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Recensione dell’ultimo libro di Gianni Minà “Storia di un boxeur latino”

Minà dal backstage

di Alessandra Riccio

Lo si vedeva comparire un po’ dappertutto, nelle sue vivaci e innovative trasmissioni televisive solo o insieme a Boncompagni, nello sport e nella musica leggera e perfino sul grande schermo irrompeva fra Sophia Loren e Marcello Mastroianni impegnati nel più divertente strip-tease del nostro cinema, con i suoi baffi e il sorriso simpatico di chi, lavorando, se la godeva davvero. E c’è un tango argentino che gli calza a pennello: La vita è una milonga, bisogna saperla ballare. Sembra frivolo, ma è serio e Gianni Minà ha saputo ballarla questa milonga. Cioè, ha saputo interpretare il suo mestiere di giornalista nel modo più completo, innovativo, rispettoso ed etico. L’impiego di questi aggettivi non è casuale e non c’è da meravigliarsi se li uso; il quarto potere va gestito con il massimo della consapevolezza e del rigore e non te lo insegna nessuno: lo impari praticandolo e spiando i grandi maestri, come ha fatto lui. Ha cominciato con lo sport, scuola di giornalismo rigorosissima che esige memoria e studio. Lo sport era di casa dai Minà, calcio, ciclismo, boxe e i loro segreti erano pane quotidiano condiviso con il padre e il fratello.

Tutto questo Gianni Minà lo racconta nel suo ultimo libro, Storia di un boxeur latino (minimumfax 2020), pudicamente autobiografico, “scritto con la complicità di Fabio Stassi” in un momento della sua vita in cui si tirano i remi in barca e si assiste dolorosamente alla scomparsa di un mondo popolato da amici indimenticabili. L’ultima perdita, quella di Luis Sepúlveda motiva la dedica di questa che potrebbe essere la prima parte di un memoir pieno di cose da raccontare a cominciare da quei miti degli anni cinquanta (Coppi, Bartali e il grande Torino) all’insegna dell’onestà nello sport, della generosità nel gareggiare, dell’umiltà dei campioni e della crudeltà del fato. C’è la storia di un ragazzo che viaggia con la fantasia fra i racconti dei nonni e degli zii, ma soprattutto dei libri di Emilio Salgari e dei canali della radio: cronache sportive e musica popolare. E c’è il tirocinio nella professione, i grandi maestri Ghirelli e Barendson, i grandi incontri dello sport mondiale per assistere ai quali non esita ad affrontare i viaggi più lunghi e scomodi fra cui quello fondamentale per capire che il mondo è vasto e alieno, a Città del Messico per le Olimpiadi del ‘68, che confessa di aver visto in pigiama, chiuso in un monolocale del Palazzetto dello Sport dove aveva trovato rifugio essendo arrivato in Messico da free-lance.

A portare Minà in America Latina sono stati lo sport e la musica popolare, calcio e bossa nova, Pelé e Vinicius de Moraes ed è lì che le nostre strade si sono incrociate e che il popolare giornalista televisivo, quello del “bello della diretta” e dei “favolosi anni sessanta”, quello che abitava e animava un mondo a me totalmente estraneo, è diventato punto di riferimento, maestro e non solo di giornalismo. Minà racconta dei suoi incontri, dei disincontri, degli azzardi, delle amicizie straordinarie, delle gaffe, ma tace o accenna sommessamente all’importanza che ha avuto nella sua vita l’incontro con quel subcontinente seguendo le storie dei grandi campioni, dei grandi scrittori e musicisti, dei grandi leader. Si è imbattuto, infatti, nell’orrore delle dittature militari, nella pratica della desparición, nell’angoscia degli esili, nell’enigma delle lotte armate, nella storia esemplare e terribile di Rigoberta Menchú che riassume nella sua esperienza il dramma del Centroamerica negli anni settanta e dintorni.

Saltando fra divi di Hollywood e grandi registi, fra John John Kennedy e Isabella Rossellini, fra le sorelle Fendi e Aleida Guevara, la figlia del Che, Gianni Minà ha lavorato per portare all’attenzione del pubblico grandi problemi di portata internazionale, delicate questioni sociali e sociologiche, violazione delle più elementari questioni di giustizia e di equità. Ha toccato con mano la fragilità degli esseri umani ma anche la loro forza e ce lo ha raccontato con cordialità e simpatia ma anche con sofferenza personale e con un deciso atteggiamento di chi impara dall’esperienza e dalla conoscenza; di chi non ha lezioni da impartire ma, al contrario, cose da apprendere e comprendere.

Storia di un boxeur latino insiste con piacevole leggerezza su eventi, incontri, aneddoti, ricordi di una vita e di un’epoca e si intravvede la possibilità di un secondo volume. Io lo aspetto con ansia, immaginando che lì il grande giornalista, partendo dalle pagine finali, ricominci a raccontare proprio da Machu Picchu, dal cuore dell’America pre colombina, “con un maglione di alpaca … attorniato dagli indios e dai campesinos quechua e aymara” a caccia di storie per quella che è stata una delle sue più belle e generose imprese: la pubblicazione e la direzione della rivista “Latinoamerica e tutti i Sud del mondo”.