Questo sito non rappresenta una testata giornalistica e non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001

Le dispute geopolitiche in corso nel Mediterraneo orientale che vedono Turchia e Grecia – con Atene spalleggiata da Francia, USA, Cipro e Israele – duellare per lo sfruttamento delle zone economiche esclusive contestate e le relative, pare ingenti, risorse naturali presenti nei fondali marini di quel quadrante del Mar Mediterraneo, hanno portato molti osservatori a riflettere sul nuovo ruolo assunto dalla Turchia nei mari così come nello scacchiere mediorientale. Con le conseguenti ripercussioni che vanno a riverberarsi sulla NATO. Anche perché il suo peso militare, democratico e politico è considerevole, al contrario del piccolo e tutto sommato trascurabile peso della Grecia.

L’alleanza atlantica si trova di fronte a uno scenario quasi inedito, con due membri come Grecia e Turchia sull’orlo di uno scontro aperto.

In tanti fanno propria – mostrando una certa svogliatezza intellettuale – la narrazione attualmente prevalente per quanto riguarda la politica estera adottata da Ankara. Ossia, il presidente Erdogan spinge sull’acceleratore con il suo progetto neo-ottomano perché in difficoltà sul fronte interno. Alimentando così il nazionalismo religioso, una sorta di sovranismo islamico, per meri fini elettorali interni.

La componente interna-nazionalista è sicuramente presente nel nuovo corso intrapreso dalla Turchia. Ma vi sono anche altre implicazioni forse più profonde. Proviamo a districarci nella complicata, melliflua e per certi versi ambigua politica estera di Ankara approfondendo aspetti forse cruciali per provare a comprendere i movimenti in atto. Tenendo bene a mente che un uomo politico come Erdogan, di certo non ha improvvisamente deciso di abbracciare e fare propria la causa antimperialista.

 

 

 

‘Mavi Vatan’: la patria blu kemalista

 

 

Cem Gürdeniz. Questo nome forse in Italia non dice nulla, ma si tratta dell’uomo – un ammiraglio kamalista – che ha contribuito a disegnare il nuovo orizzonte geopolitico della Turchia. Il padre della ‘Mavi Vatan’ – la patria blu – un concetto semplice ma rivoluzionario e gravido di risvolti fino a qualche anno fa impensabili: la conquista del mare.

La nuova guida geopolitica di Ankara ha archiviato il vecchio concetto di “profondità strategica” ideato da Ahmet Davutoğlu, già Primo Ministro e poi ministro degli Esteri della Turchia, il quale vedeva comunque la Turchia sempre legata a NATO e Occidente, nonostante puntasse a una sorta di politica ‘neo-ottomana’.

L’ammiraglio Gürdeniz in una recente intervista rilasciata a Limes ha spiegato: “La Patria blu si basa su due pilastri. Il primo indica le aree di giurisdizione marittima turca, sotto la nostra sovranità nazionale. Sono le acque interne, quelle territoriali, la piattaforma continentale e la Zona economica esclusiva (Zee).

Il secondo pilastro ha lo scopo di suscitare una Weltanschauung, una visione del mondo, prima che una dottrina marittima per il popolo e per lo Stato turco. Sempre allo scopo di difendere e tutelare i diritti e gli interessi marittimi turchi.

Devo sottolineare che lo spirito della Patria blu è stato sempre vivo nella Marina militare turca sin dalla fondazione della Repubblica, il 29 ottobre 1923, per opera di Mustafa Kemal Atatürk.

Ad alcuni studiosi europei e americani piace inquadrare qualsiasi tesi statale con un determinato orientamento politico. Parlano di neo-ottomanesimo, imperialismo turco. Sbagliato. Io ho creato il concetto di Patria blu quale direttrice geopolitica per lo Stato, non per il partito al potere. Se pensano che Patria blu scomparirà quando l’Akp, il Partito della giustizia e dello sviluppo guidato da Erdoğan, lascerà il governo, non hanno capito nulla”.

Nel corso dell’intervista, Gürdeniz, espone un concetto interessante: “La Nato è stata creata per contenere l’Unione Sovietica. Ora questo compito è esaurito. La famosa teoria del Rimland di Spykman e la strategia del contenimento di George Kennan sono obsolete. Non vedo la Federazione Russa come un rischio o una minaccia per la Turchia. Al contrario. È diventata un vero partner e un vicino litoraneo cooperativo nel Mar Nero. Sfortunatamente, alcuni membri della Nato presentano rischi e minacce per la Turchia più elevati di quelli che presenta la Russia”.

Quindi, una Turchia sempre più lontana da NATO e Occidente, con lo sguardo rivolto verso oriente: “Dopo l’epidemia, la deglobalizzazione accelererà mentre aumenteranno il commercio e la cooperazione regionali e transfrontalieri. Anche il crescente ruolo geopolitico e geoeconomico della Cina sarà più importante nella nostra regione. Quindi è logico dire che nel XXI secolo la Turchia sarà più eurasiatica che atlantista. Lo detteranno la geografia e le circostanze, poiché il consenso di Washington diminuirà sotto ogni aspetto”.

Nella visione dell’ammiraglio kemalista la Turchia deve quindi sganciarsi dal sistema atlantico per guardare all’Eurasia. Quindi rapporti stretti con Cina, Russia e Iran.

“Se esiste un sistema di alleanze composto da potenze nucleari come la Francia e gli Stati Uniti, e ti minacciano costantemente, devi cercare nuovi amici, un nuovo sistema di alleanze, anche se temporaneamente. Questo è ciò che Mustafa Kemal ha fatto 100 anni fa”, spiega in una discussione sulla “Politica del Mediterraneo orientale” con Batuhan Erkocaoğlu. In riferimento a quella che Gürdeniz definisce “alleanza temporanea” tra la giovane Turchia di Ataturk con l’allora Unione Sovietica.

 

 

 

La Turchia ha scelto Russia e Cina?

 

 

Dunque la Turchia ha davvero scelto di abbandonare un mondo occidentale ritenuto in decadenza per cercare di sfruttare le nuove opportunità offerte dal nascente ordine multipolare forgiato grazie all’alleanza tra Russia e Cina?

“La primavera sbocciata nelle relazioni tra Turchia e Russia ha messo fine al lungo e rigido inverno iniziato nel 1945 con l’ingresso di Ankara nel sistema atlantico”, scrive in un articolo apparso anch’esso su Limes, Doğu Perinçek, presidente del Vatan Partisi. Formazione politica della sinistra turca patriottica e socialista. Partito con radici maoiste che riunisce al suo interno socialisti, rivoluzionari e kemalisti.

Perinçek spiega che “il momento di svolta è arrivato nella primavera del 2014. Nei sette anni precedenti l’organizzazione terroristica di Fethullah Gülen aveva messo in galera i vertici del Partito Patriottico di Turchia (Vatan Partisi) e migliaia di generali e ufficiali delle Forze armate. Grazie alla resistenza e alla leadership del Partito Patriottico, nel 2014 la Turchia è riuscita a sventare il complotto americano e ad annientare la presenza degli Stati Uniti negli apparati dello Stato. Spezzando le catene atlantiche e ponendo i presupposti per tornare a sviluppare relazioni amichevoli con la Russia”.

 

“A partire dal 2014 la Turchia ha cercato di liberarsi dall’ordine neoliberale imposto dal sistema atlantico e combattuto il disegno americano volto a creare il cosiddetto «Kurdistan», un secondo Israele. Più in generale, in quella fase la Turchia comprese che tanto per ragioni di sicurezza nazionale quanto per motivi economici avrebbe dovuto imprescindibilmente ruotare l’asse strategico verso l’Eurasia. Il processo di separazione dal sistema atlantico e di ricongiungimento all’Eurasia era inevitabile. L’unica incognita era quando sarebbe iniziato”.

 

Un percorso quasi obbligato perché “all’interno di questo sistema non si può essere indipendenti e neanche raggiungere la prosperità economica”.

 

 “La civiltà occidentale originata dalla circumnavigazione del Capo di Buona Speranza si sta disfacendo”, argomenta lo storico dirigente della sinistra turca, “l’epidemia di coronavirus ha dimostrato che il liberalismo ha tradito suo fratello, l’umanesimo. Lo ha ucciso come Caino uccise Abele. Le pretese umanitaristiche del liberalismo sono precipitate in un mare di sangue. Dal canto suo, la nascente civiltà asiatica rifiuta il mondo unipolare e si fonda su un equilibrio multipolare che accresce l’indipendenza nazionale dei singoli Stati. I loro interessi particolari passano in secondo piano, perché l’obiettivo strategico è risolvere problemi che vanno ben al di là di questi ultimi. Insieme a Cina, Russia, Iran, India e Pakistan, la Turchia intende giocare un ruolo di primo piano nello sviluppo della civiltà asiatica”.

 

Per questo secondo Perinçek ormai per Ankara la strada è segnata: “La Turchia ha dunque stravolto la propria funzione geopolitica: da strumento della politica ostile degli Stati Uniti nei confronti di Russia e Cina è diventata insieme a queste ultime un fattore di unità e armonia in Asia. Si tratta di una trasformazione irreversibile, perché figlia di un processo innescato da necessità oggettive. Ankara non tornerà sotto il tallone americano, non sarà possibile ricondurla nel sistema atlantico”.

Senza dimenticare, inoltre, i legami con il dragone cinese attraverso la Nuova Via della Seta lanciata da Pechino. Il grandioso progetto cinese che rappresenta l’asse terrestre tra Cina ed Europa, offre alla Turchia una fonte di denaro fresco e a Pechino un punto d'appoggio strategico sul Mar Mediterraneo.

La Turchia ha completato una ferrovia da Kars nella Turchia orientale via Tbilisi, in Georgia, a Baku, in Azerbaijan, sul Mar Caspio, da dove si collega alle reti di trasporto verso la Cina. Nel 2015, un consorzio cinese ha acquistato il 65% del terzo terminal container più grande della Turchia, Kumport, a Istanbul, acquisendo una posizione fondamentale nel trasporto di container. Gli investitori cinesi hanno anche aiutato a salvare i megaprogetti mal gestiti di Erdogan. Nel gennaio 2020, un consorzio cinese ha acquistato il 51% del ponte Yavuz Sultan Selim che collega l'Europa e l'Asia attraverso il Bosforo dopo che le proiezioni delle entrate sono fallite e il consorzio italo-turco che controlla il ponte voleva uscire.

Ma i legami non si fermano all’aspetto economico. La cooperazione sino-turca implica l'approfondimento dei legami militari e di sicurezza bilaterali, così come nella sicurezza e nella guerra informatica. Il missile balistico Bora della Turchia, modellato sul missile cinese B-611, introdotto nel 2017 e dispiegato nell'operazione militare turca contro il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) nel maggio 2019, è un prodotto della cooperazione di difesa bilaterale, così come la partecipazione di ufficiali militari cinesi nell'esercitazione militare turca di Efeso nel 2018.

Il rafforzamento delle relazioni tra Cina e Turchia sembra al momento avvantaggiare entrambe le parti. La Cina ha trovato un punto d'appoggio altamente strategico in Turchia, un membro della NATO con un vasto mercato per l'energia, le infrastrutture, la tecnologia di difesa e le telecomunicazioni al crocevia di Europa, Asia e Africa. Per la Turchia ed Erdogan, la Cina fornisce le risorse disperatamente necessarie per finanziare megaprogetti di alto profilo ed evitare di dover rivolgersi a istituzioni legate a doppio filo all’Occidente come come il Fondo Monetario Internazionale.

 

 

 

Un colpo alla NATO e all’egemonia statunitense

 

 

Come affermato in precedenza sarebbe abbastanza inverosimile credere all’improvvisa conversione alla causa antimperialista del presidente Erdogan. Egli punta solo a sfruttare per il suo paese gli spazi aperti dall’ascesa dell’ordine multipolare.

La storia non ha mai un andamento lineare. È piena di tornanti e spesso i suoi sviluppi possono essere tanto inaspettati quanto interessanti. Gravidi di processi che si ritenevano quasi impossibili.

Per questo non possiamo che auspicare quanto afferma Perinçek nella sua chiosa, nell’articolo già citato in precedenza: “Il rapporto d’amicizia che oggi lega Turchia, Iran, Russia e Cina non riguarda solo questi paesi. Perché l’unificazione e l’ascesa dell’Asia sta mettendo in crisi l’egemonia americana ed è il fattore che più di ogni altro sta provocando il collasso del sultanato del dollaro. Si tratta di un processo che può garantire indipendenza, prosperità, sicurezza e pace anche ai popoli di altri continenti. Inclusi i discendenti di Niccolò Machiavelli, del grande rivoluzionario Giuseppe Garibaldi – che organizzò a Istanbul l’unione dei lavoratori italiani – e di Antonio Gramsci. È un’occasione da non perdere. L’obiettivo è a portata di mano”.