All’occhio attento della lettrice e del lettore italiano, molto probabilmente non sarà sfuggita la vera diacronia delle notizie riportate dai media nazionali nei primi giorni di luglio di quest’anno.

In data 8 luglio 2021, una notizia Ansa riportava le dichiarazioni del commissario europeo all’economia che testualmente affermava: “Significativa revisione per il Pil dell’Italia, +5% nel 2021. Gentiloni presenta le previsioni macroeconomiche d’estate della Commissione”.

“Tutte le economie della Ue raggiungeranno o supereranno i loro livelli pre-pandemia al più tardi entro il terzo trimestre 2022, e molti già alla fine di quest’anno”: ha detto il commissario all’economia Paolo Gentiloni, sottolineando come la stima della Commissione Ue per il Pil della Ue nel 2021 “è la più alta revisione in oltre dieci anni”.

Nelle previsioni economiche “non abbiamo fatto valutazioni specifiche”. 

Per quel che riguarda lo sblocco dei licenziamenti, per le aziende non in crisi in Italia “penso faccia parte delle politiche che incoraggiamo a livello europeo per un ritiro selettivo graduale delle misure di sostegno”, ha così spiegato Gentiloni, rispondendo ad una domanda su tale provvedimento.

Affermando, comunque, perentoriamente che “è previsto che l’Italia raggiunga i livelli di crescita pre-crisi nel corso del 2022, mentre altri ci arriveranno prima, nel corso del 2021”.

Una ventina di giorni dopo la notizia riportata dall’Ansa, a caratteri cubitali, sulla prima pagina del quotidiano “Domani” del 25 luglio 2021, appare un articolo a firma Carmen Baffi, dal titolo molto eloquente:

“La morte del lavoro: lavoro a rischio per 50mila, le aziende licenziano via sms”.

Nel testo si ricorda alle lettrici e ai lettori che, a partire dalla sera del 29 giugno, data in cui a palazzo Chigi è stato firmato il decreto per lo sblocco dei licenziamenti, fino alla data della pubblicazione dell’articolo, i dipendenti colpiti da tale provvedimento hanno già superato quota mille. 

Mentre i posti in bilico, in tutto il territorio nazionale, sono ben 55.817. 

E che, già al 25 luglio, decine di multinazionali hanno avviato le procedure di licenziamento collettivo, pratica resa possibile e prevista dal famigerato jobs act voluto nel 2015 da Matteo Renzi, che dopo la legge Fornero del 2012 ha ulteriormente precarizzato l’agognato “posto fisso”. 

Nello stesso articolo, si afferma che, stando ai dati raccolti dal ministero del Lavoro e dalla Banca d’Italia, relativi alle comunicazioni dei datori di lavoro, anche in “piena pandemia da Covid-19, nel 2020, si sono verificati 550 mila licenziamenti, nonostante fosse vietato”.

Ferma restando la gravità della notizia, a conferma delle procedure di licenziamenti anche quando non previsti, e la mia scarsa fiducia nelle istituzioni europee, nello specifico nei suoi burocrati, men che meno nell’ ex presidente del consiglio, l’esimio dottor Gentiloni, e la palese contraddizione, in tema di PIL e di rilancio economico, con la realtà odierna italiana, quello che più mi preme commentare in queste righe è come ambedue le notizie, alla resa dei conti, non risultino veritiere.

Non commento la “boutade gentiloniana”. 

L’esponente della burocrazia europea, ben sapendo che tale questione altro non è che un bluff, già nell’articolo Ansa si cura di premettere che tale aspetto è basato su di una semplice previsione.

I dati forniti nell’articolo di Carmen Baffi, risultano decisamente non esatti. Purtroppo, i numeri forniti dalla giornalista, di circa 50.000 posti di lavoro in bilico, sono ad oggi, decisamente sottostimati. O meglio, tali numeri vengono confermati, solo per la Lombardia, regione che qualcuno, pomposamente, ha definito uno dei quattro motori produttivi dell’Europa.

Se qualcuno dalle parti di Bruxelles, si spende nell’indorare la pillola con demagogiche previsioni, qualcun altro, già da qualche tempo, segnalava il “fiato corto” dell’economia lombarda.

Un articolo di una rivista on line (milanoevents.it), del marzo 2021, porta a conoscenza degli utenti della pagina come quindici multinazionali in crisi fossero in fuga dalla regione Lombardia.

L’articolo, a firma di Cesare Longo, sottolinea che per via della chiusura e della delocalizzazione di impianti produttivi verso altri paesi, dove il salario è inferiore a quello italiano e lo sfruttamento più massiccio, si sarebbero potuti perdere dai 1000 ai 1500 posti di lavoro e che questi, molto probabilmente si sarebbero aggiunti a quelli in pericolo per via del prossimo sblocco dei licenziamenti.

Su quindici, l’articolista rileva che “solo quattro riguardano gruppi italiani: Galimberti-Euronics, la ditta Tecnomagnete di Lainate (Milano), la storica griffe mantovana Corneliani e il gruppo bresciano Alco operante nella grande distribuzione organizzata.

Le altre undici crisi riguardano società straniere che lasciano la Lombardia per cessare la produzione o spostarla altrove.

La catena di profumerie tedesca Douglas chiuderà, entro i prossimi due anni, 17 negozi in Italia, la quasi totalità di questi in Lombardia. 

Henkel Italia, con una seconda doccia fredda per il territorio della bassa Comasca, dichiara 150 dipendenti a rischio esubero. 

Nella stessa area geografica, prima della comunicazione della Henkel, c’era stata la crisi della Sherwin-Williams di Mariano Comense, stabilimento del marchio statunitense di vernici, con i 42 dipendenti dirottati in altro stabilimento italiano.

La Sematic-Wittur, nella Bergamasca, che ha scelto di fare rotta verso l’Ungheria. 

In provincia di Varese, a Ternate, l’azienda chimica statunitense Huntsman “ha comunicato ai dipendenti del sito la volontà di chiudere entro la fine del 2021 l’attività produttiva”: 50 posti di lavoro bruciati per un territorio già colpito dalla deindustrializzazione.

Dopo settimane di presidi, lo scorso gennaio è stato trovato un accordo con i sindacati per evitare il licenziamento di 70 dipendenti della Voss Fluid di Osnago, nel Lecchese. Accordo trovato anche grazie ad una politica di ammortizzatori sociali e d’incentivi all’esodo. 

L’azienda, tuttavia, chiuderà il sito produttivo.

A pochi chilometri di distanza, a Bulgiago, l’israeliana Sicor Teva, del settore chimico-farmaceutico, ha già annunciato un addio “irreversibile”: lascerà a casa 109 lavoratori e, sul territorio, i soliti “problemi di tipo ambientale, con bonifiche necessarie”, interamente a carico della collettività. 

Nel Lodigiano un centinaio di posti a rischio per le riorganizzazioni della Abb Power Grids e della statunitense BW Papersystems.

La tedesca Sematic-Wittur abbandona Osio Sotto e la provincia di Bergamo per trasferire la produzione di ascensori in Ungheria, lasciando a casa 183 addetti. 

A pochi chilometri di distanza, a Bagnatica, la Novem Car Interior sposterà il 90% della produzione nello stabilimento di Zalec, in Slovenia.

L’allarme si estende anche al settore bancario con Deutsche Bank, che nel periodo ha annunciato un processo di riorganizzazione con la chiusura di un quinto delle filiali. Di queste moltissime in Lombardia.

Se il quadro a marzo 2021, appariva già grave, agli inizi di settembre, si presenta decisamente drammatico.

Ogni giorno, (avvertono i sindacalisti milanesi della Fiom, i metalmeccanici della Cgil), partono cinque o sei richieste di cassa integrazione. 

Ogni giorno un piccolo imprenditore brianzolo o un industriale bergamasco dichiara che non ce la fa più. 

La crisi dei mercati e la congiuntura negativa internazionale sono arrivati anche nel cuore dell’economia italiana, con una rapida precipitazione negli ultimi due mesi.

A fine anno i lavoratori lombardi che rischiano di perdere il lavoro, secondo la Cisl, saranno cinquantamila. La Cgil, al contrario, calcola che questa quota sia già stata superata, e che comprenda ottomila lavoratori che il loro posto l’hanno già perso perché licenziati o in mobilità.

Contemporaneamente, restano confermate situazioni di crisi in tutti i settori manifatturieri. 

La Giannetti Fad Wheels di Ceriano Laghetto, azienda brianzola, è conosciuta per aver licenziato i suoi lavoratori tramite una mail. Il rischio della perdita dei posti di lavoro di questa realtà produttiva per via della chiusura degli impianti, non è solo delle lavoratrici e dei lavoratori brianzoli, ma anche dei colleghi del secondo impianto produttivo lombardo, quello di Carpenedolo (Brescia).

Altro nome noto di questo interminabile calvario è Astrazeneca, multinazionale farmaceutica che ha sede a Basiglio: il management ha annunciato il taglio di 315 dipendenti. 

Ad Assago, ai primi di ottobre 2020, sono andati a casa 55 lavoratori della Engineering.it, azienda del settore informatico. 

Purtroppo l’elenco delle aziende in difficoltà è interminabile, e include società come Eutelia, Innse, Fast Fluid, Nokia Siemens. 

In tale periodo, nel solo settore metalmeccanico, segnala la Fiom, 57 aziende sono state interessate da ristrutturazioni che coinvolgono 1.568 lavoratori, aggiungendosi così alle 71 imprese in mobilità, cassa integrazione o fallimento registrate tra luglio e fine settembre 2020.

Altri importanti settori trainanti della nostra economia sono in crisi nel Bergamasco, nel Bresciano, nel Lecchese e nel Lodigiano. 

«Noi qui siamo letteralmente sommersi da aziende piccole e medio piccole che ci chiedono di attivare le procedure di crisi», spiega il segretario della Cisl della provincia di Brescia. Il ricorso alla cassa integrazione è schizzato: «Il dato è sei volte superiore a un anno fa». 

I settori più colpiti sono il meccano-tessile (concentrato nel Bergamasco), la produzione di elettrodomestici, il cotoniero, la componentistica auto, la metallurgia e le lavorazioni meccaniche tradizionali, l’elettrico e l’elettronico. 

Cominciano a dare problemi anche settori come la gomma, la plastica e il cartario. 

Crisi che viene da lontano, ma che nel periodo si sta aggravando, è quella dell’abbigliamento e del tessile: ad Albino, in provincia di Bergamo, il cotonificio Honegger ha annunciato, in un colpo solo, 240 esuberi, mentre a Castenedolo, in provincia di Brescia, la Henriette ha mandato in mobilità 36 lavoratori. 

In provincia di Varese, invece, Franco Stasi, della Cgil regionale, segnala, tra i settori che stanno per la prima volta conoscendo la crisi, quello della chimica. 

La novità di quest’ondata di sofferenza sta nel fatto che, per la prima volta, colpisce in maniera massiccia i precari. 

Il precariato come valvola di sfogo.

Molti degli esuberi si realizzano ormai attraverso il mancato rinnovo dei contratti. 

Non è un mistero che i 200 dipendenti non confermati della Brembo di Dalmine, i 561 operai dell’Iveco di Suzzara che restano a casa, siano stati inquadrati con contratti a termine o con formule contrattuali ancor meno tutelanti. 

A questo contesto non sfugge il terziario, altro comparto che in tempi passati svolgeva il ruolo di volano in termini di nuova occupazione e rilancio economico.

Emblematica, in questo ambito, e legata alla crisi di mercato e del settore immobiliare, è la vicenda della Gabetti che ha annunciato, pochi giorni fa, il licenziamento di 110 addetti a Milano. 

Medesimo discorso e identica prospettiva anche per i 226 dipendenti della Rhodia di Ceriano Laghetto, in Brianza. 

Oggi non si intravede un’inversione di tendenza all’orizzonte e la scelta scellerata di scaricare, per l’ennesima volta, i costi della crisi sui soggetti più deboli, pone drammatici interrogativi.

Resta decisamente inspiegabile la sola risposta demandata agli ammortizzatori sociali. Pare che la contrattazione delle uscite soft dal mondo del lavoro sia la sola priorità delle confederazioni sindacali.

Non fosse altro per il fatto che il governo posto a garanzia degli interessi del moloch europeo, il “governo Draghi, o meglio il governo dei migliori”, se non erro, pensa d’intervenire, a breve, con la “classica controriforma” (peggiorativa) in tema ammortizzatori sociali.

Stante questa situazione, urge una mobilitazione di massa nell’autunno prossimo.

Le sigle sindacali (tutte), si mettano nella condizione di guidare un movimento che chiede, lavoro, salario e diritti.

Si uniscano le vertenze territoriali e si determini l’unità dei lavoratori tutti, quelli con contratti a tempo indeterminato, quelli con contratti a tempo determinato, quelli fuori dai cancelli delle loro aziende chiuse. 

Quelli flessibilizzati, quelli ultra precari, quelli con le finte partite Iva, per i quali l’obolo di Draghi, venduto come “sostegno”, ha solo avuto l’onere della prova e a volte, qualcuno, tale prova non è stato in grado di sostenerla.

Si difenda la possibilità di avere, laddove possibile, vere riduzioni d’orario anche e non solo a parità di salario. 

Si difenda la possibilità di lavori con contratti di solidarietà, dove la parte mancante del salario provenga dal taglio delle ingenti spese di carattere militare che, ogni anno nel nostro paese, aumentano pericolosamente. 

O in alternativa, si chieda una più corretta gestione delle risorse economiche provenienti da questi prestiti europei, in maniera che esse non siano solo finalizzate alle casse e ai bilanci d’imprese che, alla prova dei fatti, al primo cenno di crisi espatriano verso lidi a loro più convenienti. 

Si adottino vere politiche attive di contenimento della disoccupazione e contemporaneamente si difenda l’unico strumento che questo paese ha messo in atto per le disoccupazioni gravi, per i lavoratori troppo vecchi per lavorare e troppo giovani per il diritto alla pensione. 

Certo, visto lo stato di crisi che il paese vive, il provvedimento in questione ha fallito in uno dei suoi aspetti centrali, quello della ricerca di nuova occupazione, trasformandosi nel tempo in una mera distribuzione di risorse economiche. Tuttavia, resta fuor di dubbio che tale provvedimento, ancora oggi, determini o meno la caduta in stato di povertà o d’indigenza di molte italiane e italiani. 

L’abolizione in toto di tale provvedimento, come richiesto dalle forze della destra presenti in seno al Parlamento, determinerebbe una notevole incidenza dei livelli di povertà in aree dove la desertificazione industriale, e altro, maggiormente presenta livelli preoccupanti di disoccupazione.

Per questa ragione, con i necessari e urgenti correttivi, il reddito di cittadinanza non deve essere cancellato.

Nel merito, si cominci a ragionare sulla necessità di porre almeno dei limiti alla flessibilità e alla precarizzazione dei rapporti di lavoro. 

Alcune di queste forme di pseudo lavoro oggi rasentano livelli di sfruttamento ignobili, con salari da fame.

Un ultimo argomento, prima di concludere.

Gli interessi del grande capitale, non possono essere gli interessi della collettività, o meglio non possono essere gli interessi dello Stato.

Storicamente, l’entità statale deve avere un ruolo nelle dinamiche economiche e tale mancanza, oggi, è anche il motivo di una crisi che non accenna a chiudersi.

Anche i burocrati europei, estremi difensori del non intervento statale nell’economia, si sono resi conto che i loro dogmi oggi non sono sostenibili. La fredda politica dei tetti alle spese, ai vincoli di bilancio, all’austerity di fronte a tutto e a tutti, non regge. 

Anche se la loro visione liberista, di fronte alla crisi odierna, ha vacillato, questa finestra di meno rigore, di meno politiche d’austerity, non può essere di tipo temporale ma necessita che la spesa degli Stati in investimenti, in azioni concrete ai fini del superamento della crisi strutturale, sia costante e duratura nel tempo.  

Anche se il dibattito politico pare essere lontano anni luce da questo argomento, oggi resta del tutto imprescindibile aprire un dibattito che scardini il dogma liberista e questa politica europea. 

Altra questione da non dimenticare è la necessità di arrivare in tempi brevi ad una legge che blocchi e limiti le delocalizzazioni.

A questo riguardo, non è più possibile continuare a finanziare aziende, imprese, multinazionali, con ingenti risorse pubbliche, con sovvenzioni e sgravi fiscali, con sostegno al reddito alle lavoratrici e lavoratori delle imprese, in caso di crisi di mercato, di calo d’ordini e quant’altro, per poi vedere le stesse, per proprio tornaconto, prendere strade diverse dai confini nazionali.

Anche l’italico paese si affretti ad adottare una legge, già presente in altre nazioni europee, che intervenga nelle chiusure aziendali e nei processi di decentramento produttivo verso altri luoghi più convenienti con modalità di politiche aggressive nei confronti di chi, per ragioni di puro lucro, abbandona i nostri territori.

Politiche aggressive che chiedano la restituzione immediata di tutti i fondi, sovvenzioni, incentivi, erogazioni che l’azienda o la multinazionale in fuga ha percepito, nel tempo, dallo Stato italiano.

Si realizzino formule che prevedano, in caso di mancata possibilità di sospensione dello spostamento del sito produttivo, la penalizzazione concreta dell’azienda o della multinazionale che adotta tale scelta. 

Si certifichi la possibilità che queste aziende, con la loro scelta di delocalizzare, devono far fronte ad ammortizzatori sociali, corsi di formazione professionali, scivoli e incentivazioni verso la possibile pensione, ai propri dipendenti che, con la chiusura degli impianti, restano senza lavoro.

Si proceda, in determinate condizioni, alla possibilità di una nazionalizzazione (magari anche temporanea), di settori e di filiere produttive importanti che corrono il rischio, dopo la chiusura degli impianti, di essere definitivamente persi.

Consentitemi, care compagne e compagni, amici o semplici lettrici e lettori, di ricordare che i Costituenti, nel primo dopoguerra, non scrissero sulla nostra Carta Costituzionale che la Repubblica è fondata sulle imprese.

Bensì al contrario, ricordo a tutte e a tutti, che la nostra Costituzione all’articolo 1 recita testualmente che la “Repubblica è fondata sul Lavoro”. 

Pertanto, un parlamento distratto, purtroppo falsato da leggi elettorali truffa, spesso anche molto impreparato, si assuma il ruolo che gli compete: quello di prendere iniziative di legge negli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori, o meglio, delle italiane e degli italiani, ai fini di quanto stabilito dalla nostra Costituzione.