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Comunisti,

tutti uniti nella loro casa

“Cumpanis” intervista il compagno Marco Rizzo, Segretario generale del PC

D. È preannunciata, già in questa fase ancora pandemica, una crisi economica di grandi proporzioni, che verosimilmente si abbatterà innanzitutto sulle condizioni di vita dei lavoratori e delle lavoratrici, su disoccupati e inoccupati, sulle ormai vastissime fasce deboli della società. Il mainstream generale tende ad addossare i motivi della crisi alla stessa pandemia. Qual è il tuo giudizio, come leggi la crisi, su quali basi materiali essa si va sviluppando?

R. Le stime più recenti parlano di una caduta del PIL di quasi l’1% per ogni settimana di blocco. Significa che, se il blocco in totale dovesse arrivare a 20 settimane, si supererebbe il 15-16% di crollo previsto dalle peggiori stime. Ma credo che queste stime siano ancora per difetto. Infatti l’onda lunga della crisi ancora si dovrà vedere. Pensiamo al settore del turismo. Pensiamo a tutte le piccole aziende che, se riceveranno credito, lo avranno solo per pagare le tasse, col rischio di indebitarsi ancora di più e poi tracollare insieme a tutto ciò che il piccolo lavoratore autonomo ha impegnato personalmente. Pensiamo al fatto che, anche dopo la riapertura, la maggior parte delle famiglie dovrà ricostituire un minimo di normalità, non solo economica ma anche sociale, e quindi tutti quei servizi accessori – viaggi, tempo libero, abbigliamento – faticheranno moltissimo prima di ritornare ai livelli precedenti. Pensiamo che una famiglia, che prima si poteva permettere di uscire la sera una volta ogni quindici giorni e che ora si trova nell’indigenza, possa tornare di colpo a una vita normale? La “botta” nel lungo periodo potrebbe essere fino a tre volte quanto stimato.

Naturalmente, come in tutte le crisi, c’è chi vince e c’è chi perde. Il nostro Paese ha superato due dopoguerra e quindi possiamo rifarci all’esperienza storica. Il primo dopoguerra ci portò a una crisi gravissima, che ci consegnò il Biennio Rosso, con la borghesia che scelse la reazione feroce del fascismo. Il secondo dopoguerra, invece, dopo alcuni anni di malessere, vide il famoso “miracolo” italiano – attuato attraverso lo sfruttamento più bestiale della classe operaia italiana – e la nascita di quel tessuto di piccole e medie imprese che ancora c’è in Italia; un “miracolo” costruito sul credito fai-da-te, ossia le cambiali. Questa volta dovremmo assistere a una cosa ancora diversa, la storia non si ripete mai uguale. Gli strumenti di politica finanziaria sono molto più sofisticati di quelli di cento anni fa e gli errori denunciati allora dal keynesismo non si ripeteranno di certo. Neanche i più strenui difensori del monetarismo sono propensi a non aprire il credito. Il punto però è come far affluire il denaro all’economia. Se per via di nuovo debito alle aziende, e vedremo cosa significherà, o per via di immissione diretta di investimenti pubblici.

Torniamo alla domanda. È sotto gli occhi di tutti che la crisi non deriva solo e neanche principalmente dalla pandemia. La crisi c’era prima e la bolla finanziaria era pronta a scoppiare. Vorrei dire – se non fossi scambiato per un complottista – che la pandemia, se non ci fosse stata, l’avrebbero dovuta inventare. Nel senso che essa nasconde la vera causa della debolezza economica, che è la crisi di sovrapproduzione capitalistica di beni e servizi; questa si trasforma in crisi finanziaria, che però si manifesta prima di quella. Nulla di nuovo rispetto a quanto ci ha insegnato Marx. Probabilmente paesi come la Cina, che hanno saputo affrontare l’emergenza con maggiore decisione e hanno un sistema – per quanto basato principalmente sul mercato – con una forte direzione centralizzata, ne usciranno con un rallentamento della crescita, ma non con una riduzione del PIL.

Cosa succederà da noi? I presupposti sono i seguenti. Crollo delle piccole attività – bar, ristoranti, b&b, piccoli negozi, piccoli artigiani, tassisti –  travolti dal debito. Masse di disoccupati che si offrono a prezzi sempre più bassi. Giovani proletari e di quella parte dei ceti medi e della piccola borghesia andata in rovina che emigrano ancor di più, non solo dal Sud Italia. A questo punto arriva l’asso piglia tutto. Grandissimi capitali – stranieri e italiani, non importa – che rastrellano tutto a prezzi da saldo. Selling Italy by the pound, per parafrasare una famosa canzone dei Genesis. Grandi multinazionali che acquistano all’ingrosso attività e aziende, con uno spaventoso incremento della concentrazione capitalistica. Anche qui nulla di nuovo rispetto a quanto già studiato da Marx e da Lenin. La differenza starà nella dimensione epocale di tutto questo.

Perché l’Italia è al centro del ciclone? Per due motivi essenziali.

Primo, in Italia ancora c’è un tessuto economico diffuso di piccole attività, che forse trova pochi riscontri nei paesi ad avanzato sviluppo capitalistico: c’è ancora tanta “ciccia” da ingoiare per i monopoli.

Secondo, in Italia c’è tanto risparmio immobilizzato nei conti delle famiglie. Contrariamente ai “virtuosi” olandesi – che hanno un debito privato e delle aziende fuori controllo e che sta a galla solo col dumping fiscale che fanno a danno degli altri paesi – le “cicale” italiane hanno una massa di risparmio più alta del mondo, ridotta negli ultimi anni, ma sempre considerevole, oltre 10mila miliardi di Euro, ci informava la Banca d’Italia per l’anno scorso: «Una ricchezza immobilizzata soprattutto nel mattone di casa, in depositi bancari e postali e sempre meno in titoli». Quindi ancora tanto arrosto da azzannare: case e soldi. Contrariamente agli altri paesi, in Italia abbiamo il maggior numero di persone che abitano nella propria casa, hanno i piccoli risparmi sul conto corrente, e sono scappati dagli investimenti dove molti si sono bruciati. Non è gente ricca, sono lavoratori, dipendenti e autonomi, che hanno messo da parte laboriosamente tutto ciò e riescono spesso a far fronte alle esigenze delle nuove generazioni che hanno enormi difficoltà a inserirsi.

A questo punto gli squali che si aggirano in seguito alla nuova crisi o, dovremmo dire, l’acuirsi in seguito alla pandemia della crisi che già era in atto, sono pronti a sbranare la preda.

Naturalmente i governi non fanno altro che porgere la nazione su un piatto d’argento a questi squali, approntando misure basate solo sul debito, pubblico e peggio ancora privato. MES o Coronabond, cambia solo la corda con la quale ci impiccheranno a effetto breve o più lungo, se concentrato sul nostro paese, o anche distribuito sugli altri popoli europei (ho maggiori dubbi in merito).

 

D. La profondità della crisi economica e la sua possibile estensione sul piano mondiale può cambiare il quadro internazionale che era andato formandosi prima della pandemia? È verosimile pensare al costituirsi di un quadro segnato dall’acutizzarsi delle tensioni internazionali tra i poli imperialisti, con alla testa gli USA, e quei Paesi che assieme alla Repubblica Popolare Cinese hanno teso, in questi anni, a costituire un fronte, diversificato, ma non più subordinato a quello imperialista? Conseguentemente: la probabile profondità e vastità della crisi può rischiare di riaprire pericoli di guerra su scala internazionale?

R. Storicamente le crisi più sono acute e più comportano pericoli di soluzioni drammatiche. La guerra, per il capitalismo, è sempre stata l’occasione per distruggere il sovrapprodotto e dare nuovo impulso ai profitti con la ricostruzione. Quindi nulla di nuovo. La novità potrebbe essere che questa volta la guerra che distrugge e poi ricostruisce potrebbe essere proprio la pandemia. Una guerra senza armi classiche.

Come abbiamo detto, la Cina potrebbe uscire prima e meglio dei paesi occidentali, mentre USA e Unione Europea potrebbero metterci più tempo. Ciò dipende anche dalla struttura produttiva e organizzativa dei rispettivi paesi.

Anche le alleanze potrebbero subire rotture o tensioni, anche se è da dubitare che ci possa essere un riposizionamento radicale dei paesi che aderiscono alla NATO, a causa della difficoltà per questi paesi – stante l’attuale subordinazione militare e politica – di mettersi fuori. In realtà, una certa litigiosità interna potrebbe portare a conflitti intestini che potrebbero indebolire questo quadro internazionale delle alleanze. Per non parlare su come la competizione comunicativa da “guerra fredda” verrà (e già avviene seppur in ritardo) messa in campo dagli Stati Uniti per accusare la Cina per la pandemia.

L’obbiettivo degli USA sarà quello di impedire che, al di fuori del quadro NATO, possa esserci un rafforzamento del soft power sino-russo, grazie al prestigio che essi hanno guadagnato con la migliore gestione interna della crisi pandemica e gli atti di solidarietà internazionale. Anche il discredito accumulato dalle potenze imperialiste – USA e Unione europea – potrebbe portare a difficoltà se non proprio defezioni da parte di paesi periferici.

La risposta della NATO sarebbe allora prevedibilmente una recrudescenza dei propri atti repressivi e terroristici a cui ci hanno abituato. Ci potrebbe essere perfino una recrudescenza degli atti di sovversione sobillati dall’Occidente e di ricatto economico e militare ai danni dei paesi in bilico.

Tuttavia una guerra totale su vasta scala – con le bombe nucleari per intenderci – è sempre possibile ma abbastanza improbabile.

Questo per due motivi.

Il primo di ordine economico. Il capitalismo vuole distruggere le forze produttive, ma non vuole arrivare a rischiare il collasso totale che certamente seguirebbe all’olocausto nucleare. Anche la stessa coesione degli Stati Uniti potrebbe essere messa a repentaglio dopo il primo milione di vittime sul suolo americano, cosa mai sperimentata dopo la Guerra di Secessione.

Il secondo di ordine militare. Nonostante gli USA più il resto dei paesi NATO spendano in armi il doppio di tutti gli altri paesi messi insieme (867,5 su 1.326 miliardi di dollari l’anno), credo che debbano temere la forza asimmetrica della Russia e soprattutto della Cina. Per fare un esempio banale, la Cina ha dimostrato di essere in grado di poter “accecare” i satelliti militari USA, cosa che “bloccherebbe” il sistema militare NATO, così come la Russia di essere in grado di sabotare la rete informatica. In queste condizioni la superiorità militare se ne andrebbe a pallino. Anche la talassocrazia americana potrebbe essere messa in crisi da qualche arma nucleare tattica ben assestata sulle principali flotte che scorrazzano per i mari di tutto il mondo, ancor peggio se questo avvenisse in territorio americano.

Per non parlare degli scenari locali. Israele fa il gradasso perché sa che la sua sicurezza non è messa in discussione al riparo del gigante USA, ma in caso di guerra nucleare che accadrebbe ad uno stato concentrato in un così piccolo territorio? Lo scenario apocalittico è terribile per tutti.

 

D. La crisi attuale viene a cadere solo sette anni dopo la fine (2013) di quella, anch’essa devastante per tanta parte dell’economia mondiale, dei subprime americani. Si tratta di un ravvicinamento delle crisi cicliche capitalistiche, con il conseguente venir meno del prestigio degli assetti del potere capitalistico e un “risveglio” politico del senso comune di massa, o almeno una parte di esso? Se così fosse, non si presenterebbe una nuova opportunità di lotta per le forze comuniste e della sinistra anticapitalista? Non sarebbe, se ciò fosse vero, il tempo di una più stringente unità di queste forze? A partire da quelle comuniste, così ancora tanto divise tra loro?

R. La crisi è stata determinata da un evento esterno al meccanismo “naturale” del capitalismo e quindi ne ha distorto il ciclo. In effetti una crisi sistemica era alle porte, ma non c’è dubbio che essa è stata anticipata. Il risveglio politico della nostra dipende dal ruolo dirigente che le avanguardie ideologiche e politiche sapranno catalizzare. Altrimenti il malcontento si riassorbirà e precipiterà nella rassegnazione o si indirizzerà verso protagonisti del tutto opposti, o anche con rivolte che potrebbero anche essere fiammate alla fine controproducenti, che porterebbero a un ulteriore passo indietro le classi popolari di tutto il mondo. Anche in uno scontro (finto) tra globalisti e sovranisti a perderci sarebbe il proletariato.

Il nostro partito ha escluso forme di sommatorie tra forze politiche eterogenee, sommatorie che si sono sempre tradotte, dall’Arcobaleno del 2008 in poi, in un indebolimento, un annacquamento delle proposte politiche, lasciando scorgere alla nostra classe di riferimento la trama di mero riassestamento tra i personaggi politici che le incarnano. In questo momento questa chiarezza è ancora più indispensabile.

Sommare due idee non ne crea una più forte, le indebolisce entrambe. Creare una nuova sintesi tra proposte convergenti fa avanzare un’idea comune. Per questo noi parliamo di unione e non di unità. Unione  significa che si impone l’idea più forte e comincia a camminare sulle gambe di un numero sempre maggiore di persone. Avvenne così anche nell’Ottobre nella competizione tra bolscevichi, menscevichi e socialisti rivoluzionari. Invece le sommatorie fanno l’unità, che è più debole di ciascuna delle due. La forza è data dalla coerenza e non dal numero iniziale. Un’idea debole non decolla, resta la somma dei residui con cui si è costruita, un’idea forte può cambiare il mondo. È la storia del comunismo e delle rivoluzioni vittoriose, non ci stiamo inventando nulla. Stiamo cercando di ripercorrere, per come ne siamo capaci, gli insegnamenti dei giganti del movimento operaio e comunista che ci hanno preceduto.

Nello specifico:

In abito economico.

Euro del nord – euro del sud, o qualunque altra alchimia che resta interna al paradigma capitalistico. Come si può conciliare questa idea con la nostra che è: stracciare senza alcuna esitazione i Trattati europei e indirizzarsi verso il socialismo?

Ancora allargare il solidarismo dalla base, il mutualismo o qualunque altra generosa idea che però non passa dalla lotta di classe, che mette al primo posto il conflitto capitale/lavoro? Come si può conciliare quest’idea con la nostra che è: nazionalizzazione, esproprio, centralizzazione, controllo operaio?

Reddito di cittadinanza al posto di salario per lavori stabili, sicuri, retribuiti secondo leggi fatte rispettare davvero. Come si può conciliare una visione degli oppressi come plebei e non come lavoratori?

In ambito politico.

Movimento dei movimenti o partito leninista? Queste due cose si possono mescolare come l’acqua e l’olio. Noi siamo sempre per la forma che ha dimostrato di saper battere il capitalismo e non la forma che ha fallito ieri, fallisce oggi e fallirà domani.

Sindacato dei cittadini o sindacato di classe che restituisce la forza e soprattutto la coscienza di essere classe ai lavoratori? Sindacato come progetto politico generale interclassista, ma non luogo di elaborazione ideologica e con una visione di sé, e come, ribaltare il capitalismo, o sindacato di classe come cinghia di trasmissione tra le larghe masse di lavoratori e la loro avanguardia più cosciente, il partito? Sindacato di classe che non è subordinato, ma legato dialetticamente, che arricchisce e si arricchisce del partito, che contribuisce a dare linfa sostanziale e pratica alle lotte operaie, ma riceve dal partito la visione prospettica di dove indirizzare i colpi contro il nemico di classe.

E poi. Donne, giovani, rivendicazioni e minoranze di tutti i tipi, come categorie da frullare in un unico contenitore più o meno conflittuale, o componenti della classe operaia e dei lavoratori che subiscono un doppio sfruttamento, che con le loro specificità possono e devono costituire un motore della lotta di classe? In ultimo serve invece una proposta strategica non di alleanza politica, bensì di alleanza sociale tra lavoro salariato e ceto medio che si proletarizza (lavoratori “tutti” uniti a piccoli commercianti, artigiani, popolo delle professioni) concretamente protesi al “cambio di società.

Penso che sia chiaro che il Partito Comunista per fare questo debba unire davvero i comunisti, ma nella loro casa.

In totale modestia, ma con netta determinazione: noi facciamo la nostra proposta e gli altri facciano la loro. Vedremo. Saranno i lavoratori a scegliere e non i ceti politici – francamente ormai ridotti al lumicino – a “dare le carte”.