Carlo Formenti, politico, giornalista e scrittore ben conosciuto nell’ambiente marxista, nasce a Zurigo nel 1947 e si trasferisce a Milano pochi mesi dopo; la sua vita politica inizia nei primi anni Sessanta, quando il padre lo inserisce nella formazione bordighista in cui militava. 

A partire dal 1967, frequenta i gruppi maoisti, finché contribuisce a fondare il Gruppo Gramsci; dal 1970 al 1974 si dedica all’attività sindacale, che interrompe per completare gli studi, laureandosi nel 1976, con una tesi sull’impatto delle tecnologie informatiche sull’organizzazione del lavoro, pubblicata da Feltrinelli con il titolo Fine del valore d’uso. 

Dalla fine degli anni Settanta abbandona la politica attiva, limitandosi alla lotta ideologica e teorica; negli anni ‘80 è caporedattore del mensile “Alfabeta”, e ai primi del Duemila diviene ricercatore all’Università di Lecce, dove riprende le ricerche sulle conseguenze economiche, politiche, sociali e culturali della rivoluzione tecnologica. 

Torna alla vita politica attiva negli ultimi cinque anni, militando in alcune formazioni della sinistra sovranista, per avvicinarsi infine al Partito Comunista guidato da Marco Rizzo. Fra i suoi libri più recenti: Utopie Letali (Jaka Book 2013), La variante populista (DeriveApprodi 2016), Il socialismo è morto viva il socialismo (Meltemi 2019). 

Innanzitutto grazie per aver accettato di condividere con noi alcune tue riflessioni su tematiche di grande respiro internazionale e italiano. Come prima questione, ci piacerebbe chiederti quali riflessioni possono essere fatte sul cosiddetto “socialismo con caratteristiche cinesi”, e in particolare cosa questo ci può insegnare riguardo alla transizione tra il modello capitalista e quello socialista.

Credo che la prima considerazione riguardi la necessità di liquidare il dogma secondo cui il socialismo è possibile solo laddove le forze produttive hanno raggiunto un elevato grado di sviluppo; la storia insegna che nessuna rivoluzione socialista è avvenuta in un Paese industriale avanzato. 

La rivoluzione cinese, al pari di quelle russa, cubana e vietnamita, sono state, per citare Gramsci, “rivoluzioni contro il Capitale”, si sono cioè svolte in Paesi economicamente arretrati e hanno avuto come protagoniste le masse contadine, alleate con settori di piccola borghesia urbana e guidate da partiti comunisti espressione di nuclei di classe operaia in  formazione; questo, se si accetta la tesi leninista secondo cui il capitalismo si attacca a partire dall’anello più debole della catena, non dovrebbe rappresentare un problema. 

Viceversa, chi assume il punto di vista comune a trotskisti, operaisti e socialdemocratici, è portato a negare il carattere socialista di quelle rivoluzioni, e ad attribuirne il fallimento – reale o presunto – all’arretratezza economica dei Paesi in cui sono avvenute, e/o al fatto che sono rimaste confinate in un solo Paese. 

Ciò detto, il dibattito sulla natura del regime cinese, anche in campo marxista, è aperto: le posizioni più critiche parlano di restaurazione del capitalismo (Gaulard e Minqi Li) se non di neoliberismo dalle caratteristiche cinesi (David Harvey, che però ha recentemente rettificato questa posizione); altri (Samir Amin e Domenico Losurdo), usano il termine capitalismo di stato, ma ritengono che il persistere del conflitto di classe all’interno del Paese fa sì che esso possa evolvere in varie direzioni, altri ancora ricorrono alla definizione di economia socialista di mercato o socialismo di mercato (Herrera e Gabriele) e infine Arrighi inquadra la questione in una prospettiva di lungo periodo associandola all’evoluzione degli equilibri geopolitici planetari nel XXI secolo. 

Personalmente ho a lungo condiviso l’opinione che la definizione più corretta sia quella di capitalismo di stato, ma poi mi sono reso conto che si tratta di una categoria ambigua e insoddisfacente: che tipo di stato? che tipo di capitalismo? 

L’intervento dello stato in economia è una pratica condivisa dai regimi nazifascista e sovietico, dal New Deal americano e dall’economia mista italiana del dopoguerra, dal Giappone e dalla Cina: si tratta di esperienze intercambiabili? Evidentemente no. 

A confermarlo bastano le parole con cui Lenin replicò ai critici della Nep: “Il capitalismo di stato che abbiamo introdotto nel nostro paese è di un tipo speciale… Noi deteniamo tutte le posizioni chiave. Possediamo il paese, che appartiene allo stato. Ciò è molto importante anche se i nostri oppositori lo negano”. 

Quello che ci stai dicendo è estremamente interessante. Quindi, tu vedi dei paralleli tra la NEP di Lenin e il socialismo con caratteristiche cinesi? E ancora più specificamente, intendi dire che queste strategie sono tese a rispondere al problema dell’accumulazione originaria? E come si concilia tutto ciò con il mantenimento di una società socialista?

Si potrebbe argomentare dicendo che la NEP è stata il primo passo verso la reintroduzione del capitalismo, ma la questione è ben più complicata: il problema non riguarda solo le forme di proprietà e l’organizzazione del processo produttivo, ma anche e soprattutto la natura di classe e gli obiettivi delle forze politiche che governano la società.

Uscita da una lunga successione di guerre civili che ne avevano distrutto l’economia, la Cina ha dovuto procedere ad un’accumulazione accelerata per ricostruire il Paese, estraendo surplus da operai e contadini per concentrarlo nelle mani dello stato onde gettare le basi di una moderna nazione industriale. 

Secondo alcuni, ciò avrebbe creato le condizioni per la formazione di un gruppo burocratico privilegiato, il quale avrebbe assunto il controllo sul partito e sabotato gli sforzi di Mao per accelerare la transizione al socialismo attraverso l’istituzione delle comuni e il Grande Balzo in avanti, determinandone il fallimento; per vincere questo ostruzionismo Mao lanciò la Rivoluzione culturale, ed è in seguito al fallimento di quest’ultima e alla morte di Mao che, secondo tale narrativa, si creano le condizioni per la svolta del 1978, risoltasi nella definitiva restaurazione del capitalismo. 

Che le riforme abbiano reintrodotto elementi di capitalismo in Cina è un fatto: privatizzazioni di alcuni settori, autonomizzazione delle imprese di stato nelle quali vengono introdotti criteri di gestione manageriali, decentramento e specializzazione del sistema bancario (che resta però in larga misura sotto controllo statale), allentamento del monopolio statale sul commercio estero, apertura delle zone speciali che ha spalancato le porte a massicci investimenti di capitali privati internazionali. 

Né sono contestabili alcuni effetti sociali di tale svolta: aumento delle disuguaglianze, esodo di vaste masse contadine e loro inurbazione forzata, degrado ambientale, eccetera: basta questo per parlare di fine del socialismo? 

Per rispondere occorre sciogliere il seguente interrogativo: il miracolo cinese è dovuto alla integrazione del Paese nel sistema capitalista mondiale, o è fondato piuttosto sul fatto che al suo interno permangono consistenti elementi di socialismo?

Questo è davvero il punto centrale della discussione. Come la pensi in merito? 

A tutt’oggi il sistema presenta diverse forme di proprietà: imprese statali, cooperative, di proprietà collettiva (né pubblica né privata), imprese di città e di villaggio, un continuum di forme proprietarie che non può essere inquadrato nelle categorie classiche. 

Naturalmente, le forme proprietarie non sono l’unico criterio per decidere se il sistema sia socialista: la questione di fondo consiste nel valutare se la presenza del mercato sia di per sé in grado di stabilire che un sistema non è socialista. 

Arrighi lo nega: si possono aggiungere a volontà elementi di mercato in un sistema sociale, ma se e finché il mercato resta incastonato in un contesto di relazioni politiche, sociali e culturali non capitaliste non è possibile parlare di capitalismo. 

Perciò alcuni autori sono convinti – e io con loro – che la Cina sia socialista: 

  • perché mantiene una potente pianificazione ancorché flessibilizzata; 
  • perché è dotata di un esteso sistema di servizi pubblici al di fuori del mercato; 
  • perché la terra resta in larga misura pubblica e garantisce l’accesso ai contadini; 
  • perché è un sistema misto con differenti forme di proprietà e tende a far crescere più rapidamente i redditi da lavoro rispetto ad altre fonti di reddito; 
  • perché ricerca sistematicamente la pace e rapporti equilibrati con altri popoli. 

Del resto, anche David Harvey, nel suo ultimo lavoro, ha ammesso che la svolta del 1978 era obbligata, visto che nel Paese vivevano 850 milioni di cittadini in stato di estrema povertà, per cui il partito ha dovuto applicare il principio di Marx secondo cui il regno della libertà inizia dove finisce quello della necessità, mettendo al primo posto l’obiettivo di assicurare al popolo una vita dignitosa. 

Per concludere sull’aspetto economico, occorre ricordare che la Cina, anche sotto la spinta delle guerre commerciali che Stati Uniti ed Europa mettono in atto nei suoi confronti, sta evolvendo da un modello fondato sulle esportazioni verso un sistema autocentrato, fondato sullo sviluppo della domanda interna, che cresce vertiginosamente grazie all’aumento dei salari e ai colossali piani di investimenti infrastrutturali all’interno e all’esterno del Paese. Così come si sta avviando a divenire un colosso nei settori dell’High Tech e della IA.

Un altro aspetto degno di nota è quello culturale: in che modo le radici culturali tipiche di una società millenaria come quella cinese hanno influito sullo sviluppo del socialismo con caratteristiche cinesi?

Passando appunto agli aspetti culturali, credo sia importante sottolineare la dimensione temporale evocata dai marxisti cinesi, che insistono sul fatto che la costruzione del socialismo va concepita come un processo secolare, caratterizzato da avanzate e ritirate; questa mentalità rispecchia un aspetto che noi occidentali sottovalutiamo: non è possibile capire la Cina senza tenere conto della sua dismisura geografica e demografica e della sua storia millenaria. 

Da un lato, la mostruosa estensione dell’economia di un paese-continente qual è la Cina fa sì che, nel suo caso, il progetto di sganciamento (delinking) dall’economia capitalista globale, proposto da Samir Amin, sia qualcosa di più che un sogno utopistico; quanto alla dimensione temporale, il cosiddetto socialismo dalle caratteristiche cinesi non è un orpello ideologico ma rispecchia l’influenza profonda che antichissime tradizioni storiche – dall’etica confuciana, al centralismo delle istituzioni imperiali, al radicato senso comunitario e anti individualista della cultura cinese – esercitano sul peculiare modo di concepire il socialismo di Pechino. 

Tutto ciò fa sì che la Cina sia un modello che certamente noi non possiamo imitare, ma che ci offre due insegnamenti fondamentali: 

  • in primo luogo, insegna che il socialismo assumerà forme necessariamente diverse nei diversi contesti geografici, storici e culturali;
  • inoltre, ci stimola a superare il mito del comunismo come paradiso in terra per rimpiazzarlo con visioni più laiche di un “socialismo possibile”.

Detto questo, veniamo all’aspetto più schiettamente politico della questione: come rispondere ai critici del socialismo con caratteristiche cinesi, che insistono su concetti come totalitarismo e assenza di democrazia?

A questo rispondo con gli argomenti di Daniel A. Bell, uno studioso canadese che da anni vive e insegna in Cina; secondo Bell, il sistema cinese è la più clamorosa smentita della tesi secondo cui la democrazia liberale di tipo occidentale è il sistema verso cui ogni Paese tende a evolvere “naturalmente”, a mano a mano che sviluppa un’economia di mercato e raggiunge diffusi livelli di benessere. 

I cittadini cinesi non attribuiscono alcun valore alla idea procedurale di democrazia: si preoccupano piuttosto delle conseguenze positive che il loro sistema politico è in grado di produrre; per il cinese comune, la democrazia coincide con il grado di sicurezza che lo stato e il partito sono in grado di garantire, con il fatto se fanno o meno gli interessi della maggioranza del popolo, ed è per questo che il livello di legittimità del sistema politico cinese è molto più alto di quello che i cittadini dei Paesi occidentali riconoscono ai rispettivi governi.  

Ciò detto, è falso che in Cina non esista democrazia: a partire dal 1988 il governo ha introdotto elezioni dirette nei villaggi e nel 2008 novecento milioni di persone hanno esercitato il diritto di voto; queste elezioni locali sono libere e vi possono partecipare candidati indipendenti.

Inoltre, nell’Assemblea Nazionale del Popolo, il Parlamento cinese, sono presenti altri partiti politici e rappresentanze delle minoranze etniche; infine, le classi operaia e contadina cinesi sono tutt’altro che prive di voce: quando vengono intaccati i loro interessi reagiscono duramente e riescono a indurre lo stato e il partito ad accoglierne le richieste. 

Bell descrive il sistema politico cinese come una “meritocrazia democratica verticale” riferendosi alle procedure di selezione della leadership politica: come nella Cina imperiale, il sistema politico seleziona le élite attraverso esami e valutazioni delle prestazioni. 

I candidati alla carriera politica o a quella statale devono affrontare durissimi percorsi universitari, poi i non meno impegnativi esami per il pubblico impiego, dopodiché possono accedere ai livelli più bassi di governo, e ogni successiva promozione dipende dalla qualità delle prestazioni realizzate; inoltre, negli ultimi tempi, la formazione politica dei quadri del PCC prevede che trascorrano lunghi periodi in comunità rurali povere, una sorta di reminiscenza delle pratiche in auge nel periodo della Rivoluzione Culturale. 

Questo sistema garantisce evidenti vantaggi rispetto alle modalità di selezione delle élite occidentali: le procedure liberaldemocratiche fanno sì che quest’ultime siano affette da “vista corta”, dovuta al condizionamento delle scadenze elettorali e alla necessità di compiacere questa o quella tendenza dell’opinione pubblica, senza tenere conto degli interessi generali della società nel lungo periodo, per tacere del peso soverchiante delle lobby economiche, che aumenta con la mediatizzazione e la personalizzazione della politica, che fanno lievitare i costi delle campagne elettorali. 

Viceversa, i leader cinesi possono permettersi di impegnarsi in pianificazioni lungimiranti, svolgendo esperimenti che impiegano anni per dare frutti, senza preoccuparsi delle elezioni successive. Ovviamente, il sistema non è esente da pecche: le disuguaglianze generate dalle riforme economiche alimentano fenomeni di corruzione che coinvolgono soprattutto i funzionari locali. Tuttavia Bell sottolinea che sono in atto sforzi – che l’ascesa di Xi Jinping ha reso più sistematici – di porre rimedio a questi problemi, ed è convinto che il regime cinese riuscirà ad autoriformarsi senza convertirsi alla democrazia liberale di tipo occidentale. 

Cambiamo per un momento prospettiva: che insegnamento trarre invece dal socialismo del XXI secolo e dalle esperienze latinoamericane?

L’esperienza delle rivoluzioni latinoamericane, con la loro alternanza di avanzate e ritirate (dopo la controffensiva reazionaria caratterizzata dalla svolta neoliberista in Ecuador e dal golpe boliviano, assistiamo oggi a nuove virate a sinistra, con la vittoria elettorale del MAS boliviano e del candidato comunista in Perù, e con le sollevazioni popolari in Cile) è per noi forse più ricca di insegnamenti di quella cinese. 

È pur vero che anche in questi Paesi a condurre le lotte sono soprattutto le masse contadine di origine indigena (ad accezione dei Paesi del Cono Sud), e che anche qui siamo di fronte a condizioni storiche, socioeconomiche e politico-culturali assai diverse dalla nostra, ma è altrettanto vero che i legami storici fra America Latina, Europa e Usa sono più forti di quelli con la Cina, e che la conoscenza (e l’influenza) del marxismo occidentale ha qui radici lontane e consolidate fin dai tempi delle grandi migrazioni di fine 800/primo 900, per cui il dibattito teorico usa spesso categorie comuni.  

Ciò detto, ritengo che la prima lezione da trarre dal recente ciclo di lotte in America Latina riguardi certi errori che un po’ tutti i governi post neoliberisti (termine che ritengo più corretto di socialisti) hanno commesso dopo essere andati al potere; l’ex vicepresidente boliviano Linera ne ha parlato nel corso di una conferenza tenuta il 27 maggio 2016 a Buenos Aires, elencandone tre: 

  • la sottovalutazione della difficoltà di riformare la struttura dello Stato una volta giunti al potere;
  • la difficoltà di integrare i ceti medi nel blocco sociale progressista;
  • l’incapacità di sciogliere il nodo della convivenza fra democrazia rappresentativa e democrazia diretta e partecipativa.   

Nell’intervento appena citato, Linera ammette che cambiare dall’interno la macchina statale si è rivelato assai complicato, tanto è vero che le destre non hanno ripreso forza solo grazie al controllo sui media, sull’università, sulle fondazioni e sulle case editrici, ma soprattutto perché si è dimostrato impossibile “rieducare” magistrati, vertici militari, personale docente, quadri amministrativi, eccetera; a ciò si è aggiunto il fallimento della “riforma morale” contro la corruzione, male endemico in tutti i Paesi del subcontinente, e infine si sono fatte troppe concessioni alle destre, penalizzando la propria base sociale e ignorando che corteggiare la destra significa incoraggiarla a tornare all’attacco. 

Quanto al secondo punto, Linera evidenzia un paradosso: la ridistribuzione della ricchezza, che ha generato un forte aumento numerico delle classi medie, si è risolto in un incremento dei consumi non accompagnato da adeguati livelli di politicizzazione, per cui non solo le classi medie tradizionali, ma anche quelle create ex novo dopo la rivoluzione, si sono rese protagoniste di rivendicazioni corporative che hanno frammentato il blocco sociale rivoluzionario. 

Infine, venendo al terzo punto, Linera ammette che il problema di dare continuità al processo rivoluzionario in condizioni di democrazia rappresentativa è compito arduo; il caso dei regimi bolivariani, insediatisi attraverso normali processi elettorali, è raro nella storia delle rivoluzioni sociali, e rappresenta una sfida nella misura in cui impone di gestire il ricambio delle leadership senza mettere in discussione le procedure democratiche (e questa è una differenza radicale rispetto alla Cina). 

Il fatto che si siano approvate costituzioni che introducono forme di democrazia diretta e partecipativa complica le cose, perché genera un dualismo di potere: se molti presidenti hanno promosso riforme per potersi ripresentare più volte alle elezioni, non è stato per soddisfare ambizioni “bonapartiste”, bensì per il fatto che costruire leadership collettive richiede tempi lunghi che le scadenze imposte dalle procedure della democrazia rappresentativa non concedono. 

Ecco perché queste rivoluzioni si trovano esposte al rischio di sconfitte elettorali che possono annullare in poche settimane anni di sforzi per cambiare l’economia, la società e la politica di un Paese. 

In che modo, dunque, le esperienze dell’America Latina sono importanti anche per noi?

Evidentemente questo è un tema caldissimo anche per le nostre società, dove è probabile che un cambio di regime, se mai avverrà, assuma modalità simili; e un’altra sfida che i progetti di trasformazione socialista sudamericani hanno dovuto affrontare, e che si presenterebbe anche qui, è associata all’ideologia “antistatalista” delle sinistre radicali, le quali concepiscono lo stato come il luogo di un potere di per sé malefico, ignorandone la natura di campo di forze su cui è imprescindibile che le classi subalterne si misurino per strapparne il controllo al nemico di classe. 

Partendo da questa visione “demonica” dello stato, le sinistre radicali latinoamericane accusano i governi bolivariani di avere instaurato un “capitalismo di stato”, tradendo il socialismo in nome della ideologia “sviluppista”.  

A queste critiche Linera oppone una visione del processo di costruzione del socialismo come transizione di lungo periodo, non dissimile da quella cinese; il primo passo di tale processo consiste nel restituire alla società il controllo politico sui processi di distribuzione del reddito, sui flussi commerciali e finanziari, e nel garantire alla maggioranza dei cittadini l’accesso gratuito a sanità, educazione superiore, assistenza sociale. 

In Bolivia questi obiettivi sono stati in larga misura realizzati, così come si è restituito al Paese la dignità di nazione sovrana, emancipandolo dal dominio nordamericano, e si è riconosciuta la natura plurinazionale e plurilinguistica della repubblica, facendo giustizia di secoli di oppressione coloniale della maggioranza indigena da parte delle minoranze bianche e criolle. Sintetizzando, gli insegnamenti che queste esperienze ci consegnano sono: 

  • la consapevolezza che nessun avanzamento economico e sociale – se non accompagnato da profondi cambiamenti della coscienza politica – può garantire a tempo indeterminato il consenso della propria base sociale; 
  • che la capacità di resilienza delle classi dominanti, anche quando sembrano avere subito sconfitte strategiche, non va mai sottovalutata; 
  • che le classi medie sono compagni di strada inaffidabili, sulla cui fedeltà è saggio dubitare. 

Parlando di esperienze storiche concrete e di modelli di transizione al socialismo, viene naturalmente da domandarsi cosa ancora regge della visione originale marxista-leninista della società socialista compiuta.  

Prima di abbozzare una risposta vorrei ragionare su come, nel disastrato campo delle sinistre occidentali, si è provato a immaginare nuovi scenari di transizione; prendo le mosse dall’esperienza dei cosiddetti populismi di sinistra. 

La sinistra democratica di Sanders, il Labour di Corbyn, Podemos e France Insoumise, hanno contribuito a riesumare la parola socialismo che quarant’anni di neoliberismo avevano rimosso dal lessico della politica, ma le loro proposte programmatiche replicano quelle delle socialdemocrazie del “trentennio glorioso”.

Ciò non basta però a liquidarle sprezzantemente come riformiste: credo sia giusto ricordare come il dibattito interno alla socialdemocrazia tedesca di fine 800/primo 900 –oggi ripreso in ambito latinoamericano – avesse stemperato l’opposizione riforme/rivoluzione; sia Engels che la Luxemburg avevano, infatti, ribadito che la vera differenza è fra chi considera le riforme come fine in sé e chi le concepisce come strumento per preparare la rivoluzione. 

Resta il fatto che parliamo di programmi politici che, a un primo esame, appaiono compatibili con il modo di produzione capitalista e con i suoi assetti istituzionali. Ma è così? 

La verità è che, mentre il modo di produzione fordista poteva permettersi il compromesso keynesiano fra capitale e lavoro, il capitalismo contro cui ci troviamo a lottare oggi non vuole, né può, rinunciare ai frutti delle vittorie sulle classi subalterne che ha ottenuto dagli anni Ottanta a oggi; i progetti di ri-nazionalizzazione di settori strategici dell’economia e/o dei servizi pubblici essenziali, le proposte di rendere l’istruzione superiore e l’assistenza sanitaria gratuiti e accessibili a tutti, l’idea di riattivare la separazione fra banche commerciali e banche di investimento, i progetti di sganciamento dalla Ue, eccetera, non sono “riforme” che il sistema potrebbe sopportare, bensì una minaccia alle sue condizioni di sopravvivenza. 

Ecco perché i partiti di centrodestra e centrosinistra, uniti dalla devozione al liberismo, affibbiano l’etichetta di comunisti persino a formazioni che, come l’M5S, non nutrono velleità antisistema; o definiscono neofascisti i populisti di destra (anche se questi li inquietano meno, perché non mettono in discussione le regole del mercato). 

Il fatto è che decenni di controrivoluzione liberista hanno trasformato a tal punto l’economia, le relazioni sociali, le modalità di funzionamento delle istituzioni pubbliche e la stessa antropologia dei Paesi occidentali, da rendere i programmi appena evocati “sovversivi” a tutti gli effetti, nella misura in cui la loro messa in atto minerebbe le condizioni che rendono possibile l’accumulazione allargata del capitalismo finanziarizzato e globalizzato. 

Il capitale non può rinunciare ai risultati ottenuti grazie a decenni di “guerra di classe dall’alto” (Gallino) condotta da una élite transnazionale fatta di detentori di grandi patrimoni mobiliari e immobiliari, top manager, finanzieri e uomini politici di tutti i maggiori partiti tradizionali, un blocco sociale che, con l’appoggio di larghi settori di classe media e di tutti i partiti tradizionali, è riuscito a ridurre drasticamente i salari reali; a inasprire tempi e ritmi di lavoro; a rinsaldare la disciplina e le gerarchie nella società e nelle aziende; a demolire il welfare e i diritti sociali conquistati al prezzo di dure lotte. 

Non a caso, quando la bolla immobiliare del 2007/2008 ha inceppato questo dispositivo di dominio, si è reagito con nuovi tagli alla spesa pubblica, con massicce privatizzazioni di beni comuni e servizi pubblici e con una serie di “riforme” del diritto del lavoro che hanno ulteriormente ridotto il potere contrattuale della forza lavoro, misure che rischiano di subire ulteriori inasprimenti per far fronte alla crisi innescata dalla pandemia del Covid 19. 

La reazione popolare si è manifestata perlopiù attraverso il consenso elettorale ai populismi di destra e di sinistra, ma anche questo canale è stato rapidamente prosciugato (vedi i processi di normalizzazione subìti dal Labour, da Podemos e dall’M5S) perché una versione occidentale dell’economia mista cinese, o di quella che i governi bolivariani hanno tentato di introdurre in America Latina, è incompatibile sia con le attuali dinamiche di mercato, sia con le forme statuali che ne garantiscono il funzionamento. È dunque evidente che, per imporre simili cambiamenti, non basta andare al governo: occorre cambiare le strutture e i meccanismi di funzionamento del potere politico. 

E qui una domanda sorge spontanea: quale ruolo possono giocare le sinistre radicali occidentali in questa partita?

Le sinistre radicali occidentali non sono all’altezza del compito perché invischiate da un’ideologia libertaria, antistatalista se non antipolitica: a partire dalla fine dei Settanta, lo strato sociale, politico culturale in cui affondano le radici ha progressivamente rinunciato agli obiettivi delle lotte sociali, rimpiazzandoli con le rivendicazioni dei diritti individuali e civili. 

Ma soprattutto esse hanno completamente rinunciato a lottare per la conquista del potere politico, bollato come malvagio in quanto tale; hanno sposato un’ideologia cosmopolita che non ha nulla a che fare con l’internazionalismo proletario; sono passate dalla contestazione delle responsabilità del sistema capitalista nella devastazione dell’ambiente al sostegno nei confronti di un capitalismo “ecologicamente responsabile”; hanno abbandonato il femminismo socialista per un femminismo liberal progressista che si concentra sui temi del riconoscimento identitario e della parità di genere all’interno delle regole del mercato e delle istituzioni liberal democratiche; manifestano un profondo disprezzo per le classi subalterne, per i “plebei” che considerano terreno di caccia delle ideologie di destra – disprezzo manifestato attraverso l’uso sanzionatorio di quel “linguaggio politicamente corretto” che è divenuto lo strumento egemonico delle élite borghesi “progressiste”. 

E quindi cosa dovrebbe invece fare una sinistra di classe?

È possibile riprendere le fila del discorso gramsciano aggiornandolo con le lezioni che ci arrivano dalle rivoluzioni cinese e latinoamericane? Una prima risposta è che, se per queste ultime il problema strategico è stato costruire l’alleanza fra il proletariato e le altre classi subalterne, per noi il problema prioritario è ri-costruire l’unità del proletariato. 

La classe non è un’entità preordinata, bensì un costrutto politico, esattamente come il popolo e la nazione; se la “classe in sé” è il terreno materiale su cui si può costruire il progetto della “classe per sé”, in assenza di un tale progetto, espressione dell’autonomia del politico, la classe non si eleva al di sopra del ruolo di capitale variabile. 

Ciò è tanto più importante in quanto lo smembramento del corpo di classe prodotto dalla rivoluzione neoliberista rende difficile anche la sua ricomposizione sul piano dell’immediato interesse comune, della mera coscienza corporativa; inoltre, l’esperienza latinoamericana insegna che, se e quando si porrà il problema delle alleanze, occorrerà compiere un’accurata valutazione delle contraddizioni interne alle classi medie, separandone gli strati inferiori dagli strati medio-alti che restano saldamente agganciati al blocco egemone delle classi dominanti. 

I populismi di sinistra hanno mancato entrambi questi obiettivi: Sanders ha tentato di assemblare un fronte eterogeneo fra le classi lavoratrici e le loro organizzazioni sindacali, le minoranze etniche e le sinistre liberal progressiste, senza stabilire alcuna gerarchia fra questi soggetti, per tacere del fatto che non ha avuto il coraggio di rompere con il Partito Democratico.

Corbyn si è lasciato condizionare dalla New Left che, facendo entrismo nel Labour, ne aveva favorito la nomina a segretario del Partito – una base europeista che gli ha impedito di gestire da sinistra la battaglia per l’uscita dalla Ue, per cui si è alienato l’appoggio di quei settori di proletariato che avevano votato per la Brexit. 

Podemos non ha raccolto le sollecitazioni di chi al suo interno insisteva per costruire una vera organizzazione di partito, affondando le radici nelle fabbriche, negli uffici, nelle scuole, nei quartieri, limitandosi a raccogliere un consenso di opinione attraverso campagne mediatiche contro la corruzione e non ha mai osato agitare l’obiettivo dell’uscita dalla Ue. 

Mélenchon ha ceduto alle sirene del centrosinistra che chiamava al fronte unito contro la minaccia fascista del Front National, perdendo l’occasione di recuperare il consenso delle banlieux, transitate dall’appoggio al PCF a quello al FN in odio alle politiche della “sinistra” socialista. 

In tutti questi casi si è preferito dare la precedenza alle alleanze con il ceto medio e con le sinistre progressiste che ne incarnano umori e culture piuttosto che all’ardua impresa organizzativa, ideologica e culturale di ricompattamento delle classi lavoratrici; si è scelto, cioè, di rivolgere l’attenzione a quei soggetti che si immaginava potessero garantire una rapida vittoria elettorale, piuttosto che privilegiare il lavoro lento e faticoso di costruire una massa critica in grado di cambiare le cose. 

Si è scelta una scorciatoia “comunicazionista”, pensando che un discorso efficace avrebbe spalancato le porte del governo, senza porsi il problema di cosa fare una volta raggiungo l’obiettivo. 

Ecco l’altra lezione sul tema della transizione che abbiamo imparato dalle altrui esperienze: andare al governo non equivale a prendere il potere; il PCC può fare certe cose perché tiene saldamente in pugno le redini del potere politico. 

Per i regimi bolivariani, come si è visto, le cose sono molto più complicate, e ancora più complicate sarebbero per noi.

Concludendo, alla luce di tutto questo quali sono a tuo avviso i punti chiave per la ricostruzione di una prospettiva comunista in Italia?

Che forme organizzative e istituzionali dovrebbe darsi un progetto politico di cambiamento radicale? Non ho ricette miracolistiche da offrire: mi sento solo di dire un paio di cose che rischiano forse di suonare generiche. 

In primo luogo: è assolutamente prioritario ricostruire un partito di classe, respingendo la tentazione di riproporre il modello anacronistico del partito di rivoluzionari di professione, ma anche quella di insistere sulla via fallimentare del movimentismo spontaneista, del rifiuto a priori della forma partito e della politica istituzionale. 

Occorrerà procedere per tentativi ed errori, sperimentando diverse soluzioni; ricostruire la classe e ricostruire un partito di classe sono obiettivi strettamente intrecciati, il che significa, per esempio, che funzioni politiche e sindacali, pur evitando di confondere le une con le altre, non potranno essere rigidamente separate, e che andranno evitati sia gli eccessi di verticalizzazione sia gli eccessi di orizzontalismo. 

Infine, il vuoto spaventoso di cultura politica creato da decenni di egemonia liberista andrà colmato con un poderoso sforzo di formazione, in modo da costruire un ampio strato di quadri intermedi capaci di sfornare alternative ai gruppi dirigenti. 

Veniamo al tema dello stato: posto che i programmi riformisti richiamati in precedenza assumono un carattere sovversivo e una coloritura socialista inaccettabile dall’attuale sistema capitalistico, per cui potranno realizzarsi solo in presenza di una radicale crisi non solo sociale ed economica ma anche istituzionale, è evidente che chi andasse al potere in simili circostanze avrebbe il compito di rivoltare come un calzino le strutture stesse dell’organizzazione statale.

Per adempiere questo compito non basta avere un ampio consenso popolare, occorre anche una formidabile concentrazione di potere, il che ci riconduce al dilemma che attraversa l’intera storia delle rivoluzioni sociali: come evitare degenerazioni autoritarie? 

Credo che la risposta consista nella creazione di contrappesi istituzionali che potrebbero assumere la forma di istituti popolari di democrazia diretta e partecipativa in grado di esercitare, ove necessario, il conflitto nei confronti di certe decisioni politiche. 

Mi avvio a concludere. Lo scenario appena delineato implica una concezione della transizione al socialismo come processo secolare, fatto di avanzate e ritirate, vittorie e sconfitte, rispetto al quale non è possibile contare su nessuna “necessità” storica immanente, ma su una successione di possibilità che solo l’azione politica consapevole può dischiudere, imparando dai propri errori e inventando soluzioni inedite. 

Un processo secolare durante il quale non verrà mai a cessare il conflitto di classe, il che non è un limite bensì la condizione stessa di poter arrivare alla vittoria, una vittoria che non sarà la fine della storia – e nemmeno della preistoria, per citare Marx –, non sarà cioè il paradiso di una umanità pacificata, una società di esseri umani pienamente liberi e realizzati ma, più laicamente, un mondo liberato dalla ferocia dello sfruttamento capitalistico, dalla guerra e dalle forme di oppressione di ogni tipo, nel quale il conflitto – che resta a mio avviso l’insostituibile motore di una storia destinata a non finire mai – non assumerà più forme antagonistiche.          

“Speciale”

L’essenza, per le fondamenta

Interviste sul Comunismo

Progetto politico-editoriale di Fosco Giannini e Alessandro Testa. 

Interviste a cura di Alessandro Testa

Quadro internazionale e pericoli di guerra; imperialismo/antimperialismo dopo la caduta dell’URSS; crisi del movimento comunista in Italia; percorsi per l’unità dei comunisti e delle comuniste. “Cumpanis” interroga i dirigenti, gli intellettuali, gli economisti, i filosofi comunisti, marxisti italiani per contribuire a una prima “accumulazione intellettuale originaria” da investire per il grande compito che la fase oggettivamente richiede: ricostruire un partito comunista nel nostro Paese all’altezza dei tempi e dell’odierno scontro di classe, un partito di quadri con una linea di massa. 

Senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario. Non si insisterà mai troppo su questo concetto in un periodo in cui la predicazione opportunistica venuta di moda è accompagnata dall’esaltazione delle forme più anguste di azione pratica”. Lenin, 1902, Che fare. 

La prima parte di questa affermazione di Lenin è tanto nota da essere divenuta una sorta di litania tra i militanti comunisti: litania, certo, ma mai “prassi teoretica” da parte dei gruppi dirigenti comunisti italiani successivi alla lunga “cronaca annunciata” del suicidio del PCI. 

Mai questa litania si è concretizzata nell’impegno a sciogliere i grumi teorici che la storia del dissolvimento e depauperamento del movimento comunista italiano – che tra il lungo processo di socialdemocratizzazione del PCI e questi ultimi, “nostri”, tre decenni è giunta al mezzo secolo di azione attiva nefasta – è andata moltiplicando. 

Di fronte ai compiti che poneva la crisi del movimento comunista italiano, invece di districare i nodi attraverso una dialettica del contenuto di verità e realtà, le esperienze comuniste successive al PCI hanno scelto la strada, paradossale, della costruzione di “cattedrali” ideologiche fondate, di volta, in volta, o sulla sabbia del movimentismo totale, o su quella dell’istituzionalismo totale, o su quella della nostalgia totale, la nostalgia acritica del vecchio PCI, oggettivamente funzionale, peraltro, a rimuovere la stessa, temporalmente lunga, “mutazione genetica” del PCI. 

Invece di far di nuovo brillare, nei nostri giorni, il rosso del pensiero materialista e rivoluzionario, si ridipingeva di grigio il grigio, così come Hegel affermava.

Nessun scioglimento di nodi, in quest’ultimo trentennio: solo polvere sotto il tappeto. Da questa mancanza di lavoro teorico, di “scavo” propedeutico all’allestimento delle fondamenta, possiamo agevolmente, quanto razionalmente, far dipendere in larga parte il fallimento dei tentativi di ricostruzione di un forte, radicato, coeso partito comunista successivo all’autosciogimento del PCI.

Peraltro, la seconda parte dell’affermazione di Lenin, che succede all’esigenza della teoria rivoluzionaria, (“Non si insisterà mai troppo su questo concetto, in un periodo in cui la predicazione opportunistica venuta di moda è accompagnata dall’esaltazione delle forme più anguste di azione pratica”) molto meno “recitata” della prima ma ugualmente densa sul piano ideologico, proprio in virtù di questa densità andrebbe utilizzata come griglia di lettura in relazione alle “forme più anguste di azione pratica” messe in campo dai sempre incompiuti, e a volte persino stravaganti, partiti comunisti apparsi in Italia dopo il XX° e ultimo Congresso del PCI, con le loro fumisterie teoriche e il loro abbandono dei territori e dei luoghi del conflitto capitale/lavoro.

“Cumpanis” fa parte di quel “fronte”, che si va fortunatamente allargando, che crede nella necessità sociale, politica, persino storica di un’attiva e pesante presenza partitica comunista in Italia, e crede che per giungere a tale obiettivo occorra unire i comunisti e le comuniste italiane – sia quelli che militano negli attuali partiti comunisti italiani che quelli al fuori di essi – sulla base di un profilo politico e teorico alto, adatto ai tempi, non dogmatico né liquidazionista rispetto al grande patrimonio ideologico, teorico e politico dell’intera storia del movimento comunista e operaio italiano e internazionale; un profilo che esca da una vasta e collettiva ricerca tra comunisti e si offra ad essi come base ideologica omogenea e comune.

Per questo obiettivo di fondo, con le sue modeste forze, è nata “Cumpanis”; per questo obiettivo, in questo “Speciale”, la rivista coinvolge, in una vasta e preziosa discussione, i dirigenti e gli intellettuali comunisti e marxisti italiani.

Hanno già aderito alla nostra iniziativa e risponderanno alle nostre domande: Maurizio Acerbo, segretario nazionale del PRC; Mauro Alboresi, segretario nazionale del PCI; Marco Rizzo, segretario nazionale del PC. E, tra dirigenti e intellettuali: Fulvio Bellini, ricercatore politico; Nunzia Augeri, saggista; Ascanio Bernardeschi, studioso di questioni economiche, esponente del giornale comunista on-line “La Città Futura”; Renato Caputo, docente di filosofia, esponente de “La Città Futura”; Bruno Casati, saggista e presidente del Centro Culturale “Concetto Marchesi” di Milano; Marcello Concialdi, docente di filosofia, Torino; Manlio Dinucci, saggista e geografo; Salvatore Distefano, docente e storico del movimento operaio; Ferdinando Dubla, docente e storico del movimento operaio; Carla Filosa, docente, saggista, già redattrice de “La Contraddizione”; Federico Fioranelli, docente di economia e diritto; Demostenes Floros, economista e docente di geopolitica; Carlo Formenti, saggista; Gianni Fresu, saggista, studioso di Gramsci e docente all’Università di Cagliari; Wladimiro Giacché, economista e saggista; Rolando Giai-Levra, direttore di “Gramsci Oggi”; Aldo Giannuli, storico del movimento operaio; Alberto Lombardo, docente Università di Palermo e membro dell’Ufficio Politico del PC; Alfredo Novarini, già dirigente del PCI e del movimento operaio milanese, dirigente del Centro Culturale “Concetto Marchesi” di Milano; Alessandro Pascale, storico del movimento operaio; Fabio Pasquinelli, avvocato, Centro culturale “Cumpanis”; Marco Pondrelli, saggista e direttore di Marx 21.it; Giorgio Riolo, saggista, traduttore, tra l’altro, delle opere di Samir Amin in Italia; Francesco Schettino, economista, saggista, ricercatore Università di Napoli e Roma; Alberto Sgalla, docente di diritto e scrittore; Silvano Tagliagambe, filosofo; Daniela Talarico, avvocato, Torino; Salvatore Tiné, docente Università di Catania e storico del movimento operaio; Tiziano Tussi, docente e storico del movimento operaio; Alessandro Volponi, docente di filosofia e studioso di economia e storia dell’economia; Chiara Zoccarato, studiosa di questioni economiche. 

Le interviste saranno pubblicate in ordine di arrivo.