Per consolidare il suo dominio, l’imperialismo non solo provoca tensioni fra i vari Stati, ma alimenta anche conflitti inter-etnici. Gli eventi in Etiopia e nei territori limitrofi recano i germi di un conflitto regionale, dal quale gli attori esterni stanno già raccogliendo vantaggi e profitti.

Sviluppo interrotto

Il secondo paese più popoloso dell’Africa – l’Etiopia – che gli studiosi chiamano il “museo dei popoli”, ospita oltre un centinaio di comunità etniche, una diversità che ha portato molti problemi al Paese. Ma ci sono anche molti soggetti politici, locali e internazionali, che approfittano di questo status per i propri obiettivi e interessi economici.

La storia del Paese ha alcune similitudini con quella dell’URSS. La peggiore crisi degli anni ’70 portò alla rivoluzione e al rovesciamento della monarchia. Il nuovo governo inaugurò un nuovo corso ispirato ai principi del “socialismo etiopico”. Nonostante le condizioni di partenza sfavorevoli – l’Etiopia era uno dei paesi più poveri del mondo; la quota della popolazione rurale superava il 90 percento e medesima percentuale era quella degli analfabeti – i successi furono evidenti. Nel 1983, l’iscrizione alla scuola primaria era cresciuta dal 19 percento al 42 percento e nel 1988 il numero di bambini iscritti nelle scuole era tre volte superiore rispetto a prima della rivoluzione. Il numero di medici ogni 100mila abitanti è passato da 1,2 a 3,1, il PIL pro capite è triplicato.

Ciò ha fatto digrignare i denti alla borghesia. In opere pseudo storiche come il “Libro nero del comunismo” l’Etiopia occupa un posto speciale, i suoi autori competono solo sul numero di zeri che dovrebbero essere attribuiti alle “vittime della dittatura”. Tuttavia, anche le pubblicazioni occidentali sono costrette ad ammettere la possibilità di una diversa interpretazione di quell’epoca. In un articolo dal titolo significativo, “Perché gli etiopi hanno nostalgia del sanguinoso regime marxista”, la rivista “The Economist” cita, tra gli elementi positivi, l’assenza di inconciliabili divisioni etniche.

Infatti, il governo rivoluzionario guidato da Menghistu Hailé Mariàm aveva compreso l’importanza di unire i popoli per lo sviluppo del Paese. Ed è stata proprio l’unità a diventare l’obiettivo principale delle forze controrivoluzionarie. La ribellione è stata guidata da due gruppi etnici: il Fronte Popolare per la Liberazione dell’Eritrea (FPLE) e il Fronte Popolare per la Liberazione del Tigrai (FPLT). Nel 1991, contando sull’appoggio dell’Occidente, hanno rovesciato il governo rivoluzionario. Il FPLE riuscì presto a garantirsi la secessione dell’Eritrea e anche il FPLT ricevette il suo “premio”. Nonostante la popolazione del Tigrai fosse una minoranza nel paese – solo il 3% – l’organizzazione divenne la spina dorsale del nuovo regime politico, i suoi rappresentanti occuparono posizioni di primo piano nella politica, nell’economia e nell’esercito. Il leader del FPLT, Meles Zenawi, è stato presidente dal 1991 al 1995 e poi Primo ministro dell’Etiopia per quasi due decenni.

Incolpando i predecessori dei suoi fallimenti, il nuovo governo ha fatto precipitare il paese in una crisi molto peggiore. Le iscrizioni alla scuola primaria sono scese da 2,9 milioni a 1,8 milioni e il PIL pro capite è tornato ai livelli degli anni ’80 solo tredici anni fa. Tuttavia, le critiche dall’Occidente sono finite come per magia. Si parla di politica “corretta”. L’Etiopia ha sostenuto l’operazione militare degli Stati Uniti in Somalia, ha permesso la realizzazione delle famigerate prigioni segrete della CIA e si è unita ai programmi del FMI. Sul piano interno, il governo ha placato le élite etniche con elemosine. L’Etiopia, divenuta una federazione, è divisa amministrativamente in dieci Stati su base etnica regionale, ognuno dei quali con ampi poteri, compresi le proprie agenzie di sicurezza, i sistemi fiscali, ecc.

Il sapore della vittoria, l’amarezza della sconfitta

Prima o poi questa politica doveva fermarsi. Nel 2015, contro una condizione gravemente depressa, la corruzione e la dittatura del FPLT, sono iniziate le proteste. La repressione di esse ha provocato una massiccia indignazione e, nel 2018, l’ex militare Abiy Ahmed è salito al potere. Ha elaborato, in un manifesto ideologico, il concetto di “Medemer” (sinergia), finalizzato alla formazione di una comune identità etiope e al superamento delle divisioni particolaristiche dei ras locali.

Questo, ovviamente, non è stato condiviso all’unanimità. L’organizzazione politica prevalente nella regione del Tigrai si è rifiutata di aderire alla nuova forza di governo – il “Partito della prosperità” – e ha annunciato il suo passaggio all’opposizione. L’anno scorso il conflitto ha assunto una forma aperta. La dirigenza del Fronte si è opposta al rinvio delle elezioni generali a causa della pandemia e le ha indette autonomamente nel solo Stato del Tigrai, ottenendo il consueto risultato, quasi il 99 percento. Il governo centrale federale ha definito incostituzionale la manovra e bloccato lo stanziamento di fondi alla regione. E a novembre, accusando le forze armate tigrine del sequestro di una base militare, ha inviato l’esercito nel Tigrai. È iniziata una vera guerra: attacchi aerei, razzi e numerose vittime. La situazione è stata aggravata dal coinvolgimento nel conflitto dell’Eritrea, da tempo contrapposta al FPLT, e delle milizie tribali.

Alla fine di novembre l’esercito ha preso la capitale del Tigrai, la città di Mekele e ha consegnato il potere all’amministrazione di transizione. Il FPLT è stato dichiarato “organizzazione terroristica”, e il suo leader è fuggito. “Non ci tireremo mai indietro di fronte a coloro che intendono sopprimere il nostro diritto all’autodeterminazione conquistato a fatica”, ha affermato il deposto presidente dell’FPLT, Debretsion Gebremichael.

Sei mesi dopo, i ribelli, apparentemente sconfitti, si sono vendicati con successo. A giugno, le unità dell’esercito tigrino hanno riconquistato gran parte della regione e oltre 7.000 militari sono stati fatti prigionieri. Abiy Ahmed è stato costretto a dichiarare una “tregua umanitaria”” unilaterale. Le forze ribelli, sentendo il sapore della vittoria, hanno minacciato di continuare l’offensiva e di stabilire i propri termini di pace. Tra questi ci sono l’ottenimento della leadership etiope e le garanzie di autogoverno del Tigrai.

Una sconfitta così umiliante può essere associata al sabotaggio da parte delle élite, insoddisfatte del comportamento del primo ministro. Oltre che in Tigrai, l’opposizione sta crescendo in altre regioni. L’Esercito di Liberazione Oromo è diventato più attivo, sostenendo l’emancipazione dell’omonimo popolo, il più numeroso dell’Etiopia, e sanguinosi scontri etnici si stanno verificando nello stato occidentale di Benishangul Gumuz.

Ai fallimenti del Paese si interessano anche le forze esterne, in primis Egitto e Sudan, in conflitto con Addis Abeba per la centrale idroelettrica di Khidas (Revival) sul Nilo Azzurro, che dovrebbe essere servita dalla “Grande diga della rinascita etiope”. L’Etiopia ripone speciali speranze su questa centrale: dovrebbe fornire elettricità all’industria e all’intera popolazione poiché, oggi, solo il 45 percento di quest’ultima ha accesso a questo beneficio. Si prevede di aumentare la capacità dell’impianto a 6400 MW, paragonabile a quella della Sayano-Shushenskaya HPP. Non ci sono centrali simili nel continente, nemmeno in programmazione.

Gli Stati vicini temono che il riempimento del serbatoio della diga li condannerà a una siccità a lungo termine e porterà a interruzioni nel funzionamento delle proprie centrali idroelettriche. Fino a poco tempo fa era possibile risolvere le tensioni in un accordo trilaterale. L’anno scorso, Il Cairo, Khartoum e Addis Abeba hanno concordato tranquillamente il primo turno di riempimento. Da qualche tempo, però, gli avversari dell’Etiopia hanno cambiato tattica. “Proteggeremo gli interessi dei nostri cittadini con tutti i mezzi disponibili. Questa è una questione di sopravvivenza e una minaccia alla sovranità del Paese”, ha affermato il Ministro degli Esteri egiziano. Il Cairo e Khartoum, in precedenza non esattamente buoni vicini, hanno stretto un’alleanza di mutua difesa e condotto una serie di esercitazioni congiunte. Accordi simili sono stati firmati dall’Egitto con il Kenya e Gibuti, altri paesi limitrofi dell’Etiopia. Secondo alcuni resoconti dei media, una delegazione delle forze di opposizione tigrine si è recata al Cairo, offrendo il funzionamento congiunto della centrale idroelettrica in cambio di sostegno nella presa del potere.

Paesi terzi sono coinvolti nella controversia. Su iniziativa del Cairo e di Khartoum, la questione delle centrali idroelettriche è stata più volte discussa dal Consiglio di sicurezza dell’ONU, sollevata negli incontri della Lega degli Stati arabi e dell’Unione africana. Inoltre, l’Egitto ha offerto il ruolo di mediatore per gli Stati Uniti, sebbene Washington non possa essere definita un osservatore impassibile. Donald Trump ha anche affermato che il Cairo potrebbe semplicemente “far saltare in aria la diga”. Il suo successore segue lo stesso corso. “Biden ha riconosciuto la preoccupazione dell’Egitto, la costruzione non può continuare senza un accordo reciprocamente accettabile”, ha detto la Casa Bianca dopo i colloqui tra il presidente e il suo omologo egiziano, Abdel Fattah al-Sisi.

Come lo scenario jugoslavo?

Pertanto, l’aumento delle tensioni è strettamente legato al deterioramento delle relazioni dell’Etiopia con l’Occidente. La discordia è tanto più evidente perché non molto tempo fa Abiy Ahmed era considerato “il suo fidanzato”. Le testate giornalistiche gli hanno dedicato articoli entusiastici; due anni fa il primo ministro ha ricevuto il premio Nobel per la pace per il trattato che ha sancito la fine del conflitto con l’Eritrea.

L’attuale retorica è più simile agli attacchi all’Iran e al Venezuela. Nel conflitto con le forze di opposizione al governo, l’Occidente ha sostenuto i separatisti. Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha riferito che “le atrocità delle forze governative, gli arresti di massa e le limitazioni alla libertà d’informazione dei media stanno alimentando la rivalità intercomunale”. Dichiarazioni simili sono state fatte in una riunione del Consiglio di sicurezza dell’ONU convocata su iniziativa di Washington e Londra. Il rappresentante permanente degli Stati Uniti, Linda Thomas-Greenfield, ha chiesto all’Etiopia un completo ritiro delle truppe dal Tigrai. Di “pulizia etnica” si parla anche nel rapporto presentato dal Dipartimento di Stato al Congresso.

I media occidentali sono gremiti di articoli anti etiopici. “Abiy Ahmed sta conducendo una guerra che porta segni di un genocidio e potrebbe destabilizzare una vasta regione”, afferma la CNN. “Finché la comunità mondiale non si sveglierà e comincerà ad agire, Abiy Ahmed non si fermerà”, avverte il quotidiano britannico “The Guardian”.

Secondo la consuetudine, dopo l’informazione come “preparazione dell’artiglieria”, è stata la volta delle sanzioni. Gli Stati Uniti hanno annunciato una restrizione nel rilascio dei visti ai funzionari etiopi, hanno minacciato di utilizzare il “Global Magnitsky Act” e di congelare la cooperazione economica e militare. Sono stati bloccati 272 milioni di dollari di aiuti, il che ha portato a una serie di proteste. Ricordando che l’Etiopia è l’unico paese africano che non è mai stato una colonia, i partecipanti hanno affermato che nemmeno ora ha bisogno di guardiani.

Il motivo del passaggio dalla clemenza alla rabbia è il riavvicinamento dell’Etiopia alla Cina. È iniziato sotto la guida precedente, in particolare quando, in collaborazione con Pechino, è stata costruita la ferrovia Addis Abeba-Gibuti di 753 chilometri. Ovviamente, da Abiy Ahmed ci si aspettava un percorso differente, ma tutto è andato al contrario. A febbraio è iniziata la costruzione della nuova ferrovia Avash-Gibuti, prevista per il trasporto di prodotti petroliferi in Etiopia. A giugno, a Mojo è stato stabilito un porto a secco. Il progetto da 110 milioni di dollari dovrebbe culminare nella nascita di un importante centro di trasporto e logistica. La costruzione di parchi industriali continua, consentendo all’Etiopia di aumentare le esportazioni di tessili e altri beni. Huawei Corporation è incaricata di posare la comunicazione 4G.

La rabbia occidentale sta crescendo mentre il paese diventa il pilastro della strategia Belt and Road. Alla riunione ministeriale di Addis Abeba, le delegazioni di Kenya, Sud Sudan ed Etiopia hanno ribadito il loro impegno a creare un corridoio di trasporti e infrastrutture che includa porti marittimi, autostrade, ferrovie, oleodotti, ecc. Pechino ha accolto con favore l’iniziativa e le aziende cinesi hanno già iniziato a costruire terminal portuali nel porto keniano di Lamu, punto di partenza del corridoio.

Dato che la Cina è il principale partner commerciale della maggior parte dei paesi della regione, i suoi avversari devono a tutti i costi creare un cuneo tra essi e, allo stesso tempo, destabilizzare la situazione con i principali partner di Pechino. L’Etiopia è stata scelta come vittima principale. La rivista “Foreign Policy” suggerisce che il contesto potrebbe seguire lo scenario jugoslavo.

Sono già state ottenute alcune concessioni. Così, un gruppo di società guidate dalla britannica Vodafone Group PLC, che ha ricevuto miliardi di dollari dalla US International Development Finance Corporation, è stato nominato vincitore del concorso per la creazione di una rete wireless 5G a livello nazionale. I perdenti sono stati gli investitori sino-sudafricani. L’Egitto ha ricevuto l’ultimatum per interrompere le relazioni con la Cina nel settore delle telecomunicazioni, e gli Stati Uniti gli hanno imposto un accordo sui servizi di logistica militare durante esercitazioni congiunte.

Il Sudan sta subendo un ulteriore cambiamento dal colpo di stato del 2019. Gli Stati Uniti lo hanno rimosso dall’elenco dei paesi che sponsorizzano il terrorismo, revocato le sanzioni e hanno anche promesso la cancellazione del debito e ingenti prestiti. In cambio, le nuove autorità del Paese hanno dato un nuovo orientamento alla loro politica estera. “Prima il Sudan era costretto a limitare la cooperazione militare a Russia e Cina, ora possiamo collaborare con l’America e altri paesi occidentali”, ha affermato il capo di stato maggiore generale Mohammad Usman al-Hussein. Ha anche annunciato la revisione dell’accordo con Mosca sulla questione della logistica per la Marina, poiché non tutte le sue clausole “servono gli interessi del Paese”.

Non volendo perdere il controllo geopolitico ed economico sulla regione, il capitale occidentale la trasforma in un’arena di rivalità militari e la immerge in sanguinosi conflitti.