Ormai più di venti anni fa, si lambiva l’estate dell’anno 2000, il consiglio regionale toscano istituì una “Commissione Speciale Lavoro” con compiti d’inchiesta sulle generali condizioni lavorative nella regione ma con il più stringente obiettivo di far luce sull’incidenza infortunistica e sulle “morti bianche”. 

Del resto la situazione era evidente e sconcertante: ogni anno in Toscana morivano di lavoro più o meno cento persone. E così succedeva da parecchi anni senza che vi fossero inversioni di tendenza significative. Insomma, in una regione considerata allora all’avanguardia per le proprie politiche sociali alla fine non ci si discostava dalla media nazionale dove ogni otto ore chi lavorava per camparsi la vita finiva per perderla. 

Questo più di venti anni fa. Appunto.

Più di venti anni fa ci si indignava per un’incidenza infortunistica altissima e da parte di politici, “maestri di pensiero” e ambiti istituzionali si spendevano frasi e parole di sdegno con grande generosità: “non è più tollerabile morire di lavoro”, “bisogna innalzare il livello della cultura sulla sicurezza”, “prevenire è vivere”. Se poi i morti concentrati in un incidente erano più di uno o parecchi anche se in luoghi diversi ma in un arco temporale ravvicinato il disco suonava con note più alte il solito: “ora basta anche un solo morto sarebbe troppo”, “bisogna intervenire con decisione e punire i responsabili”, “non possiamo rassegnarci alla spiegazione delle fatalità”…

Più di venti anni fa se l’incidente mortale coinvolgeva una giovane donna o i suoi tragici risvolti erano particolarmente cruenti, allora la tragedia si evolveva in dramma mediatico con foto sui giornali e passaggi televisivi di familiari amici, vicini di casa e conoscenti. E chi aveva perso la vita guadagnava in popolarità postuma. Sia pure di brevissima durata.

Più di venti anni fa non c’erano i social ma le foto con i telefonini si facevano lo stesso e se ben ritraevano l’accaduto anch’esse finivano in tv.

Più di venti anni fa si proponevano “misure drastiche” contro le morti e l’incidenza infortunistica sul lavoro. 

Più di venti anni fa queste misure drastiche produssero la 626 con tanto di RLS – rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza. Però, stante il fatto che già allora in cantieri, cave e fabbriche dilagava il precariato, straripavano i sub-appalti e i contratti nazionali di lavoro cominciavano a riguardare solo una minoranza i risultati furono scarsi se non inesistenti. D’altronde, gli stessi RLS erano presenti solo nelle aziende più grandi e in quelle più piccole quasi sempre nominati dai padroni per adempiere ai doveri di legge.

Più di venti anni fa ci si rese conto che in Toscana e in altre regioni ad alto tasso di sviluppo economico il mercato del lavoro era pieno, in alcuni settori come l’edilizia e il movimento terra, di imprese con il marchio regionale di qualità che però appaltavano praticamente ogni fase della loro attività produttiva. C’erano ad esempio ditte, spesso con il profilo di cooperative, che si aggiudicavano lavori con notevoli ribassi, in qualche caso anche sfiorando il 50%, e poi appaltavano a soggetti che a loro volta sub-appaltavano tutto: dalle gettate di cemento alla muratura. E tutto con il fregio della qualità.  

Oggi, più di vent’anni dopo, con un monte ore lavorate molto più basso rispetto a prima l’incidenza infortunistica è sostanzialmente la stessa: in questo anno di “lockdown”, dall’inizio dell’anno in Italia sono morte sul lavoro quasi 700 persone. Donne e uomini che non ci sono più.

Oggi, più di venti anni dopo, sui luoghi di lavoro, cantieri, fabbriche, movimento terra, manutenzione e movimentazione merci sui piazzali, si continua, più di prima, ad avere un autentico festival di sub-appalti e un’orgia di precariato. Il tutto con una presenza dei sindacati confederali ormai quasi inesistente.

E in tal contesto un pool di dementi, socialmente pericolosi se intellettualmente onesti, oppure cinici criminali che devono far bere veleno raccontandolo come medicina, parla e straparla di “patente a punti” per premiare le imprese virtuose.  

In realtà, senza cadere nell’illusione miracolistica dell’azzeramento del rischio, si potrebbero mettere in atto provvedimenti efficaci con strumenti di fatto già esistenti. 

Si potrebbe fissare un tetto al ribasso per l’aggiudicazione dell’appalto: mai più giù del 15% che del resto fino ai primi anni ‘80 era prassi consolidata.

Si potrebbe impedire legalmente il ricorso al sub-appalto: la ditta che si aggiudica l’appalto deve essere in grado di svolgere l’opera per cui è pagata senza ricorrere al supersfruttamento delle prestazioni lavorative, salario orari e non solo, necessario a compensare il ribasso con cui ci si è aggiudicati l’appalto. 

Si potrebbe, a tal proposito, recuperare la legge regionale toscana con cui la Commissione Lavoro riuscì a introdurre il divieto di ricorso al sub-appalto quantomeno nei bandi di gara per opere da realizzare da parte della Pubblica Amministrazione. Legge che il governo amico dell’amico Romano Prodi fece congelare per incostituzionalità e che ancora è lì da qualche parte in attesa di vaglio da parte della Corte Costituzionale

Si potrebbero trasformare in legge i Contratti Nazionali di lavoro applicati per decenni in virtù di accordi fra le parti sociali. Lì c’è già tutto. Altro che “dibattito” sul salario minimo!

Si potrebbe incrementare il numero delle ispezioni coniugando in forma giuridicamente compiuta i servizi di prevenzione delle ASL e dell’INAIL. Oppure, meglio ancora, se di due se ne facesse uno.

Si potrebbe, anzi si dovrebbe, prender atto che quanto viene applicato nei rapporti di lavoro, inclusa la “concorrenza” di imprese comunitarie, non è affatto una incontrovertibile legge della fisica ma un insieme di precise scelte politiche da cui si può tornare indietro. D’altra parte, oggi, dopo decenni di lotte e conquiste, nei rapporti di lavoro si è tornati a cent’anni fa, oscenamente accompagnati dal tormentone che di progresso si trattava.   

Mentre questo articolo si conclude arriva la notizia di un altro morto sul lavoro. A Parma sull’A1 mentre segnalava i lavori in corso per manutenzione. Chissà se i lavori erano segnalati anche luminosamente con due camioncini posti a due km di distanza uno dall’altro o se era soltanto lui con in mano la bandierina e la fine di fronte…