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Quanto accaduto alcuni giorni fa nella cittadina di Marsala, dove, dopo una indagine accurata in cui hanno agito in coordinamento il Commissariato locale, la Digos di Trapani e il Nucleo prevenzione del crimine di Palermo, sono stati arrestati tre giovani accusati di aggressione aggravata dall’odio razziale, ha letteralmente scoperchiato un vaso di Pandora. I fatti risalgono soprattutto all’estate scorsa quando, spesso nell’indifferenza più assoluta e con una organizzazione di tipo squadrista, un gruppo, a quanto risulta composto da una quindicina di giovani, girava nei weekend di notte nel centro storico a caccia di ragazzi africani. All’incontro seguivano pugni, calci, sediate sulla schiena al grido di “ve ne dovete andare” “voi qui non ci potete entrare”, “fuori i nivuri” (i neri). In un caso, un commerciante ha provato a prendere le difese di un ragazzo ma è stato a sua volta aggredito.

Da quanto emerge – le indagini sono ancora in corso – non risulta appartenenza ad alcuna organizzazione neofascista, i giovani si ritrovavano soprattutto fra gli ultras della squadra locale ma gli episodi sembrano essere molto più di quelli denunciati e anche molto più gravi. Parlarne offre lo spunto per tentare di capire e affrontare un fenomeno diffuso in troppe periferie ma che spesso resta sottaciuto.

«I fatti finora emersi – racconta Davide Licari, un giovane antirazzista e attivista di Marsala – rivelano una matrice comune. Il gruppo si faceva il giro dei locali, si ubriacava e poi si lanciava in aggressioni. Con certezza posso affermare che in molti hanno avuto paura a denunciare anche per timore di ripercussioni nell’ottenimento del permesso di soggiorno. Anche da noi il sistema di accoglienza, già carente, è stato totalmente smantellato con i decreti Salvini e la recrudescenza delle aggressioni è frutto anche del fatto che molti sono rimasti privi di supporto».

 

A detta del presidente dell’Associazione Amici del terzo mondo quello che prevale è una logica di indifferenza. Fra la popolazione c’è chi dice che si devono accontentare delle nostre briciole, chi pensa che “dobbiamo aiutarli a casa loro” e chi, con toni poco pacifici dice tranquillamente che bisogna affondarli prima che arrivino.

Davide, che più direttamente sta seguendo l’evolversi della vicenda è molto critico per l’assenza dello Stato, per la povertà che si diffonde e per l’aria che si respira a Marsala. «Gli autori dei pestaggi vanno perseguiti pesantemente – insiste – ma se non si comprende il contesto non si cambia nulla. Il più giovane degli arrestati lo chiamano “spara spara” perché a 16 anni aveva in casa una pistola. Vengono tutti e tre da un quartiere difficile, “Amabilina”, dove da anni è stata chiusa anche l’unica scuola e si sono perse intere generazioni. Ci sono condizioni sociali ed economiche pesanti, cresce una criminalità diffusa che non trova ostacoli. In questo contesto si è creato un gruppo organizzato come formazione squadristica con tre elementi fondamentali e almeno una decina di supporto».

Gli inquirenti che li hanno interrogati parlano di “odio immotivato”, privo di preparazione individuale. Su di loro sembra aver fatto breccia una propaganda martellante anche attraverso i programmi televisivi. «Ogni volta che avveniva una aggressione c’era chi faceva un comunicato stampa che però spariva in poche ore, – riprende Licari – qui il vero problema è l’indifferenza più che il razzismo. Se non emerge resistenza non cambia nulla. Gli arresti hanno colpito ma non sono la soluzione. Chi ha commesso quelle azioni ne pagherà, mi auguro, le conseguenze ma restano impunite le tante forme più “soft” del tipo “io non sono razzista ma…”. Prima della pandemia alcuni ragazzi africani non potevano entrare in discoteca. Nella zona del mercato del pesce hanno aperto molti locali notturni e ci lavorano dei buttafuori che non fanno entrare i neri. Sono posti in cui si beve a costi bassi e in cui l’alcool circola ed esalta gli animi. Rispetto a quanto accaduto con l’ultima aggressione la storia è assurda. Hanno preso di mira due coppie miste, passavano davanti ad un locale e uno degli arrestati ha dato un calcio ad una sedia per farla cadere addosso al ragazzo dai tratti africani. Lui ha chiesto il motivo e il tipo ha scagliato una sedia sulla schiena della ragazza, peraltro incinta. La coppia è scappata in un locale, il gestore ha provato a difendersi e le ha prese».

Secondo le indagini ci potrebbe essere però anche altro. Il modo di agire fa pensare ad un gruppo che compie questi gesti per prepararsi la carriera nel mondo criminale. Addirittura, ma questo è da verificare, sembra che si sentano rappresentati dalla fiction Gomorra e si comportano di conseguenza, anche parlando napoletano. Come se fosse saltata la distinzione fra reale e non reale e non si tratta di minorenni, quello che potrebbe essere il capo ha 34 anni, due su tre hanno precedenti per furti e scippi. Il tutto in un territorio difficile da controllare.

Fino a qui, quasi soltanto la cronaca ma cosa c’è oltre e come reagire?

Il malessere diffuso che passa nelle periferie delle metropoli, che colpisce soprattutto immigrati, gay e donne, soprattutto minorenni, rivela una condizione del paese devastante a cui va trovato uno sbocco che non può essere affidato alla sola repressione.

Non si tratta, come spesso si sostiene di una “guerra fra poveri”, primo perché ci sono aggressori e aggrediti mentre la guerra si combatte fra due soggetti e inoltre perché in realtà è l’effetto catastrofico di una guerra “contro i poveri”, contro chi vive il disagio dell’essere ai margini di una delle società più opulenti del pianeta.

Il sud è emblematico da questo punto di vista. Vi convivono pratiche diffuse di accoglienza e di solidarietà con isolamento, rabbia repressa, assenza di prospettive che non siano l’alcool o la fuga o l’imporre un proprio dominio.

Un terreno fertile per la criminalità organizzata, per ogni forma di sfruttamento, per impedire che nascano forme di riscatto sociale.

Cresce l’abbandono scolastico, diminuiscono le possibilità di occupazione decente al punto che chi accetta di lavorare con contratti da fame viene considerato un fallito. Una povertà che è tanto materiale quanto e soprattutto concettuale.

Lo stadio, la costruzione di una identità di clan, la sbronza con rissa del sabato sera sembrano restare le uniche condizioni vitali ma fanno parte di una sorta di meccanismo di resa incondizionata alle leggi dello sfruttamento.

Ci si dovrebbe domandare quale possa essere il ruolo dei comunisti in un contesto di nuovo sottoproletariato reso ancora più privo di prospettive sociali, spesso privato anche delle reti familiari.

Un comunista o una comunista, ad avviso di chi scrive, non dovrebbe ignorare questa parte di Paese per il solo fatto che non è interno ad alcuna categoria produttiva, perché non è e forse potrebbe non essere mai classe. Dovrebbe inserirsi in tali contesti proponendo mutualismo, ricostruendo connessioni in cui l’interesse collettivo possa risultare vincente e propositivo, offrire un’alternativa a infelicità e solitudine.

Non è un lavoro assistenziale ma è di immersione in angoli di Paese oggi senza speranza e senza alcun riferimento concreto.

I metodi e gli strumenti non sono quelli del secolo passato, ma c’è da riprendere in termini di valori e prospettive.

Bisognerebbe diventare, da questo punto di vista, concorrenti sleali delle organizzazioni criminali e dell’individualismo di Stato costruendo coscienza dove oggi regnano l’indifferenza e il fatalismo.

Difficile capire se si potrà fare o no, ma va fatto

A Marsala da tempo alcuni giovani si stanno riorganizzando per reagire.

Non vanno lasciati da soli.