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Dopo 25 anni il centro sinistra perde la guida della Regione Marche, che passa alla destra. Su quali basi materiali avviene la sconfitta del PD e dei suoi alleati?

Prima di tutto sulle basi materiali del lavoro. Negli ultimi tre lustri i governi del centrosinistra delle Marche sono stati diretta espressione della grande industria regionale. Mentre i governi centrali destrutturavano i diritti dei lavoratori e legittimavano la precarietà, soprattutto dei giovani, quelli regionali, da un lato, offrivano risorse pubbliche alle imprese locali per delocalizzare all’estero, incentivando il dumping sociale e fiscale, dall’altro, elargivano incentivi alle multinazionali straniere per stabilire le proprie unità produttive sul territorio. Alla fine, le prime hanno chiuso stabilimenti storici lasciando migliaia di lavoratori a casa, le altre hanno preso i soldi e sono scappate dalla sera alla mattina, senza neanche avvertire i lavoratori. È il caso di fare alcuni esempi di politiche industriali sbagliate che hanno danneggiato l’importante distretto produttivo di Fabriano: l’assenza di un vero piano industriale per l’ex JP Industry e la svendita della Indesit alla multinazionale statunitense Whirlpool, operazioni che i lavoratori stanno pagando sulla loro pelle. Il sistema clientelare tra potere politico e potere economico, inoltre, è stata la causa principale delle malversazioni che hanno provocato il fallimento della Banca delle Marche, con gravi perdite a danno dei piccoli e medi risparmiatori.

Nell’ultima legislatura, tuttavia, i due grandi temi che hanno provocato la definitiva rottura del governo di centrosinistra con la base popolare sono stati essenzialmente la privatizzazione della sanità e la pessima gestione post sisma dal terremoto del 2016 ad oggi. In appena un lustro quasi un miliardo di euro è transitato dal bilancio della sanità pubblica alle casse dei privati, mediante convenzioni e trasferimenti statali persi a causa delle liste d’attesa e della conseguente mobilità passiva. Il governo regionale ha chiuso strutture e servizi sanitari territoriali in una regione complessa, a danno di centinaia di migliaia di cittadini, proponendo un modello centralizzato caratterizzato da ospedali unici, mentre la società che fa capo alla famiglia De Benedetti controlla circa settanta strutture private in tutto il territorio regionale. Gli abitanti e le imprese delle aree coinvolte dal terremoto sono stati abbandonati, dopo quattro commissariamenti statali non c’è ancora un progetto di ricostruzione e in alcuni casi persistono le macerie. La verità è che non c’è stata la volontà politica di investire risorse per la ricostruzione dei territori colpiti nell’entroterra marchigiano.

Il modello Marche, inaugurato già nel 2010, si è caratterizzato per un’adesione del centrosinistra marchigiano al modello neoliberista e antisociale che ha trovato la sua massima espressione nazionale nei governi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni. È stato un laboratorio che ha portato dapprima alla vittoria del Movimento 5 Stelle e della Lega di Salvini alle politiche del 2018, quindi alla sconfitta del centrosinistra e alla contestuale vittoria della destra alle ultime elezioni regionali. A parte due storiche regioni rosse come l’Emilia Romagna e la Toscana, il centrosinistra ha vinto solamente dove esprimeva due governi regionali molto caratterizzati e indipendenti dal PD nazionale, da un lato il populismo destroide di De Luca in Campania, dall’altro il populismo movimentista di Emiliano in Puglia. In tutte queste regioni, inoltre, la destra si è dimostrata incapace di produrre delle alternative credibili, a causa della sua debolezza strutturale.

 

Perché il PCI delle Marche e tu, segretario regionale, avete scelto di non far parte della coalizione di  centrosinistra, nonostante la pressione in questo senso di una componente del tuo stesso partito?

Per le ragioni esposte sopra, ma non solo. Perché destra e “sinistra”, ora, sono due facce della stessa medaglia, due espressioni di quello che abbiamo definito il partito unico liberale, miglior alleato del capitale multinazionale, delle grandi banche e dell’imperialismo USA. I comunisti non hanno nulla a che vedere con questa sinistra liberale ed europeista e coloro che pensano, strumentalizzando il “pericolo fascista”, di poter rientrare nell’area di centrosinistra, si pongono fuori dal processo di costruzione di una campo politico alternativo al sistema capitalista e dalla contestuale costruzione del partito comunista. La cosiddetta sinistra in questi ultimi vent’anni ha tradito il suo blocco sociale di riferimento, appoggiando di fatto i trattati comunitari e lo smantellamento dei diritti dei lavoratori, dal Pacchetto Treu al Job’s Act. Lo scontro politico con la destra è stato spostato sul tema dei diritti civili, i quali hanno assunto una funzione di surrogato ideologico. Nel secondo, tragico, governo Prodi, mentre venivano confermate le missioni di guerra e le riforme che precarizzavano il lavoro, si dibatteva animatamente di procreazione assistita e coppie di fatto, ci si divideva tra Gay Pride e Familiy Day, la bandiera della pace diventava il simbolo dei diritti LGBTQ. In questo modo si rompeva il legame organico e interdipendente tra i diritti sociali e i diritti civili, in quanto i secondi andavano a sostituire i primi, costruendo una nuova identità radicale del tutto funzionale alle logiche del capitale. Si abbandonava la centralità del conflitto tra capitale e lavoro in favore di un’esaltazione dello scontro ideologico tra libertarismo di sinistra e conservatorismo di destra. In altre parole, la sinistra si è votata ad una lotta sovrastrutturale, che lascia intatti, e anzi rafforza, i codici normativi di una struttura sociale capitalista in continua trasformazione. Prendiamo atto, non senza rammarico, che ancora oggi per molti, ma non per noi, i danni provocati da Occhetto e Bertinotti non siano stati sufficienti.

In questa mutazione genetica della sinistra va letto anche il dato elettorale, che rappresenta un importante elemento di analisi sociologica. Nelle grandi città metropolitane, laddove si esprimono con più radicalità le contraddizioni sociali, così come nelle aree più industrializzate del Paese, laddove gli effetti della crisi economica sono stati più traumatici, la sinistra mantiene i propri consensi nei quartieri e nelle zone più ricche, mentre nelle periferie e nelle aree più depresse avanza la destra reazionaria. L’acuirsi della crisi economica e la sua traduzione in crisi sociale, in un contesto culturale dominato dal pensiero unico liberista e dalla marginalizzazione dei pensieri critici, la destra reazionaria è destinata ad aumentare i propri consensi, soprattutto se l’opposizione continuerà ad essere quella delle sardine e della cosiddetta sinistra radical chic. In questa fase i comunisti devono costruire la loro unità strategica e organizzativa autonoma, respingendo il tatticismo esasperato e l’opportunismo eclettico che li ha portati alla subalternità prima, e all'autoreferenzialità poi, ripartendo dall’articolazione di una linea politica e programmatica autonoma e aperta, dalla ricerca di solide alleanze sociali in un contesto di rilancio della lotta di classe. La lista Comunista! è un tentativo di sviluppo di questa strategia, che va oltre il momento elettorale e segna una cesura netta con le esperienze moderate e compromesse della Rifondazione Comunista e dei Comunisti Italiani, tanto generose quanto fallimentari.

 

Che difficoltà avete trovato nella messa in campo della lista "Comunista!"?

È inutile, e sarebbe controproducente, negare che le difficoltà siano state e sono ancora molte. La prima difficoltà, la più dura, è stata senza dubbio quella di convincere militanti di differenti organizzazioni politiche ad iniziare un percorso unitario, non fondato su tavoli, accordi formali e garanzie reciproche, ma su un profilo politico forte ed autonomo, – per questo non condiviso da tutti –, su una proposta programmatica avanzata e, soprattutto, sull’agire insieme e non sul parlarsi addosso. Chi ha lavorato nella lista Comunista! ha accettato di navigare in mare aperto, senza un approdo sicuro e consapevole delle avversità cui sarebbe andato incontro. Al contrario, coloro che l’hanno osteggiata hanno manifestato una doppiezza politica, da un lato l’identità partitica esasperata, dall’altro la volontà di fare altro rispetto alla costruzione di un’organizzazione comunista autonoma. A questa difficoltà si sono aggiunte contraddizioni esistenti all’interno delle organizzazioni, che la lista Comunista! ha avuto il merito di far esplodere una volta per tutte. Ad esempio la netta presa di posizione contro l’UE e l’Euro, sancita nei documenti politici, ma non sempre praticata apertamente.

L’altra difficoltà è stata quella di costruire adesione intorno ad una proposta realmente di rottura con l’attuale sistema, in un contesto di crescente consenso popolare per la destra reazionaria, rappresentata dalla Lega e da Fratelli d’Italia, e di conseguente richiamo al voto utile in favore del Partito Democratico o di altre liste di sinistra alleate al PD. E di più, oltre al Movimento 5 Stelle, ci siamo dovuti confrontare con una lista civica di sinistra alternativa al centrosinistra, che raggruppava, sebbene sotto un profilo politico e programmatico estremamente moderato, vari movimenti e comitati attivi da anni sul territorio e impegnati in importanti vertenze sociali, oltre al PRC e Sinistra Italiana.

Abbiamo dovuto presidiare con continuità gli spazi mediatici, attraversare capillarmente tutto il territorio regionale e confrontarci con migliaia di cittadini, avendo a disposizione mezzi estremamente limitati rispetto ai nostri avversari. La lista Comunista! è stata l’unica a presentare un vero programma politico generale, ad argomentare in chiave elettorale la questione della sovranità popolare e dell’indipendenza nazionale, coniugata alla necessità di relazioni internazionali di tipo nuovo, a partire dallo sviluppo della macroregione adriatico-ionica e del trattato commerciale sulla Nuova Via della Seta; a promuovere la ripubblicizzazione di tutti i servizi pubblici fondamentali, dall’acqua bene comune all’energia, dai trasporti alle telecomunicazioni, in applicazione del referendum popolare del 2011; a proporre una nuova stagione di intervento pubblico in economia, a partire dalla nazionalizzazione dell’industria strategica e dall’ingresso con capitale pubblico e partecipazione dei lavoratori nelle attività produttive in crisi; nonché a porre la questione del conflitto tra tutela ambientale e sviluppo capitalistico, avanzando la necessità e l’urgenza di un modello di sviluppo sostenibile.

Infine, abbiamo subìto gravi attacchi su scala nazionale da parte di gruppi e dirigenti politici in cerca di visibilità, come quello riferito ad un volantino elaborato in modo maldestro, sfuggito al controllo politico in quanto mai stampato e distribuito, ma pubblicato in un social media, che è stato strumentalizzato al fine di screditarci pubblicamente. Ma ci sta, abbiamo così avuto la possibilità di spiegare meglio le nostre posizioni. Il risultato elettorale ha ripagato i nostri sforzi e le difficoltà sopportate, in quanto la lista Comunista! non solo ha raccolto più di diecimila voti in appena un mese, ma è stata protagonista della campagna elettorale con i propri contenuti, conquistando grande visibilità e attenzione da parte dell’opinione pubblica; a tal punto che nessuno, adesso, può pensare di non fare i conti con i comunisti, e in particolare con l’affermazione di questa esperienza politica, che ha aperto concretamente una strada e dato la possibilità a tante compagne e compagni di percorrerla insieme.

 

La campagna elettorale ha detto che l'unità dei comunisti, a partire dall'alto e dal basso, è possibile? Si è consolidata l'unità dei militanti comunisti del PC e del PCI nei giorni del lavoro comune o essa ha trovato difficoltà? E ancora: credi che questa unità trovata nelle Marche possa vuol dire qualcosa sul piano strategico?

L’unità dei comunisti è sicuramente possibile, oltre che assolutamente necessaria. In tutta Europa si è innalzato un vento reazionario, ultra-capitalista e imperialista, destra e sinistra europea hanno approvato una risoluzione del Parlamento europeo che equipara comunismo e nazifascismo, le ideologie anticapitaliste vengono censurate, la situazione sta degenerando al punto che le organizzazioni comuniste rischiano seriamente di essere bandite. In questo clima le divisioni amplificano il rischio di marginalizzazione e repressione dei comunisti, è urgente costruire la più ampia e coesa unità. Nel nostro caso è stato possibile realizzarla partendo dal basso, mediante un appello sottoscritto da disoccupati, precari, studenti e lavoratori, tra cui operai, impiegati, insegnanti, medici e infermieri, ma anche agricoltori, commercianti, artigiani e piccoli imprenditori. In questo modo si è praticata concretamente la strategia delle alleanze sociali di classe, abbiamo superato incrostazioni di natura nostalgica, ovvero identitaria, ed è stato possibile forzare le resistenze che persistono all’interno delle varie articolazioni organizzative della diaspora comunista. La lista Comunista! si fonda su un chiaro profilo ideologico, su una linea politica e programmatica unica ed autonoma dal resto della sinistra, prima ancora che sulla necessaria unità organizzativa. È questo il presupposto necessario per l’unità dei comunisti e per la costruzione del partito comunista, senza il quale nessuna lista elettorale e nessuna accelerazione organizzativa potrà addivenire al risultato più alto auspicato.

È necessario, per poter guardare liberamente alle sfide future, portare a compimento la valutazione critica e autocritica sulla sconfitta storica del socialismo nel secolo scorso, completare l’analisi rigorosa della mutazione genetica delle organizzazioni comuniste in Italia e in Europa – ad esempio la questione dell’eurocomunismo –, nel migliore dei casi approdate su sponde socialdemocratiche, nel peggiore degenerate nel campo liberaldemocratico. È necessario, ma non è sufficiente, recuperare il pensiero scientifico marxista, è fondamentale altresì costruire l’unità organizzativa su basi ideologiche e programmatiche omogenee, rompendo una volta per tutte con la tattica del compromesso e rilanciando un processo di trasformazione sociale fondato sulla teoria rivoluzionaria leninista. È, infine, ineludibile elaborare una teoria della lotta di classe, del potere e dello stato al passo con i tempi, contro le grandi concentrazioni monopolistiche multinazionali, l’imperialismo, l’Unione Europea, l’Euro, la NATO, per la contestuale affermazione dei diritti sociali e civili, per un rinnovato internazionalismo, per la sovranità popolare e l’indipendenza nazionale. Solo su queste solide basi, attorno ad una rinnovata organizzazione unitaria dei comunisti, sarà possibile costruire un fronte popolare più ampio ed una concreta alternativa democratica, nel solco tracciato dall’insegnamento gramsciano.

Una fondamentale occasione di confronto e lavoro unitario potrebbe e dovrebbe essere individuata nell’imminente centenario della fondazione del Partito Comunista d’Italia, la cui ricorrenza cadrà il 21 gennaio 2021. È auspicabile, in questa occasione, costituire un comitato unitario del quale facciano parte le organizzazioni politiche e le associazioni culturali che si rifanno alla tradizione del partito comunista, sviluppando una discussione partecipata, proiettata nell’attualità e aperta alle sfide future, in grado di superare i limiti di una sterile commemorazione storica, che lasciamo volentieri ad altri, per elaborare strumenti politici da utilizzare oggi e, soprattutto, per coinvolgere le giovani generazioni nella sfida di una rinnovata militanza comunista. L’unità e l’azione politica si costruisce contemporaneamente dentro e fuori dai partiti.

Tornando alla lista Comunista!, essa non è, pertanto, una mera alleanza elettorale, né un generico raggruppamento di sinistre di opposizione fra loro incompatibili, al contrario sta dentro il processo di costruzione del partito comunista e dell’alleanza sociale di cui lo stesso deve essere espressione. In tale processo si esprime una forza costituente e una prassi organizzativa di fatto, che dovrà espletare la sua funzione oltre i passaggi elettorali nei quali sarà possibile replicarla, primi fra tutti le prossime elezioni amministrative in importanti città metropolitane. A differenza di altre esperienze unitarie ed elettorali, la lista Comunista! non vuole costituirsi in un nuovo soggetto politico su base elettoralistica, non ha chiesto e non chiede ai partiti e ai gruppi esistenti di sciogliersi, di fare un passo indietro, ma al contrario li vuole convincere a farne due in avanti!