Ormai in molte città e regioni libiche i militanti gheddafiani manifestano apertamente la fedeltà e la nostalgia per la jamahiriya e per il Colonnello assassinato, schierandosi ora per il figlio Saif al-Islam, suo successore, correndo molti rischi. 

A Bani Walid, ultimo bastione della resistenza alla distruzione della Libia rivoluzionaria e popolare da parte della NATO e delle forze jihadiste da essa utilizzate, le bandiere verdi e i manifesti con le immagini dei Gheddafi sventolano in molte parti della città, tuttora in stato di incuria e miseria diffusa, dove tutti i segni della battaglia sono ancora sui muri delle case crivellati dai proiettili, nelle finestre ancora senza vetri nella maggior parte delle abitazioni, per le strade con ancora le buche di bombe e missili utilizzati per piegare la resistenza, pozze di liquami ovunque, centinaia di edifici abbandonati e coperti dalle erbacce. Ma, dopo 10 anni, ancora oggi, all’ingresso della città la bandiera verde della Libia socialista e popolare sventola su un pennone pericolante e un poster di Gheddafi resiste su un cartellone semidistrutto. 

Con gli ultimi eventi politici, i suoi abitanti nutrono una nuova speranza per la loro città e il loro paese. 

Durante una visita del primo ministro Abdul Hamid Dbeibeh, capo del nuovo governo provvisorio di unità nazionale, la gente ha sventolato bandiere verdi, ritratti di Saif Gheddafi e rami di ulivo mentre il suo corteo blindato attraversava la città, protetto dalle forze speciali di Tripoli, che è da anni isolata e dominata da dispute di milizie terroriste. 

Dbeibeh è stato nominato a marzo, con una mediazione complicatissima tra decine di fazioni politiche e di milizie armate autoproclamatesi e difficilmente controllabili, che di fatto esistono per spartirsi il possesso e controllo della ricchezza petrolifera del paese.

La dimostrazione della situazione estremamente fragile e delicata, la si poteva dedurre dal fatto che, per questa visita, gli uomini delle forze militari di élite del governo di Tripoli, in uniforme e passamontagna, avevano preso il controllo di ogni posto di blocco dalla periferia di Tripoli fino alla periferia di Bani Walid, 180 chilometri (112 miglia), temendo attacchi armati. 

In un articolo su RTBF Africa di fine maggio, la giornalista belga Maurine Mercier descrive la situazione relativa alla presenza e al ruolo di terrore dispiegato delle milizie armate in Libia: “Fosse comuni, torture, violenza efferata e crimini continui… sono la regola nella vita quotidiana della popolazione in Libia in questi 10 anni di “cambiamento”, la legge del terrore”. 

Ci sono molte aspettative e speranze per una prospettiva che porti verso un processo di pacificazione nel paese, sia a livello locale che internazionale, ma la realtà sul campo è uno scenario estremamente frammentato e, di fatto, sotto il controllo condizionato da gruppi armati terroristi o semplicemente criminali. Dalla caduta della Libia socialista e popolare, le milizie hanno regnato sovrane. Si sono spartite ogni pezzo del paese, che da quel momento non aveva più un esercito o una polizia, avendo il sostegno e la tacita approvazione delle potenze occidentali e della NATO; esse si sono alimentate con il traffico di armi, petrolio, droga e migranti, oltre a taglieggiare e terrorizzare la popolazione civile. 

Ogni angolo del territorio è costellato di fosse comuni. La cittadina di Tarhuna è emblematica di questa realtà. Situata a 80 chilometri a sud-est di Tripoli, questa cittadina agricola ha vissuto per 6 anni sotto il giogo della milizia dei fratelli Kani prima che la sua popolazione riuscisse finalmente a cacciare questi criminali e i loro uomini. Issa, uno degli abitanti che aveva preso le armi per cacciare le milizie dalla sua città, una volta andate via, ha scoperto l’entità delle violenze compiute. I miliziani dei fratelli Kani avevano usato i suoi terreni per gettarvi le loro vittime, usando i trattori per seppellirli. Finora sono stati riesumati oltre 170 corpi, tra cui donne e bambini. “Avevano imprigionato e rinchiuso chiunque si era opposto a loro. Li torturavano e uccidevano, poi ne riportavano altri, in gruppi di 4 o 5, ha raccontato Issa alla Mercier.

Egli descrive questo macabro meccanismo per cui un centro agricolo veniva utilizzato come luogo di tortura dalle milizie, in celle di pochi metri cubi in cui languivano i prigionieri. “Celle che poi si trasformavano in forni crematori, quando veniva acceso ili fuoco su questi cubi di ferro. Infatti, questo era uno dei metodi di tortura dei fratelli Kani. Per 6 anni hanno saccheggiato e massacrato tutti coloro che si rifiutavano di sottomettersi a loro. Hanno ucciso 8 membri della mia famiglia, tra cui due donne e bambini, ha raccontato il contadino libico Issa. 

Dalla liberazione di Tarhuna, gli uomini hanno lavorato per trovare i corpi dei dispersi. Come tanti altri residenti, anche Ahmed non ha ancora trovato suo figlio.

“… Aveva 18 anni quando fu rapito dalla milizia. Da allora non riesco a dormire più di due o tre ore a notte”. Ahmed, nel suo racconto, passa dalla tristezza alla rabbia. Incolpa l’Unione Europea, l’ONU. “Se solo gli europei ci lasciassero risolvere i problemi da soli. Certo se se smettiamo di combattere, a chi venderà l’Europa le sue armi? Quello è il problema. E le Nazioni Unite, quando le vedi in televisione, dicono di volere una Libia democratica. Ma sottobanco mandano soldi e armi. Io non credo nella giustizia internazionale. Politica e affari, solo questo interessa a loro. Le persone che hanno ucciso mio figlio, le troverò e le catturerò una per una e le ucciderò. Perché qui non c’è Giustizia! E senza Giustizia la milizia si ricostituirà per commettere nuovi massacri, ha denunciato Ahmed. 

Infatti, oggi i fratelli Kani sono fuggiti nell’est del Paese, ma hanno ancora complici a ovest, nella regione di Tahruna e la loro milizia è ancora pericolosa. Lo stesso Issa è già sfuggito a quattro tentativi di omicidio, incluso uno nel centro di Tripoli, mentre si recava all’ufficio delle Nazioni Unite per cercare di parlare con loro della questione delle fosse comuni. Egli ha stilato l’elenco delle vittime di cui ancora oggi si cercano i corpi, ha deciso che la sua missione è oggi quella della testimonianza e della denuncia, anche se questo può costargli la vita. “Vogliono farmi tacere ad ogni costo. Non vogliono che parli di fosse comuni e dei loro crimini. Ogni volta che esco di casa, mi aspetto di essere ucciso ma non mi importa, io vado avanti…”.

E questo timore non è irreale, infatti la cittadina di Tarhuna è ora sotto il controllo di un’altra milizia, rivale dei fratelli Kani, ma gli intrecci e le complicità nascoste tra le varie milizie mutano di continuo sulla base di interessi criminali o tattici. E la stragrande maggioranza del popolo libico, da 10 anni, è in un vortice di violenza efferata e banditesca che si è impossessata, grazie all’aggressione NATO occidentale, del loro paese consegnandolo a questi criminali.  

Nel paese, nonostante l’ipotesi dell’accordo di unificazione, nulla è cambiato dal punto di vista militare; anche il governo della Libia orientale di Haftar, pur se non riconosciuto dalla comunità internazionale, ma nella realtà l’unica forza di governo effettiva nelle regioni controllate che ha aderito al processo di conciliazione, non ha però dismesso le sue forze militari dell’ENL (Esercito Nazionale Libico), sapendo che fino a quando non verranno disarmati e cacciati dal paese le milizie e i mercenari stranieri, non potranno esserci prospettive costruttive per una Libia del futuro. E non è stata una sorpresa quando uno dei comandanti di Haftar, lo scorso mese, ha chiesto, in una dichiarazione pubblica, la secessione della Libia orientale nonostante i tentativi di unificazione in corso. 

L’ONU ha stimato nello scorso dicembre, in circa 20.000 il numero di combattenti e mercenari stranieri attivi nel paese nordafricano.

È impressionante vedere il divario tra i comunicati stampa e le dichiarazioni ufficiali dell’Onu e la realtà libica. La realtà è che il Paese è estremamente diviso: la strada principale che collega l’est e l’ovest del Paese è ancora chiusa e senza sicurezza per spostarsi. Da entrambe le parti, i gruppi armati si fronteggiano. Potrebbe esserci una riconciliazione politica, ma la realtà è che dal punto di vista militare, e questo aspetto è ciò che conta, non è ancora cambiato assolutamente nulla”, ha detto la giornalista Mercier, inviata speciale a Tripoli e in Libia.

Il maggiore generale Ahmed al-Mismari, portavoce ufficiale delle forze di Haftar, ha denunciato con forza l’attacco suicida al checkpoint di sicurezza di Sabha avvenuto a giugno, affermando che le organizzazioni terroristiche e i Fratelli musulmani stavano tentando di ostacolare le imminenti elezioni di dicembre. 

In un comunicato stampa, Al-Mismari ha negato che l’ISIS abbia rivendicato la responsabilità dell’esplosione, dicendo che stavano facendo indagini ma che, da molti indizi, era evidente la responsabilità delle forze dei Takfiri, che avevano avuto il controllo della regione meridionale libica dal 2011 e che hanno grandi basi nel vicino Ciad.

Ha poi affermato che le forze dell’ENL di Haftar “… hanno inferto colpi significativi a questi gruppi terroristici nel sud della Libia, riuscendo a sradicarne molti dal 2018, che la regione è sotto il nostro controllo militare… Ora, queste organizzazioni takfiri e i Fratelli Musulmani cercano di riprendere il controllo di Sabha e del territorio circostante per cercare di ostacolare lo svolgimento delle elezioni generali nel Paese…”. 

Il riferimento è a quanto accaduto il 6 giugno: ad un checkpoint di sicurezza di Sabha un attentatore suicida ha fatto esplodere un’auto-bomba, uccidendo due agenti e ferendone altri quattro.

Intanto la Russia ha deciso di aprire un Consolato a Bengasi in Libia.

La Russia porta avanti il tentativo di favorire uno sforzo internazionale per portare pace e stabilità nella Libia dilaniata dalla guerra e divisa da un conflitto decennale. I servizi consolari inizieranno a funzionare a Bengasi nell’est, un’area che è sotto il controllo del generale Khalifa Haftar, appoggiato dalla Russia. Una scelta non facile secondo il viceministro degli Esteri russo, Mikhail Bogdanov, motivata dal fatto che: … per noi la sicurezza è la cosa più importante. Non possiamo mettere a rischio il nostro popolo e la sicurezza delle nostre missioni estere, e in questo momento quella regione è la più sicura e organizzata”, ha dichiarato all’inizio di giugno.