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Pandemia, sfruttamento, precarizzazione

Messaggio dalle fabbriche:
centrale è la lotta di classe

di Claudio Molteni*

*impiegato Ufficio tecnico SACMA LIMBIATE SpA; delegato RSU (FIOM),

membro dell’Assemblea provinciale Monza e Brianza FIOM

“Questa non è una repubblica fondata sulla salute, la Costituzione dice che è fondata sul lavoro”.

In questa frase pronunciata da un giornalista di una testata della destra padronale, che al momento potrebbe sembrare solo un’uscita infelice, c’è invece esattamente la chiave di lettura di quello che siamo noi lavoratrici e lavoratori per il padronato: forza lavoro sacrificabile in funzione della loro ricchezza. Lo sapevamo già, l'abbiamo sempre sostenuto: è il principio della lotta di classe, i padroni e i lavoratori non hanno lo stesso obbiettivo, i padroni vogliono massimizzare i loro profitti, non importa a spese di chi, le lavoratrici e i lavoratori vogliono un reddito che possa assicurare a loro e alla propria famiglia un'esistenza libera e la più dignitosa possibile come recita l’articolo 36 della Costituzione. Noi non lo scopriamo oggi, questa pandemia lo sta solo esplicitando alla luce del sole; i tre, quattro morti al giorno per covid 19 sono un ben misero prezzo da pagare perché i ricchi siano sempre più ricchi, esattamente come i tre, quattro morti al giorno sul lavoro, che hanno ricominciato a esserci dal primo giorno di lavoro dopo il lockdown sono il prezzo che dobbiamo pagare perché il padronato continui a sfruttare la classe lavoratrice in Italia invece di quella in paesi più disperati.

Quando, nel 1946, si stava redigendo la Costituzione, per l’articolo uno Palmiro Togliatti presentò una proposta che recitava: “L'Italia è una repubblica democratica di lavoratori”; avrebbe messo al centro le persone non quanto prodotto dalle stesse, e ovviamente non piacque.

In questo articolo proverò a illustrare quanto ho potuto constatare e alcune considerazioni che, come ho già detto, questa pandemia ha solo evidenziato.

Questa crisi ha colpito duramente tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori, ma non nello stesso modo a seconda dell’appartenenza al tipo di lavoratori in cui negli ultimi decenni i vari governi ci hanno divisi per trascinarci verso il basso in fatto di diritti e retribuzione, fino al famigerato job act. Partiamo dai meno colpiti, quasi dei privilegiati, dato che hanno conservato almeno una parte di quelli che dovrebbero essere i diritti fondamentali: i lavoratori a tempo indeterminato con una tutela sindacale. Per gran parte di questi lavoratori i danni sono stati ridotti, ma non è stato comunque facile; le RSU (rappresentanze sindacali), a seconda delle sensibilità delle direzioni aziendali, hanno dovuto lottare parecchio se non per ottenere le misure di prevenzione (che nella prima fase faceva comodo anche al padronato visto il rischio di un nuovo blocco della produzione, ma sicuramente non nel prosieguo, quando i controlli si sono attenuati e la necessità di far produzione ha cominciato a scontrarsi con il rallentamento della stessa a causa dei protocolli). Vi posso assicurare per esperienza diretta che anche i migliori hanno cercato scorciatoie, e purtroppo dove le RSU non hanno avuto polso e volontà di resistere o dove, come purtroppo è successo, funzionari di organizzazioni hanno scavalcato le RSU e i lavoratori firmando accordi non graditi e approvati dagli stessi, le hanno assolutamente trovate.

In queste aziende bisogna onestamente riconoscere che la propaganda padronale ha creato alcuni contrasti tra i lavoratori, sostenendo il principio citato nella frase iniziale che lo stipendio pieno e la stima della direzione valgono il rischio della salute.

Parliamo ora dei problemi di una categoria che non dovrebbe esistere: i lavoratori a tempo indeterminato senza tutela sindacale, e non stiamo parlando di pochi casi ma della maggior parte delle aziende, non solamente quelle piccole; posso testimoniare di realtà sopra ai duecento dipendenti con questa situazione. Un dato per tutti: su 1.650 aziende metalmeccaniche in provincia di Monza e Brianza che hanno richiesto la CIG (cassa integrazione guadagni) solo 500 hanno la RSU. In queste aziende è successo di tutto, mancato arresto della produzione nonostante non rientrassero nelle categorie previste, minacce a chi giustamente chiedeva di rispettare il blocco, fedelissimi della direzione al lavoro in produzione in ruoli che non  competono dichiarando lavori di manutenzione indispensabili, ferie forzate al posto della CIG a chi non se la sentiva di correre rischi, e soprattutto, gravissimo, il fatto che l’impegno di anticipare la CIG non solo non sia stato mantenuto, ma a volte la stessa è stata pagata un mese o più in ritardo rispetto a quando l’azienda ha ricevuto il rimborso dall’ INPS.

Difficili da organizzare questi lavoratori in quanto poco informati e più soggetti ad aperte minacce di ritorsioni se iscritti a un sindacato non filo-padronale, vedono i sindacati confederali solo come centri di assistenza burocratica o fiscale e come sobillatori quelli di base, il che dipende in gran parte dall’immagine che ne danno televisione e giornali, ma, bisogna riconoscere, anche da un certo modo di presentarsi. In più di una occasione durante il lockdown mi è capitato, e sono contento che continui a capitare anche ora, di fornire assistenza ad amici che lavorano in altre aziende anche di categorie diverse dai metalmeccanici e che, sapendo del mio impegno nel sindacato (anche se spesso confondono il ruolo di funzionario con quello di delegato), mi chiamavano per avere informazioni, consigli, a volte addirittura su come poter agire. Esiste, quindi, una seria possibilità di entrare in contatto con molti di questi lavoratori e lavoratrici e coinvolgerli in lotte per i loro diritti, bisogna solo riguadagnarsi la loro fiducia.

Arriviamo ora alla massa di lavoratori e lavoratrici a cui il governo Renzi ha cancellato non il posto fisso, presunto privilegio della classe impiegatizia e operaia a detta di chi un posto non ha mai dovuto cercarselo, ma il diritto a una fonte di sostegno dignitosa, consegnando soprattutto le nuove generazioni a un futuro di sudditanza e schiavizzazione nei confronti del padronato, il lavoro precario in tutte le sue bieche forme. La pandemia ha fatto sì che migliaia di lavoratori e lavoratrici, come dicevamo per la maggior parte giovani, già in ansia per un futuro incerto, fossero abbandonati a loro stessi. Tutto il comparto ristorazione e alberghiero è certo il caso più evidente dove gli imprenditori si lamentano per un contributo statale pari allo stipendio medio dei loro dipendenti che hanno perso anche quello, ma ciò vale anche per diverse migliaia di lavoratrici e lavoratori inquadrati nel “contratto multiservizi” che in realtà comprende qualsiasi cosa.

Anche qui un esempio per tutti, questo antecedente alla pandemia, ma esaustivo di come funziona il sistema: nello stabilimento Italpizza di San Donnino (Modena), lavorano più di 800 persone, ma solo 120 di loro (chi lavora in amministrazione, manutenzione e controllo qualità) hanno un contratto di lavoro coerente al settore industriale e alle mansioni svolte. Le operaie che impastano e stendono la pasta sono dipendenti di due cooperative, inquadrate con il contratto Multiservizi, praticamente come addetti pulizie: con tutto il rispetto per il personale delle pulizie, questo disapplica il contratto nazionale alimentaristi risparmiando sui costi del lavoro. Dobbiamo sperare che durante l’isolamento la gente abbia ordinato tante pizze così le operaie non sono state lasciate a casa, o forse è meglio di no perché potrebbero essere state costrette a lavorare durante il blocco perché nel settore alimentare, ma senza le giuste protezioni e gli opportuni controlli perché inquadrati come addetti pulizie. Decidete voi il male minore.

Non vanno ignorati i lavoratori autonomi, per necessità o per scelta non è importante, quelli corretti che pagano tutte le tasse, perché non possono farne a meno o per onestà (dato importante ma non fondamentale); anche loro sono lavoratori e spesso sono autonomi perché obbligati dalla situazione (stanno aumentando a dismisura questi casi, e sono quelli che, se fortunati, si vedranno arrivare lo stesso contributo di chi le tasse le evade poco o tanto da sempre); anche loro vanno tutelati perché è immorale quello che hanno fatto certi politici, ma è illegale quello che hanno fatto tantissimi grossi o piccoli imprenditori che non hanno perso un euro con il contributo.

Per tutte queste situazioni i sindacati, per quanto importanti, non possono bastare; esiste la necessità di riavere un partito dei lavoratori che ponga i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori sopra l’interesse del puro guadagno e non viceversa, che dica agli imprenditori che nessuno vieta loro di fare soldi ma non con lo sfruttamento e non sulla pelle dei lavoratori. Le regole in generale e quelle sul lavoro nello specifico le deve fare un parlamento equamente rappresentato in cui sia presente una forza identitaria dei lavoratori, una forza unitaria comunista che al di là delle differenze e delle storie dei singoli abbia come fine la lotta di classe. Quello che possono fare i sindacati, anche i più vicini al nostro pensiero, è mettere una pezza a certe situazioni, ma a volte questa pezza è peggio dello strappo. Nello specifico mi riferisco ai fondi delle pensioni integrative, che da integrative sono diventate ormai anche nella testa delle lavoratrici e dei lavoratori le principali se non l’unica vera possibilità di avere un reddito minimo a fine lavoro, scordandosi che noi già paghiamo un fondo pensioni che altri hanno prosciugato e continuano a prosciugare indebitamente. Uguale disastro sono i fondi salute privati di categoria: la sanità deve essere pubblica e gratuita per tutti, e questa pandemia ha dimostrato quanti danni hanno fatto decenni di smantellamento di strutture utili a favore di strutture redditizie.

Chiedo scusa ma voglio concludere queste mie riflessioni condividendo una citazione che, da tecnico di automazione, amo particolarmente, è di un grande scienziato e uomo, Stephen Hawking:

“Se un giorno le macchine dovessero produrre tutto quello di cui abbiamo bisogno, le conseguenze dipenderanno da come saranno distribuiti i vantaggi che apporteranno. Se la ricchezza prodotta dalle macchine fosse condivisa tutti potrebbero godere di una vita agiata. Se i proprietari delle macchine non redistribuissero le ricchezze, la maggior parte delle persone finirebbe per essere miseramente povera. Al momento sembra che ci si stia dirigendo verso la seconda opzione”.

 La lotta di classe è combattere per la prima opzione.