Antonio Gramsci, quando, nelle vesti di critico teatrale, pubblicò nell’edizione torinese dell’ “Avanti!” una attenta recensione del “Piacere dell’onestà” di Luigi Pirandello, andato in scena per la prima volta al Teatro Carignano la sera del 25 novembre 1917, con Ruggero Ruggeri e Vera Vergani come protagonisti, scrisse tra l’altro: 

“Luigi Pirandello è un ardito del teatro. Le sue commedie sono tante bombe a mano che scoppiano nei cervelli degli spettatori e producono crolli di banalità, rovine di sentimenti e di pensiero.”

Un analogo apprezzamento mi sentirei di riservare ai libri di Luciano Bianciardi, sia quelli dedicati alla rievocazione della vicenda risorgimentale (“Da Quarto a Torino” ( Feltrinelli, 1960); “La battaglia soda” (Bompiani, 1964); “Aprire il fuoco” (Rizzoli, 1969); senza dimenticare i testi pubblicati postumi dai figli, dal “Risorgimento allegro”, a “Le cinque giornate”) sia quelli impegnati a descrivere la complessità del lavoro culturale e politico come professione (“Il lavoro culturale”, Feltrinelli, 1957; “L’integrazione”, Bompiani, 1960, e il fortunatissimo “La vita agra”, Rizzoli, 1962). Testi molto apprezzati dall’intelligenza di sinistra, con prefazioni formidabili di grandi nomi, da Goffredo Fofi a Emilio Tadini a Geno Pampaloni, per dire, davanti ai quali tremano le vene ai miei modesti polsi che si accingono a digitare una noterella, per completare un ragionamento sulle letture che consiglio a chi volesse impegnarsi in politica a sinistra.

1. Una vita agra. Parte prima: a Grosseto (1922 – 1954).

Bianciardi nasce a Grosseto nel 1922 da Adele Guidi, insegnante elementare, e da Atide, cassiere della locale Banca Toscana. Nel tempo libero Luciano studia il violoncello e le lingue straniere. Lettore accanito, a otto anni riceve in regalo il libro che amerà di più per tutta la vita: “I Mille” di Giuseppe Bandi, storia della spedizione di Garibaldi raccontata da un garibaldino.

Compie gli studi a Grosseto, al liceo classico Carducci-Ricasoli. Non ancora diciottenne si iscrive all’università di Pisa, facoltà di lettere e filosofia. Frequenta le lezioni di Aldo Capitini, Guido Calogero e Luigi Russo. 

Alla fine di gennaio del 1943 viene chiamato alle armi. Allievo ufficiale, parte per la Puglia dove assiste al bombardamento di Foggia. Dopo l’otto settembre si aggrega a un reparto di soldati inglesi, in qualità di interprete. Arriva a Forli, e finalmente torna a casa. Rprende gli studi universitari alla scuola normale di Pisa, e, nel frattempo, si iscrive al Partito d’Azione. Nel 1947, quando quel partito si scioglie, prova una forte delusione tanto che non si iscriverà più a nessun partito politico.

Nel febbraio 1948 si laurea discutendo con Guido Calogero una tesi su John Dewey (il filosofo e pedagogista statunitense vicino ai radicali americani, sostenitore del superamento del liberalismo a favore dell’intervento pubblico volto a correggere le condizioni di non libertà insite nei rapporti sociali. Prese anche posizione contro l’ingiusta condanna degli anarchici Sacco e Vanzetti, e a favore del voto alle donne.

 Nell’aprile sposa Adria Belardi, dalla quale avrà il primo figlio, Ettore. Che nel 2008 curerà per “Stampa alternativa” il testo di suo padre “Le cinque giornate”, con il sottotitolo “bisognerebbe anche occupare le banche”. 

La seconda figlia, Luciana, nascerà nel 1955, sempre da Adria Belardi. Sarà lei a curare le dettagliate cronologie sulla biografia di suo padre, dando vita alla casa editrice “ExCogita”, e pubblicando nel dicembre 2005 il primo volume dell’opera omnia, intitolata “L’Antimeridiano”, in scherzosa polemica con la nota collana “I Meridiani” di Mondadori.

Dopo aver insegnato per qualche anno inglese in una scuola media, diventa professore di storia e filosofia presso il liceo Carducci-Ricasoli di Grosseto, dove aveva compiuto i suoi studi superiori. Nel 1951 accetta l’incarico di direttore della locale Biblioteca Chelliana, creando il “Bibliobus”, un furgone carico dei libri della biblioteca che viaggia per la campagna grossetana andando a raggiungere anche i otenziali lettori più isolati. Organizza anche un cineclub, che in seguito sarà al centro del quarto capitolo del suo libro sul lavoro culturale, sul quale ovviamente tornerò.

Comincia a collaborare con quotidiani (“La Gazzetta di Livorno”, “L’Avanti!” e con riviste quali “Belfagor” e “Il Mondo”, Carlo Salinari e Antonello Trombadori lo invitano a collaborare al “Contemporaneo”, la rivista culturale del Pci.

Nel 1954 con Carlo Cassola conduce una inchiesta per l’ “Avanti!” sulle condizioni di vita dei minatori, recandosi spesso presso la miniera di Ribolla, in Valdinievole. 

Il 4 maggio 1954 uno dei pozzi di Ribolla in Valdinievole salta in aria per una esplosione di grisù, un gas accumulatosi per la scarsa ventilazione di una galleria a 260 metri di profondità, nella sezione “Camorra sud” della miniera di lignite.

Si trattò della più grave tragedia mineraria italiana del secondo dopoguerra. Morirono 43 minatori in una situazione dove mancavano anche le maschere antigas. 

I funerali mobilitarono cinquantamila persone.Per Bianciardi è qualcosa di più di un incidente: è una frattura. La tragica fine di un periodo.

Tanto che, quando Antonello Trombadori gli chiede di partecipare alla costituzione di una nuova casa editrice, la Feltrinelli, accetta immediatamente e parte per Milano.

2. Una vita agra. Parte seconda: a Milano e a Rapallo (1955 – 1970).

Nel 1955 comincia a collaborare a “Nuovi Argomenti” e all’ “Unità”. Pubblica ocn Laterza “I minatori della Maremma” assieme a Carlo Cassola. 

Nella redazione della casa editrice Feltrinelli, il cui capo redattore era Fabrizio Onofri, raccoglie materiale di prima mano per descrivere il lavoro culturale e l’integrazione nel nascente miracolo economico, nei due libri omonimi usciti nel 1957 e nel 1960. 

Su proposta di Fabrizio Onofri traduce in pochi mesi “Il flagello della svastica” di Lord Russell di Liverpool, che uscirà il 18 giugno 1955 come secondo testo dell’ Universale Economica, assieme al primo titolo, che è  l’autobiografia di Nehru. 

Comincia così la principale attività di Bianciardi, quella di traduttore (che lui chiamerà “il mio diuturno battonaggio, carte su carte di ribaltatura”). Saranno un centinaio i libri tradotti. Da Saul Bellow a William Faulkner; da Henry Miller (i due “Tropici”) ad Aldous Huxley;   da Johnn Steimbeck a Stephen Crane ; da Norman Mailer a Jack Kerouac, a Somerset Maugham, ecc ecc. 

Quando Bianciardi viene licenziato dalla casa editrice per “scarso rendimento” dovrà dedicarsi esclusivamente alle traduzioni a quattrocento lire ogni trenta righe e alle collaborazioni giornalistiche pagate – poco – a cartelle.

Tuttavia “di domenica, ma solo di domenica” scrive cose sue. In dieci giorni di “vacanza traduttoria” scrive a Chianciano “L’integrazione”. Che verrà pubblicato da Bompiani. L’anno prima Feltrinelli – che continua a utilizzarlo come traduttore e come autore – gli aveva pubblicato “Il lavoro culturale”. Dopo che la crisi del 1956 aveva scompaginato le rigidità della commissione culturale del Pci e perfino Feltrinelli poteva consentire ad un suo autore, non più dipendente, di esercitare la critica, l’autocritica e l’ironia corrosiva del maremmano impenitente.

Nel 1960 Feltrinelli pubblica “Da quarto a Torino, breve storia della spedizione dei Mille”, nel centenario dell’impresa che Bianciardi aveva assimilato fino da ragazzino grazie al libro di Giuseppe Bandi che lo appassionava, per sua stessa ammissione, “più dei romanzi  di Salgari e delle avventure degli indiani”.

Emilio Tadini, nell’introduzione ad un altro romanzo “garibaldino” (“La battaglia soda” edito da Bompiani nel 1964, scrive:

“E’ un po’ come se, parlando dei garibaldini, Bianciardi parlasse dei partigiani. Come se, parlando di certi politici e di certi militari piemontesi, Bianciardi parlasse del potere democristiano. Come se, parlando di una deviazione del Risorgimento, parlasse di una deviazione della Resistenza”.

Ed è proprio così. Ogni volta che si pone in sede storica, e comincia a raccontare l’epopea garibaldina, o le cinque giornate di Milano, o il conflitto tra le camicie rosse e i regolari piemontesi, Bianciardi non resiste a mescolare i piani e le assonanze diventano spiegazioni speculari delle medesime meschinità e delle identiche supponenze, e prepotenze, che la cronaca ruba alla storia, al punto che le sconfitte dei moti popolari saltellano da un calendaro ad un altro, dal passato al presente e al futuro, con Pisacane e il dottor Guevara che ci vengono raccontati come fossero coetanei, e come se le loro ingenuità ed i loro errori non potessero che essere anche nostri. Con un problema. Che l’autore avverte come bisogno profondo, essenziale e liberatorio la sommossa popolare e la rivolta sociale, vivendola sempre un passo indietro, con un eccesso di spirito critico e con un obbiettivo immediato del tutto privato: imbattersi in una bella compagna, attirarne le alttenzioni con l’aiuto della cultura e dei giuochi con la medesima, e arrivare a congiungere corpi e volontà. Nobili scopi, forse, ma lontanissimi dai fondamentali della lotta di classe e del comunismo. Alcuni critici avveduti hanno cercato un modo per farsi una ragione della tragedia personale e umana di questo grande della letteratura. Oreste del Buono chiude la sua affettuosa introduzione a “L’integrazione” con una frase che Giacomo D’Angelo gli contesta, e che io invece sostanzialmente condivido:

“Vittima del boom, Bianciardi merita il nostro rimprovero: avrebbe potuto e dovuto fare di più, resistere, discutere, aprirsi, dare, provocare. Se non ce l’ha fatta un po’ di colpa è anche sua, che si è arreso troppo facilmente, troppo presto”.

In che senso la condivido? Certamente non nella punta di presa di distanza dal suicidio attraverso l’abuso di alcolici. Ciascuno di noi essendo libero di uscire di scena nel modo che ritiene più opportuno e nel momento che liberamente sceglie. Tuttavia la critica di Del Buono mi sembra pertinente se rimprovera al dissacratore impenitente e maremmano la scelta di non entrare con più fiducia e maggiore ottimismo della volontà nel percorso della lotta di classe, combattendola assieme agli altri, senza passi indietro o di lato. Questo – a mio modo di vedere – è il limite della proposta letteraria di Bianciardi. Per aprire il fuoco e rivoluzionare la realtà sconfiggendo il capitalismo occorrono le compagne – anche quelle che non vengono a letto con te – e i compagni. Se sei pronto ad aprire il fuoco sulle barricate mobili, ma pretendi di poterlo fare da solo, hai già perduto.

Nel 1962 Rizzoli pubblica “La vita agra”, quello che risulterà essere il suo capolavoro, anche come successo di vendite. De Laurentis ne acquista i diritti cinematografici e Carlo Lizzani nel 1964 ne ricaverà un film, interpretato da Ugo Tognazzi, Giovanna Ralli, Enzo Jannacci, e altri ancora.

Giovanna Ralli interpreta Anna, la nuova compagna di Bianciardi, che nella realtà si chiama tuttora Maria Jatosti, unita a Bianciardi per gli anni che vanno dal congresso di Livorno della Federazione dei circoli del cinema (fine primavera 1953) che fa incontrare la bionda romana con l’ispido maremmano, fino al 14 novembre del 1971, quando, nella stanza 305 dell’ospedale San Carlo di Milano, si spegne il padre di suo figlio Marcellino, dopo quasi vent’anni di convivenza. 

Su quel rapporto scriverà un libro, “Tutto d’un fiato” che uscirà per gli Editori Riuniti nel 1977. Dopo di che si sposerà con Paolo Memmo, occupandosi di poesia, di liberazione della donna e di molto altro ancora. 

Caporedattrice della rivista Le Ore, collaboratrice di Amica, ABC, Venus, Annabella, Vie Nuove, Noi donne, Stasera, e madre del terzo figlio di Bianciardi, Marcello. E’ giornalista, poetessa e scrittrice. 

Oggi ha 92 anni, mentre, se non se ne fosse andato il 14 novembre 1971, a soli 49 anni, Bianciardi ne avrebbe 99. 

Ma è noto che le donne vivono più a lungo, e che sono sempre i migliori che se ne vanno. 

Battutacce a parte, resta un fatto straordinario la produzione complessiva di un autore in un lasso di tempo così relativamente breve.

Nel 1964 si trasferisce con la nuova compagna a Sant’Anna di Rapallo, che oggi è un quartiere inglobato nel fenomeno della “rapallizzazione” di un territorio che conserva meraviglie come Portofino o San Fruttuoso, e che nel suo romanzo pubblicato da Rizzoli nel marzo 1969, “Aprire il fuoco” – romanzo preziosissimo, sul quale tra poco tornerò – ribattezza Nesci. 

3. Una vita agra. Parte terza: ritorno finale a Milano (1970 – 1971).

Nel 1970 torna a Milano, distrutto dall’alcool (“… sopportatemi, duro ancora poco …” diceva a Maria, che gli stava vicino). Morì infatti a soli 49 anni, avendo pubblicato romanzi, traduzioni, racconti (alcuni raccolti nell’antologia “La solita zuppa e altre storie”, edito da Bompiani nel 1994 a cura di Luciana Bianciardi. Altri testi furono pubblicati, sempre grazie all’impegno di sua figlia. Ne cito uno per tutti: “Un volo e una canzone” D’Annunzio: l’eroe immoralista della piccola Italia, ExCogita Editore, Milano 2002. Cito questo librettino di settanta paginette (prezzo 9,30 euro) per due ragioni. Il valore del testo che viene proposto, e l’interesse dell’appassionata e appassionante prefazione di Giacomo D’Angelo, che tocca qualche nervo scoperto della critica alta, contestando alcuni giudizi che non condivide.   

Tra gli altri si tratta di giudizi di Goffredo Fofi, di Gian Carlo Ferretti, opinabili ancorchè autorevoli, ovviamente. 

Tuttavia il lettore giudizioso farebbe male a seguire solo questa pista. 

Il sentiero principale per entrare in sintonia con Luciano Bianciardi, prima, durante o dopo la lettura delle sue opere, è stato magistralmente tracciato da Pino Corrias, (Savona, 1955), giornalista,  scrittore, sceneggiatore e produttore televisivo (capostruttura di Rai Fiction), nel suo “Vita agra di un anarchico”, Luciano Bianciardi a Milano, edito da Baldini e Castoldi nell’ormai lontano 1993. Da non perdere.

4. Qualche stimolo per rileggere le opere.

Tre delle quali vanno a braccetto, indissolubilmente: sono Il lavoro culturale, l’integrazione e la vita agra. 

Il protagonista è sempre lo stesso, un alter ego dello scrivente, che nel primo caso mette in campo tutto il suo sarcasmo maremmano per distruggere insieme il mito della provincia sana dalla quale si può sempre ripartire, serbatoio di nuove e spontanee forze di rinnovamento, e il mito dell’organizzazione della cultura che all’epoca era di gran moda nel mondo di sinistra. E, di sponda e più spesso frontalmente, il mito della milanesità.

Nel secondo caso il bersaglio era l’industria culturale vista dall’interno, “dissacrata con un tono di voce tra il beffardo e il bonario che è proprio dei provinciali di buona razza” (Geno – Agenore – Pampaloni, che pur essendo nato a Roma ebbe genitori toscani, e compì gli studi liceali a Grosseto, in quel tale liceo classico Carducci-Ricasoli dove studiò il Nostro).

“Con la Vita agra” – sostiene ancora l’Agenore (Geno) Pampaloni – “il passo avanti è decisivo (così decisivo da farci riconoscere in questo libro un momento di grazia che, nella sua troppo breve esistenza, Bianciardi non ha avuto la sorte di ripetere): la satira di costume, la descrizione ironico mimetica degli ambienti che prende a descrivere non è più fine a se stessa, e, se si guarda bene, non è neanche il tema di fondo del racconto”. Rileggendo questo passo dell’introduzione dell’Agenore mi è venuto un cattivo pensiero, su quante banalità occorre inanellare per mettere assieme una presentazione che vada bene a qualsivoglia lettore. 

Ma Pampaloni è Pampaloni, e non andrebbe contraddetto. Se non fosse la tendenza a immergersi nel luogo comune che la critica ha ruminato in tutti questi anni sull’esaurirsi della spinta propulsiva dell’ispirazione del grande grossetano, che invece ha scritto nel 1968 un testo che sta alla pari con “la vita agra”: “Aprire il fuoco”, completando da par suo il ciclo garibaldino, che mescola sapidamente e disperatamente con il senso della sulldata trilogia anti milanese, almeno a mio modesto e personale avviso.

La trama de “La vita agra” è semplice. Il protagonista è un intellettuale anarchico venuto dalla provincia con lo scopo di riservare alla proprietà della miniera esplosa per i vapori di grisù la medesima sorte toccata ai 43 minatori uccisi, facendo saltare il grattacielo dell’azienda riempito di gas.

Ma il poveretto viene assediato dagli effetti perversi del miracolo economico. La febbre dei consumi. La strategia aziendale. La disumanità dei rapporti. Le segretariette secche. Le delusioni politiche. L’ossessione per il danaro (i danè), il tram e la televisione, la nebbia, i lavori stradali, gli automobilisti irritatissimi soprattutto il lunedì.

Il poveretto finisce per soccombere, strizzato di tutti i suoi umori, i suoi ideali, i suoi non conformismi. E si rifugia nel sonno, che gli consente per sei ore di non esistere.

Carlo Bo, recensendo il libro appena uscito, scrisse che il suo significato andava al di là della satira a cui era soprattutto dovuto il successo che l’aveva accolto.

“In genere lo scrittore satirico” scrisse Carlo Bo, “si contenta di uccidere il suo personaggio, insomma di fare un processo. Qui invece le cose sono molto più complesse, al posto di un quadro o di un ambiente (su cui esercitare la satira) c’è tutta la vita”.

E Pampaloni trova che il libro, scritto nell’inverno tra il 1961 e il 1962, anticipi i temi prinicpali che sarebbero stati al centro della contestazione giovanile sei anni dopo, nel fatale sessantotto. 

“C’è la rabbia, anarchico-socialista, contro il potere disumano dell’industria, che pospone i suoi moderni prodigi tecnologici ed efficientistici alla antica e inossidabile logica del profitto: se i minatori, nella vecchia miniera maremmana, muoiono per lo scoppio del grisù, “io” sogna di soffiare grisù nel torracchione, nel palazzo dove ha sede la direzione di quelle miniere, e farlo saltare.

C’è l’inumanità, o alienazione, cui è ridotta la folla nella metropoli: “non trovi le persone ma soltanto la loro immagine, il loro spettro … gli ultracorpi, gli ectoplasmi”.

C’è la nausea del traffico e dell’automobile: “Rabbiosi sempre, il lunedì la loro ira è alacre e scattante, stanca e inviperita il sabato”.

C’è la pena per il mondo aziendale, ove la gente appare come sottoposta a un processo di disitratazione spirituale: “il branco delle segretariette secche, senza sedere, inteccherite da parer di sale, col visino astioso e stanco”.

C’è la satira del mondo editoriale, ove la cultura è mercificata, resa inerte e posta in vendita adulterata dal sussiego delle mode sempre nuove. C’è l’amara delusione dei partiti politici, ove al rapporto umano si è sostituita un’ossessione nominalistica, una astrazione di formule e frasi.

C’è, insomma, una contestazione globale al sistema, e all’uomo integrato nel sistema: “Ora so che non basta sganasciare la dirigenza politico-economica-social-divertentistica italiana. La rivoluzione deve cominciare da ben più lontano”.

I critici hanno apprezzato. E così il pubblico, in libreria e al cinema. Dopo di che il mainstream si è accordato nel chiudere il discorso su Bianciardi, dando per scontato che la sua spinta propulsiva era arrivata al termine. Affermazione sempre discutibile, spesso pregiudiziale, e quasi sempre sciocca.

Infatti, nel marzo 1968, nel suo volontario esilio di Rapallo, l’autore de “La vita agra” si mise alla macchina da scrivere e, nel tempo che riusciva a rubare al lavoro delle traduzioni (che lui chiama “ribaltamenti”: “… mentre sopra la macchina da scrivere io ribalto la storia di Gato Gordo al Corteguay, un paese sudamericano molto poco noto, che trae il suo nome dal conquistatore Cortez”)

inventa un nuovo romanzo, “Aprire il fuoco”, che la Rizzoli pubblica nel marzo 1969 nell’elegante collana “La Scala”, rilegata con sovracoperta di plastica trasparente. 

Ricordo che lo acquistai alla Feltrinelli di Firenze, quella di via del Corso, davanti a palazzo Medici-Raccardi, per quattromila lire del vecchio conio, e che lo divorai, nel tavolo di lavoro con finestra sulla facciata della chiesa agostiniana di Santo Spirito, immaginata in un modo da Brunelleschi, e completata in tutt’altro modo da Antonio Manetti, Giovanni da Gaiole e Salvi d’Andrea, tra il 1444, il 1446 quando Brunelleschi morì e il 1481, quando la chiesa fu officiata, nell’appartamento dove portavo a termine i miei studi di scienze sociali e politiche alla Cesare Alfieri di Sostegno, in via Laura.

Si tratta di un testo formidabile. Scritto da uno scanzonato compagno, che pur avendo al suo fianco Maria Jatosti preferisce raccontare di andare a letto con la padrona di casa, in un rapporto senza amore, essendo scappato dal Lombardo Veneto per non finire arrestato dalla die polizei austriaca su istigazione del suo acerrimo nemico, il duca Dellatopa.

E si immerge in uno scenario dove la storia si mescola alla cronaca, Pio IX con papa Giovanni XXIII, e le cinque giornate di Milano ci vengono raccontate come fossero più contemporanee di quelle di Napoli, che cacciarono i nazi-fascisti prima dell’arrivo degli americani. 

Con i nomi del risorgimento vero (Luciano Manara, Cesare Correnti, Johann Joseph Franz Karl Radetsky, Carlo Cattaneo) che agiscono di fronte a televisori accesi, e ad altri simulacri di contemporaneità. Che del resto viene esplicitamente sottolineata, quando il narratore scrive che il principio della storia che narra va collocato nel 1958.

“Mi trovavo a quei tempi senza lavoro, licenziato fresco fresco con poca o punta liquidazione dalla famosa ditta austriaca Filz und Filzelein (si apprezzi il fatto che filz in tedesco significa anche spilorcio), nella filiale lombarda, con funzioni di scrivano”. E’ a quel punto che Cesare Correnti gli propone di fare da precettore ai tre figli di una potente e vedova nobildonna, contessa, con palazzo nobiliare in via della Cerva e tre figli da educare: Emilio, il maggiore, Giovanni, il mezzano, e l’Enrico, il più piccolo.  

Le lezioni ai tre illustri rampolli dell’illustre contessa si intrecciano con gli effetti perversi delle persecuzioni giudiziarie messe in atto dal potente e miserabile duca Dellatopa, che costringe il nostro protagonista all’esilio in quel di Nesci, dove i guai giudiziari contuano ad affliggerlo ma almeno sono evitate le prigioni dell’Imperial Regio Governo Austriaco.

5. Dall’esilio a Nesci alle cinque giornate

Il lettore viene a sapere molte cose su Nesci. La quarzite di Sanfront, usata per edifici e monumenti. Il corpo di guardia (“diciotto cantunè diciotto, che vegliano su questa comunità così pacifica e anche un tantino abbelinata”) a dimensione di paese, composto da pochi liguri che parlano dialetto stretto e devono subire le angherie della Imperial Polizei, nel caso voglia occuparsi del cittadino milanese ivi autoesiliatosi. 

E la padrona di casa, che cucina le penne al pesto, e non capisce perché il suo affittuario scruti ogni mattina con un potente binocolo Zeiss a quattordici ingrandimenti su settanta millimetri di apertura la strada oltre il gabellino (l’edificio dei gabellieri, confine di Stato)   in attesa del segnale dell’arrivo dei nostri impegnati nella sommossa decisiva.

Presa dimestichezza con Nesci, che è il nome d’arte di Sant’Anna di Rapallo, diocesi di Chiavari, sestiere Cappelletta, nome degli abitanti santannini) il lettore scopre che il profugo si reca con il treno a Milano, per seguire le sue vicende giudiziarie. 

E qui comincia la satira feroce dei meccanismi processuali di tutte le epoche, delle ordinarie vigliaccate degli studi legali, celebri o scalcinati, e dei difetti di chi amministra la cosiddetta giustizia. En passant si viene a conoscenza dei particolari del licenziamento del protagonista, e del suo incarico come precettore presso la nobile famiglia della contessa vedova con grande palazzo in via della Cerva, con incorporato importante salotto dove l’intelligenza liberale cova le sue pulsioni patriottiche, progetta i suoi giornali e improvvisa le sue sommosse.

“Intelligenza” composta dai nomi che abbiamo imparato a scuola, da Carlo Cattaneo a Cesare Correnti, da Carlo Tenca al bergamasco Luciano Manara, inventore delle barricate mobili fatte con le fascine, o il futuro podestà Giuseppe Ferrari, ma anche da personaggi della nostra epoca, come Giorgio Bocca.

Con l’inizio dell’esperienza di precettore dei tre figli della contessa vedova e liberale comincia la parte più vicina al titolo del libro, che poi è la ricostruzione delle cinque giornate di Milano riportate nel 1959, con noti episodi riportati fedelmente e altri inventati di sana piante, e altri un pochino modificati per dare più verosimiglianza e più compattezza ad una storia ricca di pulsioni fortemente autobiografiche, e di considerazioni universalmente applicabili.

Non sono certo che sia questa la sede per raccontare tutto il libro, privando il futuro lettore del piacere della scoperta dei particolari, e del finale. 

Mi limiterò a ricordare il rimprovero che cade sul capo di Carlo Pisacane e di Ernesto “Che” Guevara, rei di voler sollevare i contadini proprio quando essi non volevano più starsene nei campi e aspiravano ad inurbarsi, oppure la riflessione sugli obbiettivi da scegliere nel momento della sommossa decisiva, quando ai palazzi del potere immaginario (il comune, la prefettura, la radio) si dovrebbero anteporre le banche, evitando di occuparle al solo scopo di tenere una assemblea e discutere di economia e finanza.

Insomma: “Aprire il fuoco” va letto e riletto. Per entrare completamente nella proposta letteraria di un grande autore, ma anche per coglierne le contraddizioni e comprendere la lezione che lui stesso si è rifiutato di accettare.

Trascrivo il finale del libro, riservandomi una mia brevissima considerazione finale.

“Ecco fatto. Ora sapete tutto. Sapete come si può ridurre un uomo costretto dall’oppressore all’esilio. Io guardo ancora dal finestrone, giù verso il gabellino, ma c’è più speranza che il segno mi venga? Una cosa è sicura, e io voglio che lo sappiano, tutti gli Staatsanwalt degli Asburgo. Il Piat che distrusse i loro carri e i loro cannoni l’ho lasciato al deposito. Ma il vecchio Mauser che mi fu compagno nelle cinque giornate l’ho con me, nascosto. Se mandano qua un altro loro aguzzino, io sono pronto ad aprire il fuoco.

E, per quanto ne sa il lettore, lui è ancora lì, a Nesci, con il binocolo Zeiss a quattordici ingrandimenti su settanta millimetri di apertura, per vedere il segnale del popolo insorto una buona volta per fare la rivoluzione dal basso. 

Mentre noi che stiamo finendo di leggere l’ultimo testo di Marco D’Eramo, “Dominio, la guerra invisibile dei potenti contro i sudditi”, Feltrinelli, siamo consapevoli che la rivoluzione che è oggi in atto è una contro rivoluzione, che la lotta di classe in Italia la fanno senza esclusione di colpi da sempre i padroni, e che è quella la sfida da fronteggiare, spezzando il pane tra noi compagni, e non perdendo per strada né il pessimismo della ragione né l’ottimismo della volontà. Ecco fatto.

Ancona, 9 giugno 2021