si discuteva, per esempio, di un’iniziativa, un documento, un articolo, ecc.

Dopo il 1927, oltre che in Spagna, è stato (sempre per compiti politici) in Francia, in Belgio, in Tunisia, nell’URSS e anche negli USA (dove fu arrestato con l’accusa di essere una spia russa!). Durante gli anni ‘30 (me ne parlò anche personalmente perché era esplosa una delle solite ignobili e ricorrenti montature anche quella volta) fu protagonista dei tentativi di mediazione per liberare Gramsci (ogni tanto c’è chi dice che a Togliatti o Stalin “fece comodo” farlo morire).

Grazie alla sua fama e alle relative conoscenze, tramite il cardinal Pizzardo, riuscì ad ottenere il consenso del Vaticano per uno scambio con dei preti ucraini ma il tutto fallì per l’irremovibile ostinazione di Mussolini (respinse anche le proposte della chiesa) il quale voleva a tutti i costi “spegnere” il cervello del vero fondatore del comunismo italiano.

Il suo lavoro a New York fu importante per un motivo che ebbe un rilievo decisivo per le sue scelte successive, benché sia poco noto. Nel PC degli USA aveva preso piede l’idea del suo segretario – Browder – che non fosse più necessario il partito, poiché con Roosevelt si era affermata un’ampia alleanza progressista anche alleata dell’URSS nella guerra e che i comunisti potessero essere una componente culturale di tale alleanza. Insomma, che il comunismo sia riducibile ad una “tendenza culturale” non lo ha inventato Bertinotti!

Dopo la conferenza di Teheran (che precedette quella di Yalta) quel partito fu sciolto e si costituì una “associazione” comunista. In poco tempo, molti compagni si ricredettero (in particolare quelli di origine italiana) e il partito fu ricostituito e ciò venne salutato con entusiasmo anche da Stalin e dal compagno Mao. Lo “scorno” per i circoli di potere USA fu grande e quindi iniziò una rabbiosa reazione che portò, pochi anni dopo, all’arresto dei suoi dieci principali dirigenti e alla condanna a morte dei compagni Rosemberg, accusati falsamente di spionaggio. Dopodiché iniziò il Maccartismo.

Il “browderismo” è considerato il primo seme del revisionismo moderno. La gelosa coltivazione della natura di classe del Partito, del suo carattere di organizzazione di lotta, della sua indipendenza, furono sempre il tratto principale delle posizioni di Secchia, Donini e di tutti gli altri compagni e compagne (insieme alla coscienza internazionalista) e fu su questo terreno che le critiche e i contrasti furono crescenti, nel corso dei decenni. Anche perché essi si estesero alle “civetterie intellettualistiche”, ai vizi di carattere accademico e soprattutto al carrierismo e all’eclettismo.

Tornato in Italia dopo la Liberazione, Donini fu successivamente nominato Ambasciatore d’Italia a Varsavia. Mi parlava con un certo disprezzo di Gomulka (all’epoca segretario del partito polacco), ridendo spiegava che quel nome significava “formaggio” ed elencava i suoi errori, primo fra tutti aver lasciato alla chiesa la proprietà privata di enormi appezzamenti di terra. Gomulka fu sostituito alla guida del partito polacco ma a metà degli anni ‘50 (mentre Secchia veniva estromesso dai suoi incarichi in Italia) tornò al potere: era la destalinizzazione. Ai tempi in cui sui media imperava Solidarnosc, Donini spiegava le origini della crisi polacca e anche dei problemi di quel partito.

Nelle sue memorie, racconta di un suo colloquio con Togliatti prima di partire per Varsavia: il segretario del Partito pensava di nominare Donini, al suo ritorno, ministro degli esteri. Lo spazio dato a questo dettaglio, non è dovuto a vanità ma ad una dimostrazione concreta del fatto che Togliatti non prevedeva la brusca svolta, imposta dagli USA, che vedrà da lì a pochi mesi l’esclusione delle sinistre dal governo. A conferma non tanto di dissensi sulla politica immediata quanto sul modo di analizzare la situazione e gli avversari e soprattutto sulla necessità che il Partito della classe operaia fosse sempre pronto ad agire su qualsiasi terreno, senza mai farsi cogliere impreparato da eventuali colpi di mano dell’avversario.

 

 

 

La “presistoria” di Interstampa

 

Donini – come tutte le compagne e i compagni vicini a Secchia e non solo – criticava la tendenza di Togliatti a circondarsi di “giovani brillanti intellettuali”, un vizio che si aggraverà nel tempo, fino a rivelarsi forse fatale per il Partito. I più schietti sostenevano che Togliatti amasse soprattutto circondarsi di chi si mostrava più accondiscendente, dandogli sempre ragione, ricorrendo a ciò quasi come un criterio di selezione dei dirigenti. Anche di questo vizio ci sarebbe molto da dire ma – come per quello precedente – non solo riguardo alla vecchia storia del PCI quanto pensando alla sinistra dei tempi più recenti.

Sulla natura di classe del Partito, è decisiva la relazione che Secchia svolse alla Conferenza Nazionale di Organizzazione del 1949: un documento esemplare di valore storico, anche attuale.

Il suo contenuto essenziale, espresso anche nel titolo, era: “dare al Partito di massa le qualità del Partito di quadri”. Anche la lotta per il “Partito nuovo” non era stata un motivo di divisione ma condotta unitamente dal gruppo dirigente, malgrado qualche riluttanza iniziale, fu una delle ragioni principali dell’originalità del PCI e del suo prolungato ed esteso radicamento tra le masse popolari, dando così pieno valore ai difficili e sofferti anni della clandestinità e poi della lotta armata.

Tra il primo e il secondo anno dopo la scomparsa di Stalin, in molti partiti comunisti e paesi dell’est Europa, a cominciare dall’URSS, avvennero una serie di bruschi cambiamenti nella loro guida. Come già ho detto si trattò della “destalinizzazione” che procurò gravi danni al movimento operaio comunista internazionale anche immediati, per esempio, in Ungheria.

A Mosca prese il sopravvento Kruscev e in Italia, invece del segretario generale, cambiò… il vice. Secchia e i suoi compagni, in seguito, ironizzarono amaramente su questa curiosità, visto che ad essere rimosso non era stato chi (peraltro con grandi meriti) aveva vissuto vent’anni a Mosca al fianco di Stalin bensì chi era stato in Italia, carcerato.

Un cremonese aggregato durante la Resistenza alle Brigate di Moscatelli e Moranino (Seniga) era entrato in contatto in Svizzera – formalmente per conto dei Partigiani – con i servizi segreti inglesi (MI5). In realtà, il contatto proseguì sotterraneo, come si ricostruì in seguito, anche quando Seniga divenne vice responsabile della Vigilanza delle Botteghe Oscure e si legò (forse su mandato proprio degli inglesi) strettamente al compagno Secchia. Al momento “giusto” (oltre quindici mesi dopo la morte di Stalin) fece il colpo: rubò una cassa di riserva e alcuni documenti del Partito e fuggì.

Di ciò fu incolpato subito il solo Secchia, benché anche altri dovessero rispondere di non aver saputo per anni individuare una spia inglese addirittura nella direzione del Partito e nonostante dei compagni della Vigilanza avessero avvertito Togliatti di alcuni strani comportamenti di Seniga. Il Migliore li convinse a non riferire a nessuno dei loro sospetti e non fece nulla.

Per chiarire subito la reale identità di Seniga, si sappia che nel ‘68 fondò l’UDAI (Unione Democratica Amici di Israele) dopo aver fondato – una decina di anni prima – il gruppo trotskista Lotta Comunista, da una fusione con un curioso gruppo anarchico ligure.

Immediatamente dopo la sua fuga, però, egli fondò uno strano gruppetto “Azione Comunista” (dopo pochi anni diventerà la misteriosa casa editrice Azione Comune) il quale denunciava Togliatti per essersi venduto alla borghesia, dichiarava che il PCI aveva tradito Stalin e non era più il partito che molti credevano, ecc. L’unica impresa che si ricordi di questo gruppo, fu durante l’VIII Congresso del PCI, nel dicembre del ‘56, quando fece apparire misteriosamente nelle stanze dei vari alberghi occupate dai delegati, dei volantini il cui contenuto – unitamente alle modalità di “distribuzione” – era tutto finalizzato a far credere che ciò avvenisse su indicazione del compagno Secchia.

Un vero dibattito politico sul “rinnovamento” del PCI, avvenuto dal 1956 in poi e diretto dal compagno Amendola, il quale aveva nel frattempo (su indicazione di Togliatti) sostituito Secchia alla guida dell’Organizzazione, non si è mai avuto. Oltre al “caso Seniga” (utilizzato per Secchia) l’emarginazione, infatti, di tante compagne e compagni, è sempre stata giustificata con ragioni occasionali, per esempio un generico ringiovanimento. Si consideri, a questo scopo, che il compagno Amendola era più giovane di Secchia di… tre anni!

A Milano fu particolarmente dura, venne rimosso il segretario e tutta la segreteria, cioè il prestigioso compagno Alberganti, insieme a Vaia, Bera, Pirola, Ricaldone e altri. Amendola propose un compagno veramente giovane (allora trentenne) per fare il segretario della federazione e condurre fino in fondo – ricorrendo all’aiuto entusiasta di Rossana Rossanda – la liquidazione degli “stalinisti”: era Armando Cossutta.

La vicenda della federazione comunista milanese è indicativa di questa parte della storia del PCI: si è partiti da quel “rinnovamento” e tramite una deriva neanche troppo lenta (più o meno vent’anni) si è giunti ad avere la federazione forse più squallida e opportunista d’Italia, divenuta nel frattempo la roccaforte dei miglioristi, che ha espresso negli anni ‘80 gente come Cervetti, Corbani, i Borghini e altri, alcuni risultarono perfino in combutta con Craxi e qualcuno – in seguito – fu pure lambito dall’inchiesta “mani pulite”.

Può un grande dirigente, che rimane tale e quindi punto di riferimento per tanti aspetti, commettere un errore? La storia risponde di sì, è matematicamente impossibile per chiunque non compiere mai nessun errore, capitarono anche a Marx e Lenin. Il compagno Togliatti commise un errore, che si rivelò via via più grave fino a divenire, in un certo senso, fatale per il Partito anche perché probabilmente il destino non gli permise di “riparare” (almeno parzialmente) – come alcuni indizi fanno supporre che volesse fare – dato che morì inaspettatamente a soli 71 anni.

La sua improvvida scelta contro Secchia nel 1954, obiettivamente, ha “squilibrato” tutta la storia successiva del Partito, determinando così (unico caso al mondo, credo), alla lunga, la fine di una sezione della Terza Internazionale.

Negli anni ‘60 e ‘70, intorno o al fianco del nucleo dei compagni di Secchia, ci furono molti altri – ben prima di Cossutta – che si batterono in diversi modi contro i pericoli (che venivano piano piano realizzandosi) di deriva revisionista dei gruppi dirigenti del Partito. Per esempio a Roma era radicato e prestigioso il compagno D’Onofrio, al quale era collegato il compagno Nannuzzi, il segretario della federazione romana sostituito, anzi “destalinizzato”, nel 1956.

Quest’ultimo lo conobbi nel ‘76 (pochi anni dopo sarà nella direzione di Interstampa): in seguito alla vittoria elettorale a Roma, era stato nominato dal Partito consigliere di amministrazione dell’ATAC. Un compagno di una dignità e di una modestia esemplare quanto tipica dei vecchi quadri comunisti: per una discriminazione politica neanche dichiarata, senza mai sollevare problemi personali, aveva accettato gli incarichi decisi dal Partito, benché vent’anni prima fosse segretario della federazione.

Tutte le compagne e i compagni della vecchia guardia sono stati un esempio di modestia, di disinteresse personale, di carattere schivo e riservato, impensabile per chi conosce il politicantismo, il personalismo e perfino il divismo che imperano oggi tra molti esponenti politici e sociali. Tra i primi, oltre a molti già nominati, mi viene in mente il compagno Ruggero Spesso.

Un altro mio maestro fu Rinaldo Scheda, responsabile di organizzazione nazionale della CGIL (oggi si direbbe il numero due) fiero e combattivo oppositore di Lama e della deriva del sindacato, riflesso di quanto avveniva nel Partito. Egli, per storia e formazione, avrebbe potuto essere segretario generale della CGIL al posto di Lama o quanto meno succedergli, invece fu allontanato dal sindacato e mandato a fare il consigliere regionale del Lazio (di origine era bolognese) e poi ebbe solo incarichi puramente simbolici. Nel XVI congresso nazionale del 1983 (io ero delegato), quello in cui furono presentati per la prima volta gli emendamenti di Cossutta, Scheda compì un gesto che non è conosciuto all’esterno: era delegato e mentre parlava Lama, si è alzato urlando e l’ha fatto tacere, tra gli applausi di una buona parte della platea!

Anche il compagno Colombi, piemontese, Partigiano, dirigente storico del Partito e marito di Nella Marcellino (a suo tempo energica e popolarissima segretaria nazionale della FILTEA-CGIL, il sindacato dei tessili) non vedeva di buon occhio la piega che stavano prendendo le cose: a metà degli anni ‘60, il compagno Secchia prese in considerazione con lui la possibilità che egli stesso capeggiasse una posizione nel Partito contraria non solo a certe scelte di Amendola ma alle posizioni ingraiane che si erano manifestate dopo la morte di Togliatti.

Nell’estate del 1968, ci fu l’invasione della Cecoslovacchia da parte del Patto di Varsavia, condannata immediatamente da Longo e Cossutta. Donini era stato lì pochi mesi prima e aveva motivato la sua decisa contestazione dell’avventurismo e dell’opportunismo di Dubcek ed intervenne al primo comitato centrale che si svolse dopo quei fatti per criticare apertamente la posizione di Longo. Il segretario del Partito nelle conclusioni, si “vantò” dell’intervento di Donini per dire che esso stesso – unitamente alle forti, aperte ed estese proteste che si erano levate in tutt’Italia contro la posizione del Partito sulla Cecoslovacchia – dimostrava che il PCI non era affatto ostile ai partiti fratelli dell’Est.

Nel frattempo, si delineavano tendenze che solo successivamente verranno – in modo arbitrario e assai discutibile – etichettate come di “destra” e di “sinistra”. Di questa toponomastica, si rischia di non capire nulla se non si considera che essa esclude completamente Secchia e i suoi compagni, ovvero erano divisioni “interne” ai nuovi gruppi dirigenti che avevano gradualmente soppiantato quelli precedenti.

In primo luogo c’erano gli ingraiani, più frazionisti, avversari dell’URSS e dei paesi socialisti, poco sensibili (mi si scuserà la sbrigatività delle definizioni) alla centralità operaia e con una concezione molto diversa dal passato della natura e dell’organizzazione del Partito: per noi, per molti anni, al di là delle etichettature, sono stati la vera “destra”, ossia i portatori di posizioni che Secchia e i suoi compagni consideravano più pericolose per l’avvenire del Partito.

Poi c’erano gli amendoliani, ma bisogna riconoscere che Amendola era un compagno rigoroso, ancora troppo “all’antica”, per niente incline al frazionismo: quindi c’è una grande differenza tra quanti sostenevano le sue posizioni mentre era in vita, e quelli che si sono improvvisati amendoliani dopo la sua morte, in un certo senso, abusivamente. A voler ben vedere, l’automatico collegamento amendoliani-miglioristi è in realtà improprio.

La parte più esagitata degli ingraiani ruppe (in primo luogo per fare agitazione antisovietica, dopo i fatti di Praga) il centralismo democratico, dette vita a Il Manifesto, e poi a quello che sembrava un vero e proprio gruppo. Il vertice del Partito – pur senza ammiccamenti – sembrava tollerare questa situazione quanto meno era incerto, come fosse intimidito dalla possibilità di applicare quello che c’era scritto chiaro e tondo da sempre sullo statuto.

A quel punto, ruppero gli indugi anche Donini, D’Onofrio e altri: fecero sapere chiaramente a Longo e Berlinguer che, come esisteva Il Manifesto, sarebbe ben presto esistito l’equivalente leninista, su posizioni completamente opposte, di solidarietà con i paesi socialisti, reclamante la centralità e l’egemonia della classe operaia e il ripristino della vera disciplina di Partito. Come aveva rilevato poco tempo prima il compagno Longo al comitato centrale, c’era il “rischio” che una tale iniziativa avesse un largo seguito nel Partito, anche con effetti imprevedibili.

È soprattutto per questo – a mio modesto parere – e non per “voglie repressive” (evocate da certa stampa) verso il gruppo di Magri e Rossanda, che fu decisa la loro espulsione. Peraltro la realtà è l’opposto: furono loro a decidere di essere espulsi, dato che avevano violato lo statuto e si erano rifiutati di accettare la proposta di rinunciare al frazionismo per rimanere nel Partito. È in quel periodo che furono poste le basi di Interstampa.

Successivamente, lo stesso compagno Colombi, nel delicatissimo ruolo di presidente della Commissione Centrale di Controllo, compì un altro gesto significativo. Come consuetudine, alla vigilia del XIV Congresso Nazionale (Roma 1975) la CCC presentò il rapporto sulla sua attività dal congresso precedente (quello dell’elezione del compagno Berlinguer a segretario). Per i criteri e le abitudini dell’epoca, fu una dura contestazione del modo in cui era stato diretto il Partito sotto il profilo del costume, della disciplina, della morale e anche della democrazia interna, furono attaccati carrierismo, lassismo, ecc.

Malgrado le avvertenze già date, si consideri che i funzionari e i dirigenti criticati all’epoca, erano dei candidi curati di campagna in confronto al malcostume e alle degenerazioni degli attuali esponenti politici o di movimento.

Conobbi Colombi poco prima, quasi da ragazzino, perché inaugurò la mia sezione, intitolata a Moranino, molto legato a lui.

Quello che cambiò molte cose, tuttavia, fu l’assassinio del compagno Pietro Secchia, ovvero la sua morte nel luglio del 1973. Allora “l’opposizione” dei compagni a lui legati, divenne aperta e frontale e si scontrò nuovamente anche col compagno Cossutta. Gli avvenimenti ebbero anche qualche sfumatura romanzesca di cui parlerò in altri momenti.

Fu rifiutata la consegna del suo Archivio al Partito, come avveniva alla morte di tutti i dirigenti, fu organizzata in modo avventuroso la sua “difesa” e la sua pubblicazione: ciò fu la prima sfida pubblica dei suoi compagni contro il gruppo dirigente del PCI. Nel 1977, a cura di Donini, fu pubblicato “Chi sono i comunisti”, una raccolta di comizi e articoli del compagno Secchia.

Inoltre, sempre verso la fine degli anni ‘70, fu costituita a Milano la cooperativa editrice Aurora, la quale pubblicò una serie di volumi soprattutto di carattere internazionale e anche un’importante opera del compagno Pesenti, già senatore ed economista del Partito, la cui vedova simpatizzava per i nostri compagni.

Infine, ebbe inizio la pubblicazione e la diffusione di Interstampa mentre a Roma, per esempio, gli operai del poligrafico dello stato intitolarono la loro sezione aziendale proprio a Secchia.

Tutto ciò avvenne, giova ribadirlo anche se è chiaro dall’esposizione, diversi anni prima del cosiddetto “strappo” (dicembre ‘81) e della successiva decisione del compagno Cossutta di contestarlo: tra questi diversi fatti non c’era alcun rapporto.

Sarà necessario approfondire la conoscenza e l’esame sia della storia del PCI tra i primi anni ‘60 e metà circa degli anni ‘80, sia quella del processo di opposizione ai revisionisti prima e ai liquidatori poi, nello stesso periodo (soprattutto dei compagni di Secchia e di Interstampa e di quelli che si unirono a loro via via).

In tal caso, sarà chiaro che dalla storia di quest’ultima componente poteva sorgere un’alternativa alla fine del PCI e un tipo di “negazione” del suo scioglimento diversa da quella che c’è stata. Sarà anche più chiaro come e perché i compagni di Secchia e di Interstampa, compreso Donini, hanno ben poco a che fare con la Rifondazione e i suoi esiti successivi.

In queste note non si intende assolutamente entrare nel merito della storia del PRC e del suo bilancio; tuttavia è una colossale sciocchezza sostenere che il compagno Donini possa esserne il “padre nobile”.

Egli, nel 1980, per ragioni di rapporti interni facilmente immaginabili, non volle neanche scrivere un articolo per celebrare l’ottantesimo compleanno del compagno Longo (gli rimproverava ancora, in breve, di non aver difeso Secchia a suo tempo); aveva lottato in difesa del socialismo contro Dubcek e contro Il Manifesto; negli anni ‘80, ancor più di prima, aveva lottato contro le posizioni e le iniziative degli ingraiani, ma anche dei cosiddetti berlingueriani; come per tutti i suoi compagni, motivo storico della sua lotta era la difesa del carattere leninista del Partito, della sua natura, l’internazionalismo. Come poteva considerarsi “padre nobile” di un partito costituito (oltre che da autonominati amendoliani) e diretto prevalentemente da ingraiani e berlingueriani, cioè da quelli che più avevano attaccato lui e le sue posizioni negli anni precedenti?  Come poteva riconoscersi in un partito fatto di correnti, senza centralismo democratico, in cui statutariamente fu vietata l’iscrizione agli “stalinisti”? Altro conto sarebbe dire che avrebbe aderito a quel partito giocoforza.

In realtà, simili sciocchezze si possono dire solo in virtù di due presupposti.

Il primo, è credere che nel 1991, da un Partito Comunista se ne sia scisso un altro (per esempio capitanato da Occhetto) che non voleva più essere tale. La realtà è l’opposto. Al tempo, non c’era più un Partito Comunista ma un altro tipo di partito di sinistra, per esempio un PDS con un altro nome, dal quale si sono scisse due componenti: una più decisamente indirizzata verso approdi riformisti e liberaldemocratici e l’altra tendente al “recupero” per lo più in chiave elettoralistica della simbologia e delle forme abitudinarie della vita del PCI, legata a rivendicazioni massimaliste e al movimentismo.

Il secondo, ignorare che il compagno Bera e diversi altri (tra i quali il sottoscritto e molti giovani, soprattutto di Roma) era uscito dal PCI almeno da due anni, proprio per quanto detto appena sopra, ed egli non si è mai iscritto al PRC. E lo stesso vale per Geymonat. Inoltre, compagni come Donini e Vaia vennero a mancare proprio nei primi mesi di vita del Movimento della Rifondazione Comunista; se non fosse stato così, bisognerebbe vedere cosa avrebbero fatto già un anno dopo, quando la Castellina e altri esponenti di quel partito presero posizioni pubblicamente critiche contro Cuba e Fidel oppure l’anno dopo ancora, quando il grosso di Rifondazione parteggiò per il colpo di stato di Eltsin o comunque si schierò contro l’insurrezione dei comunisti e delle forze popolari russe, per non parlare “dell’arrivo” di Bertinotti o della collaborazione con Prodi, Veltroni e Rutelli, nelle maggioranze governative e a livello locale, loro che già nel 1947 avevano criticato Togliatti per la questione del governo!

Quando la suddetta storia del Partito e dei compagni di Secchia sarà presa in esame, unitamente al periodo successivo alla morte di Berlinguer, sarà ancora più chiaro che per la sinistra e i movimenti in Italia, per la loro unità, non ci sono speranze se non si ricostituisce il PCI.

Al tempo stesso, non è logico proporsi la ricostituzione di qualcosa che si è sciolto da sé, senza aver raggiunto la meta. Quindi il processo di “negazione della negazione” oggi necessario in Italia, ossia la ricostituzione del PCI, significa anche la riparazione dell’errore storico commesso a partire dal 1954. La garanzia di costruire un partito che raggiunga il suo fine, sta nel recuperare appieno l’insegnamento, i valori e le prospettive del PCI con Pietro Secchia e i suoi compagni, senza opportunisti e liquidatori, come avrebbe potuto fare anche Interstampa e tutto il processo che l’ha preceduta.

Sono queste esperienze, per noi, un faro della storia che rischiara la strada del futuro.