La crisi perdurante e la pandemia avevano promosso il passaggio della Bce e delle politiche economiche europee in genere da rigide custodi della dinamica dei prezzi a elargitrici di moneta facile – naturalmente solo per alcuni – perché, balbettavano i think tank dell’Ue riluttanti ad ammettere che l’austerità aveva ridotto diversi paesi europei sul lastrico, l’inflazione troppo al di sotto del fatidico 2% non era desiderabile.

 

Eravamo facili profeti quando sostenevamo che i colli di bottiglia nel comparto industriale e dei trasporti, dovuti al fermo caotico di una serie di attività a causa della pandemia e accentuati dal modello just-in time e scorte zero, impostosi dopo la fase fordista, avrebbero determinato uno shock da offerta il quale, in presenza di questa nuova alluvione di liquidità, avrebbe innescato processi inflattivi.

Così come la pandemia è stato il capro espiatorio di una crisi che covava già prima e che il virus ha solo reso manifesta e accentuato, oggi ogni colpa dell’inflazione viene attribuita alla guerra che, non lo neghiamo, sta pur contribuendo al suo sviluppo.

Gli aumenti dei prezzi, soprattutto dei prodotti energetici e alimentari, i quali poi si riversano nei costi di produzione e quindi nei prezzi della generalità dei prodotti (per esempio il 60% del tasso di inflazione è dovuto ai prodotti energetici), si sta verificando in ogni parte del globo; ma in gran parte delle economie capitaliste, tra cui quella italiana, tale crescita non è affiancata da quella dei salari che quindi perdono in potere d’acquisto (https://www.lacittafutura.it/economia-e-lavoro/lavoratori-poveri)

 

In particolare energia e alimenti costituiscono una fetta rilevantissima della spesa delle famiglie a basso reddito le quali oltretutto, lo certifica anche  milanofinanza, “possono contare solo su risparmi limitati e hanno un ridotto margine di azione sui consumi discrezionali”.

Da parte sua il Presidente di Netcomm, consorzio di operatori nel commercio digitale, in una intervista su Fortune, afferma che il potere d’acquisto delle famiglie “potrebbe subire quest’anno un calo fino a cinque punti percentuali”. Naturalmente si tratta solo della famosa media del pollo a testa di Trilussa e non è difficile intuire chi sarà maggiormente colpito.

Pressoché tutti gli osservatori concordano che siamo di fronte a un’inflazione da costi e non da domanda, anche se l’aumento dei prezzi ha trovato terreno fertile nelle politiche monetarie della Bce e della Fed.

Tuttavia il fenomeno, in questo caso, non è dovuto all’eccessiva euforia né contribuisce ad uscire dalla recessione. Tutt’altro. L’aumento dei prezzi a fronte di salari fermi incide negativamente sulla domanda e contribuisce ad aggravare la crisi in cui siamo ormai immersi da decenni. Lo sostiene anche Mario Draghi che lamenta consumi ancora al di sotto del pre pandemia. E propone furbescamente anche una ricetta: “imporre un tetto ai prezzi all’import del gas russo in sede Ue”, come se l’aumento dei prezzi provenisse dalla Russia.

È vero esattamente il contrario. La ricetta di Draghi comporta inflazione. Il “blocco del Nord Stream 2” e le sanzioni alla Russia sono un favore allo sbocco dei prodotti energetici americani che pare costeranno il quintuplo degli attuali, oltre a prevedere tempi di sostituzione non brevissimi e investimenti rilevanti. L’Europa pagherà in termini di inflazione, di crisi energetica, di spese militari e di mancati vantaggi, che sarebbero derivati da un partenariato con la Russia, la sua sostanziale sudditanza agli Stati Uniti.

In un contesto in cui si restringono molte libertà e diritti ma non c’è traccia di porre qualche limite alla libera circolazione dei capitali, è ragionevole prevedere una loro migrazione verso gli Stati Uniti. Infatti i cambiamenti nei tassi di cambio dollari-euro determineranno una perdita di valore dei titoli europei rispetto a quelli Usa.

Altri effetti si avranno sulla bilancia dei pagamenti visto l’aumentato costo delle importazioni di materie prime, petrolio e gas.

Ma per le famiglie italiane l’inflazione c’era già prima e non era dovuta al costo del petrolio e del gas russi. Per esempio, nella bolletta del gas, il costo della materia prima incide mediamente per solo il 40%, mentre per il prezzo della benzina alla pompa incide per ancora meno, circa il 35%. E comunque il costo della materia prima è il frutto, più che del prezzo imposto dai produttori, di una serie di fenomeni speculativi, come per esempio il mercato dei futures del petrolio, vere e proprie scommesse sui prezzi futuri di quella merce che però incidono su quelli di mercato attuali. Altro ruolo importante svolgono le politiche destabilizzanti ne confronti dei paesi “puniti” dagli Usa per la loro insubordinazione, come avvenne in connessione con le primavere arabe.

Dice Draghi nel suo intervento di apertura della riunione ministeriale dell’Ocse a Parigi di poco più di una settimana fa: “Nell’area dell’euro, i prezzi sono aumentati dell’8,1% a maggio rispetto all’anno precedente, tuttavia, se escludiamo elementi come energia e cibo, l’aumento è solo circa la metà. Un salto significativo, ma molto inferiore rispetto agli Stati Uniti. In alcuni paesi questa cosiddetta «core inflation» è ancora più contenuta: in Italia si è attestata a maggio al 2,9%. La disoccupazione è appena al di sotto del 7% nell’area dell’euro, mentre i consumi restano al di sotto dei livelli pre-pandemia. Questi sono tutti segni che c’è ancora capacità inutilizzata nell’economia”. Tuttavia Draghi, Confindustria e gli economisti embedded concordano nel tenere sotto controllo i salari per non creare “una spirale prezzo-salario” e mettono già le mani avanti per scongiurare un adeguamento dei salari ai prezzi.

La questione della spirale, tabù indiscusso degli economisti mainstream, deve però essere messa in discussione. La sua effettività presuppone infatti che i capitalisti possano, a fronte dell’aumento nominale del costo del lavoro, aumentare i prezzi di vendita dei loro prodotti. Cioè, come indicano i manuali di macroeconomia più in voga nell’accademia, applicare un mark-up prestabilito (leggi un ricarico) ai loro costi. Questa possibilità ne esclude altre: per esempio quella che per effetto della lotta di classe o di provvedimenti legislativi possa mutare la distribuzione del reddito e quindi i capitalisti debbano accontentarsi di un utile inferiore, o quella che i prezzi non possano essere incrementati a piacere senza che le imprese vengano messe fuori mercato nella competizione internazionale. Ma se così fosse i capitalisti sarebbero sciocchi a non praticare mark up superiori a quello predefinito (da chi? Su quali basi?). Siccome sciocchi non sono, significa che la loro manovra sui prezzi incontra dei limiti.

 

Dal mio punto di vista (marxista), dato che solo il lavoro crea valore, un aumento dei salari non può che provocare una diminuzione del plusvalore e quindi dei profitti. L’inflazione può solo costituire un espediente per riallineare successivamente, se i lavoratori stanno buoni, i salari reali alle esigenze del capitale, ma l’era contemporanea non è quella della moltiplicazione dei pani e dei pesci, per cui basti aggiornare i listini e il guadagno è assicurato. Infine, il dato dell’Italia che vanta un surplus commerciale con l’estero e una dinamica salariale sotto la media europea, ci dice che ci sarebbero i margini per un recupero salariale.

L’inflazione colpisce i redditi fissi (quindi essenzialmente il lavoro dipendente) se non sono adeguatamente indicizzati, mentre i profitti dipendono dai prezzi e quindi sono indicizzati automaticamente, per la loro stessa natura. Se crescono i prezzi ma i salari non crescono, i ricavi cresceranno più dei costi e i profitti aumenteranno più dei prezzi. È esattamente la situazione italiana in cui, dopo l’abolizione della scala mobile, l’Ipca (Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato, elaborato a livello europeo per rendere confrontabili i parametri dei diversi Paesi), preso a base per la rivalutazione – assai tardiva, in occasione dei rinnovi contrattuali – dei salari, prevede l’esclusione dal calcolo, fra gli altri, proprio gli aumenti dei prezzi dell’energia. La perdita salariale è quindi garantita, e infatti la quota del reddito nazionale che va al lavoro è scesa drammaticamente negli ultimi decenni. Nel 1975 la fetta del reddito nazionale italiano che andava ai lavoratori era pari al 66%. Nel 2021 essa era scesa a circa il 50%. I 15 punti in meno per i lavoratori (e un’altra batosta è in programma), pur assai rilevanti, non dicono tutto del peggioramento delle condizioni dei lavoratori perché, nel frattempo. la progressione delle imposte dirette è stata drasticamente ridotta (nel 1971, quando venne istituita l’Irpef, le aliquote variavano dal 10 al 72%, oggi variano dal 23 al 43%), sono diminuite le prestazioni dei servizi pubblici. sono aumentate le tariffe e le imposte indirette.

L’inflazione è provocata dalle contraddizioni del capitalismo e dagli espedienti adottati dai governi borghesi per contenerne gli effetti. Però le conseguenze devono pagarle i salari che dovranno restare al palo!

Anche per quanto riguarda i cereali, altro imputato, eliminando i prodotti ucraini dal mercato, sanzionando quelli russi, e speculando sui prezzi dei futures si produce scientemente il loro aumento. La stessa enfasi sulla loro futura scarsità, che in realtà riguarderà prevalentemente i paesi del Terzo mondo, ha scientemente prodotto una corsa all’accaparramento, di modo che il loro prezzo è aumentato ben prima che questa scarsità si sia manifestata. L’indice dei prezzi dei cereali negli ultimi 12 mesi, secondo dati Fao, Food and Agriculture Organization of the United Nation, mostra con chiarezza che questo fenomeno ha coinciso esattamente con l’inizio della guerra. Infatti il balzo dei prezzi si verifica nel mese di marzo per riprendere all’incirca il trend ordinario nei mesi successivi.

 

 

È la strategia degli imperialismi che alimenta a fini geopolitici l’esplosione dei prezzi. Non a caso verranno così destabilizzati i paesi africani che guarda caso sono tra quelli destinati di sostituire l’Europa nello sbocco dei prodotti energetici russi.

Ma anche l’inflazione prodotta in Europa è funzionale agli interessi del capitale. Un motivo è la già accennata svalutazione dei salari, che determinerà una redistribuzione dei redditi reali a favore dei profitti. Ma ci sarà un altro importante effetto. Un elevato livello di inflazione e un peggioramento dei conti con l’estero indurrà le banche centrali a rialzare i tassi di interesse: un aumento dello 0,25% è già stato deciso dalla Bce per luglio e un altro si ipotizza già per settembre. Ancora più drastica è la stretta operata dalla Federal Reserve Usa che ha già rialzato i tassi dello 0,75% e si parla già di un altro punto entro agosto e un altro ancora entro la fine dell’anno. Se si abbina tale aumento allo stop anticipato del quantitative easing, l’effetto recessivo sarà assicurato. Chi ne farà le spese? Gli Stati più indebitati (tranne gli Usa che per ancora un po’ potranno stampare dollari a volontà) e le imprese marginali, quelle che Draghi ha denominato imprese zombie, che chiuderanno i battenti. Si otterrà così una nuova accelerazione del processo di centralizzazione dei capitali, a tutto vantaggio del grande capitale, fra cui spiccano quello predatorio delle risorse naturali e quello che fa capo al complesso militare industriale. Quest’ultimo otterrà così un ulteriore vantaggio dalla guerra, oltre a quello, evidente, derivante dalla vendita di armi. Ci entreranno gli interessi del l’imperialismo americano in tutto questo?

Diviene così evidente, per chi vuole vederlo, che ogni analisi del conflitto – anzi dei conflitti – in atto e delle rispettive cause, non riesce a focalizzarne l’essenza se omette di considerare le caratteristiche di fondo del capitalismo, la sua pulsione all’autovalorizzazione la quale si realizza sia attraverso l’intensificazione dello sfruttamento del lavoro – e quindi non deve essere trascurata la questione della lotta di classe – sia attraverso lo scontro fra capitali ciascuno alla ricerca di profitti a scapito degli altri. Parafrasando Carl von Clausewitz si potrebbe affermare che la guerra è la continuazione della competizione economica con altri mezzi.

Per salvaguardare la rendita finanziaria dagli effetti dell’inflazione il Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) ha annunciato per il 20 giugno l’emissione di titoli di Stato indicizzati (solo i salari devono rimanere al palo, cioè arretrare).

In questo quadro così negativo l’interesse dei lavoratori non può che essere quello di opporsi alla guerra e all’imperialismo che sono alla radice dell’inflazione e della svalutazione del lavoro e di intrecciare la lotta contro l’imperialismo con vertenze per contrastare l’attacco del padronato e del governo. Ma una incisiva mobilitazione presuppone che i comunisti possano svolgere un loro ruolo attivo nella sua promozione, nell’individuazione di obiettivi e parole d’ordine, nell’organizzazione delle lotte, nell’intessitura di rapporti internazionali con altre organizzazioni del proletariato.

Riuscirà la drammaticità della situazione a far abbandonare i diffusi vagheggiamenti di autosufficienza fra le miriadi di formazioni politiche comuniste per consentire di mettersi con umiltà al servizio della causa dei lavoratori e della pace? Se non ci riusciamo in questo frangente perdiamo il treno del rapporto con la classe che pretendiamo di rappresentare e altri, probabilmente assai minacciosi, occuperanno questo spazio.