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Mario Dondero,

il Maestro

di Angelo Ferracuti

scrittore

Con Mario s’innescò quasi subito una sorta di cameratismo affettuoso e un grande rapporto di stima, con una condivisone estetica molto forte. Dico estetica per dire una visione del mondo complessiva, la postura politica, esistenziale, e l’idea che il momento artistico non è un fine ma una forma di militanza e di partecipazione alla vita, o come chiamava lui la fotografia “il collante delle relazioni umane”. Se Luigi Crocenzi (il fotografo del Politecnico e l’illustratore di Conversazioni in Sicilia di Elio Vittorini) per me è stato il viatico, quando lo incontrai giovanissimo, nel pieno delle rivolte degli anni ’70, Dondero ha compiuto un vero e proprio deragliamento dello sguardo, e da quando l’ho incontrato, abbandonata per sempre la fiction, mi sono votato con passione civile al reportage narrativo nelle stesse forme, si fa per dire, che lui usava per i suoi racconti fotografici.

Dondero aveva un approccio passionale e nello stesso tempo morale, gli piacevano le persone che potevano essere rappresentative di una storia della Storia, c’era sempre un elemento politico molto forte nei suoi lavori, legato anche alla sua vicenda personale, era stato partigiano in Val d’Ossola, aveva vissuto il fascismo e il dopoguerra, era figlio di quella stagione. Ma ho sempre pensato che il nostro legame fosse così forte perché Mario era un fotografo molto letterario: non c’era reportage che facesse che non partisse da un libro, alle volte da un romanzo, la sua visione era molto condizionata dalla cultura, non solo dai fatti. Questo gli permetteva di andare oltre la soglia della cronaca, dell’attualità del giornalismo.

Con Mario ho lavorato molte volte sul campo, abbiamo fatto insieme, concretamente, lavori che in me hanno lasciato un segno profondissimo. Lui tornava molto nei luoghi, in questo era molto meticoloso, i suoi lavori non finivano mai, dovevano strapparglieli di mano, era quello che chiamava “l’arte dell’avvicinamento”, una messa fuoco lenta e progressiva, scrupolosa, onesta. Ma la cosa più importante era tutto quello che accadeva prima di fotografare, il rapporto empatico che riusciva a stabilire con quelli che i fotografi chiamano “soggetti”, ma che per lui erano persone con le quali con grande umanità si relazionava: «Non è che a me le persone interessino per fotografarle, mi interessano perché esistono. Diversamente, il fotogiornalismo sarebbe soltanto una sequenza di scatti senz'anima», diceva. In questo era imbattibile, se pensiamo che riuscì a convincere l’intellettuale più fotofobico del ‘900, Samuel Beckett, a farsi fotografare e anche più volte.

Lui con modestia si definiva un fotogiornalista, anche se credo sia stato un fotografo artista che ha sostituito la macchina alla penna: scriveva benissimo e poteva diventare il Kapuściński italiano, anche perché avevano molte cose in comune, come l’amore per l’Africa, che hanno visitato negli stessi periodi. Durante i viaggi spesso si perdeva, anche questo è stato per me un grande insegnamento, lui era un uomo felice, diceva «ho gabbato lo santo, mi pagano per andare in giro a fotografare». Si perdeva perché magari aveva conosciuto una persona, e andava con lui perché attratto da un’altra storia ancora, deragliando. Ricordandoci che vivere la vita, starci dentro, è più importante di qualsiasi altra cosa.

Insomma, Mario cercava di tenersi lontano da tutto ciò che era mondano ed estetizzante, inoltre non aveva paura di rischiare su quel terreno militante che molti intellettuali avrebbero definito retorico, cioè non aveva nessun timore di fare anche il politicamente corretto, perché non lo faceva come lo fanno i fotografi e gli scrittori piccolo borghesi, lui lo faceva in modo onesto, schierandosi, mettendosi dalla parte degli ultimi, ma lo faceva anche come atto estetico nel non essere estetizzante.

Qualche anno prima di morire mi disse che voleva fare un viaggio insieme a me, che poi sarebbe potuto diventare un libro, voleva andare in Albania. Non so perché proprio l’Albania, e siccome per me in quel momento non era possibile, non approfondimmo. In realtà a lui del libro, secondo me, importava poco, voglio dire del risultato estetico: semplicemente aveva voglia di partire con me, salire sopra un’automobile, quella che chiamava la voiture, scoria dei molti anni vissuti a Parigi, e andare all’avventura. In Argentina quelli come lui li chiamano vago, che mi pare anche una bella parola.

Quel viaggio non lo facemmo mai, però per fortuna resta un libro, “Il costo della vita”, uscito per Einaudi nel 2013, con dentro una quarantina di sue foto. Fu lui a dirmi di spedire una raccolta di reportage (I tempi che corrono, che poi uscì per Alegre) a Roberto Cerati, storico amico di Giulio e presidente della casa editrice, al quale piacque e lo passò alla saggistica. Da quei reportage mi chiesero di estrapolarne uno, quello sulla più grande tragedia operaia del dopoguerra, avvenuto sulla motonave Elisabetta Montanari, dove nel 1993 nel porto di Ravenna morirono asfissiati 13 operai. Con Andrea Canobbio e Irene Babboni, che curavano la collana Frontiere, pensammo di coinvolgere Mario. Lui il giorno dopo la tragedia c’era su quella banchina, macchina fotografica a tracolla aveva girato per la città, lo ricordava benissimo, solo che quelle foto non sapeva più dove fossero, ne avevo trovate un paio nell’archivio de L’Unità, e disperavo di poterne recuperare altre.

Intanto gli chiesi di tornare con me in quei luoghi, e insieme riuscimmo a raggruppare i vigili del fuoco che quel giorno memorabile recuperarono i cadaveri dentro la nave, Mario volle fotografarli nella sede del dopolavoro, mentre io li intervistavo. La sera andammo in un ristorante, vicino alla darsena. Quando un giornalista una volta gli chiese qual era il momento più bello di una mostra, lui rispose, spiazzandolo, «dopo la mostra, quando si va tutti in trattoria». Mentre mangiavamo, scoprì che le foto appese alle pareti del locale le aveva scattate il cameriere che serviva, e subito dopo iniziò a raggiungere i tavoli dove altri stavano consumando i loro pasti, lodando le doti artistiche di quel signore dai capelli brizzolati con la giacca bianca, che intanto schernito s’era ritirato in cucina.

Credo che anche tutto questo comunque facesse parte del suo modo di fotografare e di essere fotografo, questa grande gioia e voglia di vivere, l’energia che sta anche dentro le sue fotografie, dal conio realista e unicamente suo, miracolosamente naturali.

Mesi dopo, Mario tornò da uno dei suoi innumerevoli e continui viaggi con le foto scattate a Ravenna venticinque anni prima, e quando le vidi mi emozionai moltissimo, stavo scrivendo una parte di storia che non avevo vissuto e quelle foto ne erano la memoria visiva.

Un giorno eravamo insieme a Milano per incontrare Giovanni Pesce, l’eroe della resistenza italiana nella sua casa di Piazza Bonomelli. Era una giornata molto afosa in una Milano semideserta. Mario era arrivato con una bottiglia di prosecco e una vaschetta di gelato, le macchine fotografiche in spalla, e proprio il giorno dopo sarebbe partito per la Russia per realizzare un reportage con il giornalista Astrit Dakli  sul post comunismo, I rifugi di Lenin. Ci aveva accolto «la compagna Sandra», ovvero sua moglie Onorina, in questo appartamento buio dove avevamo conversato per un paio d’ore. Volevo da Pesce una testimonianza su Giuseppe Di Vittorio, Nicoletti, per il libro che stavo facendo con Mario, Di Vittorio a memoria, commissionato dalla Cgil, che incontrò prima a Guadalajara e poi a Ventotene. Mi aspettavo un racconto vivido, pieno di aneddoti, come piacciono a me. Quelle piccole storie che messe tutte insieme fanno la Storia. Invece lo trovai stanco, quasi senza più voglia di raccontare, si limitava a rispondere l’essenziale, poche frasi significative ma brevi.

Mario, dopo averli riempiti di attenzione e di affetto, mostrando loro le sue foto scattate proprio in Spagna, una delle sue ripetute ossessioni, chiese se poteva fotografarli. Eravamo in un tinello buio, la poca luce arrivava dalla portafinestra che dava sul balcone, faceva molto caldo, e loro due si misero uno accanto all’altro in attesa che Mario scattasse, come una coppia di anziani qualunque nel tinello di un appartamento.

Pensavo venisse fuori una foto troppo scura, e temevo per il nostro libro che avrebbe perso una voce importante. Invece, quando dopo qualche mese Mario mi mostrò la foto m’impressionò moltissimo quel ritratto, e anche oggi continua a colpirmi. Lui aveva visto in macchina quello che io non ero riuscito a vedere, e che tutto quel tempo empatico era riuscito a creare, cioè la bellezza nuda di due persone giuste della storia, illuminate da una luce che le rendeva umanissime. È questo il fuoco misterioso che Mario ha tenuto vivo e continua a tenere vivo per «raccontare la vita con sincerità e lealtà» e, come direbbe Ryszard Kapuściński, «con amore per la gente».

Un altro aspetto importante per lui era “esserci” quando accadeva una storia della Storia, fosse il Maggio francese, il processo Panagulis, o la nascita di un movimento letterario come quello del Nouveau Roman, quando riuscì a fotografare insieme Alain Robbe-Grillet, Claude Simon, Claude Mauriac, l’editore Jerome Lindon, Robert Pinget, Samuel Beckett, Nathalie Sarraute e infine Claude Ollier. Fotografare per lui significava essere testimone del tempo, in senso novecentesco.

Quante volte l’ho visto partire, e quante ritornare, con l’energia vitale di un eterno ragazzo, il resto erano i racconti di quel tempo in cui la vita accelerava, diventava più potente, forzandone le maglie, il tempo della vacanza, nel senso proprio della sparizione, quello prezioso del reportage e del racconto vivente. Inventare la vita, forzarla, era un’altra sua specialità, e questo gli serviva per fotografare qualcosa che mentre scattava subiva una trasformazione. A lui le metamorfosi riuscivano meravigliosamente, e frequentandolo si rideva tantissimo, anche una semplice passeggiata diventava un’avventura memorabile. Perché in quei momenti la vita subiva un decollo vertiginoso, le persone che incontravamo erano più belle e gentili, e di fronte a lui la maggior parte di loro diceva cose profonde, le donne diventavano più attraenti, forse a causa delle sue raffinate galanterie, e le aggettivazioni usate da Mario toccavano il cuore di tutti. La sua capacità di cambiare le vite degli altri, di migliorarle, in lui è stata una vera e propria arte. In questo, e non solo in questo, è stato davvero un grande Maestro.